Massimo Ciancimino non merita riguardi. E’ un personaggio da prendere con le pinze. Le sue dichiarazioni ai magistrati inquirenti vanno riscontrate con rigore, come - fino a prova contraria -è stato fatto. Ha sbagliato chi sui media ha contributo a farne un’icona dell’antimafia. Detto questo, è evidente che il suo arresto (peraltro richiesto dallo stesso magistrato che si vorrebbe inchiodare come un eversore) è stato sfruttato per colpire ulteriormente la credibilità di alcuni magistrati in prima linea, Antonio Ingroia in testa. Per due motivi: sabotare alcune inchieste scomode e creare un clima favorevole alla controriforma della giustizia che di fatto sottoporrebbe l’azione penale al controllo del potere esecutivo. Antonio Ingroia non va lasciato solo. Né lui né gli altri magistrati che, per il sol fatto di esercitare la propria funzione senza timori reverenziali, sono entrati nel mirino della macchina della diffamazione. Ripropongo qui la lettera che Gian Carlo Caselli ha recentemente scritto proprio su questi temi al Corriere della sera."
sabato 14 maggio 2011
Antonio Ingroia
sabato 23 aprile 2011
Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato
Persino il guru della sinistra, teorico di Potere operaio, ha scritto in un libro: "Ciò che fu fatto dai giudici ai socialisti adesso si ripete coi berlusconiani, è orrido"
lunedì 18 aprile 2011
"Ingiusti non vogliono essere giudicati" Milano, monito del cardinale Tettamanzi
Nell'omelia in Duomo per le Palme, l'arcivescovo di Milano non risparmia riferimenti all'attualità "Viviamo giorni strani". "Perché tanti ricchi si rifiutano di accogliere chi fugge dalla miseria?"
domenica 17 aprile 2011
La gente fa schifo sempre
In vent’anni di manifestazioni pro-magistrati non c’era mai stato problema, ora però il corteo non simpatizzava apertamente per le toghe ed ecco che Livia Pomodoro e Giuseppe Tarantola, rispettivamente presidenti del Tribunale e della Corte d’Appello di Milano, hanno vergato una circolare a uso interno e hanno parlato di «fastidio» e di «intralcio» all’attività giudiziaria. L’hanno fatto con un comunicato stupefacente – mai visto niente del genere in tanti anni – e vale la pena di soppesarlo parola per parola. Era diretto «a tutti i magistrati e a tutto il personale amministrativo» e, per i cultori del magistratese, ecco l’incipit: «Oggetto: manifestazione odierna al Palazzo di Giustizia in data odierna. La situazione odierna di manifestazione esterna al Palazzo di Giustizia…». Limitiamoci a dire, qui, che se le ripetizioni fossero reato potrebbero dargli la continuazione.
Ma entriamo nel vivo: «La situazione odierna di manifestazione esterna al Palazzo di Giustizia è per tutti noi fastidiosa e costituisce obiettivo alla normale attività giudiziaria». E perché? In che modo? Non si dice, si prosegue: «Intendiamo protestare con le autorità competenti al fine di evitare il disagio per coloro che quotidianamente frequentano il Palazzo di Giustizia e, ovviamente, per assicurare la dovuta dignità a coloro che amministrano la giustizia a Milano». Interessante: di che disagio si parla? Problemi di parcheggio? Di accesso? C’era coda al bar? Non è chiaro neanche questo, par di capire tuttavia che il «disagio» e la lesa «dignità» siano consistiti in pratica nella manifestazione di per sé. È strano, perché tutto si è svolto rigorosamente all’esterno del palazzaccio di Giustizia: niente a che vedere, per capirci, con la ressa e le telecamere del mitico «processo Cusani» di cui proprio Giuseppe Tarantola, l’attuale presidente della Corte d’Appello che ha firmato la missiva, fu presidente nel 1993-1994: fu lui il giudice che diede tutti i permessi del caso. Ieri invece ha scritto questa circolare e l’ha conclusa così: «Siamo certi, comunque, che da parte Vostra sarà assicurata per la giornata odierna (ridaje, ndr) l’attività ordinaria con la massima serenità e con la consueta professionalità».
Uno scritto a uso interno, in sintesi, di cui non si comprende il preciso significato se non nel palesare «fastidio» col proposito che in futuro manifestazioni del genere non ce ne facciano più. Dopo lustri e lustri. Eppure, a guardar bene, fuori dal palazzo di Giustizia i gruppi di manifestanti dicevano entrambi che vogliono una legge e una giustizia uguale per tutti, e inneggiavano entrambi a una «magistratura che lavora per il bene dell’Italia». Entrambi chi? Entrambi, s’intende, gli schieramenti che ieri mattina hanno avuto voglia di manifestare davanti al Tribunale, accomunati da molte cose ma da una in particolare: erano pochi. Erano in pochi, anche se i berluscones erano più numerosi del soliti, mentre gli anti-Cav erano praticamente inesistenti: c’era solo un drappello di poveracci capitanati da Piero Ricca, il disadattato che urlò «buffone» a Berlusconi. Questo mentre qualche cronista, sempre ieri, si sbatteva per portare a casa l’articolo di colore, tipo «come cambiano i manifestanti a quasi vent’anni da Mani pulite»: eppure il dato era uno solo, cioè che la gente in sostanza era a rimasta casa o a lavorare, perché gli italiani sono sì bipolarizzati ma al tempo stesso, questa la morale, indisposti a scendere per strada a replicare l’eterna disfida sulla giustizia. Anche perché non è una disfida sulla giustizia, ma su Berlusconi. Interessa Berlusconi, non la giustizia intesa come strumento per fregarlo o per salvarlo. Interessa che lui continui a esserci o che sparisca. Eccolo il dato, che è sempre quello.
Vent’anni fa, invece, interessava solo che sparisse non lui, ma un’intera classe politica. E, ai tempi, di bipolarismi non ce n’erano: pensieri e manifestazioni erano a senso unico. Al di là di qualche nota coreografica di oggi, anzi «odierna», – tipo la precisione berlusconiana, i palloncini, i cappellini, i cartelli e gli stendardi puliti e azzimati – la differenza abissale è che il Paese e le manifestazioni, ai tempi, erano davvero una cosa sola e il mono-polarismo delle manette faceva spavento: la gente pensava che la crisi e la disoccupazione fossero colpa delle tangenti, e si illudeva che il rito ambrosiano potesse fare davvero piazza pulita.
Tempi diversi, appunto. Nella primavera 1993, mentre la gente sfilava davanti al Palazzaccio, un sondaggio del Giornale rilevava che 63 milanesi su 100 giudicavano «una cosa giusta» gli schiavettoni ai polsi del democristiano Enzo Carra, oggi parlamentare dell’Unione di Centro. Il professor Gianfranco Miglio, già ideologo della Lega di Bossi, diceva che «Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola» e non succedeva niente. Nel tremulo emiciclo di Montecitorio si facevano largo personaggi come il macellaio brianzolo Luca Oreste Orsenigo, un deputato leghista che agitò un cappio in aula e provocò il sorriso gengivale della futura Presidente della Camera Irene Pivetti. Ecco: quel giorno, stesso giorno in cui un deputato della Repubblica agitava una forca, davanti al Palazzaccio di giustizia milanese sfilava una manifestazione come in teoria è successo ieri: la differenza è che un cartello, allora, recitava testuale «Le manette non bastano, ci vuole il cappio al collo» ed era un corteo curiosamente misto, ma unico: La Rete di Leoluca Orlando coi repubblicani di La Malfa, i verdi coi leghisti, i pidiessini accanto ai missini (tra questi Riccardo De Corato, che c’era anche ieri) più tanta e cosiddetta «società civile». Antonio Di Pietro non auspicava arresti, ma li faceva: e un sondaggio di quei giorni gli attribuiva il 90 per cento della fiducia. Ma, soprattutto, nessuna circolare interna al Tribunale palesava «fastidio» e parlava di «intralcio» all’attività giudiziaria.
sabato 16 aprile 2011
Il destino diverso dei due ‘Madoff’
La stampa lo chiama “il Madoff dei Parioli”, e quella connotazione geografica “dei Parioli” (noto quartiere bene della Capitale), da sola potrebbe bastare a separare la sorte dei due: da una parte il Madoff originale, quel Bernard che avrebbe compiuto una truffa da 50 miliardi di dollari e che, arrestato nel dicembre del 2008, ora deve scontare una pena di 150 anni di carcere.
Dall’altra il nostro, quello “dei Parioli”, al secolo Gianfranco Lande, che deve rispondere di una truffa di “appena” 170 milioni di euro. Ieri in prima pagina sul Corriere della Sera, il Madoff nazionale, dopo aver professato la propria innocenza assai difficile da dimostrare, prevedeva: “Uscirò dal carcere e avrò altri clienti”. Tra prescrizione ridotta per gli incensurati, ex Cirielli e processo breve, che sia colpevole o no, probabilmente aveva ragione.
Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2011"
sabato 26 marzo 2011
Invoca la Grande Riforma ma a Berlusconi fa comodo una giustizia allo sbando
Giulia Bongiorno: la maggioranza punta solo a salvare il premier e punire i magistrati. Con la responsabilità dilatata si introduce una spada di Damocle sui magistrati, chi potrà giudicare serenamente?
sabato 12 marzo 2011
Facci e Travaglio, il confronto sulla riforma della giustizia
Clicca qui per vedere il video incorporato.
Il consiglio dei Ministri vara la Riforma costituzionale della Giustizia, definita “epocale” dal premier Silvio Berlusconi. ecco sul tg de La7 di Enrico Mentana, le opinioni a confronto di Filippo Facci e del nostro Marco Travaglio."
A pensar male non ci vuole poi molto
Il Fatto ha scoperto che qualcuno ha tentato di corrompere “Fatima” per falsificare gli atti dello stato civile di Fki Ben Salah e invecchiare Ruby di due anni. Così B. si sarebbe accoppiato con una puttana, su questo non ci sipuò fare niente, ma maggiorenne: niente prostituzione minorile. Siamo bravissimi? Bè si; ma è anche vero che, dopo l’annuncio delle ennesime indagini difensive in Marocco, non ci voleva molto a pensare male. Adesso però si apre l’ennesimo baratro tra la vita di tutti i giorni e il processo penale. Nella vita di tutti i giorni il cittadino pensa: eccolo là, beccato! Nel processo penale si apre un percorso a ostacoli allucinante.
Art. 9 del codice di procedura: chi commette all’estero un delitto per il quale la pena minima è inferiore a tre anni, è punito a richiesta del ministro della Giustizia. I soldi sono stati offerti a “Fatima” in Marocco, dunque all’estero; e fino a qui ci siamo. Lei non li ha accettati e quindi il reato commesso è quello di cui all’art. 322 del codice penale, istigazione alla corruzione, punito da 1 anno e 4 mesi a 3 anni e 3 mesi. Stando così le cose, la storia finisce qui: voi ce lo vedete Alfano che richiede alla Procura di Milano di procedere contro B.? Ah, già, perché la chicca è che la competenza appartiene, anche per questo reato, alla Procura di Milano: lo dice l’art. 10 del codice di procedura: se il reato è stato commesso interamente all’estero, la competenza è determinata successivamente dal luogo della residenza, della dimora, del domicilio, dell’arresto o della consegna dell’imputato. E B. risiede a Milano.
Ma, anche se il processo cominciasse (hai visto mai, nuove elezioni, B&C vengono cacciati a scopate, la nuova maggioranza è fatta di persone serie, il ministro della Giustizia chiede che si proceda), ci sarebbero problemi mica da poco. Prima di tutto: chi si deve iscrivere nel registro degli indagati? Tutto quello che Il Fatto ha scoperto (fino ad ora) è che si trattava di due italiani; altro non si sa. Allora, si iscrive un procedimento contro ignoti? È vero che sarebbe la soluzione tecnicamente più corretta; ma: chi diavolo va fino a Fki Ben Salah per corrompere “Fatima” di sua iniziativa, per intenderci senza un preciso mandato di chi vi ha interesse? E fino a qui si può essere d’accordo: chi ha interesse a corrompere “Fatima” deve essere iscritto come indagato.
Ma, chi ha interesse a corrompere “Fatima”? B, certamente. E i suoi C che dipendono da lui e che, se B. viene condannato, si ritrovano in mezzo a una strada, costretti a lavorare per vivere? E quelli dei C che addirittura, se vengono buttati fuori dal Parlamento, finiscono in galera? Tutta questa gente (qualche centinaia) potrebbe benissimo aver pensato di fare un favore a B., magari senza nemmeno dirglielo. E magari mettendosi in tasca la fotocopia dell’atto originale, pronti, a cose fatte, a monetizzare il frutto della loro dedizione.
Che fare, dunque? Io comincerei a iscrivere un procedimento contro ignoti e poi manderei l’informativa ad Alfano: caro ministro, vorrebbe richiedere la punizione del colpevole di questo grave reato? E lascerei un posto libero sul caminetto per appendervi la risposta incorniciata.
Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2011
"domenica 20 febbraio 2011
Karima denunci i pm: l'hanno diffamata
Offesa: i magistrati l'hanno trattata da prostituta, l'inchiesta le ha procurato un danno. Paradosso: donare auto non è un premio per escort. Le verifiche dei giudici sono un abuso
Wikileaks, omissioni e travisamenti così Repubblica manipola i dispacci
Repubblica e L’espresso nascondono i giudizi per loro più scomodi sull’Italia dell’ambasciata americana: "La magistratura? Una casta inefficiente e autoreferenziale". "Il governo Berlusconi alleato sincero e stabile""
sabato 19 febbraio 2011
Come andrà il processo Berlusconi
C’è ragione di credere, tecnicamente, che Berlusconi sarà condannato.
Per quanto riguarda la concussione:
- È provato che telefonò in questura
- È provato logicamente che sapesse che Ruby era una minore
- in questura furono furono sicuramente compiuti degli atti contrari ai doveri d’ufficio
- Le disposizioni del pm dei minori riguardo a Ruby furono disattese
Per quanto riguarda la prostituzione minorile:
- Ruby ha ricevuto soldi da Berlusconi o dal suo entourage
- Le intercettazioni, benché contraddittorie, confermano la ‘professione’ e il fatto che volesse arricchirsi approfittando della situazione
- È appurata la presenza anche notturna di Ruby ad Arcore. Almeno 12 volte
Questo senza contare le carte più o meno fumanti che l’accusa potrà produrre in un secondo momento, a sorpresa: tra queste – si mormora – una denuncia di un funzionario o intercettazioni indirette con Berlusconi che parla sulla linea telefonica di qualche ragazza.
Detto questo, le anomalie rimangono. Secondo me.
- È’ una forzatura che il processo sia rimasto a Milano
- È particolarmente una forzatura questa tipologia di rito immediato alla milanese, che infatti esiste solo a Milano e dove concussione e prostituzione minorile vengono associate. Personalmente ho dubbi anche sulla configurazione del reato di concussione: non era l’unica ipotesi possibile.
Credo sia poi difficile da digerire – ma questa è una considerazione extragiuridica e più politica – una concussione senza un vero concusso (in questura, salvo sorprese, nessuno si è dichiarato tale) e poi un fatto di prostituzione minorile in cui la vittima, la parte lesa, sarebbe Ruby. La famosa gente, in concreto, credo che non percepisca un danno concreto per la collettività.
In pratica ce n’è abbastanza perché l’opinione pubblica continui a fare il tifo come a un incontro di boxe. Succederà di tutto, Berlusconi si difenderà con le sue armi (legislative o meno) e l’orientamento, in un quadro in cui conta solo vincere o perdere, sarà quello di giustificare ogni mossa che la propria squadra riterrà necessaria."
giovedì 17 febbraio 2011
mercoledì 16 febbraio 2011
Chi giudica Silvio Berlusconi? | Politica | Il Post
Punti salienti:
1) Il tribunale dei ministri ha funzioni solo inquirenti, non giudicanti
2) Il tribunale dei ministri decide per l'archiviazione (non impugnabile) o per il rinvio a giudizio al tribunale ordinario competente, che potra' procedere solo previa l'autorizzazione a procedere da parte della camera di appartenenza.
3) Il parlamento puo' sollevare presso la corte costituzionale un conflitto di attribuzione riguardo la competenza (tribunale dei ministri (solo funzione inquirente) o tribunale ordinario)
Chi giudica Silvio Berlusconi? | Politica | Il Post
domenica 23 gennaio 2011
Dopo Priapo ci aspettano solo le "mezzepippe"
Quando Berlusconi mollerà tirerò un sospiro di sollievo perché i magistrati non avranno più alibi per decidere sui governi, la tv, la vita e il voto degli italiani
"
La denuncia del pm di Genova " G8, i poliziotti violenti salvati da una leggina"
Il procuratore Zucca: 'Lo Stato impedisce che vengano pagati i danni'. 'Non saranno più chiamati a risarcire le vittime degli abusi'.
Genova, 22 gennaio, Laurea Honoris Causa a Roberto Saviano.
domenica 16 gennaio 2011
In difesa del Brasile
Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia. Che garanzie di giustizia può dare un Paese il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che “la magistratura è il cancro della democrazia italiana”, che “all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi”, che “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”? Dice: ma Battisti è stato condannato molti anni fa, nel 1985, nel 1991, nel 1993, prima dell’era berlusconiana. Ma se la Magistratura è il “cancro della democrazia” non lo è diventata improvvisamente dall’avvento di monsieur Berlusconi, se la suo interno ci sono “associazioni a delinquere”, ci sono oggi come potevano esserci anche ieri.
Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.
Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.
da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2011
"sabato 21 agosto 2010
"Paralizzare il detenuto" ritorna legge del taglione
Un giudice saudita ha chiesto di paralizzare un ex detenuto che rese invalida una sua vittima
«Crocifisso, ecco perché la corte deve ripensarci»
domenica 14 marzo 2010
È incostituzionale: Napolitano questa volta deve dire "no"
Il "legittimo impedimento" è legge. Stabilisce che i processi in cui B. e i suoi ministri sono imputati vanno rinviati fino a un massimo di 18 mesi se la presidenza del Consiglio dei ministri (cioè B. e i suoi ministri) dichiara che B. e i suoi ministri (cioè gli imputati) hanno un impedimento continuativo correlato allo svolgimento delle loro funzioni. Mi rendo conto che la sintassi è un po’ contorta. Proviamo così: la legge dice che B. e i suoi ministri decidono se i processi in cui sono imputati si possono fare o no. Ecco, in questo modo è più chiaro. Si può convenire sul fatto che talvolta i giudici possono sottovalutare gli impegni istituzionali di queste personalità e non rendersi conto di quanto siano rilevanti funzioni di governo quali l’inaugurazione della mostra della barbabietola di Poggiobelsito; e potrebbero quindi, in un caso come questo, rifiutarsi di rinviare un processo per corruzione e frode fiscale per svariati milioni di euro, magari prossimo alla prescrizione. Così una legge che prevede l’elenco tassativo dei compiti di governo è proprio una buona cosa: certi impegni costituiscono legittimo impedimento a comparire in udienza; e il giudice deve rinviare il processo senza che gli sia consentito di discettare sulla prevalenza della giurisdizione rispetto all’inaugurazione della ferrovia che finalmente unisce Piancavallo di Sotto a Piancavallo di Sopra.
In effetti l’art. 1 della legge proprio questo fa: elenca le norme che prevedono i compiti del presidente del Consiglio e dei Ministri (vedi la Scheda di lettura allegata al testo della legge approvata dal Senato, pag. 18 -22). E stabilisce che in tutti questi casi il giudice deve riconoscere il legittimo impedimento. Niente da dire, è proprio giusto.Solo che le mostre, i convegni, le gallerie a un certo punto finiscono; e così, sempre l’art. 1 prevede che il legittimo impedimento può anche essere costituito da "ogni attività comunque coessenziale (?) alle funzioni di governo". La sussistenza di queste attività è attestata dagli stessi che vogliono avvalersene; il tutto senza bisogno di specificare in cosa consistano. Messa così, somiglia tanto a una prerogativa personale, un déjà vu: un’immunità già bocciata dalla Corte Costituzionale (Lodo Schifani e Lodo Alfano), oggi addirittura estesa a un paio di decine di persone. Il presidente della Repubblica se ne renderà conto? Lo capirà che si tratta dell’ennesima legge incostituzionale che serve solo a evitare una sentenza che dica che B. ha corrotto l’avv. Mills?
Per la verità la cosa dovrebbe riuscirgli facile perché quale sia il vero scopo della legge lo dichiarano apertamente proprio B&C. Sempre l’art. 1 dice che il legittimo impedimento vale per le udienze penali in cui presidente del Consiglio e ministri sono imputati. Quindi non vale quando siano chiamati a testimoniare. Domanda: se il problema consiste nel fatto che la presenza alle udienze penali è incompatibile con le "attività coessenziali alle funzioni di governo", com’è che questa incompatibilità non è stata prevista quando si tratta di testimoniare? In questi casi inaugurare gallerie e presenziare a mostre non è più "coessenziale"? Serve altro per dimostrare che si tratta dell’ennesima immunità personale già dichiarata incostituzionale? Magari sì, serve altro. E allora si veda l’art. 2: la legge ha validità "fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri", cioè fino all’agognato Lodo Alfano costituzionale (che sarà incostituzionale pure lui, ma ancora non se ne sono accorti).
Dunque è evidente che il legittimo impedimento non serve a dirimere il contrasto tra gli impegni "coessenziali" di B&C e le necessità della giurisdizione, poiché questo eventuale contrasto non cesserà di esistere trascorsi 18 mesi. Ecco, lo dicono loro, B&C, il legittimo impedimento significa immunità; solo che è provvisoria, deve durare fino al Lodo Alfano costituzionale. Ma, provvisoria o definitiva che sia, resta incostituzionale. Serve altro? Magari sì. Sempre l’art. 2 afferma che è necessario “consentire al presidente del Consiglio dei ministri e ai ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge”. Il sereno svolgimento? E che c’entra con il legittimo impedimento che garantisce le “funzioni coessenziali all’attività di governo”? Se sussistono, nessun giudice le potrà ignorare, anche perché l’art. 1 ne ha previsto un elenco tassativo; se non sussistono, non c’è motivo di rinviare i processi.
Sicché è evidente che la legge non serve a regolamentare i rapporti tra le "funzioni coessenziali di governo" e la giurisdizione; ma a tutelare la psiche di B&C, provata dal concreto rischio di finire in galera. E di nuovo questa è immunità personale, già giudicata incostituzionale etc etc. Serve altro? Sì, magari. La Scheda illustrativa allegata al testo della legge approvata dal Senato contiene frasi significative.
Tra queste: vi è la "necessità di tenere al riparo cariche elettive e, in particolare, cariche esecutive dall’esercizio strumentale dell’azione giudiziaria da parte della magistratura". Eccolo l’effettivo scopo della legge, un’immunità già due volte ritenuta incostituzionale. Per di più giustificata dal fatto che la magistratura, com’è noto a tutti, commette abitualmente reati quali la calunnia, l’abuso d’ufficio, il falso in atto pubblico (trattasi di elenco non esaustivo).
Non male come tecnica legislativa. Il presidente della Repubblica ha già detto (in occasione dello scudo fiscale) che è inutile non firmare una legge, per quanto abominevole essa sia; tanto, ha detto, se gliela presentano una seconda volta, è obbligato a firmarla. È già stato osservato che questo non è vero; che c’è sempre un momento in cui ci si deve dissociare dalla prepotenza e dall’abuso; che esiste la strada delle dimissioni; che qualcuno dovrà pur dire ai cittadini che un governo spregiudicato e arrogante e un Parlamento asservito emanano leggi illegali (perché funzionali a interessi privati) e, naturalmente, incostituzionali. Qualcuno deve dirlo. E avrà pure un senso che il presidente della Repubblica abbia prestato giuramento di osservanza della Costituzione (art. 91). Si osserva la Costituzione promulgando leggi del genere?
da il Fatto Quotidiano dell'11 marzo