giovedì 17 marzo 2011

Nucleare. La tragedia e la farsa

Nucleare. La tragedia e la farsa: "

Non c’è modo più cinico di reagire a una tragedia che buttandola in farsa. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha superato se stessa. Confermando che non importa quanto vogliate indulgere nell’ “odio antinazionale”: l’Italia è peggio di come sembra. O almeno il suo ceto politico.


Mentre l’esito dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima non è ancora chiaro, tutto il mondo si sta interrogando sulle falle dei sistemi di sicurezza, e si sta chiedendo se fosse in qualche modo possibile prevenire lo scenario peggiore. Tra un po’, quando in un modo o nell’altro la vicenda si sarà chiusa, probabilmente tireremo un bilancio, e ci accorgeremo che – se pure le cose dovessero andare nel più drammatico dei modi – il tributo di vite pagato all’atomo sarà solo un tragico addendum a un numero molto più grande di vittime falciate dal terremoto e dal maremoto. Non è un modo per minimizzare: è una semplice constatazione basata su numeri che parlano da sé, ed è contemporaneamente l’auspicio e la speranza che i morti a causa delle forze della natura non siano considerati meno morti, o morti con meno dignità, di quanti – se ci saranno – dovranno essere messi in conto all’energia nucleare. Comunque, anche se questo è un elemento importante, non è di questo che voglio parlare.


Mentre l’informazione è ancora incerta e frammentaria, tutto il mondo ha ragionevolmente tirato il freno a mano sul nucleare. Realisticamente ci si può attendere, sicuramente a livello europeo e probabilmente a livello internazionale, un irrigidimento delle norme di sicurezza, con maggiore enfasi sul coordinamento e la condivisione delle informazioni. Per questa ragione, e per rispondere a un’opinione pubblica giustamente frastornata, è necessario mettere “on hold” la costruzione, nel nostro paese, di un quadro normativo che faccia dell’atomo un’opzione possibile. E’ doveroso comportarsi così, oltre che per ragioni ovvie, anche perché in caso contrario le nostre leggi rischiano di nascere già vecchie, e di dover essere cambiate immediatamente. Per la stessa ragione, e per fuggire a una discussione emozionale e – in quei termini – del tutto sbagliata e inutile, sarebbe un gesto di sensibilità se maggioranza e opposizione si mettessero d’accordo per sospendere il referendum di giugno. Nessuno di noi – credo e spero – ha voglia di tenere un plebiscito su una catasta di corpi ancora caldi. Lo abbiamo scritto in tanti: tra gli altri Chicco Testa sul Corriere, il Foglio in un editorialino, e io stesso sul medesimo quotidiano. Perfino il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, dopo un’improvvida uscita a caldo, si è posizionato in modo più ragionevole e moderato. Il minimo che si possa fare, e contemporaneamente il massimo, è fermarsi, aspettare e riflettere: a chi mi chiede se ho cambiato idea sul nucleare, in questi giorni rispondo ostinatamente che no, non l’ho fatto, per la semplice ragione che non ho gli elementi per comprendere cosa è successo, quanto è grande il danno (umano anzitutto, e per ora è limitato: nessun morto direttamente imputabile al nucleare, nel momento in cui scrivo), perché le cose sono andate così e se tutto ciò cambia in modo significativo il bilancio dell’atomo, in merito alla sicurezza. I motivi per cui non bisogna decidere in preda alla paura, ma attendere per poter valutare alla luce di fatti e dati che ancora non ci sono, li ha brillantemente e persuasivamente illustrati Angelo Panebianco.


Tutta questa lunga premessa mi serviva per arrivare a una conversazione, catturata da un cronista, tra il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e il responsabile dell’Economia, Giulio Tremonti. Ha detto Prestigiacomo:


«Niente cazzate, progetto nucleare finito»

Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, considera invece finito il progetto del nucleare in Italia dopo l’emergenza scoppiata in Giappone. «È finita. Non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate», è stato lo sfogo del ministro con il titolare dell’Economia, Giulio Tremonti, nella sala del governo di Montecitorio al termine della cerimonia per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Alla conversazione, svoltasi a pochi passi da alcuni giornalisti e durata circa dieci minuti, erano presenti anche il portavoce del presidente del Consiglio, Paolo Bonaiuti, e per qualche istante il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani: «Dobbiamo uscirne – ha esortato Prestigiacomo – ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare niente, decidiamo tra un mese».


Confesso che la tentazione di commentare con “l’avevo detto, io” si alterna, nella mia testa, a un senso di stupore. Pur col beneficio d’inventario concesso a chi, in una conversazione privata, si esprime in modo diverso da come farebbe in pubblico, credo che queste poche battute forniscano la dimostrazione migliore (a) dell’inettitudine del nostro ceto politico; (b) delle ragioni per cui il nucleare era utopico anche prima del Giappone; (c) del fatto che, contrariamente a quanto vuole un luogo comune per me inspiegabile e incomprensibile, non è il mercato, ma la politica, a vederci “corto”.


Molto semplicemente: è lecito cambiare idea dopo un evento come quello a cui stiamo assistendo, anche se sarebbe meglio capire prima cosa è successo. Se però sentiamo dire che bisogna abbandonare i propositi nuclearisti perché altrimenti “perdiamo le elezioni”, viene da pensare, anzitutto, che la cazzata non sia insistere con l’atomo, ma sia stata iniziare. Viene da pensare che, in fondo, la cosa non era stata presa sul serio fin dall’inizio. Viene da pensare che, quando predichiamo sull’importanza della certezza del diritto, pur con tutti i pregiudizi sulla nostra classe politica non ci avviciniamo neppure un po’ all’infinitesimale livello di comprensione che loro hanno di come funzionano le cose, e di come in particolare funzionano le industrie ad alta intensità di capitale quali quella energetica in generale e quella nucleare in particolare.


Se il contesto non fosse tragico, verrebbe quasi da ridere. Come si può anche solo lontanamente illudersi che un’impresa investa (cioè rischi) qualche miliardo di euro, se poi si è disposti a far saltare il banco perché altrimenti “perdiamo le elezioni”? Come si può chiedere di essere presi sul serio, se si affrontano con tanta leggerezza questioni di una tale serietà? Come si può chiedere la fiducia gli elettori, se poi si dimostra con atteggiamenti, parole e fatti di non avere alcun rispetto non solo per il mandato elettorale ricevuto, ma anche per i soldi che al settore privato si chiede di rischiare? Come si può essere considerati interlocutori credibili da chi ha scelto di combattere questa battaglia (come Confindustria, imprese italiane come Enel e straniere come Edf, e addirittura partner internazionali come la Francia e gli Stati Uniti coi quali si sono assunti degli impegni)? Come si può ottenere il rispetto di chi la pensa diversamente, se si venderebbero la mamma e il papà per uno strapuntino parlamentare?


L’ironia è resa irresistibile dal linguaggio scelto da Prestigiacomo: non si può “uscire” dal nucleare se non si è mai “entrati”; e se davvero la ministro crede che ci siamo entrati, la sua posizione è ancor più irresponsabile. Comunque, se non altro, a differenza del 1987, questa volta possiamo “uscire” dal nucleare senza quel fastidioso e costoso intermezzo di costruire le centrali, farle funzionare per un po’, e poi improvvisamente chiuderle e smantellarle. Ma, almeno, risparmiateci il referendum."

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