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sabato 25 settembre 2010

Indegnità di servizio

Indegnità di servizio: "

Gent. Sig. Presidente della Repubblica, apprendiamo con sollievo la Sua decisione di revocare a Calisto Tanzi il Cavalierato al Merito del Lavoroper indegnità”, in quanto reo confesso di gravissimi reati finanziari. Il sollievo deriva sia dal merito della decisione, sia dalla ricomparsa di valori che parevano caduti ormai in desuetudine: dignità, onorabilità, rispettabilità, reputazione. “Finalmente!”, verrebbe da esclamare, visto che il crac Parmalat da 15 miliardi sta per compiere sei anni. Meglio tardi che mai. Apprendiamo poi con curiosità che la revoca è stata proposta dal ministro dello Sviluppo economico: deve trattarsi, se non andiamo errati, di un altro Cavaliere del Lavoro, comunemente noto appunto come “il Cavaliere”, anche se la sua dimestichezza con i cavalli è decisamente più incerta di quella con gli stallieri.

Ecco, il fatto che B. ritenga “indegno” Calisto Tanzi (peraltro mai giudicato colpevole in Cassazione) ci ha messi parecchio di buonumore. Perché è vero che l’ex cavalier Tanzi ne ha combinate di tutti i colori. Ma anche il cavalier B. non si è certo risparmiato. Un breve curriculum del personaggio potrà aiutarci a fissare più precisamente i confini della dignità e dunque dell’indegnità. Il soggetto in questione soffiò la sua prima villa a un’orfana minorenne pagandola una miseria, poi vi ospitò per due anni almeno un mafioso (e, se Dell’Utri sarà condannato anche in Cassazione, potremo dire che ne ospitò almeno due); fece carriera grazie alla loggia P2, alle cui sirene era molto sensibile il presidente Giovanni Leone che nel ‘77 gli conferì il Cavalierato del Lavoro; negli anni ‘80 comprò Craxi, pagandolo almeno 23 miliardi, in cambio di leggi e decreti ad personam, dai salva-tv alla Mammì; intanto finanziava l’avvocato Previti perché comprasse giudici e sentenze; è giudiziariamente provato (in Cassazione) che è grazie a una sentenza comprata con soldi suoi che sottrasse la Mondadori a un concorrente; ed è giudiziariamente provato che il teste Mills fu corrotto da B. per testimoniare il falso sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e sui fondi neri All Iberian, dunque se Mills avesse detto la verità B. sarebbe stato definitivamente condannato e oggi sconterebbe quella e altre successive pene nelle patrie galere. Mi fermo ai fatti ormai irrevocabilmente accertati, senza tediarla con altre gravi vicende (per esempio le ultime rivelazioni, con documenti originali, del figlio e della vedova di Vito Ciancimino sugli investimenti di quest’ultimo nelle società del nostro negli anni ‘70) e senza rammentarle le 39 leggi vergogna che Lei ben conosce, avendo promulgato le ultime otto. La domanda, ora, è semplice: che deve fare di più e di peggio un imprenditore, che nel nostro caso è pure un politico, per vedersi revocare il Cavalierato del Lavoro per manifesta “indegnità”? Insomma che aspetta, signor Presidente, a tirar giù il sedicente Cavaliere dal suo inesistente cavallo?

PS. Perdoni l’ardire, signor Presidente, ma sempre in tema di indegnità e di revoche, le sottoponiamo sommessamente anche il caso di Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e una ventina di volte ministro, giudicato mafioso fino al 1980 da una sentenza di Cassazione e nominato nel 1990 senatore a vita da Francesco Cossiga, altra preclara figura. Di recente l’Andreotti ha dichiarato in tv, col ghigno di un vecchio sciacallo malvissuto, che Giorgio Ambrosoli la morte per mano della mafia “se l’andava cercando”. Come del resto Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, La Torre, Mattarella e le centinaia di galantuomini che, se avessero fatto come lui, si sarebbero iscritti alla mafia e oggi sarebbero vivi, anzi senatori a vita. Ecco, signor Presidente: non crede che sia giunto il momento di revocare il laticlavio a questo figuro per “indegnità” o almeno di invitarlo in via riservata a non mettere mai più piede in Parlamento per tutelare la dignità delle istituzioni? In attesa di un cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.

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sabato 11 settembre 2010

Frasi su Ambrosoli, Andreotti nella bufera «Mi dispiace, fraintese le mie parole»

Frasi su Ambrosoli, Andreotti nella bufera «Mi dispiace, fraintese le mie parole»

Il senatore a vita aveva dichiarato: «Se l'è andata a cercare». Il Pd: «Agghiacciante». L'Idv: «Un insulto»

Andreotti che simpatico vecchietto

Andreotti che simpatico vecchietto: "

Così “Ambrosoli, per dirla in romanesco, un po’ se l’è cercata”. Andreotti ha gettato la maschera? Ma no, è stato solo un po’ più chiaro di altre volte. Quante battute ha fatto in vita sua per far capire, gli altri capivano e facevano finta di niente? Andreotti e Cossiga, Cossiga e Andreotti. Cercheranno di farli santi. Ma guai a dimenticare queste frasi. Che sono una autentica rivendicazione di campo. Perfino peggio del “Mangano eroe”, perché qui si sale fino all’ultimo gradino, lo scherno della vittima. Quell’infame di Ambrosoli, pensate, osò opporsi ai voleri di Giulio Andreotti benché fosse allora l’uomo politico più potente d’Italia; capo del governo, anzi, in perenni rapporti con il latitante Michele Sindona. Che il suo uomo di più stretta fiducia, Franco Evangelisti, incontrò “per caso” in un negozio di giocattoli (trenini? soldatini? bamboline?) a New York.

Dopo questa rivendicazione sarebbe bello che tutti quelli che a suo tempo hanno inondato l’Italia di manifesti sull’ innocenza del Divo facessero pubblica ammenda. E così solennemente dicessero: anche se è uscito indenne per prescrizione dal processo di Palermo, comunque mi fa schifo moralmente e politicamente. E un po’ mi faccio schifo anch’io per averlo portato in trionfo. Quanto a Vespa, il prode Vespa, perché non dà oggi a Umberto Ambrosoli lo stesso diritto di parola che diede a Previti contro i suoi giudici la sera stessa che lo avevano condannato?

Viene un po’ il sangue alla testa a pensare a quante volte mandanti mafiosi e camorristi spremono quella frase sulle brave persone che fanno assassinare: se l’è voluta, se l’è cercata, (in genere aggiungono “quel cornuto”), colpa sua, ha passato il segno. Già, il segno che decidono loro. Lo avranno detto anche su Vassallo. Prendo atto comunque che in nemmeno una settimana le rivendicazioni di campo arrivate via tivù sono almeno due. Questa su Ambrosoli e, mi si perdoni se ancora lì torno, quella di Cossiga sul generale dalla Chiesa alla trasmissione di Minoli. Una frase che, chissà perché, non avevo mai percepito con tanta chiarezza. Cossiga (ridendo) : “Io lo avevo avvisato di non avvicinarsi troppo a Craxi”. Uno dice: e che diavolo c’entra con la fine che ha fatto? Poi ci pensi ed è tutto chiaro, altro che complotti e trame oscure. Traduco: “E tu, generale, davvero pensavi di potere andare in Sicilia a combattere la mafia senza guardare in faccia nessuno, dimenticando la Dc, e addirittura entrando in confidenza con Craxi? Così poi magari lui ti proteggeva mentre tu ci disfacevi l’impero in Sicilia?. Eh, generale, te la sei cercata, io il consiglio te l’avevo dato…”.

Se la sono cercata in tanti. Bisogna dire, in verità, che anche Cossiga e Andreotti se la sono cercata tenacemente, la disistima degli italiani. Solo che non riescono a conquistarla. Andreotti che arrivato quasi ai cent’anni dice una sozzura del genere e non lo cacciano lo stesso dal consesso civile sembra la strega Nocciola che, per quanti prodigi faccia, proprio non riesce a dimostrare a Pippo di essere una strega. Ecco: forza Pippo, forza Italia!

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