sabato 13 novembre 2010
sabato 24 aprile 2010
"Non avevo ancora capito
cosa fosse la Lega"
Il giornalista di Annozero dopo la diretta dal comune bresciano: quanta amarezza nelle aggressioni verso quelle donne
"Conoscevo la Lega romana, ma non avevo mai capito cosa fosse veramente la Lega nel suo territorio". Il giorno dopo la diretta per Annozero da Adro, il paese del bresciano che ha lasciato fuori dalla mensa scolastica i bambini le cui famiglie non pagavano la retta, Sandro Ruotolo è ancora scosso. E’ stata una diretta difficile la sua, dalla mensa incriminata, piena di mamme italiane livide di rabbia nei confronti delle mamme immigrate, che cercavano di difendersi, e col sindaco di Adro, Oscar Lancini, che rivendicava l’operato leghista della sua amministrazione con atteggiamenti intimidatori e repressivi.
"Il clima era tesissimo – spiega Ruotolo – le donne italiane non volevano che le immigrate portassero alcune amiche. Nei fuorionda il sindaco era arrabbiato per come stava andando il dibattito in studio. Io gli ho detto: 'Guardi che siete tre contro tre (in studio c’erano il ministro Carfagna e l’onorevole Della Vedova per il Pdl, Civati, Renzi e Serracchiani per il Pd, ndr). Lui mi ha risposto: 'Sono cinque contro uno, noi cosa c’entriamo col Pdl?' Ho capito l’uscita di Bossi di oggi (ieri, ndr)".
"Nei due giorni precedenti alla trasmissione – prosegue Ruotolo – ho incontrato il segretario bresciano della Cgil e i volontari di una onlus che mi hanno raccontato cose pazzesche di quello che succede da queste parti. Si va dal bonus bebè riservato ai figli di italiani, alle case popolari negate agli immigrati, alle variazioni sull’iscrizione anagrafica. Tutti provvedimenti contro i quali il sindacato ha presentato ricorsi". E’ molto stanco, Ruotolo, l’adrenalina accumulata nella serata di giovedì gli ha fatto passare una notte difficile: "Ho verificato di persona cos’è l’allarme per la coesione sociale. Valori come la solidarietà, il rispetto per gli altri, rischiano di venir meno a causa dell’acuirsi della crisi economica". Eppure sacche di razzismo nel nord-est ci sono sempre state. Ora, però, c’è qualcuno che cavalca e strumentalizza quei malumori, che fino a vent’anni fa si potevano esprimere solo al bar della piazza. "Abbiamo fatto vedere quanta ricchezza portano gli immigrati al nostro Paese – prosegue l’inviato di Annozero – quanti anziani possono godere della pensione grazie al lavoro di quelle persone. Ma è una guerra tra poveri, dove c'è chi è povero e chi lo è di più. C’è sempre un sud del sud. Nel programma della Lega si legge: prima ai nostri, e poi anche agli altri. Le donne immigrate sono invece venute a ribadire, con estrema dignità, che il diritto è uguale per tutti".
Ruotolo è rimasto molto colpito dall’attacco compiuto dalle mamme alla signora Graziella, la responsabile (volontaria) della mensa di Adro: "Non me lo aspettavo, mi ha ferito molto. In 22 anni di lavoro con Santoro non mi sono mai permesso di esprimere una mia opinione durante i collegamenti, e giovedì sera mi sono dovuto trattenere. Nessuno ha aggredito me, ma sono rimasto sconvolto dalle aggressioni cui ho assistito. Ho cercato di rimanere freddo, ma credo si sia notato anche da casa che ero in difficoltà". L’ha notato anche Santoro, che gli ha chiesto di essere più fermo nel concedere il microfono.
Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile
Il video della diretta di Sandro Ruotolo (Annozero, 22/04/10)
Matrimonio omosessuale, se il codice civile prevale sulla Costituzione
La vicenda del matrimonio omosessuale in Corte costituzionale si è conclusa nel modo che in molti prevedevano, cioè con un sostanziale rigetto delle questioni di costituzionalità rimesse dalla corte d’appello di Trento e dal tribunale di Venezia. Che la decisione fosse, in questo senso, prevedibile non ha, però, nulla a che vedere con [...]"
domenica 7 marzo 2010
In Europa ci sono due destre. E bisogna saper scegliere
domenica 21 febbraio 2010
Che cosa c'entra Allah se un uomo uccide sua figlia?
giovedì 18 febbraio 2010
Morte Hina, la Cassazione "Nessun motivo religioso alla base del suo omicidio"
Le motivazioni della condanna a 30 anni per Mohammed Saleem, il padre della giovane uccisa nel 2006 perché viveva all’occidentale: "Patologico e distorto rapporto di possesso parentale"
domenica 14 febbraio 2010
Lo scrittore solo
A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.
di Evelina Santangelo
In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile. Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.da Il Fatto Quotidiano del 13 febbraio 2010
In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale). Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto. In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce... le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».
Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso a più voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria , intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari... Tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.
Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali». Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.
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domenica 7 febbraio 2010
Extracomunitari e crimine
Ecco perché la Basaglia non può essere un totem
Basaglia il liberatore
Il medico che chiuse le case dei matti
di Maurizio Chierici
Non è facile immaginare Franco Basaglia davanti alla tv mentre scorre il film sui matti da slegare, storia della sua utopia testarda che ha sconvolto la provincia culturale dell’Italia anni Sessanta. Jean Paul Sartre se n’era innamorato: "Un intellettuale concreto". Ma i baroni della medicina frenavano, furibondi. Basaglia cancellava il ruolo dominante di signori delle corsie. Ne rimpiccioliva il potere sgretolando quel potere che la tradizione gli conferiva in quanto primario. E la casta non lo sopportava. Non sopportava l’abitudine di sgobbare quindici ore al giorno. Si era sfilato il camice, segno di autorità che ancora oggi intimorisce chi ha una gamba rotta, immaginiamo gli esclusi inchiodati nei letti di contenzione.
All’elettrochoc sostituiva la terapia della parola. "Dev’essere matto se discute con i matti". La gente senza nome era nessuno: numeri nella contabilità dell’ospedale – casa di pena. La rivoluzione di Basaglia e degli psichiatri che lo seguivano "nella follia" considera quei malati dagli occhi spiritati, non ergastolani sepolti dal codice, ma persone estromesse dalla vita civile.
Sempre povera gente, nessun borghese o possidente ai quali era permesso superare la "debolezza" nella cliniche private. Permesso negato a contadini e braccianti: polvere della società, vergogna delle famiglie. E l’autorità li seppellisce dietro le grate con un timbro che ruba la loro vita. "Signore e signori" (li chiamava così) per Basaglia avevano solo bisogno di aggrapparsi alla considerazione di chi li curava.
Obbligatorio salutarli chiamandoli per nome. Obbligatorio affrontare assieme problemi reali e immaginari nelle assemblee terapeutiche che precedevano le assemblee ’68. Ne sollecitava gli interventi. "Lei, perché non parla?". Li abitua a parlare. Non sempre la logica accompagnava le cose che mettevano in fila: ma guai interromperli, Basaglia alzava la voce.
Nella Gorizia del 1962 si era accorto che la demenza di gran parte dei degenti ("ospiti provvisori") aveva radici nella voglia di scappare dalla fatica che opprimeva la vita grama. E bevevano. Ottanta per cento di alcolisti. Le sbornie li avevano trasformati in fantasmi che la comunità non sopportava. I primi giornalisti che la curiosità aveva portato a Gorizia dovevano solo divertire i lettori nel racconto dell’ospedale più strampalato del mondo.
Assemblea di ogni venerdì mattina: Basaglia, Franco Rotelli, Agostino Pirella, Slawitz, tanti, dirigono la riunione che deve decidere i nomi di chi può tornare a casa per il fine settimana. Concessione che indigna il procuratore della Repubblica e l’onorevole missino della città: "Attentato all’ordine pubblico con complicazioni internazionali".
Perché il muro che chiude il parco del manicomio segna il confine tra Italia e Jugoslavia. "Il signor Furlan merita la vacanza in famiglia?". Lo decidono voti e interventi: "Non merita perché ha promesso che appena esce beve". Il signor Furlan scuote la testa. "Le prometto di proporla per il prossimo weekend". Parola incomprensibile, ma una promessa del direttore è una promessa seria. E si acquieta. Da Gorizia a Parma, manicomio di Colorno mentre i ragazzi del ’68 si innamorano della sua follia. Occupano gli ospedali dai letti incatenati.
Ecco l’incontro fatale con Mario Tommasini, assessore alla sanità, terza elementare: la sua pietà aveva preceduto la pratica del professore. Aveva svuotato gli orfanotrofi distribuendo alle famiglie che adottavano un bambino quanto doveva spendere per mantenerlo nella solitudine dei cortili. Sotto l’ala di Basaglia, Tommasini chiude il manicomio liberando i matti-contadini in una fattoria dove già provano a dimenticare le polveri bianche ragazzi che scappano dalla droga. Ne diventano angeli custodi. Amministrazione affidata a detenuti in libera uscita nelle ore del lavoro. "Ha perso la testa": i baroni non si arrendono. Invece funziona. "Impariamo a conoscere il diverso per farlo vivere con noi".
La Salvarani che fa mobili è la prima industria d’Europa ad assumere venti operai down: la solidarietà dei lavoratori accanto li trasforma in operai come gli altri. La reazione della buona società è terrificante. Giornali e tv scatenate. Anche perché Basaglia insiste nel trascinare i suoi fantasmi nella vita. Gita in aereo, mondo capovolto. Attenzione agli sguardi che i relitti uomini e i relitti donne incrociano nelle passeggiate nel parco. Basaglia e Tommasini creano appartamenti comunità.
Affiorano tenerezze sepolte. Ma l’assedio non si arrende. A dire il vero anche certi intellettuali continuano a considerare i malati protagonisti marginali della società. A Trieste, Basaglia trasforma l’ospedale asburgico – padiglioni in fila nella collina – in una comunità multiculturale con risvolti commerciali. Via le sbarre, uffici, bar. Le famiglie che passeggiano la domenica non sospettano che il giardiniere o la ragazza che porta il caffè o il guardiano gentile nei saluti, qualche mese prima vagavano dietro le sbarre.
Nel 1977, mentre il progetto della legge che chiude i manicomi inquieta baroni e onorevoli della tradizione, Basaglia organizza un convegno per "rompere i meccanismi dell’emarginazione". I nuovi filosofi parlano con Felix Guatari. Il professore pretende la testimonianza di un paziente, ma attorno al microfono di stringono i francesi di Marge e gli autonomi italiani.
Vogliono parlare e subito. Lo spingono fuori, lo buttano a terra. Torna allo studio pallido e senza una parola: due costole rotte. Franca Ongaro, la moglie con la quale ha condiviso il sogno, lo fascia con pazienza. Perché serve pazienza quando si ha un marito che vuol tornare nel caos per ascoltare e spiegare. Torna, spiega, ecco l’applauso liberatorio. "Non è successo niente. Ricominciamo".
da il Fatto Quotidiano del 6 febbraio
Ma la rete è opportunità, non un capro espiatorio
sabato 6 febbraio 2010
Guai la violenza sui bimbi, ma la sculacciata forse è altro
Articolo allucinante...
Se, per ipotesi assurda, tutte le donne portassero il burqa, passeggiare nelle vie cittadine sarebbe un’esperienza a dir poco inquietante e tale da far venire in mente una celebre pagina di Cartesio, in cui, dubitando delle certezze sensoriali, si rileva come non si possa essere sicuri che sotto i cappelli e dentro i mantelli che vediamo passare sotto le finestre ci siano uomini come noi e non macchine o fantasmi. Ma siamo ‘aperti’ e prepariamoci a questa eventualità: una volta resa a tutte le donne la ‘libertà’ di nascondere corpi e volti al mercato, nel metrò, nella villa, sulla spiaggia, resta, tuttavia, la questione cruciale: perché dovrei essere obbligato a trattare con loro nella mia funzione di panettiere, di tabaccaio, di professore, di impiegato postale, di capotreno etc.? Ho o no il diritto di sottrarmi a chi vorrebbe impormi un rapporto asimmetrico di potere in cui solo io mi espongo al suo sguardo mentre lui mi guarda da uno spioncino ovvero mi osserva senza essere osservato?
...
http://www.loccidentale.it/articolo/sergio+romano+fa+il+libertario+solo+coi+diritti+di+chi+gli+pare.0085891
«La religione non fa ragionare». Ma Galileo non sarebbe d'accordo
giovedì 4 febbraio 2010
La nostra vita al tempo dell'iPod
Oggi mi sono recato a Milano in treno. Ne ho approfittato per accompagnare mio figlio Nicola a Vicenza. A scuola. Si è seduto in auto, nel sedile dietro. Io ho cominciato a parlargli. Delle lezioni del mattino, del Chievo, di suo fratello, del viaggio a Londra, ormai prossimo. Così, per risvegliarmi insieme a lui, vista l'ora. Nessun segnale. Nessuna risposta. Non dormiva, come immaginavo. Semplicemente, era altrove. Da solo con se stesso. IPod e cuffie. Immerso nel suo metal, in grado di svegliarlo, sicuramente, più di ogni chiacchiera con me. Così ho rinunciato.
Ho proseguito fino all'incrocio accanto al suo liceo. Mi sono fermato con il rosso, la porta si è aperta. E lui se n'è andato con un ciao distratto. Risucchiato dal flusso degli studenti. Tutti rigorosamente attrezzati di cuffia e Ipod. Tutti soli in mezzo agli altri. Ho tirato dritto fino alla stazione. Parcheggiata l'auto, ho preso al volo il Freccia Rossa (o forse Argento, non ricordo). E mi sono sistemato al mio posto. Il vagone, pieno di professionisti, in missione. Tutti con il portatile aperto, sul tavolino di fronte a loro. Intenti a navigare, comunicare via email, Facebook, Twitter. Alcuni immersi nella visione di un film o di un video. Con cuffia. Per non disturbare e non essere disturbati. Poi i cellulari. Un concerto di suonerie, le più diverse. Sinfonie, riff di James Brown, accordi dei Deep Purple, rombi di monoposto di Formula 1. Cani che abbaiano e bimbi che piangono. Meno fastidiosi, certo, dei dialoghi e delle risposte. I cazzi loro recitati ad alta voce, ci mancherebbe. Abituati ad essere soli in mezzo al mondo. Sempre soli. Tutti soli. Ovviamente, armati di occhiali neri. Per guardarsi intorno senza mostrare gli occhi. Cioè: senza essere visti. In mezzo al vagone, tre persone (sindacalisti, mi pare) impegnate a discutere. A voce alta, ma non più degli altri che telefonavano. Le ho trovate irritanti, tanto era strano vedere e sentire dei passeggeri parlare tra loro. Uno davanti all'altro. Gli unici a comportarsi come non fossero da soli. Insopportabile. Per cui ho aperto la mia cartella, ho estratto il Mac Air, mi sono connesso alla posta elettronica e ho indossato gli occhiali neri. Poi, ho acceso i'iPod. E, mentre dalle cuffie uscivano le note di Karma Police dei Radiohead, mi sono sentito tranquillo. Anch'io: finalmente solo.
mercoledì 3 febbraio 2010
Il disservizio razziale
Nel sito della Carrefour inseriscono la presenza di nomadi tra gli eventuali disservizi da segnalare al servizio clienti.
In attesa che si possa segnalare alla Carrefour anche l’eventuale presenza di neri ed ebrei, mi astengo dallo spaccargli le vetrine solo per indole nonviolenta, e mi limito a non metterci più piede per il resto dei miei giorni.
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martedì 2 febbraio 2010
Morgan: "Fumo sempre cocaina" E ora Sanremo è a rischio. Ma lui smentisce
Morgan: 'Fumo sempre cocaina' E ora Sanremo è a rischio. Ma lui smentisce
'Intervista trappola. Parlavo del mio passato e sono contro tutte le droghe' I direttori di RaiUno e del Festival: ci sentiremo per eventuali decisioni
(13:37 02/02/2010)
sabato 30 gennaio 2010
Vietare il burqa non aiuta a liberare le donne
Primo punto fermo per me è che il burqa è una prigione, una forma violenta di sopraffazione maschile, un modo per annientare la personalità della donna, per farla scomparire, nasconderla, negarle l’identità. È certo che rappresenta una tradizione e che ha poco a che fare con la religione. Nel mondo occidentale certamente essa contrasta coi principi dell’eguaglianza e della pari dignità fra uomini e donne. Ma io sono convinta che la scelta del divieto per legge sia sbagliata perché non aiuterebbe le donne nell’emancipazione. Anzi, ne rafforzerebbe la segregazione all’interno della famiglia. L’uomo che obbliga la moglie al burqa sarebbe così facilmente disposto a concederle di uscire senza?
Il paragone con la situazione francese tiene fino a un certo punto. La Francia ha una legge sulla laicità da più di un secolo, nel 2004 ne è passata un’altra che vieta di indossare simboli religiosi a scuola, il termine laicità compare nella Costituzione. In Italia, dove peraltro non mi risulta che l’uso del burqa sia così diffuso, la laicità e la libertà femminile non sono proprio gli elementi più condivisi e sostenuti nella destra. Allora, il problema non esiste? Certo che esiste; ma la via, che non ha alternative, e che trovo più efficace è quella di utilizzare tutte le norme già esistenti, come la legge del 1975 che prescrive di essere e identificabili nei luoghi pubblici e affidare il resto a ulteriori regolamenti della Pubblica amministrazione. Tra l’altro, c’è da sottolineare che una legge di divieto non avrebbe senso senza una sanzione (alcune proposte prevedono addirittura l’arresto!), che in questo caso sarebbe doppiamente punitiva nei confronti delle donne. I comportamenti delle giovani, che arrivano a ribellarsi alle famiglie tradizionali, purtroppo talvolta anche a costo della vita, sono la prova che si può lavorare su un processo intelligente di integrazione che comprenda le donne e il loro bisogno di liberazione. Occorre puntare sull’educazione anche degli uomini, sul dialogo con l’associazionismo islamico e sulla scuola, con regole certe su diritti e doveri delle persone immigrate. Ma prima di tutto bisogna abbandonare la cultura della demonizzazione degli immigrati e avere comportamenti più inclusivi."
giovedì 28 gennaio 2010
Come la struttura sociale determina la grammatica
Ora, come illustrano in un articolo pubblicato sulla rivista on ad accesso pubblico PloSOne, Gary Lupyan dell'Università della Pennsylvania e Rick Dale dell'Università di Memphis hanno individuato una più profonda correlazione fra certe caratteristiche dell'ambiente sociale e alcune proprietà strutturali delle diverse lingue.
Grazie a una accurata analisi statistica, la più ampia mai condotta, che ha preso in esame oltre 2000 lingue, i due ricercatori hanno infatti trovato interessanti relazioni fra caratteristiche demografiche di una lingua, come la dimensione della popolazione che la parla e la sua diffusione, e la complessità grammaticale.
Le lingue parlate da un ampio numero di persone e quelle che si sono più diffuse nel mondo hanno grammatiche molto più semplici, specie per la morfologia, rispetto a quelle con pochi parlanti e una diffusione ristretta. Le lingue parlate da più di 100.000 persone, per esempio, hanno una probabilità sei volte maggiore di avere coniugazione dei verbi semplice rispetto a quelle parlate da meno di 100.000 persone.
In particolare, le popolazioni molto numerose tendono ad avere sistemi di pronomi e numerici più semplici, con un minor numero di casi e di generi e solitamente non usano regole complesse per prefissi e suffissi.
"L'inglese, ha una grammatica relativamente semplice", osserva Lupyan. "I verbi sono semplici da coniugare e i nomi sono declinati al plurale per lo più aggiungendo una 's'. In confronto i linguaggi dell'Africa occidentale, come l'hausa, hanno decine di modi per ottenere il plurale e in molte lingue, come il turco, l'aymara, il ladakhi o l'ainu, verbi come 'conoscere' includono informazioni sulla fonte della conoscenza del parlante. Questa informazione è spesso veicolata attraverso regole complesse di cui le lingue più diffuse, come il Mandarino, sono prive."
"Le lingue evolvono all'interno di particolari nicchie. Per quanto tutti i linguaggi debbano poter essere appresi dai bambini, esistono fenomeni come le migrazioni o le colonizzazioni che fanno sì che essi debbano essere acquisiti da adulti: ciò significa che gli aspetti del linguaggio più complessi verranno più difficilmente trasmessi alla generazione successiva. Come risultato, le lingue parlate da più persone su un territorio geografico più esteso tendono a diventare morfologicamente più semplici nel corso delle generazioni", scrivono Lupyan e Dale.
Resta da spiegare perché le lingue con pochi parlanti siano così complesse. Secondo i ricercatori caratteristiche come i generi grammaticali e i sistemi di coniugazione complessi, difficili da padroneggiare per un adulto, possono in realtà rendere più facile l'apprendimento del linguaggio al bambino piccolo in quanto creando una rete di informazioni ridondanti che fornisce molti indizi sul significato delle parole e su modo di collegarle.
(http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Come_la_struttura_sociale_determina_la_grammatica/1341829)