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lunedì 25 aprile 2011

La Germania si interroga sul “carbone pulito”

La Germania si interroga sul “carbone pulito”: "

Si chiama “Carbon Capture and Storage”. Una tecnica per neutralizzare il gas ad effetto serra, responsabili del surriscaldamento terrestre, prodotto (principalmente) dalle centrali a carbone. Un progetto più facile a dirsi che a farsi. Non per il colosso svedese Vattenfall che ha messo a punto una tecnologia in grado di “catturare” le esalazioni della combustione del carbone e di stiparle sottoterra”. Manna dal cielo per un paese come la Germania che, dopo il disastro di Fukushima, sta seriamente ripensando la propria politica energetica cercando di emanciparsi quanto più possibile dal nucleare.


A Berlino la fonte primaria di energia è la combustione del carbone e, in attesa delle rinnovabili, l’idea di renderla più verde piace a molti. Soprattutto alla compagnia scandinava, che nel 2015 inaugurerà la prima maxi-centrale dimostrativa in terra tedesca.


Svolta storica e fine del carbone come fonte “sporca”? Forse. Se le industrie energetiche si preparano già a incassare super-incentivi, l’idea di riempire il sottosuolo di anidride carbonica non piace a tutti: la trovata può essere pericolosa, causare incidenti e inquinare le falde.


Sul rivoluzionario metodo Css, cattura e stoccaggio della CO2, la cautela è massima. Allevatori e agricoltori potrebbero non gradire l’idea di vedere il proprio sottosuolo imbottito di gas, anche se la Vattenfall giura sull’assoluta sicurezza delle “trappole geologiche” in cui verrà sepolta l’anidride carbonica, a mille metri di profondità.


Il gas serra, prodotto dalla combustione del materiale fossile, rappresenta il maggiore handicap ambientale delle centrali a carbone: in questo caso verrebbe separato dagli altri fumi e pompato sottoterra, dove sarebbe immagazzinato “permanentemente” in gigantesche cavità: vecchi giacimenti di idrocarburi ormai esauriti o, più spesso, formazioni porose e permeabili che creano “camere di immagazzinamento” naturali.


L’opposizione è già in allerta: primo, perché la Vattenfall mira ad occuparsi di tutto il ciclo del carbone, dall’estrazione nelle miniere ai nuovi impianti per la produzione elettrica. E poi per le perplessità nei confronti di una tecnologia ancora “giovane”, non ancora abbastanza sviluppata e testata, nonostante la compagnia svedese abbia aperto “centrali pilota” anche in Olanda e nel Regno Unito.


Le preoccupazioni riguardano le possibili fughe di CO2, altamente tossiche. Ma c’è di più: si teme che i depositi sotterranei di gas serra possano avvelenare falde acquifere e superfici agricole. “Inutile prendersi cura delle nostre risorse, preservandole per i nostri figli, se poi immagazziniamo la CO2 nei terreni senza avere idea di cosa ciò possa provocare”, afferma l’allevatore Henrik Staark, intervistato dalla rete tedesca ZDF in vista dall’apertura della prima centrale, a Jänschwalde. “Saranno minacciati i miei animali? E l’acqua?”.


Se gli agricoltori temono il peggio, persino Ralf Christoffers, ministro dell’economia del Brandeburgo, Land fra i più ricchi di carbone e ultra-dipendente dalla più tradizionale fonte energetica, non ritiene possibile, per il momento, garantire ai cittadini la completa sicurezza di questa nuova tecnologia.


E in Italia? Proprio in questi giorni è stato inaugurato un impianto pilota per la cattura dell’anidride carbonica. L’Enel ha infatti deciso di sperimentare “cattura e sequestro” di parte dei 15 milioni di tonnellate di CO2 immessi annualmente in atmosfera dalla centrale termoelettrica a carbone di Cerano, nei pressi di Brindisi. L’impianto sperimentale pugliese sembrerebbe in grado di “filtrare” dai fumi di combustione circa ottomila tonnellate di anidride carbonica all’anno: cifra che in realtà rappresenta appena lo 0,05% di tutte le emissioni annue della centrale.


Intanto, c’è chi prova a cambiare orizzonte. Greenpeace parla di “false speranze” sul futuro del carbone pulito, “ampiamente propagandato” dall’industria del settore solo per “giustificare la costruzione di nuove centrali”. Sforzi vani, per gli ecologisti, dato il carattere “ampiamente sperimentale” della Css. Tecnologia che, oltretutto, “non sarà pronta in tempo per salvare il clima”.

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I cinque criteri della spesa a basso impatto ambientale

I cinque criteri della spesa a basso impatto ambientale: "

Fare la spesa e mangiare non solo soddisfa il nostro bisogno di nutrirci, ma ha ricadute ambientali, sociali ed economiche oltre che sulla nostra salute. Il cibo, infatti, costituisce circa il 25% dell’impatto ambientale di ognuno di noi.


Ogni giorno compiamo libere scelte su cosa mangiare, come cucinare, cosa buttare, cosa ordinare al ristorante, cosa acquistare. E’ importante essere consapevoli delle proprie scelte, ma non è facile orientarsi tra allarmismi veri e falsi, false credenze, mala-informazione.


Come sempre ci vuole buon senso e non è necessario stravolgere la propria vita o cambiare radicalmente le proprie abitudini per acquisire una libertà reale di scelta.


Per avere il massimo beneficio e il minore impatto gli ingredienti che portiamo sulla nostra tavola dovrebbero rispondere a tutti questi requisiti:

-  provenire da agricoltura biologica o biodinamica (la stagionalità è sottintesa);

-  avere percorso meno strada possibile;

-  provenire direttamente dal produttore senza ulteriori passaggi di mano e possibilmente essere stati raccolti da poco;

-  essere stati lavorati meno possibile;

-  essere privi di imballaggio.


Ognuno di questi criteri (biologico, km zero, filiera corta, ecc.), se preso singolarmente, è discutibile. Ne parla ad esempio Dario Bressanini in Pane e Bugie (Chiarelettere, 2010). Se però si riescono a rispettare tutti i requisiti contemporaneamente si ha il massimo beneficio senza rischiare paradossi come la fragola biologica che viene dalla Nuova Zelanda.


Non tutti gli alimenti che consumeremo potranno soddisfare questi requisiti ma almeno per quelli che costituiscono la base della nostra alimentazione ci possiamo provare.


Dove trovare questi prodotti? Acquistando direttamente dai produttori, cosa non banale per chi vive lontano dalla campagna. Per questo, e dal desiderio di riappropriarsi del proprio potere d’acquisto, nella seconda metà degli anni ’90 sono nati i primi Gruppi di Acquisto Solidale. Ora sono circa 700 in Italia di cui 200 solo a Milano.


I GAS stanno crescendo e cominciano a farsi sentire anche politicamente e a esercitare il proprio potere anche a livello di politiche del territorio. Vedi ad esempio la “Lettera ai candidati sindaco del Comune di Milano” (sostenuta da Intergas e da diversi GAS molto attivi come il Gas Lola), o la “Lettera alla Provincia di Roma sugli interventi di sostegno”, la raccolta firme contro la privatizzazione dell’acqua.


Non si tratta quindi solo di un’alternativa al supermercato, ma di una scelta consapevole che può arricchire anche umanamente. Naturalmente bisogna dedicargli un po’ del nostro tempo, ma a beneficiarne saranno anche l’economia locale e il territorio. Con la possibilità di instaurare rapporti di fiducia con i produttori e avere accesso a prodotti di altissima qualità che non arrivano sugli scaffali dei supermercati perché le produzioni sono piccole e artigianali.


Per conoscere i GAS potete consultare il sito Retegas (Intergas per la Provincia di Milano e Gasroma per il Lazio) dove ci si può iscrivere e partecipare a incontri e acquisti.

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mercoledì 23 marzo 2011

mercoledì 16 marzo 2011

domenica 6 marzo 2011

Nuove auto e nuove case, ma il mercato è saturo

Nuove auto e nuove case, ma il mercato è saturo: "

È difficile capire come si sia potuto credere e far credere che incentivando la domanda di prodotti che hanno saturato da tempo il mercato si possa far ripartire la crescita economica. In Italia negli anni Sessanta del secolo scorso le automobili circolanti erano 1.800.000. Nel 2008 sono state 35 milioni. Se nei decenni passati il settore aveva grandi possibilità di espansione, oggi non ne ha più. Ha riacquistato un po’ di slancio con gli incentivi alla rottamazione, ma, appena sono finiti, la domanda di nuove immatricolazioni è crollata quasi del 30 per cento da un mese all’altro. A livello mondiale l’eccesso della produzione automobilistica è circa un terzo del totale: 34 milioni di autovetture all’anno su 94 milioni.


La scelta di puntare sul rilancio della produzione automobilistica non solo si è dimostrata fallimentare dal punto di vista economico, ma è anche irresponsabile dal punto di vista energetico e ambientale perché l’autotrasporto (autovetture e camion) assorbe in Italia circa un terzo di tutte le importazioni di fonti fossili. Contribuisce per un terzo alle emissioni di CO2, che sono la causa principale dell’innalzamento della temperatura terrestre.


Negli anni Sessanta del secolo scorso anche il settore dell’edilizia presentava grandi possibilità di espansione, sia perché era necessario completare l’opera della ricostruzione post-bellica, sia perché erano in corso movimenti migratori di carattere biblico dalle campagne alle città, dal sud al nord, dal nord-est al nord-ovest. Ora non è più così. Nel quindicennio intercorrente tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005 sono stati edificati 3 milioni di ettari di terreno: una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo. Contestualmente il numero degli edifici inutilizzati è cresciuto. A Roma ci sono 245.000 abitazioni vuote su 1.715.000. Una su sette. A Milano 80.000 appartamenti su 1.640.000 e 900.000 metri cubi di uffici: un volume equivalente a 30 grattacieli Pirelli.


Situazioni analoghe si verificano in tutte le città di tutte le dimensioni. I terreni agricoli adiacenti alle aree urbane sono costellati di capannoni industriali in cui non si è mai svolta la minima attività produttiva. Anche la scelta di puntare sull’edilizia come volano della ripresa economica si è rivelato un errore strategico e contemporaneamente una dimostrazione di irresponsabilità ambientale perché i consumi energetici degli edifici sono superiori a quelli delle automobili. Assorbono altrettanta energia, un terzo del totale, ma solo in cinque mesi per il riscaldamento invernale. Quindi, come scrive anche Giorgio Cattaneo sul blog Libre, nel caso della riconversione edilizia – di cui l’Italia avrebbe un estremo bisogno, anche per ridurre la propria grave dipendenza energetica – a crescere sarebbe una gran quantità di beni (riscaldamento a minor costo, ambiente più pulito), mentre a rimetterci sarebbe soltanto una merce: il gasolio o il metano da riscaldamento.


Devote alla “teologia del Pil”, dottrina fondata sulla teoria della crescita illimitata dei consumi, economia e politica non osano pronunciare serenamente la parola decrescita, ma basta l’esempio della possibile riconversione edilizia, che in Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione, a dimostrare che non siamo di fronte a un ossimoro: proprio la decrescita (del Pil legato allo spreco di energia) potrebbe assicurare una grande ripresa dell’occupazione nel settore, con una straordinaria eredità di lavoro utile e di benessere diffuso."

venerdì 25 febbraio 2011

"Le elettriche inquinano come le altre auto"

"Le elettriche inquinano come le altre auto": "

La denuncia di uno studio inglese: la differenza principale tra i due sistemi a motore starebbe, secondo gli esperti della Which?, più nell'apparenza che nella sostanza: nell'auto a benzina le emissioni nocive fuoriescono dal tubo di scappamento, in quella elettrica vengono emesse direttamente dalla centrale che produce...

mercoledì 23 febbraio 2011

Mandare un'email è ecologico costa solo 4 grammi di CO2

Mandare un'email è ecologico costa solo 4 grammi di CO2

General Electric ha lanciato un'applicazione online, "How Much CO2", per tradurre in emissioni di anidride carbonica le più comuni attività quotidiane, costruendosi poi le proprie classifiche personali. Si scopre, così, che usare Facebook è meno inquinante che chattare con Skype

martedì 28 dicembre 2010

Stupido bandire i sacchetti di plastica

Stupido bandire i sacchetti di plastica

Da gennaio le tradizionali buste della spesa saranno sostituite da quelle eco compatibili: per gli ambientalisti sono riutilizzabili e inquinano meno. Eppure per sbugiardarli basta poco: una piccola bottiglia per esempio...

sabato 20 novembre 2010

"Solo il nucleare ci salverà dai semianalfabeti verdi"

Solo il nucleare ci salverà dai semianalfabeti verdi

Franco Battaglia, lo scienziato politicamente scorretto: "L’energia solare è dannosa perché toglie risorse agli interventi contro il dissesto idrogeologico"

venerdì 10 settembre 2010

Camigliano: comune sciolto per raccolta differenziata

Camigliano: comune sciolto per raccolta differenziata: "

E’ successo a Camigliano, provincia di Caserta quando lo scorso 3 agosto il primo cittadino, Vincenzo Cenname, è stato destituito da un decreto del ministero dell’Interno. La scure di Bobo Maroni questa volta non è andata a colpire un comune colluso con la mafia, ma un’amministrazione che ha fatto della raccolta differenziata la sua missione, arrivando a riciclare quasi il 70% della spazzatura.
L’unica colpa quella di essersi opposto alla provincializzazione della gestione dei rifiuti che, visto il curriculum del consorzio Napoli-Caserta da cui la nuova società nasce, significa clientela, sprechi e tasse per i cittadini.
La legge 26 (quella che sanciva la fine dell’emergenza immondizia in Campania), impone ai comuni di farsi da parte e di lasciare la gestione dei rifiuti, compresa la riscossione delle tasse, al nuovo ente provinciale.
Ma l’ormai ex sindaco non vuole cedere: “ Mi sono sempre opposto alla gestione del consorzio e ora lo faccio con la società provinciale. Preferisco usare uomini e mezzi del comune, imposte all’ente locale in cambio di un servizio efficiente”. Ma Maroni non ci sente e in piena estate fa firmare il decreto di scioglimento al presidente della Repubblica. Peccato perché la raccolta differenziata di Camigliano e delle sue 17 provincie è così avanzata da fare invidia ai paesi dell’Alto Adige. Raccolta degli oli esausti, distribuzione di pannolini lavabili alle neo mamme e i bambini che portano la plastica a scuola vengono premiati con ecoeuro per comprare materiale didattico. Questi sono solo alcuni esempi e i numeri danno ragione all’ormai ex primo cittadino: costi contenuti, bilancio in ordine. “ Se i comuni – continua Cenname – escono dalla gestione, la nuova società provinciale con l’ingresso dei privati, ereditando i disastri finanziari del consorzio, avrà un solo modo per ripianare i buchi: aumentare la tariffa. Una logica che rigetto, tra l’altro sulla legge 26 c’è una proposta di modifica, avanzata dalla provincia di Caserta, guidata dal centro-destra”. La nuova società provinciale eredita la gestione allegra del consorzio unico Napoli-Caserta, guidato fino all’aprile scorso dal plurindagato Antonio Scialdone, e ancor prima l’esperienza dei consorzi di bacino, tra cui il famigerato Ce4, retto da Giuseppe Valente, l’uomo di Cosentino, già condannato due volte.
La rimozione di Cenname è avvenuta in soli 7 giorni. Ingegnere ambientale, under 40, preparato e competente. Troppo per la provincia casertana dove si contano 28 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Ma l’ex sindaco promette battaglia: “ Valuteremo i prossimi passi. Nei giorni scorsi c’erano i ragazzi di Libera, venivano da Padova, non sono riuscito a spiegare perché mi hanno cacciato, sono rimasti allibiti”. Poco distante da Camigliano, le notizie raccontano di nuovi scioperi dei lavoratori degli ex consorzi, rifiuti in strada e raccolta a rilento. Mentre l’emergenza torna protagonista, il governo manda a casa i sindaci modello.

Di Nello Trocchia

Clicca qui per vedere il video incorporato.


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domenica 29 agosto 2010

Stiamo ancora parlando di nucleare?

Stiamo ancora parlando di nucleare?: "

Un sistema basato su una perenne crescita economica e quindi su aumenti continui dei consumi ha costantemente bisogno di aumentare l’offerta di energia, invece che diminuirne la domanda. La proposta del nucleare si basa proprio sulla convinzione che la domanda di energia non possa non crescere. Ma questo non è un dato oggettivo su cui fare le previsioni, perché con opportune innovazioni tecnologiche la domanda di energia si può ridurre, senza deprimere gli usi finali, ma semplicemente riducendo gli sprechi e le inefficienze.

Questo è il punto di partenza di ogni politica energetica, perché produrre e usare energia comporta sempre e comunque qualche forma di inquinamento ambientale, e l’unica maniera di ridurlo è fare in modo di consumarne di meno. Come dice l’ingegner Palazzetti, l’inventore del primo micro-cogeneratore di energia, è “meglio un KW/h evitato di un KW/h sostituito, anche con fonti rinnovabili piuttosto che fossili”.

Il vantaggio di questa impostazione è che coniuga la riduzione dell’impatto ambientale con la riduzione dei costi, perché gli investimenti necessari a sviluppare quelle tecnologie che aumentano l’efficienza e riducono gli sprechi si ripagano entro un certo numero di anni con i risparmi economici che consentono di ottenere. E perché il costo di investimento per un kilowatt evitato è molto inferiore del costo di investimento per un kilowatt prodotto, qualunque sia la fonte da cui proviene.

C’è un’ultima ragione per dare preferenza a questa scelta: i tempi necessari a ridurre il consumo di energia attraverso una maggiore efficienza sono più brevi dei tempi necessari a produrre energia con fonti fossili, o peggio, nucleari. Infatti, anche ammesso e non concesso che il nucleare non comporti nessun pericolo e nessun aumento dei costi, ammesso e non concesso che il nucleare consenta una riduzione delle emissioni di CO2 (cosa non vera, perché se la produzione di energia nucleare non manda CO2 in atmosfera, lo fa la costruzione delle centrali nucleari, oltre che l’estrazione e la purificazione dell’uranio), se dobbiamo ridurne le emissioni del 20% entro il 2020 per evitare che si aggravi in maniera irreversibile l’effetto serra, anche se per un concorso di cause (in realtà non realizzabile) si riuscisse ad avviare la costruzione di alcune centrali nucleari entro il prossimo anno, il primo KW/h prodotto con questa fonte non potrebbe essere immesso in rete prima del 2021, cioè fuori tempo massimo.

Per ridurre veramente le emissioni di CO2 in atmosfera, oltre che ridurre le nostre bollette (altro cavallo di battaglia dei nuclearisti), si dovrebbe iniziare a lavorare sulla riduzione della domanda di energia piuttosto che sul costante aumento della sua offerta. Ma anche considerando un maggiore fabbisogno di energia, indipendentemente da tutte le preoccupazioni che il nucleare giustamente suscita, basta dire che non rappresenta il modo di fornire tempestivamente un’offerta aggiuntiva di energia elettrica, né, come accennato, quello di ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Se la politica economica e industriale del governo prevedesse invece la ristrutturazione energetica delle case esistenti, i primi risultati si potrebbero vedere nel giro di sei mesi. Ciò che in questo momento ci si dovrebbe chiedere in Italia quando si sente ancora parlare di energia nucleare è quindi: meglio fare una scelta più costosa, più pericolosa e che richiede tempi più lunghi, o una scelta meno costosa, assolutamente non pericolosa e che richiede tempi molto più brevi? Non dovrebbe essere difficile rispondere a questa domanda. A meno che la visione che si ha oggi del mondo, dell’ambiente e dell’economia sia la stessa che si poteva avere negli anni sessanta.

Per conoscere meglio la “decrescita felice” clicca qui

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sabato 21 agosto 2010

giovedì 19 agosto 2010

Ferragosto, Sartori mio ti riconosco

Ferragosto, Sartori mio ti riconosco: "

Da alcuni anni, il professor Giovanni Sartori approfitta della penuria estiva di notizie per farsi pubblicare sempre lo stesso articolo, sempre nel giorno di Ferragosto, e sempre sul Corriere della sera. Sarà forse perché un 15 agosto così freddo e così brutto non lo si vedeva da tempi immemorabili, ma quest’anno – accanto al consueto rosario catastrofista – Sartori dice una cosa nuova e giusta.



Prima di dare credito a Sartori per questa inattesa deviazione rispetto alla norma, però, vale la pena evidenziare almeno due errori da matita blu presenti nel sermone. Il primo:


[Il clima sta cambiando] Ma molti governi, Italia in testa, non fanno nulla per creare un’opinione “verde” né per affrontare seriamente il problema del collasso ecologico. [corsivo aggiunto]


Non voglio, qui, discutere l’esistenza del collasso ecologico (lo farò tra poche righe). Voglio invece concentrarmi sulle parole in corsivo perché mi sembrano false dal punto di vista descrittivo e pericolose da quello prescrittivo. False, perché se c’è un tema su cui tutti i governi, compreso quello italiano, investono risorse in comunicazione ed “educazione” (oltre che formazione nelle scuole), è proprio quello del clima. Ci sarebbe, semmai, da mettere il naso nella qualità dell’informazione fornita (anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo, specie nelle sue declinazioni più allarmiste e/o peracottare) ma non mi sembra che ci sia un deficit di “informazione”. Lo dimostra, per esempio, l’ultima rilevazione Eurobarometro sul tema, secondo cui il 47 per cento degli europei e il 32 per cento degli italiani considerano il riscaldamento globale uno dei problemi più seri che il mondo si trovi ad affrontare (entrambi in netto calo rispetto alle rilevazioni precedenti, principalmente a causa della crisi che ha determinato una revisione delle priorità). Se gli italiani e gli europei temono tanto il riscaldamento globale, è a causa sia della propaganda delle organizzazioni verdi, sia della propaganda pubblica di governi e organizzazioni internazionali. Quindi, Sartori dice una bischerata. Ma il problema vero è che io non credo che i governi dovrebbero formare l’opinione pubblica: anche senza fare l’estremista liberista che sono, posso concedere che i governi debbano occuparsi dei beni pubblici, internalizzare le esternalità, garantire i diritti eccetera. Ma l’opinione pubblica dovrebbe formarsi liberamente: altrimenti, da qui al Minculpop il passo è breve (ieri la razza, oggi il clima: cambiano solo i pretesti per dare al governo il potere di dire alla gente ciò che deve pensare). Dunque, mi fa molto più paura il governo educatore del cambiamento del clima.


Il secondo errore da matita blu è questo:


La crisi economica è e resta grave, ma il problema della crescente invivibilità del nostro pianeta è molto, molto più grave.


Crescente invivibilità?? Non so dove Sartori “inviva” (credo in un attico newyorkese), ma dalle mie parti (ok, la Liguria è una zona fortunata) il mondo è vivibile – oggi più di ieri, e ieri più dell’altroieri. Tutti i dati, del resto, suggeriscono che le cose stiano così. Lo suggeriscono in particolare due dati, che Sartori conosce molto bene perché ci ha “scritto” un libro. Il primo dato è quello sulla popolazione globale, che è cresciuta da 2,5 miliardi di esseri umani nel1950 a 7 miliardi oggi, e continuerà a crescere  – si stima – fino a circa 9 miliardi nel 2050. Se una popolazione cresce, è anche perché l’ambiente in cui vive è migliore (rispetto alle sue esigenze), più ospitale e meno tossico. Cosa, peraltro, confermata dal secondo dato: l’aspettativa di vita alla nascita, a livello medio globale, è cresciuta da 54 anni nel1960 a 71 nel 2008 (in Italia, rispettivamente, da da 72 a 84). In quale senso del termine un pianeta nel quale si verificano queste tendenze è caratterizzato da una “crescente invivibilità”?


Sartori scrive poi due cose quanto meno bizzarre: anzitutto abbandona clamorosamente l’energia eolica (“è fiorita quasi soltanto perché fonte di tangenti e di intrallazzi” ed è “largamente un imbroglio“), che è bizzarro perché l’eolico – in condizioni di adeguata ventosità – è la meno patacca tra le fonti rinnovabili (al netto dell’idroelettrico). Ma a Sartori – è chiaro dalle edizioni precedenti della sua omelia – non interessa garantire uno sviluppo sostenibile: Sartori pensa che siamo troppi e consumiamo troppo, e dunque non si fa troppi problemi su come compensare gli eventuali sacrifici ecologici. Poi usa Bjorn Lomborg pro domo sua, attribuendogli una conversione inesistente (da “negazionista” a tiepidamente interventista) perché Lomborg non ha mai negato l’esistenza del cambiamento climatico né il ruolo dell’uomo, ma ha sempre sostenuto (e lo fa ancora adesso) l’opportunità di non spendere tonnellate di soldi nelle politiche che piacciono a Sartori.


Comunque, dicevo, Sartori conclude il pezzo dicendo una cosa molto giusta, e questo gli va riconosciuto. Il ragionamento è che le varie profezie su questo o quel disastro si rivelano sistematicamente fallaci perché pretendono di avere una precisione di cui non disponiamo. Per Sartori, possiamo individuare delle tendenze (quelle che individua lui sono peraltro sbagliate, come sull’esaurimento delle risorse, ma questo è un altro discorso) ma non fissare delle date fine-di-mondo. Tuttavia, l’opinione pubblica è sensibile proprio a queste ultime, quindi – secondo Sartori – c’è una sorta di trade off tra l’onestà nella comunicazione scientifica e l’efficacia nel raggiungere gli obiettivi politici a essa collegati (già sentito?). Dunque,


predire scadenze è sbagliato; ma non farlo rende la predizione inefficace. Come uscire da questo circolo vizioso? Non lo so.


Ecco: “non lo so” sono le tre parole più corrette dell’articolo. Solo, andrebbero generalizzate.


Update 10:18 AM: testo corretto secondo il rilievo di LucaF. Grazie Luca!

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domenica 1 agosto 2010

La guerra del mais transgenico "Distruggete quei campi"

La guerra del mais transgenico "Distruggete quei campi": "La guerra del mais transgenico 'Distruggete quei campi'
Ambientalisti e cittadini mobilitati in provincia di Pordenone. Le analisi di Greenpeace hanno confermato che nelle coltivazioni di Fanna è stato piantato il Mon810 della Monsanto: 'Un atto irresponsabile e illegale, i pollini ogm stanno giá volando nei terreni vicini'. La difesa degli agricoltori di ELISA COZZARINI

(17:18 29/07/2010)
La commissione europea proprio oggi ha infatti dato il via libera definitivo all'importazione in Europa, a fini alimentari e per la produzione di mangimi - e non per la coltura - di sei mais Ogm: si tratta di cinque nuovi mais transgenici e del rinnovo dell'autorizzazione, per altri 10 anni, all'importazione a utilizzazione del mais Bt11. Le nuove autorizzazioni riguardano il mais della Syngenta, il Bt11xGa21; il mais Dow AgroScience 1507x59122; il mais di Pioneer 59122x1507xNk603; e i mais di Monsanto Mon88017xMon810 e Mon89034xNk603. Sulla loro "sicurezza" l'Agenzia europea per la sicurezza alimentare ha rilasciato una valutazione positiva.

domenica 25 luglio 2010

Clima: te l’avevo detto, io

Clima: te l’avevo detto, io: "


Autocitarsi è sempre un po’ antipatico e va fatto con moderazione e ironia, ma a volte ci vuole. Leggere che i Democratici hanno rinunciato al climate bill, che avrebbe allineato (seppure in modo molto graduale e con le dovute calma e cautela) gli Usa alle politiche energetiche europee, non solo mi riempie di speranza. Non solo automaticamente paralizza tutti i negoziati globali sul tema, visto che è assai improbabile che gli Usa, non potendo raggiungere un compromesso interno, si facciano promotori di un compromesso internazionale. Non solo desta qualche preoccupazione e attenzione per la possibile scelta della Casa bianca di premere il pedale sulla regolazione della CO2 come un inquinante – una follia che nessun economista, che io sappia, considera sensata, ma con la politica non si sa mai. Soprattutto, provo una certa soddisfazione sapendo che – mentre tutti in Europa si sbracciavano per l’elezione di Obama e l’europeizzazione degli States – come Puffo Quattrocchi, l’avevo detto, io – in tempi non sospetti.

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sabato 24 luglio 2010

Balneabilità “taroccata” nel Golfo di Napoli, 14 tecnici sotto accusa

Balneabilità “taroccata” nel Golfo di Napoli, 14 tecnici sotto accusa: "

I giudizi di balneabilità del mare tra Sorrento, Massa Lubrense, Vico Equense, Punta Campanella, Capri, Ischia e Castellammare di Stabia pronunciati nel 2009 dagli esperti dell’Arpac sarebbero fondati su analisi di laboratorio fasulle. Perché gli orari dei verbali di campionamento delle acque marine sarebbero assolutamente incompatibili con gli orari di entrata e di uscita registrati sulle schede dei battelli impiegati nei prelievi. Incongruenti anche i tempi di navigazione necessari per raggiungere i punti indicati sui rapporti.

Traduzione: c’è il sospetto che le analisi non siano state compiute davvero, oppure siano state eseguite su campioni di mare non corrispondenti a quelli per i quali veniva concessa (o negata) la balneazione. Con ovvi rischi per la salute degli ignari bagnanti di alcune tra le più rinomate località turistiche della provincia di Napoli. Sono queste le clamorose ipotesi della Procura di Torre Annunziata che ha formulato gli avvisi di conclusa indagine per 14 tecnici del dipartimento provinciale dell’Arpac di Napoli, tra i quali il responsabile dell’unità epidemiologica e il dirigente biologo. Sono accusati di reati che vanno dal concorso in falso ideologico all’omissione d’atti d’ufficio.

Ben 161 i prelievi d’acqua ritenuti ‘taroccati’ e finiti nel mirino degli inquirenti. Sono stati realizzati tra la primavera e l’estate del 2009. I più numerosi riguardano i tratti di mare della costiera sorrentina. Ma i dubbi in qualche caso riguardano anche le risultanze delle trasferte dei battelli verso Capri e Ischia. Due capi di imputazione riguardano i ritardi dell’Arpac nell’eseguire le analisi suppletive nei tratti di mare dove il primo campionamento aveva dato esito negativo e bollino nero. Andrebbero fatte il più presto possibile e, in caso di ulteriore riscontro di inquinamento, bisognerebbe dichiarare la temporanea non balneabilità della zona. Invece le analisi-bis venivano compiute solo dopo diversi giorni.

Secondo il pm Mariangela Magariello, che ha ereditato un’inchiesta condotta dalla collega Marta Correggio, “tale ritardo non consentiva un adeguato monitoraggio sulla balneabilità delle acque”. Inoltre, avrebbe esposto i bagnanti al pericolo di continuare a immergersi in zone inquinate. L’ ‘errore’ si sarebbe ripetuto nove volte. E sempre in zone molto frequentate: la spiaggia libera di Piano di Sorrento, alcuni stabilimenti di Castellammare di Stabia, la costa tra Sant’Agnello e Punta Sant’Elia, diversi punti di Sorrento. Per tutti questi tratti di costa, trascorsi diversi giorni, le nuove analisi hanno dato esito favorevole. Ma chi ci dice che in quell’intervallo di tempo le acque non fossero ancora non ‘balneabili’?

L’indagine è stata avviata nel luglio del 2009 con lo scopo di scoprire le cause dell’inquinamento marino in provincia di Napoli e individuare i responsabili degli scarichi abusivi e del cattivo trattamento delle acque reflue. Lo spunto dell’apertura del fascicolo nacque da un’intervista dell’oceanografo Giancarlo Spezie, che dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno consigliava “di evitare di farsi il bagno nel Golfo di Napoli”, definendo inadeguato il sistema dei controlli. Fu un’estate terribile, trascorsa tra depuratori ‘esplosi’ e liquami che finivano direttamente in mare, coi turisti in fuga dalle spiagge. Il procuratore capo Diego Marmo acquisì agli atti l’articolo e convocò il professore Spezie per mettere a verbale le sue osservazioni.

In seguito la Procura ha affidato allo stesso Spezie e all’ecologo marino Vincenzo Saggiomo l’incarico di supervisionare i prelievi, in collaborazione con il dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Napoli e l’area monitoraggio della stazione zoologica Dohrn. E’ emersa così la vicenda di analisi ritenute inattendibili e forse truccate. Come nel caso delle schede tecniche dei campionamenti Arpac del 17 luglio 2009. In questa data sarebbero state eseguite le analisi in due punti del mare di Castellammare di Stabia e in dieci punti tra Sorrento e Massa Lubrense. Peccato che l’unico battello operante quel giorno si trovasse da tutt’altra parte, impiegato – scrive il pm – “nello svolgimento della missione Capri”.

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Agricoltura ed emissioni: gli effetti positivi dell’intensificazione

Agricoltura ed emissioni: gli effetti positivi dell’intensificazione: "

Che, in attesa di risposte un po’ più certe (o quantomeno credibili) sulle origini dei cambiamanti climatici, lo sviluppo e il progresso economico siano la più saggia politica climatica e ambientale, come ebbe a dire qualche tempo fa Andrew C. Revkin sul NYT, sembrerebbe cosa più che ragionevole in sé. Oggi uno studio apparso su Proceedings of the National Academy of Sciences of United States of America offre una visione del tutto nuova e controcorrente sullo sviluppo agricolo come fattore determinante per la riduzione dei gas serra. Il titolo dello studio, segnalato da Marco Cattaneo, è Greenhouse gas mitigation by agricultural intensification, ovvero Mitigazione dei gas serra per effetto dell’intensificazione agricola.



L’agricoltura moderna ha già da tempo risposto alle cornacchie malthusiane: tra il 1961 e il 2005, mentre la popolazione mondiale cresceva del 111%, la produzione agricola è aumentata del 162% (sono i primi due grafici della figura qui sotto), mentre gli altri due grafici mostrano come sia stato lo sviluppo tecnologico e la conseguente impennata della produttività (in basso a destra l’incremento nell’uso di fertilizzanti) a incidere su questo incremento molto più dell’aumento delle terre coltivate (in basso a sinistra). Intensification, prima di tutto, molto più che extensification.



Lo studio però va oltre, immaginando due scenari ipotetici e confrontandoli con la realtà. Il primo scenario ipotizza che la popolazione mondiale e l’economia globale si siano evolute come nel mondo reale, ma che la tecnologia e la pratica agricola siano rimaste ferme al livello del 1961. Uno scenario pazzesco dal punto di vista scientifico, ma che paradossalmente sembra essere il punto di arrivo delle più diffuse e popolari policies agroambientali, quantomeno in Europa. Il secondo scenario, al contrario, immagina che la tecnologia agricola sia sì in evoluzione,  ma solo in misura sufficiente a conservare il tenore di vita del 1961.


Utilizzando i principali fattori di emissione di gas serra che derivano dalle attività agricole (emissioni del suolo, uso dei fertilizzanti, coltivazione del riso e conversione dei terreni, risulta che entrambi gli scenari sarebbero stati devastanti, proprio perché in entrambi vi sarebbe stato un aumento dell’extensification rispetto all’intensification (nel primo scenario, per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale del 2005, un’agricoltura ferma al 1961 avrebbe dovuto rendere coltivabile, essenzialmente attraverso la deforestazione, una superficie superiore a quella della Russia). Lo si può vedere da questa figura, dove il primo grafico rappresenta l’evoluzione reale delle emissioni derivanti dalle attività agricole, gli altri due rappresentano i due scenari ipotetici appena descritti.



Per concludere, lo studio afferma che, nonostante le emisioni dovute, per fare un esempio, all’uso di fertilizzanti siano aumentate, l’effetto netto di rese agricole più alte è stato un risparmio, nei 45 anni valutati, di 590 miliardi di tonnellate di CO2, e che ogni dollaro investito nell’aumento della produttività agricola renda un risparmio di 249 chilogrammi di CO2.


Nel paese (e nel continente) dei disincentivi alla produzione, del rifiuto delle biotecnologie, del basso impatto, della decrescita più o meno felice, dei chilometri zero e dell’agricoltura paesaggistica, uno studio del genere dovrebbe essere quantomeno preso in considerazione. Dubito fortemente che lo sarà.

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