venerdì 30 aprile 2010

Lascio ogni commento ai lettori...

Doctors and Engineers are two of the most respected occupations in our society. While both are highly educated and highly intelligent, in my opinion there are far more differences between the two careers than similarities. For example, an engineer may be expected to start with a blank sheet of paper and design a complicated system, but a doctor starts with an incredibly complicated system (the human body) and tries to figure out why its not working right.
http://embeddedgurus.com/area-0x51/2010/04/butcher-baker-candlestick-maker/

lunedì 26 aprile 2010

Ecco i costi di mantenimento della combriccola "SIAE"...

http://canali.kataweb.it/kataweb-consumi/copie-private-ecco-quanto-ci-costeranno/

http://www.siae.it/edicola.asp?view=4&open_menu=yes&id_news=8910

Ecco alcuni esempi:

Cd-R Dati 0,15 (per 700 mega)
Cd-Rw Audio 0.22
[Nota da ignorante : Esistono CD esplicitamente per solo Audio???]
Cd-Rw 0,15 (per 700 mega)
Computer con masterizzatore 2,4 (fisso)
Computer senza masterizzatore 1,9 (fisso)

Memoria o Hard Disk integrato in apparecchio portatile
fino a un gb 3.22
da 5 a 10 gb 6.44
[E' una forma di incentivo alla Sony ed alla Apple quella di fare un costo non proporzionale alla capacita'?]

Hard Disk esterno per registrazione oltre 250 gb 28.98
Hard disk integrati in altri dispositivi da 250 a 400 gb 14.49
Hard disk integrati in altri dispositivi oltre 400 gb 16,10
[Oltre 400 Gb? Praticamente tutti o quasi quelli in commercio.. Alla SIAE sono un poco indietro, evidentemente!!!]

A proposito di 25 Aprile...

Prima Vennero

Versione I
Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
(Friedrich Gustav Emil Martin Niemhöller)




Versione II
Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari
e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertolt Brecht)




Versione III
Quando Hitler andò al potere, i primi che andò a prendere furono sindacalisti, comunisti e socialisti. Ma io non ero né sindacalista, né comunista, né socialista e quindi dissi: “Che me ne frega?”.

Poi mandò a prendere i cristiani, protestanti e cattolici e io non ero né protestante né cattolico e dissi: “Che me ne frega?”.

Quando andarono a prendere gli ebrei dissi: “Ma io non sono mica ebreo e quindi perché mai mi dovrebbero detestare?”.

Il risultato fu che quando vennero a prendere me non c’era più nessuno che potesse protestare per la mia cattura.
(Heirich Boll)

domenica 25 aprile 2010

25 Aprile, ora e sempre Resistenza

25 Aprile, ora e sempre Resistenza: "Il 25 Aprile non può, nemmeno a 65 anni di distanza, essere considerata una tra le tante date celebrative: oggi più che mai quella data vibra di passione civile, e non soltanto di memoria storica. In fondo, è un quindicennio che la vittoria sul nazifascismo è ritornato ad essere un momento essenziale della battaglia politica, [...]"

La guerra civile di Baltazar

La guerra civile di Baltazar: "

In Spagna c’è un giudice; si chiama Baltazar Garzón. Credo sia una persona eccezionale: ha condotto indagini che in nessuna parte del mondo ci si è nemmeno sognati di iniziare. Da ultimo ha chiesto l’arresto di Pinochet e il sequestro dei suoi beni; ma prima di ciò si era occupato dei terroristi dell’Eta, di corruzione politica ad altissimo livello e di Telecinco, la tv privata spagnola. Insomma uno che fa sognare i cittadini e sta sull’anima al potere. Adesso ha pensato bene di andare a sgattare nella storia sanguinosa del suo Paese, al tempo dellaguerra civile. E ha constatato quello che già tutti sapevano: che ci sono stati un sacco di morti ammazzati e soprattutto circa 120.000 desaparecidos; e le famiglie di questa gente gli hanno chiesto giustizia. Lui ci ha provato. Siccome 120.000 persone scomparse non sono poche, Garzón ha pensato bene di qualificare giuridicamente il fatto come crimine contro l’umanità, lo stesso tipo di reato , per intenderci, che è stato contestato a Milosevic e agli altri criminali di guerra jugoslavi, per giudicare i quali è stato addirittura istituito un tribunale apposito, quello dell’Aja. Insomma: qualificazione giuridica e scelte processuali adeguate, restava da verificarne proceduralmente la fondatezza e, naturalmente, la sussistenza.



E magari i tribunali spagnoli avrebbero potuto dire che Garzón si era sbagliato e che nessuno era mai stato ammazzato o che non era vero che c’erano stati 120.000 desaparecidos; il che per la verità era poco probabile. Così alcune associazioni di estrema destra hanno pensato bene di denunciare Garzón per un reato di cui non ho trovato l’equivalente nel nostro codice, prevaricación: hanno detto che la qualificazione giuridica operata da Garzón – crimini contro l’umanità – era errata, che si trattava di normali omicidi e violenze commesse durante la guerra civile e che il tutto era coperto da un’amnistia emanata nel 1977. E soprattutto hanno detto che Garzón questo lo sapeva benissimo e che quindi aveva adottato un trucco, una qualificazione giuridica consapevolmente sbagliata, allo scopo di aggirare l’amnistia.



Questo perché nessuna amnistia può coprire i crimini contro l’umanità; mentre i "normali" omicidi e atrocità varie restano un fatto interno del Paese che può decidere di amnistiare i peggiori criminali del mondo: se lo fa, sono fatti suoi. Hanno trovato un giudice, tale Varela, che ci ha creduto; e adesso Garzón è sotto processo. Insomma, fanno un processo al processo iniziato da Garzón.



Per capire quanto stupida sia questa cosa, basta chiedersi cosa ci stanno a fare i gip, i Tribunali, le Corti d’Appello e le Corti di Cassazione. In effetti, quando il potere politico era meno arrogante e prevaricatore, tutti erano convinti del fatto che il sistema giudiziario era costruito per verificare la fondatezza delle accuse. Per dire: un pm accusava Benedetto Dal Popolo di aver commesso falsi in bilancio, corruzione, frode fiscale e falsa testimonianza? Benedetto si pagava 2 o 3 avvocati che facevano anche i parlamentari, faceva approvare leggi che abrogavano alcuni reati e facevano prescrivere gli altri e, alla fine, se ne usciva fischiettando dall’aula del Tribunale. Non era proprio una bella cosa ma il sistema era salvo. L’accusa era stata valutata dai giudici che avevano applicato la legge: sei innocente, finivano con il dirgli. Ed era tutto legale; certo che, se non ti chiamavi Benedetto Dal Popolo avrebbero detto: sei colpevole e vai in galera, ma così è la vita.



Siccome questo sistema certe volte è un po’ rischioso, magari anche solo le indagini danno fastidio, la gente comincia a sentire un po’ di cose, comincia a dire: ma allora..., ecco che le associazioni franchiste hanno adottato il sistema detto sopra. "Caro giudice, il processo non lo devi proprio iniziare; io ti denuncio dicendo che tu lo fai non per scopi di giustizia ma per altri di natura politica e ideologica; e qualcuno che ti condanni lo troverò".



Per la verità, le associazioni franchiste questa brillante idea non credo l’abbiano elaborata autonomamente; qualcuno deve avergli raccontato di quello che è successo in Italia a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani (i pm di Salerno) dopo. Vi ricordate? Quelli che indagavano su una Tangentopoli calabrese che chissà dove andava a finire. A De Magistris dissero che il suo decreto di perquisizione conteneva parti di motivazione non necessarie e che lui ce le aveva inserite per denigrare le persone interessate. E ai pm di Salerno che il loro decreto di perquisizione era troppo motivato e che lo avevano scritto così allo scopo di permettere legalmente alla stampa di pubblicare le informazioni che vi erano contenute.



Per fortuna noi non abbiamo il reato di prevaricación; però De Magistris l’hanno trasferito, Apicella l’hanno mandato a casa, e Nuzzi e Verasani li hanno censurati, trasferiti e gli hanno vietato di fare in futuro i pm. Soprattutto, gli hanno levato i processi, che era quello che contava. Inutile è stato far notare che la valutazione della validità processuale degli atti dei pm è riservata per legge a gip, Tribunali della libertà, Tribunali, Corti d’Appello e Corti di Cassazione; e che ammettere il processo al processo significa la distruzione delle garanzie costituzionali. La risposta (una per tutte) è stata quella data da certa professoressa Vacca, componente del Csm e della Commissione che doveva giudicare De Magistris la quale, prima del giudizio, ha esternato alla stampa nazionale che De Magistris era un cattivo giudice e che sarebbe stato duramente colpito.



Poi in effetti lo ha colpito e affondato. Questa cosa tecnicamente si chiama anticipazione di giudizio e, se venisse commessa da qualsiasi giudice, lo obbligherebbe all’astensione e lo esporrebbe (meritatamente) a un procedimento disciplinare. Naturalmente la professoressa Vacca non si è astenuta e non ha subìto alcuna conseguenza...Tornando a Garzón, come ho detto, è probabile che i fascisti spagnoli abbiano trovato ispirazione dalle nostre parti. È proprio vero che basta una mela marcia...Adesso non solo l’Italia ha scoperto il modo di "normalizzare" la giustizia.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile

L'unità del Paese è soltanto un ricordo - L'editoriale di Scalfari da La Repubblica ...

L'unità del Paese è soltanto un ricordo

I numeri di Fini - Una indagine del Prof. Diamanti - Il partito di Fini vale almeno il 6% Ma un altro 38% potrebbe votarlo - da La Repubblica

Il partito di Fini vale almeno il 6% Ma un altro 38% potrebbe votarlo

sabato 24 aprile 2010

"Non avevo ancora capito
cosa fosse la Lega"

"Non avevo ancora capito<br>cosa fosse la Lega": "

Il giornalista di Annozero dopo la diretta dal comune bresciano: quanta amarezza nelle aggressioni verso quelle donne



"Conoscevo la Lega romana, ma non avevo mai capito cosa fosse veramente la Lega nel suo territorio". Il giorno dopo la diretta per Annozero da Adro, il paese del bresciano che ha lasciato fuori dalla mensa scolastica i bambini le cui famiglie non pagavano la retta, Sandro Ruotolo è ancora scosso. E’ stata una diretta difficile la sua, dalla mensa incriminata, piena di mamme italiane livide di rabbia nei confronti delle mamme immigrate, che cercavano di difendersi, e col sindaco di Adro, Oscar Lancini, che rivendicava l’operato leghista della sua amministrazione con atteggiamenti intimidatori e repressivi.



"Il clima era tesissimo – spiega Ruotolo – le donne italiane non volevano che le immigrate portassero alcune amiche. Nei fuorionda il sindaco era arrabbiato per come stava andando il dibattito in studio. Io gli ho detto: 'Guardi che siete tre contro tre (in studio c’erano il ministro Carfagna e l’onorevole Della Vedova per il Pdl, Civati, Renzi e Serracchiani per il Pd, ndr). Lui mi ha risposto: 'Sono cinque contro uno, noi cosa c’entriamo col Pdl?' Ho capito l’uscita di Bossi di oggi (ieri, ndr)".



"Nei due giorni precedenti alla trasmissione – prosegue Ruotolo – ho incontrato il segretario bresciano della Cgil e i volontari di una onlus che mi hanno raccontato cose pazzesche di quello che succede da queste parti. Si va dal bonus bebè riservato ai figli di italiani, alle case popolari negate agli immigrati, alle variazioni sull’iscrizione anagrafica. Tutti provvedimenti contro i quali il sindacato ha presentato ricorsi". E’ molto stanco, Ruotolo, l’adrenalina accumulata nella serata di giovedì gli ha fatto passare una notte difficile: "Ho verificato di persona cos’è l’allarme per la coesione sociale. Valori come la solidarietà, il rispetto per gli altri, rischiano di venir meno a causa dell’acuirsi della crisi economica". Eppure sacche di razzismo nel nord-est ci sono sempre state. Ora, però, c’è qualcuno che cavalca e strumentalizza quei malumori, che fino a vent’anni fa si potevano esprimere solo al bar della piazza. "Abbiamo fatto vedere quanta ricchezza portano gli immigrati al nostro Paese – prosegue l’inviato di Annozero – quanti anziani possono godere della pensione grazie al lavoro di quelle persone. Ma è una guerra tra poveri, dove c'è chi è povero e chi lo è di più. C’è sempre un sud del sud. Nel programma della Lega si legge: prima ai nostri, e poi anche agli altri. Le donne immigrate sono invece venute a ribadire, con estrema dignità, che il diritto è uguale per tutti".



Ruotolo è rimasto molto colpito dall’attacco compiuto dalle mamme alla signora Graziella, la responsabile (volontaria) della mensa di Adro: "Non me lo aspettavo, mi ha ferito molto. In 22 anni di lavoro con Santoro non mi sono mai permesso di esprimere una mia opinione durante i collegamenti, e giovedì sera mi sono dovuto trattenere. Nessuno ha aggredito me, ma sono rimasto sconvolto dalle aggressioni cui ho assistito. Ho cercato di rimanere freddo, ma credo si sia notato anche da casa che ero in difficoltà". L’ha notato anche Santoro, che gli ha chiesto di essere più fermo nel concedere il microfono.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile



Il video della diretta di Sandro Ruotolo (Annozero, 22/04/10)

E ora, per favore, chiedete scusa

E ora, per favore, chiedete scusa: "
fifo

da Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2010


Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”.

Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’avviso di conclusione delle indagini appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De 
Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).

Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini)? Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.

E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione
giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare? 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Il complotto per fermare De Magistris
di Antonio Massari da antefatto.it - Il testo del provvedimento della Procura di Salerno

AD PERSONAM
Marco Travaglio presenta 'Ad Personam' (edizioni Chiarelettere). Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Chieti, 21 aprile, ore 17.30
C/o Auditorium 'Cianfarani' del museo La Civitella, Via Pianell.
Giulianova (TE), 21 aprile, ore 21
C/o Teatro Kursaal, lungomare Zara.





I consigli elettorali del clan Di Lauro

I consigli elettorali del clan Di Lauro: "

Uomini del clan Di Lauro di Secondigliano avrebbero stretto un patto con esponenti del Pdl napoletano per sostenere un candidato pidiellino alle ultime elezioni regionali. É l’ipotesi investigativa contenuta nelle quattro pagine del decreto, firmato dal pm Henry John Woodcock, che meno di una settimana prima dell’apertura delle urne ha disposto la perquisizione di un comitato elettorale Pdl di Secondigliano e dell’abitazione del responsabile del comitato, un consigliere di municipalità. L’inchiesta è alle prime battute e ha preso il via in seguito a quanto riferito alla Digos da una "gola profonda" del Pdl, un consigliere comunale di Napoli. Il politico azzurro ha segnalato ai poliziotti che nel degradato quartiere dell’area Nord di Napoli, teatro negli ultimi mesi del 2004 di una sanguinaria faida camorristica, il suo collega di partito stava esercitando pressioni affinché i residenti di Secondigliano consegnassero nelle sue mani una copia del certificato elettorale per fornire una prova di aver votato la persona sponsorizzata nella sede del comitato.



Il meccanismo sarebbe quello noto: i camorristi, attraverso la ricezione della fotocopia della tessera e la contestuale consegna del facsimile del candidato da votare, sono in grado di controllare sezione per sezione se le loro indicazioni sono state rispettate. Secondo quanto riportato nelle annotazioni di servizio della Digos, il consigliere di municipalità agiva con l’appoggio della criminalità organizzata di Secondigliano ed è parente di un affiliato di spicco dei Di Lauro. L’inchiesta arriva al termine di una campagna elettorale attraversata dai dossier della Federazione della Sinistra e dai reportage dei quotidiani locali, sul moltiplicarsi dei presunti episodi di compravendita di preferenze e delle pressioni dei clan sul voto.



Da il Fatto Quotidiano del 23 aprile

Il veleno di Gomorra

Il veleno di Gomorra: "

Un serpente di canali d'acqua che copre 1000 chilometri quadrati: tra depuratori fantasma, consorzi milionari e malapolitica. La magistratura dichiara il "disastro ambientale" in Campania



Il serpente d’acqua è lungo 56 chilometri. Striscia intorno a 104 comuni, per 1.095 chilometri quadrati e tocca l’intera provincia di Caserta, una parte del napoletano e dell’area di Benevento. Il serpente è talmente velenoso che ha causato un disastro ambientale. Puoi trovarci carcasse di vacche che galleggiano, fendono l’acqua grigia e schiumosa, tamponano altre carcasse, quelle di decine d’automobili arrugginite e coperte, a loro volta, da sacchi di plastica d’ogni dimensione e colore. In quest’inferno, persino i depuratori inquinano. I comuni: riversano le fogne direttamente nell’acqua che affluisce al mare. Siamo nel "canalone" dei Regi Lagni: un reticolo di canali che convogliano acqua piovana verso il mare. Stivaloni ai piedi e mascherina al volto, Elpidio Pota e Pietro Papapicco, hanno setacciato i canali metro per metro. Per quattro lunghi anni. Parliamo di un luogotenente e di un maresciallo della Guardia di Finanza di Caserta. È stato il Nucleo Tributario, guidato dal tenente colonnello Michele Iadarola, a svolgere le indagini condotte dai pm Donato Ceglie e Paolo Albano e dal procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Raffaella Capasso. Risultato: 16 aprile, ventidue arresti, quattro depuratori e venticinque aziende sequestrate.



Colera e fondi pubblici



La magistratura ha messo nero su bianco il reato di "disastro ambientale". Seguono, negli atti, svariate accuse per truffa aggravata, gestione illecita dei rifiuti, danneggiamento di acque ed edifici pubblici, distruzione e deturpamento, falsi in atto pubblico. La procura parla di "mosaico criminale". Un mosaico che per anni, in tanti, hanno visto evolvere: tassello dopo tassello. Senza fiatare. Anzi. C’era chi affermava - su carte intestate della Regione Campania - che la depurazione funzionava. Strano. Perché s’immagina che l’acqua di fogna, immessa in un depuratore, ne debba uscire più pulita. A Orta di Atella accade il contrario: è più pulita quando entra. All’uscita è più inquinata. E pensare che la regione Campania, per questi depuratori, spende circa 250 milioni di euro l’anno. Le procure di Santa Maria Capua Vetere e Nola ne hanno sequestrati quattro su cinque. Per il quinto - quello di Caivano Acerra - la competenza spetta alla Procura di Napoli: gli atti sono stati spediti sin dalla fine del 2009. Eppure - nonostante, come vedremo, versi in condizioni pessime - il depuratore non è stato ancora sequestrato. Ma torniamo al serpente velenoso. Su quest’acqua, che scorre verso la foce di Baia Domizia, ci puoi leggere la storia antica e recente della Campania. Lo vollero i Borbone nel 1600: i Regi Lagni rappresentarono la bonifica, furono un atto di civiltà. Quattro secoli dopo vedi pale meccaniche che si alzano sui bordi del canale. Scaricano tonnellate di feci animali. Tonnellate che scorrono verso la foce. Altri le scaricano - sempre a tonnellate - nelle campagne. Le feci delle vacche sono rifiuti speciali. Inquinano le falde acquifere. Le stesse falde che, poi, restituiscono l’acqua usata per abbeverare le vacche, irrigare i campi, e realizzare il fiore all’occhiello della zona: la mozzarella di bufala.



A riversare nel canale (e nella terra) valanghe di feci sono stati gli stessi allevatori. Una follia. Gli stessi allevatori che hanno usato il canale come cimitero galleggiante delle loro vacche. Del colera che devasto l’area nel 1973, qui, forse non si ricorda più nessuno. Dei finanziamenti pubblici, forse, sì. Arrivano nel 1987: lo Stato decide che i Regi Lagni vanno risistemati. Costarono ben 520 miliardi di lire. Furono completati, in ritardo, nel 1997. Ma soprattutto: furono un grande affare per il clan dei Casalesi. Una delle principali forme d’accumulazione di quel capitale, ormai sterminato, che oggi consente loro di infiltrarsi ovunque nell’economia legale. Con i Regi Lagni misero a regime il loro “sistema”: non imposero soltanto le estorsioni. Riuscirono a far lavorare le loro stesse imprese. I miliardi incassati con i Regi Lagni continuano, ancora oggi, ad avvelenare l’economia pulita. Eppure questa volta Gomorra c’entra poco. Anzi. Intorno a questi canali, i soldi, per centinaia di milioni di euro, girano ancora. Ma la responsabilità ora ricade sui "colletti bianchi": i burocrati che avrebbero dovuto controllare. E che invece - secondo le accuse - hanno dato il proprio contributo a questo disastro.



Impianti inutilizzati



Un esempio. La popolazione servita dal depuratore di Acerra - in termini tecnici si parla di popolazione equivalente - è pari a 250 mila persone. In molti comuni della zona - sono decine - gli abitanti pagano una tassa perché sono convinti che la rete fognaria sia collegata al depuratore. E invece leggiamo cosa scrive l’Enea: "I reflui, seppure giungano a pochi passi dal cancello del depuratore, non entrano nell’impianto di trattamento. Si versano nel canale principale dei Regi Lagni, poche centinaia di metri più a valle dell’area del depuratore, senza subire alcun trattamento. La stazione pertanto è a tutt’oggi pressoché inutilizzata. L’impianto di fornitura per autoproduzione di energia elettrica, mediante recupero del biogas, è fuori servizio da tempo. Il nuovo impianto d’essiccamento dei fanghi non è mai entrato in funzione". E quindi: "L’impianto di Acerra non riesce a offrire garanzie sui valori d’abbattimento degli inquinanti previsti dalla normativa vigente”. Passiamo al depuratore di Villa Literno: l’Arpac, il 15 aprile, ha verificato che le acque, cariche di fanghi tossici, aggirano l’impianto e finiscono dritte nei Regi Lagni.



E i controlli? Ovviamente aggirati anche quelli. La Hydrogest gestiva i depuratori di Orta di Atella e Villa Li-terno. Un consorzio gestiva invece il depuratore dell’area no-lana. L’amministratore e il presidente del cda di Hydrogest, Gaetano De Bari e Domenico Giustino, ora sono indagati per aver “sversato illegalmente reflui urbani e industriali, inquinanti e maleodoranti, contenenti valori chimici e batteriologici di gran lunga superiori ai limiti massimi imposti dalla legge, cagionando un danno gravissimo anche alle acque del mare di larga parte del litorale Domitio". Hanno inquinato: ma non dovevano gestire la depurazione? "Trascorsi 31 mesi dall’affidamento in concessione degli impianti - scrive sempre l’accusa - non sono neppure iniziati gli interventi di ri-funzionalizzazione e adeguamento delle strutture [...] previste dal crono-programma". La Regione, però, i soldi li sborsava ugualmente. Scrive l’accusa: "Sugli otto megadepuratori gestiti dalla Regione Campania (cinque dei quali scaricano nei Regi Lagni), l’Amministrazione pubblica sopporta un costo annuo di circa 100 milioni di euro: 76 per canoni di gestione, 14 per la manutenzione straordinaria, 10 per l’energia elettrica". Poi si sottolinea: "Il servizio di depurazione è considerato alla pari della fornitura di energia elettrica o del gas. Il cittadino deve pagare solo se il servizio è fornito".



I buchi della rete



Bene. Il comune di Santa Maria Vico, nel 2009, scopre che l’impianto fognario non è collegato al depuratore: tutto affluisce direttamente nel "controfosso" dei Regi Lagni. Eppure gli abitanti pagavano il servizio. Idem per Casal di Principe, San Cipriano, Casapesenna e per decine di altri paesi: centinaia di migliaia di persone. Negli atti si parla di “avvelenamento” delle acque dovuto "alla criminale inefficienza del sistema di depurazione pubblico". E infatti: la pubblica amministrazione, anche nell’era Bassolino, non ha battuto ciglio. Dal 1999 esiste un "organo di controllo pubblico dei depuratori". Conta ben 25 persone: 6 dirigenti, 3 collaboratori tecnici, 9 esperti (professionisti esterni), 7 segretari degli esperti. La procura stima costi, oltre gli stipendi, per "4 milioni di euro" in otto anni.



La Guardia di Finanza aggiunge: "Mentre per i cittadini, le acque di scarico dei depuratori, è fonte di malattie, per questi fortunati dipendenti pubblici, la stessa acqua, è come l’oro". E infatti molti, tra gli indagati, sono membri della Commissione di controllo. Se ne contano 15 e, tra loro, anche un professore universitario: Manlio Ingrosso. Ecco come si giunge al disastro ambientale: "Bastava redigere una relazione tecnica mensile, pressoché a ciclostile, nella quale nulla si dice circa il disastroso stato del depuratore. Si avalla acriticamente ogni attività del gestore e si porta all’approvazione della Commissione di esperti". E gli esperti approvano. "Di approvazioni, da parte della Commissione di controllo, ce ne sono a centinaia".



Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile










(dal canale Youtube di PupiaTv)

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A me di Gianfranco Fini non me ne frega niente, ma sto con lui. Ho già scritto che si può essere «finiani senza Fini» e guardare con simpatia al sommovimento che ha creato: anche se non si ha nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace. Ciò che m’interessa, anzitutto, è che assieme a Fini se ne va a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere? Io no, io non sono sicuro. Anzi, sono abbastanza certo del contrario.


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Salvi per decreto

Gli abusi edilizi in Campania?<br>Salvi per decreto: "Patto rispettato: la Carfagna lo aveva promesso in campagna elettorale



Ischia, i carabinieri all’alba sequestrano immobili per 4.500 metri quadrati e 11 milioni di euro, denunciando 51 persone per abusivismo edilizio. Roma, poche ore dopo: il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che congela, in tutta la Campania, le demolizioni delle strutture abusive. Ruspe bloccate fino al 30 giugno 2011. Un decreto di pochi articoli e via: sentenze e processi, durati decenni, diventano improvvisamente carta straccia. "È il buongiorno di Stefano Caldoro", commenta l’europarlamentare dell’Idv Luigi de Magistris. "Il presidente della Regione, con il consenso del Governo, ha dato il via libera al sacco edilizio della camorra. Uno schiaffo alla giustizia: con un gesto hanno cancellato le sentenze che consentivano le demolizioni". E sono tantissime. Nei prossimi giorni, per esempio, a Camaldoli rischia di saltare la demolizione di una beauty farm del potente clan Polverino. Per salvarla, utilizzando il decreto, sarà sufficiente uno stratagemma: infilarci qualcuno che dichiara di non avere altra casa in cui abitare. Trentamila demolizioni previste, dalla Procura Generale, nel solo distretto di Napoli. Circa sessantamila in tutta la Campania. Quando il decreto sarà pubblicato, si potranno demolire soltanto le strutture abusive posteriori al 2003, molte delle quali, però, non sono ancora giunte all’ultimo grado di giudizio.



L’ultima demolizione risale ad appena nove giorni fa. È il 15 aprile. Sant’Antonio Abate, hotel La Sonrisa: demolita una mansarda di 400 metri quadri realizzata dalla società Ipol e poi affittata all’albergo. A difendere la Ipol, in una valanga di ricorsi e contro-ricorsi, un avvocato napoletano: Carlo Sanno. Parliamo dello stesso Sanno, parlamentare del Pdl, che ha firmato il disegno di legge, approvato ieri dal Governo, con il quale si bloccano le ruspe e si autorizza, di fatto, una nuova sanatoria. Curioso. E fu proprio in un comizio a Sant’Antonio Abate – il luogo delle ultime 5 demolizioni effettuate – che Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, promise che le ruspe, in Campania, sarebbero state fermate: a patto che Stefano Caldoro vincesse le elezioni regionali. "Studieremo una legge regionale, d’intesa con il governo, per fermare le demolizioni". Caldoro ha vinto. E le ruspe ora rischiano la paralisi. Potremmo chiamarlo l’editto di Sant’Antonio Abate. Un’opera buona e caritatevole, ha spiegato ieri il ministro Carfagna: "Il Governo non poteva assistere impassibile al fatto che, con gli abbattimenti, molte donne con bambini, anziani, addirittura disabili, tutti senza un'altra abitazione, venissero lasciati in mezzo a una strada".



Donne, anziani, bambini e disabili senza abitazione. Vediamo un po’: il 10 dicembre, a Sant’Antimo, è stata abbattuta una villa da 800 metri quadri. Non era una stamberga per diseredati. Se non bastasse, era priva di cemento armato poiché – spuntata veloce come un fungo – era costruita con acqua sabbia e polvere. Ma il ministro ragiona così: "Questo decreto è necessario per fare chiarezza e avviare un percorso virtuoso che riporti la legalità anche nell'edilizia campana". Il decreto – che riguarda gli "immobili stabilmente occupati" da soggetti che "non hanno altra abitazione" e "costruiti entro il 31 marzo 2003" – presenta una sola eccezione: si demolirà, comunque, se esistono "pericoli per la pubblica o privata incolumità".



Riguardo i "vincoli paesaggistici", invece, il provvedimento apre il cancello alle interpretazioni: dispone una “ricognizione” sui "vincoli di tutela paesaggistica". "Ricognizione". Le strutture che violano il paesaggio, nel frattempo, “rischiano” di restare in piedi. È questo il "percorso virtuoso" che porterà "la legalità nell’edilizia campana". E infatti: Legambiente impugnerà il decreto, perché qui, le demolizioni, rappresentano la vera sfida alla camorra e alla speculazione selvaggia. Nel 2000, quando fu demolito il Villaggio Coppola – otto torri da 12 piani, con porticciolo e chiesa annessa – il presidente della commissione d' inchiesta sui rifiuti, Massimo Scalia, dichiarò: "Il clima è cambiato: il ripristino della legalità è la condizione per uno sviluppo senza collusione con la criminalità organizzata".



Dieci anni dopo, il clima cambia per decreto, si bloccano le ruspe nella regione dove soltanto a Salerno – secondo l’Agenzia del Territorio – esistono 93mila fabbricati (o ampliamenti) non dichiarati in catasto. Non si tratta necessariamente di fabbricati abusivi, precisa l’Agenzia, ma un fatto è certo: esistono 93mila strutture “fantasma”. Soltanto a Salerno.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile

Piazza Fontana: 'Quell'arsenale
ripulito dai Carabinieri'

Piazza Fontana: 'Quell'arsenale<br>ripulito dai Carabinieri': "

Gian Adelio Maletti, allora numero due del Sid, ricostruisce gli anni delle stragi in una lunga intervista diventata ora un libro



Tre giovani giornalisti (27, 28 e 30 anni) prendono a loro spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare italiano. I tre sono Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. Il generale è Gian Adelio Maletti, numero due del Sid negli anni della bomba di piazza Fontana (1969), del tentato golpe Borghese (1970), della strage di Brescia (1974), della strategia della tensione. Per tre giorni interrogano l’agente segreto, l’ufficiale rimasto (finora) il più alto in grado a sopportare tutto il peso dei depistaggi di Stato sulle stragi. Maletti risponde. Racconta. Non ricorda. Spiega. Nega. Rivela. In maniera obliqua e parziale, ma a suo modo illuminante, ricostruisce la trama della guerra segreta combattuta in Italia in quegli anni. Protagonisti, gli esecutori neofascisti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, i loro protettori dentro gli apparati di Stato italiani, le ombre atlantiche. Il lungo colloquio diventa ora un libro, "Piazza Fontana, noi sapevamo", prefazione di Paolo Biondani, edito da Aliberti. Qui ne presentiamo un brano (pubblichiamo anche i video di quattro momenti dell'intervista al generale Maletti, parzialmente inediti, in esclusiva per il lettori dell'Antefatto). In esso, il generale Maletti parla di un informatore del Sid infiltrato nel gruppo veneto di Ordine nuovo, Gianni Casalini, fonte “Turco”. Spiega come il Sid gli impedì di rivelare alla magistratura quello che aveva visto sugli attentati del 1969. E (fatto inedito) di come i carabinieri "ripulirono" il deposito da cui proveniva l’esplosivo americano usato in piazza Fontana a Milano e probabilmente in piazza della Loggia a Brescia. Proprio domani, Maletti sarà interrogato, in videoconferenza, al processo in corso sulla strage di piazza della Loggia, l’ultima occasione giudiziaria per tentare di far quadrare i conti tra verità storica (ormai largamente acquisita) e verità processuale.



Da "Piazza Fontana, noi sapevamo" (Aliberti editore)



Sei anni dopo piazza Fontana, accadde un piccolo episodio che la vide protagonista. Era il 5 giugno 1975. Lei prese un foglio, e scrisse questo breve appunto: «Colloquio con il signor caposervizio. Caso Padova: Casalini si vuol scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni nel 1969 e ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. Sid. Trattazione futura, chiudere entro giugno. Colloquio con M.D. prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D’Ambrosio. Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Se ne ricorda?



Se dovessi ricordarmi di tutte le annotazioni che ho fatto, allora sarei un’enciclopedia vivente. Comunque sì, ricordo qualcosa. L’appunto si riferisce a un colloquio con il capo del Sid, che ai tempi era l’ammiraglio Mario Casardi. Lo scrissi piuttosto frettolosamente, come si può notare. Probabilmente, ero nel mio studio, a Forte Braschi, e c’era la macchina che mi aspettava fuori.



Il documento fu scoperto nel 1980, durante una perquisizione a casa sua. Di Gianni Casalini abbiamo già parlato: era un militante del gruppo padovano. Lavorò per il Sid, con il nome in codice “Turco”, dal 1972 al 1975: fino a quando, cioè, lei dispose la chiusura della fonte. Poco fa, lei ci ha detto una cosa importantissima: Casalini, durante la sua collaborazione, vi rivelò un grande segreto. Parlò dell’esplosivo di piazza Fontana, disse che le bombe venivano dalla Germania, che erano di provenienza americana, e che erano state consegnate ai neofascisti veneti. Tutte informazioni che rimasero misteriosamente riservate, almeno per la magistratura. Poi, nel 1975, come se non bastasse, lei prese questa decisione: chiudere la fonte. Perché?



Guardate, la decisione non fu presa da me. Fu presa dell’ammiraglio Casardi, che all’epoca era direttore del Sid. (...) Non solo non l’ha denunciato: ha cercato di evitare che dicesse altre cose. Cose piuttosto scottanti.



Sul suo appunto c’è scritto: «Casalini si vuol scaricare la coscienza».



La riunione del gruppo neofascista



Comunque, cari ragazzi, questo non è più un colloquio amichevole: questo è un tribunale, e io sono l’imputato. E invece non sono imputato.



Ma no, generale, noi non le imputiamo nulla.



No, mi piace mettere le cose a posto. Non voglio che mi si perseguiti con domande alle quali chiaramente io non posso rispondere: non per cattiva volontà, ma per mancanza di agganci mnemonici.



Non si preoccupi. Quand’è così, cercheremo di fornirle qualche nuovo appiglio. Casalini, nel 2008, ha detto molte altre cose. Il 18 aprile 1969, si svolse a Padova una misteriosa riunione: vi parteciparono i massimi esponenti del gruppo neofascista. C’era Franco Freda, Giovanni Ventura, Pozzan, Toniolo e Balzarini. E c’erano due altri personaggi, arrivati da Roma, la cui identità non è mai stata svelata. Fu stabilita ogni cosa: le bombe, gli attentati. Casalini riferì tutto al Sid. E il Sid? Che cosa fece il Sid?



Guardate, non ne ho idea. Sono passati quattro decenni.(...)



Lo scantinato di Venezia



Continuiamo a leggere. Più avanti, sempre nell’appunto, viene citato il nome di Manlio Del Gaudio, capitano dei carabinieri: «Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Del Gaudio era il comandante del gruppo carabinieri di Padova.(...) Era amico del padre di Casalini, Mario. Secondo il giudice Salvini, avrebbe dovuto intercedere presso la famiglia del militante neofascista per convincerlo a starsene buono . Cioè a non parlare.



Anche questa direttiva fu impartita da Casardi. Comunque sia: io non sapevo nulla di questa amicizia. Se fosse vero, ciò spiegherebbe molte cose.



Scusi, generale, in che senso? Che cosa spiegherebbe?



Spiegherebbe, tra l’altro, che al padre di Casalini fu ordinato di ripulire alla svelta uno scantinato, un sottoscala.



Quale scantinato?



Lo scantinato di Venezia, no? Lo stesso del quale parlo nel mio appunto...



La strage di Piazza della Loggia



Generale, ci spieghi tutto con calma.


Ok, ragazzi. One should never say never, mai dire mai. Procediamo con ordine: vi spiegherò ogni cosa, una volta per tutte. Io, come dicevo, telefonai al centro di Padova, ordinando che la fonte venisse chiusa. Ordinai, inoltre, che venisse informato il comando dei carabinieri di Padova, per le incombenze del caso. (...) C’era da occuparsi, per esempio, del celebre deposito di esplosivo. (...) Chi abbia materialmente svuotato l’arsenale ha ben poca importanza. Costoro, a mio giudizio, non ebbero alcun timore di essere sorpresi sul fatto.



È un episodio gravissimo, generale. Le forze dell’ordine coprirono l’operazione, e i neofascisti riuscirono a farla franca. Ma cosa c’era, in quell’arsenale? (...) I tir carichi di esplosivo, quelli che giunsero dalla Germania, fecero tappa a Mestre, alle porte di Venezia. A bordo c’erano varie casse di tritolo, provenienti da un deposito americano in Germania: ce lo ha detto lei. È possibile, dunque, che quelle casse fossero conservate nel deposito del quale abbiamo appena parlato?



Certo, direi di sì. È un’ipotesi attendibile.



Nell’arsenale di Venezia, insomma, c’era l’esplosivo di piazza Fontana, l’esplosivo americano. Era stato Casalini, del resto, a indicarne la provenienza: è logico che ne conoscesse anche la destinazione. Questo spiegherebbe tutto: quelle bombe non dovevano essere rinvenute: l’intera strategia statunitense fu sul punto di essere smascherata. È una rivelazione pesantissima...



Io, però, non posseggo alcuna prova.



Certo, generale. Ma c’è un’altra cosa, a questo punto, che vorremmo chiederle. Il deposito restò in funzione per almeno sei anni: dal 1969 al 1975. Nel 1974, ci fu la strage di piazza della Loggia, a Brescia. Secondo le tesi dei giudici, l’eccidio sarebbe stato organizzato dallo stesso gruppo che agì a piazza Fontana: gli ordinovisti veneti. È possibile, a suo parere, che anche l’esplosivo di piazza della Loggia provenisse da quell’arsenale?



Non mi sembra un’ipotesi peregrina. Ma, ripeto, restiamo nel campo delle supposizioni. Non esistono prove.Del Gaudio e i vertici del Sid



Quello che lei non sta smentendo è uno scenario inedito, e decisamente inquietante. Ma ci dica: Del Gaudio agì di sua spontanea volontà? Sappiamo che era un membro della P2, così come i vertici della divisione Pastrengo, che fecero scomparire i rapporti su Casalini. I registi dell’operazione, molto probabilmente, si trovavano in alto: molto più in alto...



Non lo so, non lo so. So solo questo: l’ordine di svuotare l’arsenale non partì dai vertici del Sid. Non sono in grado di dire altro.



Leggi la prefazione al libro, a cura di Paolo Biondani










Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile

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La vicenda del matrimonio omosessuale in Corte costituzionale si è conclusa nel modo che in molti prevedevano, cioè con un sostanziale rigetto delle questioni di costituzionalità rimesse dalla corte d’appello di Trento e dal tribunale di Venezia. Che la decisione fosse, in questo senso, prevedibile non ha, però, nulla a che vedere con [...]"

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venerdì 23 aprile 2010

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giovedì 22 aprile 2010

Tassare Internet per pachidermi cartacei? MAI!

Tassare Internet per pachidermi cartacei? MAI!: "

Si resta senza parole, di fronte alla proposta del presidente FIEG, Malinconico di nome ed, evidentemente, di fatto: tassare gli accessi a internet, per finanziare i giornali di carta che perdono copie, lettori e denari. Viene proposta come misura compensativa perché lo Stato, finalmente, ha iniziato a tagliare - purtroppo solo in parte - le provvidenze alla stampa. Ho sempre pensato – e scritto anche quando lavoravo in testate che prendevano denari pubblicici, dal Foglio al Riformista a Liberomercato – che l’informazione non deve mai vivere grazie ai denari del contribuente, ma perché deve avere lettori, ascoltatori e consumatori, inserzionisti, e conti adeguati alle entrate. In Italia non è così solo perché i media servono per esercitare potere, invece che per informare. E i giornalisti si sono adeguati ottenendo denari e privilegi ingiustificati, da editori che battono cassa al contribuente per non rinunciare a costi eccedenti le entrate. Tassare il presente e il futuro per difendere un passato indifendibile non è solo sbagliato intellettualmente ed economicamente. Anche moralmente, è indegno. Propone come costo della libertà d’informazione ciò che è invece solo una taglia a favore di editori incapaci, di dipendenti privilegiati, e di improprie commistioni d’interessi.

Opinion: Why everyone loves Pistorio Pasquale

Opinion: Why everyone loves Pistorio Pasquale: "Pistorio Pasquale, the honorary chairman of STMicroelectronics, will be next week in San Jose, Calif., to receive the Life Time Achievement Award at the EE Times' Annual Creativity in Electronics (ACE) Awards ceremony.

Apple, un Q2 da incorniciare

Apple, un Q2 da incorniciare: "Superata anche la piu' ottimistica delle previsioni finanziarie. Con iPhone nel ruolo di indiscusso trascinatore. Da Cupertino fanno poi sapere di avere altro in cantiere per il 2010

Obiettivo: diffamare

Obiettivo: diffamare: "

Il Tribunale di Monza ha condannato per la terza volta "il Giornale" per gli articoli su Di Pietro



di Marcello Santamaria



Non è vero che Antonio Di Pietro abbia fatto pasticci con i rimborsi elettorali dell’Italia dei Valori e con l’acquisto di case. L’ha stabilito il Tribunale civile di Monza, che in tre sentenze ravvicinate spazza via anni e anni di campagne del Giornale, condannando in primo grado il quotidiano della famiglia Berlusconi a risarcire l’ex pm per un totale di 244 mila euro, avendolo più volte diffamato con una serie di articoli. Soccombenti l’ex direttore Mario Giordano, i giornalisti Gian Mario Chiocci, Massimo Malpica e Felice Manti, oltre all’ex deputato Elio Veltri. Ma, al di là dei nomi, il punto è un altro. Le denunce penali e civili sono rischi del mestiere di giornalista e può capitare a tutti di incappare in una parola di troppo, un’inesattezza dovuta alla fretta, un eccesso di sintesi o di critica, insomma in un errore in buona fede. Qui invece i giudici hanno accertato un modus operandi di assoluta malafede: quello delle sistematiche campagne diffamatorie di chi sa di avere le spalle coperte da un editore pronto a investire milioni di euro per screditare, sui giornali e le tv che controlla in conflitto d’interessi, i propri avversari politici. Qui non si parla di cronisti che sbagliano, ma di killer che mentono sapendo di mentire.



Nel primo articolo incriminato, pubblicato il 7 gennaio 2009, il Giornale sparava i titoloni cubitali "I trucchi di Di Pietro per sfuggire alle intercettazioni" e "Tonino eludeva le intercettazioni coi cellulari criptati dei suoi indagati. Oggi il leader Idv attacca ogni proposta di riforma del sistema, ma quando era magistrato usò schede protette intestate all’autista di Pacini Battaglia". In pratica, Di Pietro non teme le intercettazioni perché le elude con "trucchi" fin da quando "indossava la toga e indagava su Pacini Battaglia".



Tutto questo, secondo il Tribunale, è "palesemente inveritiero", una "falsa affermazione", e chi l’ha scritta non l’ha fatto involontariamente visto che cita la sentenza del Gip di Brescia che la smentiva per tabulas: "E’ stato accertato che il presunto utilizzo della scheda svizzera (febbraio-giugno 1995)...risale a epoca in cui è pacifico che Di Pietro non esercitava più le funzioni giudiziarie (dal 7 dicembre 1994)" . I giornalisti del Giornale erano a "sicura conoscenza" della falsità di quel che scrivevano, eppure l’hanno scritto lo stesso. Perciò Chiocci, Malpica e Giordano devono risarcire Di Pietro per 240 mila euro, fra danni morali e riparazione pecuniaria.


 


La seconda sentenza riguarda ancora Giordano e Chiocci per un altro titolone in prima pagina: "L’Italia dei Valori. Immobiliari. Di Pietro ha investito quattro milioni di euro in case. Ecco il suo patrimonio", seguito da due pagine intitolate: "Di Pietro gioca a Monopoli: ha case in tutt’Italia. Ma è giallo sui suoi conti. Montenero, Bergamo, Milano, Roma e Bruxelles: l’ex pm ha speso 4 milioni di euro tra il 2002 e il 2008, ma non è chiaro con quali soldi abbia acquistato ville e appartamenti". Il teorema è noto: Di Pietro compra case con fondi misteriosi, forse quelli del partito. “Il postulato di fondo” – riassume il giudice – è “la presunta commistione tra il patrimonio immobiliare personale di Di Pietro e quello del partito IdV...commistione che – nonostante l’archiviazione del procedimento penale che si è occupato della questione – viene comunque prospettata quale congettura sottesa agli interrogativi del giornalista, all’evidente scopo di screditare la credibilità e l’immagine del leader".



Anche qui non c’è ombra di buona fede: c’è la solita campagna di balle orchestrate ad arte. La sentenza parla di "volute inesattezze e reticenze, così da accreditare la tesi del giornalista che, interrogandosi sulle proprietà immobiliari di Di Pietro e dei suoi familiari (‘Ma quante case ha l’onorevole Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate?’) in rapporto ai redditi dallo stesso dichiarati ed al patrimonio della società immobiliare di sua proprietà (l’An.to.cri, ndr)… senza affermarlo espressamente, intende chiaramente alimentare il dubbio che gli acquisti siano frutto di un illecito storno per fini privati dei fondi del partito e, quindi, anche dei finanziamenti pubblici allo stesso destinati in relazione ai rimborsi elettorali". Anche qui il giornalista sa benissimo che quel che scrive è falso, visto che cita la denuncia di un ex dipietrista, tale Mario Di Domenico, contro Di Pietro. Denuncia archiviata dal gip di Roma perché "anche in punto di fatto, prima ancora che nella loro rilevanza giuridica, i sospetti avanzati in merito alle citate operazioni dell’avv. Di Domenico sono risultati infondati". Ma il Giornale si guarda bene dal riportare quelle parole: "Dall’autore dell’articolo...vengono artatamente sottaciute le motivazioni poste alla base del provvedimento di archiviazione" con uno "scopo evidente": "Ove le ragioni delle concordi determinazioni della Procura e del Gip fossero state riportate (sia pure in sintesi), i dubbi instillati dal giornalista sarebbero risultati non più che mere congetture, prive di concreti riscontri. E invece, espungendo le motivazioni del provvedimento, il lettore (non altrimenti informato) resta confuso, nell’apprendere che, a fronte delle pesanti accuse mosse a Di Pietro dall’avv. Di Domenico circa l’illecito utilizzo di fondi del partito per l’acquisto di appartamenti, ‘la procura capitolina’ avrebbe ‘stigmatizzato’ il comportamento di ‘Tonino’…In realtà la procura non ha affatto ‘stigmatizzato’ il comportamento" di Di Pietro e il gip ha ritenuto "infondati i sospetti avanzati dal querelante, non essendo in alcun modo emerso che Di Pietro ebbe a trarre personale vantaggio dalle operazioni ai danni del partito”. Insomma il Giornale ha ancora una volta, "volutamente" e "capziosamente", "travisato i fatti a discapito del principio di verità della notizia". E lo stesso ha fatto a proposito dell’annosa querelle fra Idv e "Il Cantiere" di Occhetto e Veltri per i rimborsi elettorali delle Europee 2004: "L’autore distorce ancora una volta le informazioni”, evita accuratamente di ricordare che il gip di Roma ha “confermato la sostanziale correttezza delle determinazioni assunte dalla Camera nell’individuazione dell’Idv quale unico soggetto legittimato alla percezione dei rimborsi…Informazioni intenzionalmente tralasciate per poter affermare che la Camera avrebbe erogato i rimborsi all’Idv ‘senza operare alcun controllo’, dando così al pubblico un’informazione palesemente falsa".



Anche questi articoli sono "diffamatori e lesivi della reputazione" di Di Pietro, che va risarcito con altri 60 mila euro. La terza sentenza riguarda un’intervista di Felice Manti a Veltri. Il Giornale la titolò così: "Vi racconto i maneggi del mio ex amico Di Pietro. Quando tesserò 241 criminali". Tutto diffamatorio fin dal titolo, per giunta manipolato per forzare ulteriormente il pensiero di Veltri, a cui l’autore attribuisce una frase mai pronunciata ("Di Pietro iscrisse ai Democratici per Prodi l’intera via della malavita di Cosenza"). Ma il giudice ne ha ritenuta diffamatoria anche una effettivamente pronunciata, "laddove Veltri ha dichiarato che i soldi del finanziamento pubblico non vanno al partito, bensì personalmente a Di Pietro, a Susanna Mazzoleni (la moglie, ndr) e a Silvana Mura (la tesoriera Idv, ndr) e ha dichiarato che un’ordinanza del Tribunale di Roma avrebbe affermato che i finanziamenti non possono andare all’associazione" omonima al partito Idv. Ora, "l’ordinanza del Tribunale di Roma non reca una siffatta affermazione", anzi dice che "il finanziamento pubblico va all’associazione IdV e il Tribunale di Roma non ha ritenuto illegittima tale condotta… circostanza di cui Veltri era a conoscenza": l’ordinanza l’ha prodotta lui al giudice di Monza. Dunque la notizia pubblicata dal Giornale "non è oggettivamente vera" e ha "leso la reputazione e l’immagine dell’on. Di Pietro", che va risarcito con 44 mila euro. Che, aggiunti agli altri risarcimenti, fanno 344 mila euro: quanto basta per comprare un’altra casa a spese della famiglia Berlusconi.



Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile

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Nasce il Post, il giornale on line diretto da Luca Sofri

Nasce il Post, il giornale on line diretto da Luca Sofri: "Tutto è pronto, o quasi se si considera l’ultima passata di vernice negli uffici. Pittura a parte, la squadra è pronta e le connessioni funzionanti: martedì debutterà nel mondo virtuale il Post, nuova creatura del giornalismo on line diretta da Luca Sofri.

«Il progetto viene da lontano -ci spiega il direttore- Da lunghe conversazioni con Giovanni De Mauro, complice di questa avventura anche se non partecipe attivo. L’idea era quella di allargare i risultati ottenuti con il blog Wittgenstein.it  (che conta 10mila visitatori unici al giorno), un capitale interessante da non disperdere». Da qui il via alla ricerca di soci, contatti per dar corpo al progetto, annunci per mettere su la redazione del Post, nome evocativo per chi conosce la rete: è il termine con cui i blogger definiscono infatti i loro articoli.

«Sarà un aggregatore, nel senso che noi non produrremo notizie ma le racconteremo. Competeremo con i giornali nazionali puntando su qualità e velocità, i nostri punti di forza». L'idea è quella di rifarsi a siti con contenuti originali come Huffington Post, Daily Beast e Slate. La testata offrirà un'area news con una selezione di fatti ed eventi di respiro nazionale e internazionale. Lo spazio per i blog fornirà invece opinioni e spunti per l'approfondimento sull'attualità. La gerarchia delle notizie? «Ci occuperemo di tutto, anche di politica certo, ma, per dirne una, eviteremo di raccontare quotidianamente lo stillicidio di battute tra Fini e Berlusconi. L'obiettivo è puntare sulla qualità, sulle idee».

La redazione è a Milano e ci lavoreranno in cinque, rintracciati attraverso la Rete. «Al mio annuncio postato sul blog hanno risposto in 350. E’ stata un’esperienza molto bella parlare con loro, al di là di chi poi è stato scelto, tutti ragazzi giovani, motivati, in gamba».

Cinque sono anche i soci, tra cui Banzai, terzo operatore italiano nell'ambito media internet. La raccolta pubblicitaria sarà la principale risorsa per finanziare la società che amministra il Post. Molti e a tutto tondo blogger-collaboratori del Post, da Flavia Perina ad Andrea Romano, da Giuseppe Civati a Paolo Virzì, Marino Sinibaldi, Riccardo Luna, Giovanni De Mauro e Filippo Facci.
«Contributi diversi ma accomunati da un unico auspicio -dice Sofri- : migliorare la qualità dell'informazione in Italia». 
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La Cassazione conferma: Mills fu corrotto per proteggere Berlusconi

La Cassazione conferma: Mills fu corrotto per proteggere Berlusconi: "

di Peter Gomez e Antonella Mascali



E adesso "restituitemi l’onorabilità calpestata": questo scriveva Silvio Berlusconi in una lettera al Corriere , il 21 ottobre del 2001, ottenendo prontamente le scuse di Massimo D’Alema. Due giorni prima i giudici della sesta sezione della Cassazione lo avevano assolto "per insufficienza probatoria" nel processo per le mazzette versate dalla Fininvest alla Guardia di Finanza. E quel verdetto era così diventato la prova del complotto. L’attuale capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, aveva chiesto una "commissione parlamentare sull’uso politico della giustizia". L’avvocato Carlo Taormina, allora sottosegretario, aveva domandato "l’arresto dei pubblici ministeri". Mentre Maurizio Gasparri, oggi capogruppo degli azzurri al Senato, con la consueta moderazione si era limitato a parlare di una sentenza che era la dimostrazione della "persecuzione giudiziaria del premier su cui bisognerà fare piena luce". Oggi la luce è finalmente arrivata. Il complotto c’era, ma non era stato ordito dai magistrati di Milano. Il presidente del Consiglio quella celebre assoluzione, trasformata nel leit-motiv di tante interviste e di tante campagne elettorale, se l’era infatti conquistata a suon di mazzette. Perché davvero l’avvocato inglese David Mills, testimone chiave nel processo per le tangenti versate dal Biscione alle Fiamme Gialle, è stato corrotto con 600 mila dollari. E la sua deposizione reticente è stata decisiva per far ottenere a Berlusconi la patente di perseguitato.



A dirlo sono le sezioni unite della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza, depositate ieri, con cui il 25 febbraio hanno confermato la condanna di Mills al pagamento di 250 mila euro di risarcimento dei danni allo Stato e, per soli tre mesi, hanno considerato prescritto il reato da lui commesso. Nel documento si spiega come "il fulcro della reticenza di Mills...s’incentra in definitiva nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off shore" da lui create. E come questa bugia abbia avuto delle conseguenze importanti. I giudici del dibattimento Guardia di Finanza, si legge a pagina 27 delle motivazioni, erano infatti stati costretti "a procedere in via induttiva, con la conseguenza che proprio la carenza di prova certa sul punto aveva determinato, nel processo Arces ed altri (mazzette Fininvest, ndr), l’assoluzione di Silvio Berlusconi in secondo grado e, definitivamente, in sede di giudizio di Cassazione".



La faccenda diventa più chiara se si va rileggere che cosa accadde. Berlusconi, allora accusato di quattro diverse tangenti alle fiamme gialle, insieme al direttore centrale dei servizi fiscali Fininvest Salvatore Sciascia (poi condannato e oggi nominato parlamentare), esce con le ossa rotte dal primo grado. In appello però c’è il primo colpo di scena. Grazie alla concessione delle attenuanti generiche il Cavaliere ottiene la prescrizione per tre capi d’imputazione e viene assolto ai sensi dell’articolo 530 secondo comma (la vecchia insufficienza di prove), da un quarto. Quello che riguarda una bustarella versata da Sciascia a una pattuglia che stava indagando sulla reale proprietà di Telepiù, la prima pay tv italiana, fondata proprio da Berlusconi. Quei soldi infatti erano sì stati allungati nel 1994 perchè gli investigatori chiudessero gli occhi. Ed era altrettanto certo che se l’indagine avesse dimostrato come Berlusconi, attraverso una complicata rete di società off shore e prestanome, controllava la maggioranza dell’emittente, per lui il rischio di essere sanzionato con la revoca delle concessioni di Canale 5, Italia 1, e Rete 4, sarebbe stato altissimo. Ma dopo aver ascoltato Mills ai giudici di appello era rimasto un’incertezza: la "fittizia" intestazione delle quote di Telepiù a Berlusconi per loro, non era dimostrata al 100 per cento.



Nella pay tv erano infatti presenti pure altre soci e quindi, almeno in via d’ipotesi, anche loro e potevano avere l’interesse a un indagine poco approfondita. Nel dubbio era così scattata l’assoluzione che, a cascata, aveva portato la Cassazione a pronunciarsi allo stesso modo sulle altre tangenti. Oggi però la motivazione delle sezioni unite sul caso Mills rimette lecose a posto. E ricorda pure come il premier, solito ripetere "sono sempre stato assolto", in realtà si sia salvato grazie alla prescrizione dalla condanna per i 21 miliardi di lire versati estero su estero nel 1991 all’allora segretario del Psi, Bettino Craxi. In attesa della minacciata riforma della giustizia, un bello smacco per un leader politico che ancora lo scorso 9 dicembre, davanti all’assemblea del Ppe, spiegava così la sua fin qui fortunata parabola giudiziaria: "In Italia solo una parte dei giudici sta con la sinistra, mentre i giudici soprattutto del secondo e terzo livello sono giudici veri come negli altri Paesi". Oggi i "giudici veri" si sono pronunciati. Il leader del Pdl è uno che l’ha fatta franca. Pagando, s’intende.



Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile



LEGGI: Le motivazioni della sentenza della Cassazione sul caso Mills (pdf, 300 Kb)

PI: UK, Apple ingurgita ARM?

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Hynix reports record sales

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"However, phase-change memory is sensitive to temperature and cannot usually be used across a full industrial temperature range and cannot be used pre-programmed where parts will have to go through soldering operations."

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Carte di credito revolving, Draghi "La mora va pagata solo sulla rata scaduta" - Repubblica.it

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mercoledì 21 aprile 2010

L'Aquila, schiaffo a Bertolaso negata la cittadinanza onoraria | il Centro

L'Aquila, schiaffo a Bertolaso negata la cittadinanza onoraria | il Centro

Mi traducete questo?

Riscoprire il materialismo di questo nuovo secolo

Articolo illuminante l'altro ieri a pag 11 del Manifesto. La sintesi è mia ma credo di averne colto la sostanza: alle spalle della Sinistra attuale non c’è, come si crede, un vuoto di idee. Se oggi le si rimprovera di somigliare troppo al suo avversario è perché,rinunciando al materialismo, ha scelto l’opinione al posto della scienza,la retorica al posto della realtà-verità, la seduzione al posto della pedagogia.
Detto in altri termini è la realtà che non sappiamo interpretare ( e di conseguenza neppure cambiare) perché abbiamo rinunciato alla nostra cassetta degli attrezzi, è la vita delle persone che ci sfugge nella sua materialità e nelle sue contraddizioni, così come ci sfuggono le trasformazioni del mondo e delle risorse naturali che ci tengono in vita. Il vicolo cieco nel quale si è cacciata è colto appieno da ciò che scrisse tempo fa Simone Weil : “quando le opinioni regnano sovrane, quando la scienza non è più in grado di guidare l’azione, la sola legge che decide quale opinione prevarrà è quella della forza e del prestigio: forza e prestigio della retorica,del denaro,delle armi”.

Tutte doti, lo sappiamo,date in profusione proprio all’avversario che vorremmo combattere. Non si tratta di ritornare al vecchio e da tempo in crisi materialismo storico. Ma se non vogliamo ridurci ad essere un ceto sociale minoritario , la questione teorica e pratica ( gli strumenti per interpretare la realtà) di un nuovo materialismo resta davanti alla Sinistra. Non una materia o una materialità inerte , fissa e oggettiva, ma una materia che si fa mano a mano e che non è mai fatta completamente, la realtà della materialità della vita, sociale ed economica e anche la questione assai materiale della comunicazione e del suo monopolio di fatto.

Sembra filosofia e in parte lo è, ma la filosofia è assai più vicina alla vita di quanto si creda. E il pensiero in questa fase può aiutarci parecchio a trovare le strade, più di quanto possa aiutarci l’agitarci disperati/e come mosche in un barattolo.

Fulvia Bandoli

Che voleva dire? Scusate ma il linguaggio gruppettaro degli anni '70 non l'ho mai imparato...
http://www.sinistra-democratica.it/riscoprire-il-materialismo-di-questo-nuovo-secolo

martedì 20 aprile 2010

Li chiamavano incentivi

Regalare soldi pubblici a qualcuno che vuole comprarsi una lavastoviglie o un motorino o altre migliaia di prodotti dettagliatamente classificati vuol dire sussidiare l'acquisto di questi particolari beni, non fornire incentivi a comportamenti socialmente desiderabili. Questo dettaglio semantico, pur rivelatore del modo in cui si fa politica economica in Italia, è solo l'aspetto meno demenziale del "decreto incentivi", diventato in questi giorni operativo.

Visto che il PIL italiano ristagna da un decennio a causa del trend orizzontale della produttività, considerato che la faccenda si è aggravata negli ultimi due anni a causa della recessione e preso atto che il prudente custode delle casse pubbliche ha emesso una fatwa contro il modello di sviluppo basato sui consumi, il governo italiano ha ben pensato di sussidiare proprio i consumi allo scopo di stimolare la domanda e far ripartire la crescita del PIL. Questa l'intenzione ufficiale, almeno.

Tranquilli, questi sono regali che facevano anche i governi di centrosinistra. Nulla di diverso dalla rottamazione di auto e motorini che l'opposizione di allora deprecava e che l'opposizione di oggi allora sosteneva e oggi depreca. Tutt'altro che sorprendente.

Veniamo ai fatti. Si tratta, come tutti ormai sanno, di trecento milioni di euro liquidi-liquidi, disponibili per ottenere sconti di 750 euro per l'acquisto di motorini (ma non biciclette), 1000 euro per cucine componibili (ma non tavoli da cucina), 130 euro per lavastoviglie (ma non lavatrici), 1000 euro per motori nautici fuoribordo (ma non entrobordo), 50 euro per l'attivazione di una connessione internet a banda larga (ma non se hai più di 30 anni) e così via in una lunghissima lista dove non si capisce in base a quale criterio alcuni prodotti sono inclusi e altri esclusi.

A che scopo? Così dice il ministro Scajola:

L'obiettivo del decreto incentivi, ha spiegato il ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, è quello di «sostenere» la ripresa economica per raggiungere nel 2010 una «crescita dell'1-1,2 per cento»


Tornare a crescere sussidiando è quindi parte della strategia del governo. Infatti a novembre 2009, Giulio Tremonti (secondo il quale, è bene ricordarlo, le previsioni congiunturali non si possono fare) aveva fatto una previsione congiunturale di crescita all'1% per il 2010. Questa previsione era stata ribadita a gennaio 2010. La previsione include quindi gli effetti del "decreto incentivi." Ah Scajò! Ah Tremò! Ma quanto lo volete fa' grande 'sto moltiplicatore fiscale? Il PIL italiano è circa mille miliardi di euro. Farlo aumentare solo dello 0,1% sussidiando consumi per trecento milioni di euro vuol dire confidare in un moltiplicatore di 3,3. Un po' grandino, no? Figuriamoci volerlo far aumentare dello 0,3% o 0,5% in questo modo. Questa motivazione, quindi, sa tanto di propaganda. Quantitativamente l'effetto sulla domanda sarà pressoché nullo, soprattutto per la ragione di cui dirò tra un momento.

Gli industriali hanno naturalmente esultato, ne volevano anzi di più, e hanno rilasciato dichiarazioni come questa:

«Una giornata storica». Così Anton Francesco Albertoni, presidente di Ucina, la Confindustria nautica, accoglie la notizia dell'approvazione del decreto incentivi [...]. Il risultato, afferma Albertoni, «è rilevante, in primo luogo, politicamente, perché è il riconoscimento dell'importanza industriale di un comparto che non aveva mai avuto alcun sostegno, benché nel 2008 avesse un fatturato di 6,2 miliardi.


Insomma, i sostegni pubblici all'industria sono un riconoscimento politico dell'importanza industriale di particolari comparti: se fatturi tanto hai diritto a un sostegno. Non fa una grinza, vero?

Quello che è successo è cronaca di questi giorni. Gli "incentivi" sono elargiti su base primo arrivato primo servito, quindi c'è stata una fantozziana corsa a prendere la linea del call center delle Poste Italiane per "prenotare l'incentivo". Pare che i soldi disponibili siano già pressoché esauriti.

Questa corsa a me suggerisce che l'effetto più probabile dei bonus sia quello di anticipare acquisti già decisi, acquisti che sarebbero stati fatti comunque. Davvero quello che fa la differenza per qualcuno che ha perso il lavoro durante la recessione e che perciò non può comprarsi una cucina nuova da 10000 euro sono 1000 euro? E se non potevi permetterti uno scooter ecologico da 8000 euro ora puoi permettertelo perché costa solo 7250? E un imprenditore edile in crisi per il ridimensionamento dell'edilizia dopo 10 anni di boom ricomincerà a costruire perché gli fanno uno sconto di 30000 euro (il 10% di quello che un anno fa incassava vendendo un singolo appartamento) per l'acquisto di una gru a torre?

Ecco dunque i plausibili risultati dell'operazione:

Risultato 1. Intensa attività di lobbying nella fase in cui il governo decide discrezionalmente quali prodotti possono beneficiare del sussidio pubblico e quali no, soprattutto se la linea viene tracciata tra prodotti con un elevato grado di sostituibilità (come i motori fuoribordo e quelli entrobordo, appunto). Il settore nautico è ben rappresentato tra i prodotti sussidiati. Quante telefonate avrà ricevuto Scajola, che proviene dalla regione dove ha sede il più importante salone nautico del paese?

Risultato 2. Un aumento della domanda oggi, di cui il governo si prenderà il merito, e una corrispondente riduzione nei prossimi 12-24 mesi, della quale si accuseranno i cinesi, gli indiani e il mercatismo.

Io non vedo benefici da questo dispendio di risorse pubbliche. Invito i lettori a suggerirmene, se loro li vedono, nell'attesa che il governo faccia (prima della fine della legislatura) una seria valutazione degli effetti di lungo periodo del decreto dando così conto ai cittadini del modo in cui sono state impiegate le loro tasse.

noiseFromAmeriKa : Li chiamavano incentivi

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Cosa sono i “subprime” e perché sono stati un disastro. « Promotore Mutui Weblog

Ragazzi, e' vecchiotto, ma molto chiaro e sempre attuale.

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lunedì 19 aprile 2010

Spinoza » Le divisioni imperfette

Spinoza » Le divisioni imperfette

Berlusconi-Fini, pranzo sulle riforme. Certo che se la potrebbero permettere una tovaglia.

Il clima si preannuncia teso: Fini si è presentato con l’assaggiatore.

Il presidente della Camera ha chiesto a Berlusconi “Un Pdl più moderno, democratico, civile e legalitario”. In pratica, senza Berlusconi.

Il premier si è limitato a dire: “Ho mangiato benissimo”. Riferendosi agli ultimi dieci anni.

In un comunicato stampa, Fini dichiara di attendere serenamente le valutazioni del premier. E di non voler essere bendato.

Fini ha comunque riconosciuto alcuni meriti a Berlusconi: da quando è al governo nessun asteroide si è schiantato sull’Italia.

Pare che Fini abbia chiesto a Berlusconi la testa di Gasparri. Si accontenta di poco.

Berlusconi convoca i vertici del Pdl. Vuole starsene un po’ da solo.

Riunione straordinaria del Pdl. Sbuffa Berlusconi. Sono quel tipo di riunioni senza figa.

Il premier incontra La Russa, Verdini e Bondi. Vuole sentirsi dire quanto ha ragione.

La Russa, Verdini e Bondi scrivono una nota congiunta sulla vicenda: uno teneva ferma la penna e gli altri due muovevano il foglio.

Il Secolo d’Italia parla di “generico sloganismo”. Non sono d’accordo, l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio.

Il segretario del Pd: “Non mi sembra che la presidenza della Camera sia nella disponibilità di Berlusconi”. Controlla meglio.

domenica 18 aprile 2010

L'editoriale di Scalfari

L'editoriale di Scalfari

Taiwan's Macronix buys 300-mm fab

Taiwan's Macronix buys 300-mm fab: "Scrambling for capacity, Taiwanese memory maker Macronix International Co. Ltd. has bought ProMos Technologies' 300-mm fab located in Hsinchu, Taiwan for NT$8.5 billion ($271 million).

AMD posts Q1 profit, reversing year-ago loss

AMD posts Q1 profit, reversing year-ago loss: "Advanced Micro Devices Inc. reported $257 million in profit for the first quarter on a 34 percent increase in revenue as the microprocessor and graphics IC company recorded solid demand for its products worldwide.

Spansion: Nearly out of Chapter 11

Spansion: Nearly out of Chapter 11: "NOR supplier Spansion Inc. said it has received approval and confirmation of its plan of reorganization from the U.S. Bankruptcy Court.

Bruno Vespa sgrida i terremotati

Bruno Vespa sgrida i terremotati: "

I conti di Bruno Vespa sanno di miracoloso. Quando il conduttore di Porta a Porta, bacchetta in mano, somma gli aquilani nelle caserme militari e negli alberghi sulla costa, in affitto nella provincia o negli appartamenti nuovi sulle colline: "Ecco, dei 60 mila sfollati, ben 52394 sono stati assistiti. Mai vista tanta efficienza e rapidità all’estero e in Italia". Peccato che le addizioni siano sbagliate: proiettate nello studio di Porta a Porta, le cifre di Vespa sfiorano 29 mila persone. Altre 23 mila restano fuori, chissà dove, chissà come. Sarà per l’errore matematico o per la puntata inscenata per celebrare il ‘miracolo’ che, in collegamento dalle macerie (quelle vere, non i reperti importati in Rai), donne e uomini dei comitati cittadini intervengono con sconforto: "Vedo due situazioni, una in studio e una qui – spiega Enzo Bianchi – tra chi si chiede che succede. Non ho mai incontrato politici. C’è una differenza tra quel che si pensa nelle stanze...".



L’inviata Vittoriana Abate è il filtro tra Vespa e gli aquilani. Interrompe chi fa domande: "Va bene, va bene, ora ascoltiamo le risposte". Perde il controllo per un attimo: "Io non sto capendo niente". Sulle poltrone Rai c’è un dibattito asciutto, ovattato: il sindaco de L’Aquila (Cialente) e il presidente dell’Abruzzo (Chiodi), politici, un ministro, parenti delle vittime. Un copione molto sigillato. L’imprevisto è provocato da Annalucia Bonanni che, circondata da pezzi di cornicioni e transenne, racconta il movimento delle carriole. Dei cittadini che di domenica puliscono il centro storico abbandonato da mesi. Ferita aperta e dimenticata: "Le carriole hanno squarciato un velo sul finto miracolo aquilano che l’informazione vuol far passare. Anche stasera sta succedendo questa cosa. Le carriole hanno dimostrato quel che c’era davvero". E Vespa, sorpreso, reagisce sulla difensiva: "Dov’è la disinformazione?". E la Bonanni incalza: "La nostra città è diventata un set cinematografico: il G8, la passerella, i personaggi internazionali. Avete veicolato un solo messaggio: il miracolo! Questa è una mistificazione". Vespa è costretto a replicare con più veemenza: "Mi scusi, qual è la mistificazione? Negli ultimi trentacinque anni ho visto tutti i terremoti. Preferivate i container alle case? Vuole rispondere?".



Il battibecco è una miccia che accende la rabbia. Un contagio: "Sei male informato”, dice Bianchi. E il conduttore riprende la linea e chiude: “Può darsi che io sia disinformato. In quale zona del mondo ci sono sistemazioni migliori de L’Aquila? Dove nel mondo s’è fatto meglio? Scusate, quando ho visto le case mi sono commosso!". Alla porta bianca della Rai bussano fisici e scienziati. Cambia capitolo, cambia prospettiva. A L’Aquila sembrano delusi, pensano di aver sfruttato male la finestra di Porta a Porta. Vespa è orgoglioso del suo lavoro: "La puntata di martedì è esemplare – dice al Fatto – Abbiamo concesso tanto spazio. Poi se loro vogliono avere sempre ragione... Mi sembra una dimostrazione di malafede". La Bonanni è dispiaciuta: "Noi siamo parte attiva della ricostruzione. Non possono escluderci. Siamo riusciti a farci capire in diretta? Noi con le carriole abbiamo promosso uno sciopero al contrario: partecipare, fare. Ovvero contribuire. Le case sulle colline sono una soluzione temporanea!". La rinascita de L’Aquila non si ferma all’anniversario. Altro momento mediatico, altro simbolo estemporaneo. E così il comitato 3 e 32 ha scritto una lettera aperta. C’è un riferimento al sistema dell’informazione e, seppur indiretto, forse a Porta a Porta: “Ci è voluto un anno, ma il mito del "miracolo aquilano", creato ad arte da un’informazione addomesticata, è definitivamente crollato.



L’assenza del premier dalla sua passerella mediatica preferita, in occasione delle celebrazioni del primo anniversario dal terremoto è del tutto sintomatica. Come lo è la difesa all’angolo a cui abbiamo visto costretto Bertolaso. Che non sa come spiegare che la Protezione civile non ci ha protetto prima che ci crollasse addosso la catastrofe, che non sa come giustificare il lavoro di una Commissione grandi rischi che il 31 marzo è riuscita in mezz’ora (neanche il tempo dei convenevoli!) a decidere che non c’era pericolo...”. Continua, una pagina intera. Una riga, una domanda. Tanti punti interrogativi che Federico, davanti ai microfoni di Porta a Porta, cercava di illustrare a Guido Bertolaso. Ma l’inviata di Vespa ha saputo fronteggiare l’emergenza. Più del capo della Protezione civile.



Da il Fatto Quotidiano dell'8 aprile



VIDEO: "I richiami del presidente del Consiglio comunale non sortiscono alcun effetto. Quando al microfono la vice presidente del Consiglio comunale, Antonella Santilli, comincia a leggere la lettera di Silvio Berlusconi partono i fischi, gli insulti. Le urla di rabbia superano in volume la voce che esce dalle casse sotto il tendone in piazza Duomo..." (da Il Carattere)






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Curiosità scientifiche...

Contrasti Padri-Figli
J.J Thompson vinse il Nobel per la Fisica nel 1901 per aver dimostrato che gli elettroni sono particelle. Suo figlio, G.P. Thompson vinse nel 1937 il Premio Nobel per la Fisica per aver dimostrato che gli elettroni sono onde...

Matematica linguistica
"ELEVEN PLUS TWO" e " TWELVE PLUS ONE" sono uno l'anagramma dell'altro...

Sono troppe per contarle (1)
Ci sono più modi di disporre un mazzo di carte che secondi di vita dell'Universo...

Sono troppe per contarle (2)
Il numero di possibili disposizioni di una scacchiera dopo 3 mosse per ogni giocatore superano i 9'000'000. Dopo 40 mosse, invece, superano il numero di atomi dell'Universo

Il metro non è lungo un metro
A causa di un errore di misura, il metro campione di Parigi non è lungo, come originariamente definito 1/10'000'000-esimo della lunghezza dell'emimeridiano tra Polo Nord ed Equatore passante per Parigi, ma è 1/10'002'290-esimo di tale distanza.

Discorsi tra matematici
Il matematico inglese Hardy visita in ospetdale il suo assistente indiano Ramanujan che, dopo anni di studi a Cambridge, aveva tentato il suicidio per la nostalgia dell'India.
Non sapendo di cosa parlare col suo assistente, gli dice di aver viaggiato su un taxi con un numero squallido e triste, il 1'729. Improvvisamente il malato e sofferente Ramanujan si alza e con veemenza gli dice: "No Hardy, no! E' un numero molto interessante. E' il più piccolo numero esprimibile come somma di due cubi in due modi diversi!"
Infatti: 1729 = 1^3 + 12^3 = 10^3 + 9^3
Questa diventerà uno dei più famosi aneddoti della storia della matematica

Un falso mito...
Non è vero che sarebbe stato dimostrato che i calabroni non potrebbero volare.
Il mito sarebbe stato creato da un giornalista che avrebbe ascoltato un frammento di una discussione, senza capirne il senso, per poi riportare questa notizia come curiosità in un suo articolo. Le successive smentite non ebbero molta audience...

Tutte liberamente tratte e tradotte da :
http://www.curiouser.co.uk/frames/creframe.html?http://www.curiouser.co.uk/paradoxes/wildcard.htm

La profonda ideologia della sentenza Google

La profonda ideologia della sentenza Google: "

Non vanno spese più di quattro righe per le minacce che il giudice Magi, quello della sentenza Google, ha ricevuto via mail o su Facebook. Se uno è così idiota da minacciare un giudice – lo faccia attraverso il Web, il telefono, con una raccomandata cartacea o un piccione viaggiatore – va denunciato e ciao.


Molto più interessante è invece il merito giuridico e logico della sua intervista al Sole.



Da un lato il magistrato sostiene di aver redatto una sentenza favorevole alla libertà del web: suppongo si riferisca al fatto che non ha condannato i dirigenti Google per diffamazione, evitando così di stabilire il pauroso precedente secondo il quale una piattaforma è responsabile penalmente per i contenuti diffamatori uploadati dagli utenti. In effetti, è vero: poteva andare peggio (poteva piovere).


D’altro lato però Magi insiste nel ripetere un concetto già espresso nelle motivazioni: quello secondo cui il web «non è una zona franca» (nella sentenza aveva addirittura scritto «una sconfinata prateria dove tutto è permesso e niente può essere vietato»).


Qui c’è un pregiudizio ideologico grosso come un macigno, dettato forse dal terrore dell’uomo di legge di fronte a qualcosa di impalpabile e geograficamente sfuggente come il web.


Perché è del tutto ovvio che Internet non è un territorio franco, una suburra dove la malavita detta legge. Qui nessuno lo pensa e nessuno lo vuole: tanto meno chi in questo non-luogo ci passa molto tempo, ci lavora, si diverte e così via. Anzi: è proprio il bisogno di buone regole a richiedere che quando i giudici si interessano di web rispettino alcuni principi fondamentali validi nel resto del mondo, sia giurisprudenziali sia di buon senso. Ad esempio, il principio della responsabilità individuale e non collettiva (sennò si finisce come quel poveraccio di Granzotto che vuole “processare Internet”).


Venendo al processo specifico: Magi ha condannato Google solo ed esclusivamente perché secondo lui non aveva chiarito ed enfatizzato a sufficienza, nelle condizioni d’uso che vengono accettate dagli utenti con un clic, che chi carica un video non deve violare la privacy altrui. Ciò per Magi sarebbe aggravato dal fatto che Google si sarebbe comportata così per non disincentivare la gente ad uploadare, e quindi avere più video, e quindi fare più soldi.


Ecco: a me il ragionamento pare molto pretestuoso.


Sì, pretestuoso, cioè usato come un pretesto per stabilire quello che veramente sta a cuore al giudice, cioè far sapere che non ci sono zone franche, praterie senza legge eccetera. Perché quando uno si trova davanti al computer – così come davanti a ogni altro strumento di comunicazione – deve rispettare la legge e basta. Responsabilità individuale, appunto. Se io violo la privacy altrui scrivendo su una lavagna, non ce la si può prendere con il produttore di lavagne perché nelle istruzioni non mi ha ri-spiegato quello che già dovrei sapere, e cioè che non posso usarla per commettere reati. E se il produttore di lavagne non l’ha specificato perché vuole vendere più lavagne e farci lucro, chissenefrega: la responsabilità è sempre mia che ci scrivo, non sua che le produce.


Invece il giudice ha condannato Google: voleva che mettesse on line un modulo scritto bello grosso e in neretto per mettere in guardia l’utente, “occhio che se carichi un video non puoi violare la privacy”. Eppure al primo anno di giurisprudenza insegnano che l’ignoranza della legge non giustifica chi commette un reato: anche se nessuno ti ha avvisato, tu non lo devi compiere e basta.


Ecco, nella sentenza Google sono saltati almeno due principi base: la responsabilità personale e il fatto che se produci un bene legale non c’è alcun bisogno di ripetere ogni volta che non va usato per scopi illegali. Altrimenti i produttori di coltelli dovrebbero appiccicare su ogni confezione la scritta in corpo 36 che non vanno usati per sgozzare i vicini di casa.


Ma perché gli utenti del web dovrebbero essere più cretini degli acquirenti di coltelli? Perchè i primi devono essere avvisati e i secondi no?


E’ semplice: perché la paura che il web sfugga alla legge ha portato il magistrato a un comportamento ideologico, all’esigenza di far sapere in qualche modo al pianeta che la rete non è un porto franco eccetera.


E’ buffo: per anni ad essere accusati di comportarsi secondo dettami ideologici e assolutisti erano i guru della rete, gli idealizzatori di una piattaforma che è ovviamente piena di ambivalenze, come tutto nella vita. Adesso invece si vede nascere una nuova ideologia uguale e contraria, quella della sanzione insensata e finalizzata solo ad attutire la preoccupazione del dottor Magi – e di tanti altri – che internet non diventi il far west.


Ma è proprio con sentenze come questa – in cui viene disatteso il rispetto dei principi più semplici di diritto e di buon senso – che si allontana internet dal resto del mondo civile, e che quindi lo si fa diventare far west.