Dopo anni di vessilli rossi il presidente della Repubblica riscopre il Tricolore in chiave anti leghista. E oggi, da Forlì, rilancia sull'Unità: "Anche il Nord abbia coscienza di come nacque l'Italia" . Intanto Feltri rinnega il berlusconismo: Silvio non ha le qualità per andare al Quirinale né deve ricandidarsi
"
sabato 8 gennaio 2011
Il Colle (e Feltri) cambiano bandiera Napolitano, nuovo appello all'Unità
Napolitano: "Anche il Nord sappia come divenne Italia"
Dopo aver aperto le celebrazioni a Reggio Emilia, il presidente della Repubblica ha visitato Forlì. Accolto da applausi e da grida 'Giorgio sei un grande'
Articoli correlati
- Consulta, il verdetto slitta al 13 gennaio
- Tra politica ed euro-crac così è nato il 'fantasma' Tremonti
- Il Giornale attacca Feltri e Napolitano 'Cambiano bandiera per convenzienza'
- A soqquadro la casa di Rotondi Intervengono Digos e Scientifica
- Bersani: 'Centrodestra confuso nel Pdl chi alza la testa Pdl muore'
"
sabato 25 settembre 2010
Indegnità di servizio
Gent. Sig. Presidente della Repubblica, apprendiamo con sollievo la Sua decisione di revocare a Calisto Tanzi il Cavalierato al Merito del Lavoro “per indegnità”, in quanto reo confesso di gravissimi reati finanziari. Il sollievo deriva sia dal merito della decisione, sia dalla ricomparsa di valori che parevano caduti ormai in desuetudine: dignità, onorabilità, rispettabilità, reputazione. “Finalmente!”, verrebbe da esclamare, visto che il crac Parmalat da 15 miliardi sta per compiere sei anni. Meglio tardi che mai. Apprendiamo poi con curiosità che la revoca è stata proposta dal ministro dello Sviluppo economico: deve trattarsi, se non andiamo errati, di un altro Cavaliere del Lavoro, comunemente noto appunto come “il Cavaliere”, anche se la sua dimestichezza con i cavalli è decisamente più incerta di quella con gli stallieri.
Ecco, il fatto che B. ritenga “indegno” Calisto Tanzi (peraltro mai giudicato colpevole in Cassazione) ci ha messi parecchio di buonumore. Perché è vero che l’ex cavalier Tanzi ne ha combinate di tutti i colori. Ma anche il cavalier B. non si è certo risparmiato. Un breve curriculum del personaggio potrà aiutarci a fissare più precisamente i confini della dignità e dunque dell’indegnità. Il soggetto in questione soffiò la sua prima villa a un’orfana minorenne pagandola una miseria, poi vi ospitò per due anni almeno un mafioso (e, se Dell’Utri sarà condannato anche in Cassazione, potremo dire che ne ospitò almeno due); fece carriera grazie alla loggia P2, alle cui sirene era molto sensibile il presidente Giovanni Leone che nel ‘77 gli conferì il Cavalierato del Lavoro; negli anni ‘80 comprò Craxi, pagandolo almeno 23 miliardi, in cambio di leggi e decreti ad personam, dai salva-tv alla Mammì; intanto finanziava l’avvocato Previti perché comprasse giudici e sentenze; è giudiziariamente provato (in Cassazione) che è grazie a una sentenza comprata con soldi suoi che sottrasse la Mondadori a un concorrente; ed è giudiziariamente provato che il teste Mills fu corrotto da B. per testimoniare il falso sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e sui fondi neri All Iberian, dunque se Mills avesse detto la verità B. sarebbe stato definitivamente condannato e oggi sconterebbe quella e altre successive pene nelle patrie galere. Mi fermo ai fatti ormai irrevocabilmente accertati, senza tediarla con altre gravi vicende (per esempio le ultime rivelazioni, con documenti originali, del figlio e della vedova di Vito Ciancimino sugli investimenti di quest’ultimo nelle società del nostro negli anni ‘70) e senza rammentarle le 39 leggi vergogna che Lei ben conosce, avendo promulgato le ultime otto. La domanda, ora, è semplice: che deve fare di più e di peggio un imprenditore, che nel nostro caso è pure un politico, per vedersi revocare il Cavalierato del Lavoro per manifesta “indegnità”? Insomma che aspetta, signor Presidente, a tirar giù il sedicente Cavaliere dal suo inesistente cavallo?
PS. Perdoni l’ardire, signor Presidente, ma sempre in tema di indegnità e di revoche, le sottoponiamo sommessamente anche il caso di Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e una ventina di volte ministro, giudicato mafioso fino al 1980 da una sentenza di Cassazione e nominato nel 1990 senatore a vita da Francesco Cossiga, altra preclara figura. Di recente l’Andreotti ha dichiarato in tv, col ghigno di un vecchio sciacallo malvissuto, che Giorgio Ambrosoli la morte per mano della mafia “se l’andava cercando”. Come del resto Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, La Torre, Mattarella e le centinaia di galantuomini che, se avessero fatto come lui, si sarebbero iscritti alla mafia e oggi sarebbero vivi, anzi senatori a vita. Ecco, signor Presidente: non crede che sia giunto il momento di revocare il laticlavio a questo figuro per “indegnità” o almeno di invitarlo in via riservata a non mettere mai più piede in Parlamento per tutelare la dignità delle istituzioni? In attesa di un cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.
"giovedì 26 agosto 2010
***CRISI DI GOVERNO*** Napolitano non può sciogliere le Camere se c’è una nuova maggioranza, punto e fine della storia di PAOLO GUZZANTI
Il giornale della politica torna sulla crisi di governo. In apertura vi abbiamo raccontato umori e fermenti che si agitano in casa Pd, delle potenzialità di rivalsa che la crisi dell’Esecutivo offre ai Democratici. Ora però entriamo nel merito della crisi, nei fatti reali, quelli del nostro presente, quelli dell’attuale Esecutivo. Un Presente che viene sovvertito dai protagonisti della politica stessa che, con lo sguardo concentrato alle elezioni di domani, dimenticano con troppa superficialità le esigenze dell’oggi, che in politica sono anzi tutto il rispetto della nostra Carta Costituzionale. Il grande giornalista e vice del Pli, si inserisce in quello che lui stesso non stenta a definire ‘Dibattito con le dita negli occhi’. La corsa alle urne deve infatti aver prodotto delle strane (semplicemente comode?) amnesie ed in certi ambienti si arriva alla teorizzazione dello scioglimento delle Camere, pre e sine Napolitano e soprattutto senza che ve ne sia la necessità. Guzzanti sostiene infatti che ci sia un piano deliberato: “i berlusconiani pretendono di aver rifatto una Costituzione segreta alla quale dovremmo inchinarci, facendo finta che quella esistente non esiste più”. La discussione sui poteri del Capo dello Stato prosegue dunque con questo nuovo approfondimento, che prende come pretesto le obiezioni di Angelo Miele (Consigliere della Regione Lazio per i Socialisti Democratici Italiani) ma che poi apre ad una grande analisi Politica. Assolutamente da non perdere!
Nella foto, Paolo Guzzanti
di Paolo GUZZANTI
NON MI HA MAI suggestionato il linguaggio untuoso e leguleio, ma di fatto insultante di coloro che pensano di essere i soli a capire, ad aver letto, a ben conoscere. Io ho avuto nella materia un grande maestro: Francesco Cossiga, e naturalmente la lettura sia della Costituzione che degli atti della Costituente, nonché - ben più importanti - gli atti materiali che hanno nel tempo riempito i vuoti della Costituzione scritta attraverso i comportamenti dei presidenti della Repubblica.
E tanto poco sono analfabeta in materia da aver anche scritto un saggio per Laterza, “I presidenti della Repubblica”, dove per l’appunto io esamino la materia della prassi che fa Costituzione.
E la questione sta in questi termini: oggi esiste un evento illegale e passato sotto silenzio che ha turbato la vita democratica in fase elettorale a causa dell’abuso, per il quale Cossiga protestò ma il presidente in carica Ciampi colpevolmente tacque, per cui un politico singolo - Berlusconi - ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente (figura che in Italia esiste soltanto nella forma assai ridotta e riduttiva di presidente del Consiglio dei ministri), simulando in maniera truffaldina l’offerta di un voto diretto per l’elezione del capo dell’esecutivo.
Questo è stato un abuso - benché impunito per colpa di chi doveva vigilare e non ha vigilato - e il fatto che non sia stato sanato nulla toglie al fatto che resti un abuso per il quale io non voglio il condono, ma la demolizione.
Non è vero, come si cantava alla fine della guerra che “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”. Qui non ci scordiamo nulla e rivendichiamo la piena legalità.
I presidenti della Repubblica, per la Costituzione materiale fornita dalla prassi, che fa norma, sempre e in ogni caso hanno verificato la presenza nel Parlamento di una possibile maggioranza.
L’abuso edilizio compiuto da SB non vanifica ma esalta questo dovere che risponde alla prassi costituzionale.
Dunque il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione il quale, in base al Porcellum è e resta soltanto il “capo di una coalizione” e mai e poi mai il presidente del Consiglio dei ministri indicato dal “popolo”.
Il “popolo” può soltanto eleggere i propri rappresentanti, ciascuno dei quali rappresenta NON gli elettori che l’hanno eletto, ma tutto intero il popolo stesso, punto e basta.
Se fosse vero quel che lei rozzamente e con poca competenza costituzionale afferma, sarebbe allora vero non soltanto che la scheda “Berlusconi Presidente” avrebbe modificato in senso presidenzialista la Costituzione repubblicana, ma avrebbe anche abrogato l’articolo che tutela il fatto che il rappresentante del popolo non abbia vincolo di mandato.
Le liti interne ad una maggioranza dei partiti sono poi fatti politici interni alla vita dei partiti e non influenzano il Parlamento se non in presenza di un voto di sfiducia, avendo il dovere un governo di chiedere la fiducia se ritiene che eventuali voti negativi in Aula segnalino la venuta meno della stessa.
Le liti interne ai partiti sono vicende interne ad associazioni private di nessun profilo costituzionale finché non diventano atti parlamentari.
E finora ci troviamo di fronte ad un unico atto politico e non parlamentare e tanto meno costituzionale: quello di un “capo di coalizione” che si suicida liquidando una parte numericamente determinante della propria coalizione, non ancora seguito da alcun effetto parlamentare. Che poi sostenga di aver dovuto agire come ha agito a causa del comportamento politico di un suo alleato, questi sono fatti (politicamente) suoi.
Dunque, se per caso - cosa di cui peraltro dubito malgrado la tempesta in corso - si arriverà alle dimissioni del governo a causa di uno o più voti negativi, sarà dovere del Capo dello Stato vedere se la NUOVA MAGGIORANZA NUMERICA (se una maggioranza cessa di essere tale, inevitabilmente un’altra maggioranza numerica e non ancora politica è presente nelle aule) è o non è in grado di esprimere una coalizione in grado di esprimere un governo e un presidente del Consiglio dei ministri.
Quanto alla risibile obiezione circa le firme necessarie per il decreto di scioglimento, essa è appunto risibile: tanto sono indispensabili le firme del governo quanto quella del capo dello Stato, e se e quando c’è quella del Capo dello Stato non si è mai visto che possano mancare, per rifiuto, quelle del governo.
Per concludere sintetizzando: la democrazia parlamentare è formata dai rappresentanti del popolo che mantengono il proprio mandato popolare senza vincolo di mandato, e dunque di coalizione e di fedeltà canina a chicchessia, e il Parlamento - e non più il “popolo” una volta che si è votato e si è nei tempi di una legislatura - è l’unica voce parlante di cui il Capo dello Stato è il registratore e il notaio. E se per caso - per caso - il Parlamento dice al capo dello Stato: la nuova maggioranza numerica determinata da un gesto inconsulto del capo della coalizione di governo è in grado di produrre un esecutivo con adeguato sostegno parlamentare, il capo dello Stato non ha alcuna alternativa e deve agire come i presidenti della Repubblica italiana hanno sempre agito. E cioè affidare l’incarico di formare il governo a chi dimostra di essere in grado di farlo, punto e fine della storia.
PAOLO GUZZANTI
"sabato 7 agosto 2010
Berlusconi ha fatto una gran cazzata e si è auto-ribaltonato. Adesso rischia la testa di premier senza ottenere le elezioni anticipate. Vi sceneggio il perché nell’immaginario (mica tanto) colloquio fra Silvio Berlusconi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Scena. SB, incazzato nero sale gli scaloni del Quirinale e va da Napolitano.
SB – “Presidente, i numeri dimostrano che non ho più la maggioranza in Parlamento, ma in compenso ce l’ho nel Paese. Le chiedo di sciogliere le Camere e restituire la parola al sovrano elettore”.
GN – Ma lei non ha avuto la sfiducia del Parlamento. Prima si deve dimettere e per dimettersi deve incassare una sfiducia. Ponga la questione di fiducia e poi torni.
(SB si fa sfiduciare il Parlamento e torna al Quirinale)
SB – Presidente, eccomi. Mi sono autosfiduciato. Ora sono dimissionario e le chiedo elezioni anticipate. Vorrei un reincarico per il disbrigo degli affari correnti e andare alle urne in autunno.
GN – Calma, calma caro SB. Lei è dimissionario e io accetto le dimissioni. Ma prima di sciogliere le Camere io ho non soltanto il potere, ma il dovere di verificare che ci sia una maggioranza diversa da quella che lei ha appena perso.
SB – Ma che fa, come Scalfaro ai tempi del ribaltone? Il Paese è con me, lo sanno tutti. Nessun ribaltone è tollerabile stavolta. Il popolo parlerà attraverso le urne.
GN – Oggi non è come ai tempi del ribaltone quando la Lega di Bossi se ne andò facendole perdere la maggioranza. Oggi è lei, caro SB, che dando esempio di rara stronzaggine, si è dato la zappa sui piedi e un calcio nelle palle…
SB - Presidente, che linguaggio!
GN - E quando ci vuole ci vuole. Chi cazzo glie l’ha fatto fare di decapitare la sua maggioranza cacciando Fini? Glie l’ha chiesto il dottore? E poi ha avuto la bella sorpresa di vedere che i finiani sono il doppio di quello che lei credeva.
SB – Ma mi avevano detto….
GN – E le hanno detto una cazzata. Lei crede sempre ai più stronzi di cui si circonda. Così si è perso la maggioranza perché lei l’ha licenziata a calci nel culo. E adesso si lamenta se io voglio vedere se questo Parlamento può tirare fuori per caso un’altra maggioranza?
SB – Ma così mi cuocete a fuoco lento e mi fate un governo che dura tre anni.
GN – Potevi pensarci prima, bello mio. Adesso verifico e poi ne parliamo. Grazie della visita e ciao ciao.
SB – E gli affari correnti?
GN – Se li scordi. Nessuno vuole le elezioni anticipate tranne lei e lei le vuole perché ha rotto con le sue mani la maggioranza che il popolo le aveva dato. Sono dunque cazzi rigorosamente solo suoi. Mica siamo ai suoi ordini. E’ stato sfiduciato per sua stessa iniziativa? Ha fatto bene. Sarebbe successo comunque, prima o poi. Lei non ha più maggioranza e non ce l’ha perché ha voluto fare il gradasso anziché farsi due conti. Adesso la saluto che devo ricevere il professor Tremonti.
SB – No, Tremonti no! Quello lo vuole Bersani
GN – Lei ha una bella casa alle Bahamas, vero? E allora: perché non se ne va a casa nelle Bahamas? Come diceva il grande Alberto Sordi: Ma ce l’hai ‘na casa? E vattene a casa!
"domenica 11 aprile 2010
sabato 10 aprile 2010
Com’era moderno Napolitano
Nonostante i precedenti, qualcuno in giro ancora si arrabbia con Napolitano perché ha firmato il legittimo impedimento, e molti si immaginano chissà quali segrete armi di ricatto abbia in mano Berlusconi per rendere tanto mansueto il Quirinale.
A me sembra che le ipotesi complottiste non tengano conto di chi è stato culturalmente, direi quasi cognitivamente, Giorgio Napolitano. O, meglio ancora: che cos’è stata nel Pci la corrente migliorista, di cui Napolitano era il massimo rappresentante nazionale.
Eppure non è difficile: basterebbe risfogliare i giornali degli anni Ottanta per farsi riportare alla mente quanto i miglioristi fossero tiepidi con il sistema di potere dell’epoca – quello del Caf, di cui Berlusconi era l’editore incaricato – al quale non contrapponevano alcuna ipotesi di alternativa culturale e politica ma del quale bramavano solo qualche fetta di potere e di affari.
A fronte della sobria moralità di Berlinguer e delle utopistiche teorizzazioni di Ingrao, i miglioristi rispondevano coltivando i rapporti con le aziende e con i “poteri forti”, all’epoca assai più forti di adesso.
Un connubio che ebbe la sua punta di diamante a Milano, dove il Pci (dominato dai miglioristi, appunto) lungi dal denunciare politicamente la greppia craxiana- quella che poi prese il nome di Tangentopoli – ambivano solo a farne parte: con la collaborazione alle giunte socialiste, con la spartizione dei posti chiave alla Rai e nel resto del sottopotere, attraverso gli ottimi rapporti con i potentati economici della città.
L’incarnazione plastica di questa impostazione era un mensile che si chiamava il Moderno, espressione dei miglioristi, che già nel nome rivendicava l’abbraccio con i valori dominanti della Milano da bere: dalla Borsa alla rucola, fino alla “modernità” – appunto – di quel dinamico broadcaster milanese che riempiva di pubblicità le pagine del mensile in questione: Silvio Berlusconi.
Niente di segreto, niente di misterioso: era tutto più o meno alla luce del sole. I miglioristi erano filosocialisti, proprio come Berlusconi – e tanti altri. Quindi nessuno si stupiva che il filosocialista Berlusconi finanziasse il mensile della corrente di Napolitano.
Ora, sia ben chiaro e a scanso di equivoci: qui non si sta dicendo che Napolitano firma tutto perché Berlusconi 25 anni fa lo finanziava. Si sta dicendo che Napolitano è sempre stato – o almeno era già negli anni Ottanta – assai indulgente verso un modo di intendere la politica e il suo intreccio con gli affari che a una minoranza di milanesi – penso a Società Civile, penso a Nando Dalla Chiesa e a pochi altri – pareva invece ributtante, e che infatti poi è scoppiato come un bubbone purulento nel ‘92-’93.
Aspettarsi che adesso Napolitano ribolla di sdegno morale verso l’erede di quel mondo, insomma, mi pare aspettarsi davvero un po’ troppo.
"lunedì 15 marzo 2010
giovedì 11 marzo 2010
Ecco perché Napolitano non doveva firmare
Gli intrallazzi interni al Pdl (lista Polverini) e le dubbie autenticazioni delle firme (lista Formigoni) hanno certamente creato una situazione complicata sotto il profilo politico. I fan dei due candidati si trovano in una situazione di disagio; e che questo sia avvenuto per colpa dei loro stessi leader aggiunge al danno la beffa; ma certo non risolve il problema. Perciò, si dice, il presidente della Repubblica ha firmato il Dl salva-liste perché c’era una situazione di necessità e di urgenza, che è appunto il presupposto costituzionale del decreto legge. Ma già questo non è vero. La legittimità delle liste era sub judice. Tribunali ordinari e amministrativi le stavano esaminando; contro le loro decisioni erano possibili i ricorsi previsti dall’ordinamento.
Si trattava insomma di un consueto controllo di legalità, previsto dalla legge, che avrebbe potuto essere positivo o negativo per il duo Polverini-Formigoni. E Napolitano vuole davvero sostenere che le sentenze possono dar luogo a situazioni di necessità e urgenza? Vuole davvero sostenere che le sentenze che non piacciono possono essere cambiate con una legge? O con decreto legge, quando gli effetti di queste sentenze che non piacciono siano immediati? Insomma, viviamo in uno Stato in cui le decisioni dei tribunali possono essere cambiate dal governo? E, attenzione, non con riferimento a quanto potrà accadere in futuro; in fondo, una sentenza può porre un problema politico che il Parlamento legittimamente cercherà di risolvere. Ma con riferimento al caso oggetto della sentenza: il giudice mi ha dato torto; e io faccio una legge che mi dà ragione e di quella sentenza me ne frego.
Sicché il primo presupposto di un decreto legge, quello previsto dall’art. 77 della Costituzione, la necessità e l’urgenza, non sussisteva; e Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E comunque il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto firmare per altri profili di incostituzionalità: perché anche un decreto legge deve rispettare la Costituzione, necessario e urgente che sia. Per capirci con un esempio, è certamente doveroso intervenire d’urgenza su un cardiopatico in fin di vita; ma l’intervento non potrebbe consistere in un trapianto di cuore che sia strappato a un altro paziente ancora vivo e vegeto.
Se c’è un cuore disponibile, bene; altrimenti il paziente morirà. Insomma, non sempre c’è una soluzione a ogni problema; e talvolta bisogna accettare l’inevitabile. Dunque Napolitano non avrebbe dovuto firmare un Dl incostituzionale. La domanda allora è: il Dl salva-liste è incostituzionale? Il Dl permette a Polverini e Formigoni di presentare le loro liste nel giorno successivo alla sua entrata in vigore. Questa tecnica legislativa è praticata da sempre: si chiama rimessione in termini. C’è stato un terremoto? Alcuni adempimenti previsti dalla legge non sono stati effettuati? Niente paura: si fa un decreto legge (necessario e urgente) che prevede che tutti (tutti, nb, dunque nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione) quelli che si sono trovati nella zona terremotata possono adempiere anche dopo la scadenza dei termini.
Come si vede il presupposto della rimessione in termini è la 'causa di forza maggiore': non è colpa mia se c’è stato il terremoto; dunque è giusto che io possa adempiere anche in ritardo. Il Dl salva-liste naturalmente non si basa sulla forza maggiore. La lista Polverini non è stata presentata in tempo perché non si riusciva a risolvere gli intrallazzi interni; e la lista Formigoni non aveva timbri e attestazioni previste dalla legge al fine di garantire l’autenticità delle firme dei proponenti: senza queste formalità (che tanto sono disprezzate da B&C) chiunque potrebbe farsi una lista a casa sua, prelevando i nomi dall’elenco telefonico. Come si vede, il problema era costituito dai comportamenti (illegittimi) dei due schieramenti e non da cause a loro non imputabili. Dal che deriva che perde di rilevanza il fatto che si tratti di una legge interpretativa (come si sono inventati gli esperti (?) di B&C) o innovativa: essa resta comunque funzionale a risolvere il problema dei soli Polverini e Formigoni.
In verità questo fatto, di per sé, non è indicativo di incostituzionalità: si può anche emanare una legge per risolvere un problema di un singolo paese, di una comunità di cittadini, insomma un problema che non interessa proprio tutta la collettività ma solo una parte di essa.
Ma qui torniamo all’esempio del cardiopatico: per risolvere i problemi particolari non si può pregiudicare i diritti degli altri cittadini. Gli altri concorrenti al seggio la legge elettorale regionale l’avevano rispettata: liste presentate in termini, timbri e autenticazioni corrette, insomma tutto per benino. E adesso si sentono dire che era inutile, che anche chi non ha rispettato la legge può concorrere? Ecco, qui sta l’incostituzionalità, sempre la solita, perché B&C questa cosa proprio non la capiscono: la legge è uguale per tutti e favorire alcuni cittadini e solo loro proprio non si può.
Questo Napolitano l’ha capito; e infatti, nella sua lettera ai cittadini, ha scritto: “Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.” E poi ha scelto di sacrificare il rispetto delle norme e delle procedure. Che significa sacrificare la Costituzione: perché è la legge (e le conseguenti procedure) che regola i rapporti tra i cittadini, ivi incluso il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti. E la legge è uguale per tutti. A questo punto diviene trascurabile la nefandezza legislativa messa in luce dal Tar del Lazio: l’elezione regionale è regolata da leggi regionali; e lo Stato non può legiferare in questa materia.
E’ un fatto tecnico di straordinaria rilevanza e che bene mette in luce la superficialità e l’incompetenza di questo governo. Che d’altra parte fa del disprezzo della legge la sua ideologia: noi siamo quelli del “fare”; ciò che ci interessa è che Polverini e Formigoni partecipino alle elezioni, il come non importa. Non è l’errore giuridico che stupisce; è il disprezzo costituzionale che spaventa. Così alla fine la domanda è; ma perché il presidente della Repubblica ha firmato? E Napolitano l’ha spiegato.
La vicenda, ha detto, “ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto.” Io credo che il presidente della Repubblica abbia avuto paura: paura di quello che sarebbe successo se le liste del Pdl fossero state escluse; e ha deciso di non correre rischi. La storia ha dimostrato che cedere alla prepotenza è un errore, che ogni concessione alimenta prepotenze successive; e che arriva sempre il momento di dire basta. Forse questo momento era arrivato.
da il Fatto Quotidiano del 10 marzo
(dal canale Youtube di Gromish)"
martedì 9 marzo 2010
Vespa rivela le minacce di B. al presidente
'Nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì con il capo dello Stato', il premier - scrive Vespa - 'Berlusconi ha pensato di far saltare il tavolo'.
E 'l’indisponibilità manifestata da Napolitano a firmare un decreto che salvasse la lista del Pdl nel Lazio e la posizione di Formigoni in Lombardia sarebbe stato lo sparo di Sarajevo. Come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie il 28 giugno del 1914 fu il pretesto per scatenare la Prima guerra mondiale, così l’eventuale sacrificio dei candidati alla conquista e alla conferma nelle due regioni più importanti d’Italia sarebbe stato l’innesco di una bomba ben più micidiale. E Vespa spiega anche come 'Il presidente del Consiglio voleva far approvare la sera stessa un decreto legge sulla falsariga del precedente delle elezioni europee del ‘95: i radicali erano fuori tempo e ricorsero a Scalfaro, Lamberto Dini presidente del Consiglio riaprì i termini per 48 ore e tutto si aggiustò'.
Ma 'il capo dello Stato ha sostenuto che quella procedura non poteva essere sostenuta in questo caso e Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza'.
da il Fatto Quotidiano del 7 marzo"
sabato 23 gennaio 2010
Sonia Alfano scrive a Napolitano: “Ricorda un latitante e tace su mio padre, morto per la legalità”
di Sonia Alfano, da [...]"