martedì 31 agosto 2010

Sviluppo economico, 4 mesi senza ministro mentre il Paese insegue la ripresa - Repubblica.it

Sviluppo economico, 4 mesi senza ministro mentre il Paese insegue la ripresa - Repubblica.it

La scuola del futuro?

The Khan Academy is a not-for-profit 501(c)(3) with the mission of providing a world-class education to anyone, anywhere. Despite being the work of one man, Salman Khan, this 1600+ video library is the most-used educational video resource as measured by YouTube video views per day and unique users per month. We are complementing this ever-growing library with user-paced exercises--developed as an open source project--allowing the Khan Academy to become the free classroom for the World.

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domenica 29 agosto 2010

Le regole di Marchionne e l'etica di Berlinguer

Le regole di Marchionne
e l'etica di Berlinguer

Post indignato

Post indignato: "

Questo è il mio primo blog. Non ne ho mai avuto uno, ma accetto volentieri l’offerta de Il Fatto, di aprirlo per la sua nuova pagina web. La prendo come una possibilità di poter commentare gli eventi quotidiani, in maniera più estemporanea e immediata di quanto non si faccia in articoli più formali.
 
Ma, soprattutto, la prendo come una possibilità di poter parlare di argomenti che esulano da quelli scientifici strettamente di mia competenza. Anche gli scienziati e i matematici infatti vogliono, e debbono, manifestare il loro impegno civile. Ma in genere i media istituzionali non permettono loro di farlo: sembra che coloro che sanno qualcosa di preciso, di quello debbano limitarsi a parlare. A loro, il dovere dei fatti. Il diritto di opinione a tutti gli altri  (giornalisti, letterati, filosofi, teologi, cantanti, registi, attori, e compagnia bella), ma solo a loro.
 
Per combinazione, ammesso che esistano le combinazioni, l’avviso di mandare la prima pagina mi è arrivato il 18 giugno, poco dopo che avevo appreso della morte di Josè Saramago. Un grande maestro, che avevo avuto l’onore di incontrare più volte, l’ultima delle quali pochi mesi fa, a Torino, il 9 ottobre 2009.
 
Quella sera la sua figura era ormai ridotta a una linea, senza più spessore fisico. Si capiva, dal suo viso ormai scheletrico, dalla lentezza dei suoi movimenti, dalla voce ridotta a un soffio, che non aveva più molto da vivere. E lo capiva anche lui, che non aveva però perso lo spessore intellettuale, e parlò serenamente dell’epitaffio che avrebbe voluto avere quando il momento fosse venuto: “Qui giace Josè Saramago, indignato”.
 
In suo onore ho deciso di usare come titolo “post indignato”. E di impegnarmi a proseguire, più indegnamente, meno inefficacemente, ma comunque al meglio delle mie capacità, la sua azione di critica dei miti del nostro tempo e della nostra società: la religione, il capitalismo, la democrazia elettiva, la lotta al terrorismo, il sionismo…
 
In un incontro precedente, sempre a Torino, la sera del 19 settembre 2006, a cena Saramago mi aveva detto: “il mondo sarebbe molto migliore se fossimo tutti atei”. Gli feci scrivere quella frase su un foglio, che tengo da allora appeso nel mio studio. Non mi stupiscono, dunque, gli ottusi e sgraziati necrologi dell’Avvenire e dell’Osservatore Romano contro uno scrittore che non ha mai fatto mistero di pensare della religione tutto il male possibile.
 
Mi stupiscono invece i più subdoli elogi postumi di altri media “laici” a un pensatore comunista che, in vita, andava sistematicamente a testa bassa contro tutto il sistema che essi quotidianamente difendono. Ora che non c’è più lo schermo di un premio Nobel a difendere e proteggere certe idee, sarà più difficile continuare a leggerle, sia pure magari soltanto citate o bollate come “opinioni eretiche”.
 
Qui, almeno, proverò a scriverne qualcuna. Forte del fatto che, come lui stesso disse, “quando si invecchia si diventa liberi, e quando si è liberi si diventa radicali”. E incurante degli epiteti di “anticlericale”, “anticapitalista”, “antidemocratico”, “antisionista”, e cento altri “anti”, che Saramago ci ha insegnato ad accogliere non come insulti, ma come involontari apprezzamenti. Gli unici che si può desiderare di avere da certa gente.

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GLibC è free software: Oracle ha aperto la Sun RPC

GLibC è free software: Oracle ha aperto la Sun RPC: "

Heckert GNUL’ultima parte di codice protetto dalla Sun RPC è stata “liberata” da Oracle e GLibC è finalmente free software al 100%. Non tutto il male viene per nuocere, parrebbe: un limite risalente al 1985 è stato risolto solo con l’acquisizione di Sun Microsystems da parte di Oracle. Una delle librerie fondamentali per Linux è diventata FLOSS a venticinque anni dal suo concepimento. È rilasciata sotto la nuova licenza BSD.


Il problema è che, quando la licenza per GLibC è stata concepita nel 1984, non esisteva ancora il concetto di free software come siamo abituati a intenderlo con la FSF e la GPL. Per quanto possa sembrare paradossale, la Sun RPC per l’epoca era già una licenza molto permissiva. Il processo d’apertura ha richiesto tanto tempo perché la soluzione migliore è apparsa quella di ridistribuire il codice con una licenza diversa.


Sun Microsystems non ha mai risolto il conflitto, forse persino per incuria. Alcuni tentativi per ripristinare una sorta d’omogeneità sulle licenze di distribuzione per i componenti di GLibC erano stati fatti nel 2009, ma soltanto oggi è stato possibile intervenire. Ed è stato grazie a Oracle. Tom Callaway ha dato la notizia sul suo blog e il codice è sui server di Red Hat. Restano da appianare solo alcune questioni su krb5.


Via | The H Open

Corrado Guzzanti e le stagioni di Prodi

Corrado Guzzanti e le stagioni di Prodi: "

Clicca qui per vedere il video incorporato.

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Stiamo ancora parlando di nucleare?

Stiamo ancora parlando di nucleare?: "

Un sistema basato su una perenne crescita economica e quindi su aumenti continui dei consumi ha costantemente bisogno di aumentare l’offerta di energia, invece che diminuirne la domanda. La proposta del nucleare si basa proprio sulla convinzione che la domanda di energia non possa non crescere. Ma questo non è un dato oggettivo su cui fare le previsioni, perché con opportune innovazioni tecnologiche la domanda di energia si può ridurre, senza deprimere gli usi finali, ma semplicemente riducendo gli sprechi e le inefficienze.

Questo è il punto di partenza di ogni politica energetica, perché produrre e usare energia comporta sempre e comunque qualche forma di inquinamento ambientale, e l’unica maniera di ridurlo è fare in modo di consumarne di meno. Come dice l’ingegner Palazzetti, l’inventore del primo micro-cogeneratore di energia, è “meglio un KW/h evitato di un KW/h sostituito, anche con fonti rinnovabili piuttosto che fossili”.

Il vantaggio di questa impostazione è che coniuga la riduzione dell’impatto ambientale con la riduzione dei costi, perché gli investimenti necessari a sviluppare quelle tecnologie che aumentano l’efficienza e riducono gli sprechi si ripagano entro un certo numero di anni con i risparmi economici che consentono di ottenere. E perché il costo di investimento per un kilowatt evitato è molto inferiore del costo di investimento per un kilowatt prodotto, qualunque sia la fonte da cui proviene.

C’è un’ultima ragione per dare preferenza a questa scelta: i tempi necessari a ridurre il consumo di energia attraverso una maggiore efficienza sono più brevi dei tempi necessari a produrre energia con fonti fossili, o peggio, nucleari. Infatti, anche ammesso e non concesso che il nucleare non comporti nessun pericolo e nessun aumento dei costi, ammesso e non concesso che il nucleare consenta una riduzione delle emissioni di CO2 (cosa non vera, perché se la produzione di energia nucleare non manda CO2 in atmosfera, lo fa la costruzione delle centrali nucleari, oltre che l’estrazione e la purificazione dell’uranio), se dobbiamo ridurne le emissioni del 20% entro il 2020 per evitare che si aggravi in maniera irreversibile l’effetto serra, anche se per un concorso di cause (in realtà non realizzabile) si riuscisse ad avviare la costruzione di alcune centrali nucleari entro il prossimo anno, il primo KW/h prodotto con questa fonte non potrebbe essere immesso in rete prima del 2021, cioè fuori tempo massimo.

Per ridurre veramente le emissioni di CO2 in atmosfera, oltre che ridurre le nostre bollette (altro cavallo di battaglia dei nuclearisti), si dovrebbe iniziare a lavorare sulla riduzione della domanda di energia piuttosto che sul costante aumento della sua offerta. Ma anche considerando un maggiore fabbisogno di energia, indipendentemente da tutte le preoccupazioni che il nucleare giustamente suscita, basta dire che non rappresenta il modo di fornire tempestivamente un’offerta aggiuntiva di energia elettrica, né, come accennato, quello di ridurre le emissioni di gas climalteranti.

Se la politica economica e industriale del governo prevedesse invece la ristrutturazione energetica delle case esistenti, i primi risultati si potrebbero vedere nel giro di sei mesi. Ciò che in questo momento ci si dovrebbe chiedere in Italia quando si sente ancora parlare di energia nucleare è quindi: meglio fare una scelta più costosa, più pericolosa e che richiede tempi più lunghi, o una scelta meno costosa, assolutamente non pericolosa e che richiede tempi molto più brevi? Non dovrebbe essere difficile rispondere a questa domanda. A meno che la visione che si ha oggi del mondo, dell’ambiente e dell’economia sia la stessa che si poteva avere negli anni sessanta.

Per conoscere meglio la “decrescita felice” clicca qui

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Google Chrome 7 Gets GPU Acceleration for 2D and 3D Content

Google Chrome 7 Gets GPU Acceleration for 2D and 3D Content: "One of the big features in the upcoming Internet Explorer 9, that Microsoft has been touting for months is hardware acceleration. But it now looks like Google Chrome may be getting GPU acceleration before IE 9 lands, even if it only announced the feature yesterday.

The latest Chromium builds can now send some of the renderin... (read more)"

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa: "IL CASO
Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa
Grazie agli investimenti di Tripoli, il Cavaliere si è consolidato nei salotti buoni della finanza italiana. Il Colonnello è uscito dal suo storico isolamento ed ora societá del suo Paese accedono alla City di Londra
di ETTORE LIVINI

(08:30 28/08/2010)

sabato 28 agosto 2010

It's time to abolish the employee performance review

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Some key questions that need to be answered are: Why are we perpetuating a system that research (including recent brain research) shows is not only ineffective, but counterproductive; and what are better processes to replace the performance review?


http://www.psychologytoday.com/blog/wired-success/201006/its-time-abolish-the-employee-performance-review

Quei bambini rom bruciati vivi dai profeti della «tolleranza»

Quei bambini rom bruciati vivi dai profeti della «tolleranza»

Ancora una volta un bambino è morto nel rogo sviluppatosi in un campo nomadi abusivo. Questa la notizia di oggi. Ma io ho già scritto molti articoli per i bambini nomadi morti in un incendio. Per quelli morti a Roma, lo ricordo con tanta rabbia e con tanto dolore, questo è il terzo (e speriamo che almeno si salvi il fratellino rimasto gravemente ustionato). Avevo anche scritto che, almeno noi, gli italiani, non avremmo più sopportato simili morti e che chiunque difenda la cultura nomade ne è responsabile.

Sputtanopoli

Sputtanopoli: "

Fino a ieri nel centrodestra a confessare con chiarezza come stavano le cose ci avevano provato, inutilmente, più o meno tutti. Persino Silvio Berlusconi che già a inizio del 1994 aveva spiegato a Indro Montanelli: “Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti”. Un concetto semplicissimo. Facile da comprendere. Ribadito sei anni dopo, in un’intervista a La Repubblica, anche da Fedele Confalonieri. “La verità”, diceva il miglior amico del premier, “è che se Silvio non avesse fondato Forza Italia noi oggi saremmo sotto un ponte o in prigione con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel lodo Mondadori”.

Ma ci sono voluti 16 anni perché tutti capissero che, dietro la sedicente rivoluzione liberale del leader del Pdl, non c’era altro che il desiderio di difendere i privilegi e la roba. E sono state necessarie decine, anzi centinaia, di dichiarazioni, leggi ad personam e di plateali violazioni del principio della separazione dei poteri, tutte regolarmente prese sotto gamba.

Così adesso, mentre volano gli stracci e i capi popolo di quella che fu l’invincibile armada del Cavaliere si accusano a vicenda di aver partecipato alla vita pubblica solo per concludere al meglio i propri affari, viene da chiedersi come sia stato possibile tutto questo. Viene da domandarsi perché nessuna voce (o quasi) si sia levata quando l’ex ministro del primo governo Berlusconi, Giuliano Ferrara, rivelava inverecondo che “in Italia per far politica bisogna essere ricattabili. Visto che nell’ambiente politico devono sapere qual è il tuo prezzo e quanto è lungo il tuo guinzaglio: se non sei ricattabile, non sei controllabile”. O perché quando Claudio Magris, dalle colonne de Il Corriere della Sera, scriveva che “spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia”, nessuno si sia ribellato.

Certo, come ha spiegato il sociologo Vilfredo Pareto, “le oligarchie cadano di schianto”. E quella che ha governato quasi ininterrottamente il Paese a partire dalla fine di Mani Pulite è stata senza dubbio un’oligarchia. Lo dimostrano le facce e i volti gonfi e lividi dei suoi protagonisti (di destra e di sinistra) ai quali non basta nemmeno più il lifting per nascondere l’impietoso incedere degli anni.

Eppure nessuna delle accuse che oggi si rinfacciano i signori della Casta era un vero segreto. Di tanto in tanto sui giornali e su qualche libro si leggeva che davvero, come ulula oggi Pierferdinado Casini, “Umberto Bossi trafficava in banche e quote latte”. La storia della Crediteuronord, la banca della Lega salvata dal crac dalla Banca Popolare di Lodi in cambio dell’appoggio del Carroccio alla scalata Antonveneta, è stata scritta. E è anche stato scritto (senza che nessuno sporgesse denuncie per calunnia) come il big boss Bpl Gianpiero Fiorani, una volta in manette, abbia raccontato di aver versato centinaia di migliaia di euro al ministro, Roberto Calderoli, poi uscito dalla vicenda giudiziaria solo perché il presunto tramite, l’ex ministro a tempo Aldo Brancher, non ha confermato le sue parole. Perfettamente noti sono pure i molti scandali, conditi di mafia, mazzette ai giudici e ai testimoni, che hanno coinvolto il Cavaliere e i suoi uomini. Come pure è noto che il motivo, per cui Berlusconi vuole restare inchiodato alla poltrona, è uno solo: evitare di venir processato e condannato. Tanto che da mesi, il suo ventriloquo Giorgio Straquadanio, spiega senza infingimenti: “Va detto chiaramente noi siamo favorevoli alle leggi ad personam”.

Una posizione che trova proseliti convinti anche nell’Udc. Un partito nel quale si sostiene che una legge scudo per il premier (e magari per tutti gli altri parlamentari) si può fare a condizione che venga inserita nella Costituzione. Nulla di sorprendente per un movimento che basa buona parte della sua forza elettorale sui voti raccolti da Totò Cuffaro, un ex Dc a un passo dalla galera dopo due condanne in primo e secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia. Una vicenda giudiziaria che (nonostante le smentite) potrebbe ora spingere Cuffaro e una dozzina di parlamentari a lui fedeli a sostenere il moribondo esecutivo del Cavaliere.

Gianfranco Fini, infatti, non tornerà indietro. Non vuole e non può. Ha fatto della legalità il suo grido di battaglia. E non importa che le cronache di settimanali e giornali siano ricche di episodi dai quali emerge come pure per lui le accuse di nepotismo e favoritismo non siano certo una novità. Degli appalti in Rai della famiglia Tulliani (piccoli per la verità) scriveva Dagospia nel 2009. Mentre i rapporti dei suoi fedelissimi con il mondo oscuro delle offshore caraibiche che controllano in Italia migliaia di slot machine sono al centro di articoli de L’espresso già del 2004. La differenza è che allora (e fino a ieri) nessuno ci faceva caso. E il perché è semplice. Queste e altre storie emergevano – se andava bene – di tanto in tanto sulla carta stampata. O al massimo facevano capolino sulla Rete, quando ancora il Web era una faccenda quasi da iniziati. In tv, nei telegiornali invece non passava nulla. E la Casta, poteva mentire sempre, senza temere di essere smentita. Perché, come ha scritto Giovanni Sartori, “dove la tv è libera le bugie hanno gambe corte, mentre da noi hanno le gambe lunghissime”. Oggi la tv non è cambiata. Il controllo sull’informazione resta ferreo. Ma è stata la Casta a cominciare ad andare in pezzi. Forse per una congiura di palazzo. Forse perché alla fine, anche da quello parti, qualche uomo vero c’è. E ciò che prima non veniva detto, non può più essere nascosto. Lo chiamano sputtanamento. Ma, a ben vedere, è la via – tutta italiana – verso un brandello di verità e un simulacro di democrazia.

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Immigrato preso a calci da un gruppo di bambini: i genitori presenti ridono

Immigrato preso a calci da un gruppo di bambini: i genitori presenti ridono: "

Episodio di razzismo sulle spiagge di Civitanova Marche nell’indifferenza generale: un immigrato è stato deriso e preso a calci da alcuni bimbi. Presenti anche i genitori e altri adulti che si sono limitati a ridere

La rete come tallone d’Achille del Cav

La rete come tallone d’Achille del Cav: "

Sarà anche il Re della TV, il Signore del TELE-comando ed il principe dell’editoria ma in Rete la capacità di penetrazione ed aggregazione di Silvio Berlusconi lascia davvero a desiderare.

Il Cavaliere, come è noto, non è certo un appassionato di Internet o un fanatico di nuove tecnologie.

Sono sue alcune celebri boutade a proposito di Google (“Gogol” secondo il Premier) e di Internet (“non la conosco”, ha dichiarato in un’intervista) che hanno strappato sorrisi a centinaia di migliaia di italiani.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è sforzato – o almeno ha lasciato che i suoi si sforzassero – di rafforzare la propria presenza online e di presidiare tutte le principali piattaforme di social network.

Oggi il PDL ed il suo leader possono, infatti, contare su numerosi siti internet (governoberlusconi.it, silvioberlusconifansclab.org, clubdellalibertà.it, forzasilvio.it e, naturalmente, ilpopolodellalibertà.it solo per citare le “punte di diamante” della cybergalassia) un canale su YouTube, un account su Twitter ed uno su Flickr nonché una pagina fan su Facebook e persino un app per iphone ed ipad che autocelebra i pretesi successi del Governo.

L’audience – per usare un linguaggio televisivo – del Cavaliere, online, tuttavia, rimane basso, quasi inconsistente, specie se rapportato alla forza mediatica dell’impero editoriale del Premier.

Alexa uno dei maggiori fornitori di servizi di ranking operanti online incorona il sito auto celebrativo del Cavaliere, “forzasilvio.it” come il più gettonato della galassia, seguito a ruota da quello – anch’esso di natura auto celebrativa – del suo Governo, “governoberlusconi.it” e, quindi, ad una distanza contenuta, da quello del movimento, “popolo della libertà.it”.

Il ranking, ovvero il punteggio attribuito ai tre siti, sulla base del rapporto tra i valori stimati di visitatori e pagine visualizzate è però davvero modesto: attribuito al sito italiano con il più alto ranking il punteggio di 1, governoberlusconi.it è solo al posto n.17462 mentre, solo per fare qualche esempio e dare degli ordini di grandezza, il sito del leader dell’Italia dei valori, antoniodipietro.it è al n. 2079 e quello giovanissimo de ilfattoquotidiano.it al 99esimo.

Modesto anche il numero di link che puntano al sito internet del Presidente: solo 81, sempre secondo Alexa, contro i 464 de Ilfattoquotidiano.it ed i 335 del sito del leader dell’Italia dei valori.

Sembra che in Rete solo i fedelissimi del premier – e neppiure tutti – trovino interessante pubblicare il link al suo sito.

In un’intervista del luglio del 2008 a Punto Informatico, il responsabile internet del popolo della libertà, On. Antonio Palmieri – uomo che ben conosce la Rete e la frequenta ormai da oltre un decennio – riferiva di circa 300 mila contatti al mese sulle pagine del Cavaliere e di oltre un milione di pagine visitate.

Numeri che forse, oggi, dovrebbero garantire ai siti internet della galassia berlusconiana un giudizio migliore di quello attribuitole da Alexa.

Non va meglio se si guarda ai visitatori del canale su YouTube del Premier.

Dal 4 luglio 2008, data nel quale è stato creato, solo 525 persone si sono iscritte e sono stati visualizzati poco più di 100 mila video.

Anche qui, solo per dare qualche riferimento, il canale su YouTube dell’Italia dei Valori – che, tuttavia, occorre segnalare è stato aperto sin dal dicembre del 2006 – può contare su un numero doppio di iscritti ma, soprattutto, su un numero di video visualizzati che sfiora i 100 milioni.

Sembra, quindi, che il Re del piccolo schermo, proprio non riesca a “sfondare” nel piccolissimo e che le sue apparizioni sui PC degli italiani abbiano un appeal enormemente inferiore a quello delle veline delle sue scuderie televisive.

Assai poco significativi anche i numeri che pagine ed account del popolo della libertà fanno registrare su Facebook, Twitter e Flickr.

Numeri nell’ordine della decina di migliaia di utenti ovvero una percentuale che non sfonda neppure la soglia dello 0,1% dei 20 milioni di italiani online.

Dati alla mano vien da dire che o gli uomini del Cavaliere non hanno ancora imparato ad usare il web o, piuttosto, il web è di sinistra o, almeno, all’opposizione nel senso che la più parte dei naviganti ha poca simpatia per la maggioranza di Governo.

Escluderei la prima ipotesi perché nella squadra del premier non mancano certo competenze in termini di comunicazione politica online a cominciare dall’On. Palmieri ed a continuare con i partner tecnologici che lo supportano.

Resta, dunque, la seconda ipotesi della quale, tuttavia, il partito democratico è stato, sin qui, incapace – e va detto con grande chiarezza – di approfittare giacché i numeri della galassia delle presenze online del PD e dei suoi leader sono più prossimi a quelli del Cavaliere che non a quelli di Di Pietro e, naturalmente, di Beppe Grillo che, da sempre, ha fatto di Internet il suo strumento di partecipazione – quando più e quando meno attiva – alla vita politica del Paese.

E’ la Rete, dunque, il tallone di Achille del Cavaliere e se lo si vuole battere, bisogna quindi sfidarlo online, trasferire qui la campagna elettorale e ripartire proprio dalla Rete per ricostruire il rapporto ormai logorato tra eletti ed elettori.

I buoni esempi non mancano. Bisogna solo aver la forza, le idee e la determinazione di seguirli e farli propri.

Nell’Italia della Rete o nella Rete dell’Italia l’attuale maggioranza – ammesso che tecnicamente ancora esista – è, in realtà, una minoranza.

Parafrasando un vecchio proverbio, potrebbe dirsi: opposizione avvisata è mezza salvata.

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Analyst: Samsung likely to pass Intel in ICs

Analyst: Samsung likely to pass Intel in ICs: "South Korea's Samsung Electronics is on track to catch Intel in semiconductor revenue and will most likely become the No. 1 chip vendor by the middle of this decade, according to an industry analyst."

Quando feltri picchiava su Berlusconi

Quando feltri picchiava su Berlusconi: "

A scartabellare vecchi giornali viene il magone, soprattutto se vi si è lavorato, ma si trovano a volte delle cose divertenti oltre che istruttive. Leggete qui: “Diconsi quattordici anni. Durante i quali la Rai ha mantenuto gli antichi privilegi (canone, diretta, deficit ripianato dallo Stato) e la Fininvest ne ha scippati vari per sé, complici i partiti, la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci, con la loro stolida inerzia, e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’ cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura in un soprassalto di dignità e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Niente. Non soltanto non sono morti, ma sono ancora lì, in piena salute, a far danni alla collettività, col pretesto di curarne gli interessi, interessi che sarebbero gli stessi, secondo loro, del dottor Silvio di Milano due, il quale pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba .Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il Bollettino dei naviganti e la Gazzetta Ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia? Poiché nemmeno il garofano, pur desiderandolo, ha osato chiedere tanto per l’amico antennuto, cosa che avrebbe impedito ogni spartizione per esaurimento del materiale da spartire, eccoci giunti allo sgradito momento della resa dei conti: il varo dei capolavori di Mammì, che non è il titolo di una canzonetta, ma il ministro delle Poste, colui che ha scritto sotto dettatura il testo per la disciplina dell’etere (L’Europeo, 2 agosto 1990).
Di chi è questa prosa scintillante e allegramente e ferocemente antiberlusconiana e anticraxiana? Di Vittorio Feltri. Era quello il Feltri che amavo, anarchico di destra, certamente, ma sul quale non era ancora passato il berlusconismo, col quale ho vissuto due stagioni straordinarie all’Europeo e all’Indipendente. Siamo due calciatori che hanno lo stesso linguaggio tecnico, anche se in ruoli diversi, e che si intendono a meraviglia. Anche quando lasciò l’Indipendente per il Giornale, e io l’avevo trattato ripetutamente da “traditore”, da “canaglia”, da “furfante” (e lui è permalosissimo, come una donna) tutte le volte che ho avuto bisogno di piazzare un pezzo che nessun altro giornale avrebbe osato pubblicare ho chiesto ospitalità a Feltri. Perché tutto si può dire di Vittorio tranne che non abbia l’intuitaccio del giornalista, quello delle Fallaci, dei Montanelli, dei Malaparte, insomma dei grandi e dei grandissimi del nostro mestiere.
La stagione veramente indimenticabile è stata quella dell’Indi. Nel giro di un anno e mezzo, dal marzo del ‘92 all’autunno del ‘93, passammo, sotto la sua direzione, dalle 19500 copie cui l’aveva lasciato l’ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi alle 120 mila, una cavalcata che non ha precedenti nella storia del giornalismo italiano (speriamo che il record possa essere superato dal Fatto, che per molti versi, anche se qualcuno storcerà il naso, si apparenta a quell’Indipendente. Travaglio dice che ci siamo vicini, ma sull’entusiasmo di Marco bisogna fare sempre un po’ di tara).
Gli inizi furono difficilissimi. Si diceva che il giornale avrebbe chiuso ad aprile, dopo un mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. E sia Feltri che io, quando stavamo ancora all’Europeo, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti, con Giorgio Bocca, a guardare il fenomeno Lega con quell’attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà senza pregiudizi e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in “pole position”. La vittoria della Lega scatenò Mani Pulite e Mani Pulite scatenò l’Indi, anche perché gli altri giornali, tutti compromessi col vecchio regime, avevano il freno a mano tirato. Inoltre, con la caduta della Prima Repubblica, molti lettori avevano perso i loro punti di riferimento e venivano da noi. Così potevamo scrivere le cose che gli piaceva sentirsi dire ma anche le cose che non gli piaceva sentirsi dire.
Il giornale era tendenzialmente liberista ma io vi scrivevo i miei pezzi anti-mercato e antindustrialisti e questo portava un altro tipo di lettori. Arrivarono editorialisti da ogni dove, di destra e di sinistra. Fare parte del giro dell’Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò magistralmente questa polifonia di voci. Il giornale manteneva una sua fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore, che si era inventato il “feltrismo”. Davanti a noi si stendevano praterie. Se Montanelli veniva via dal Giornale (col quale eravamo già in fase di sorpasso), come pareva inevitabile, ci sarebbero arrivati altri 30 o 40 mila lettori senza colpo ferire. Feltri si lamentava che Zanussi non era un vero editore, che non capiva nulla, che non gli dava i rinforzi necessari. Io replicavo che l’assoluta libertà di cui godevamo (quando fu arrestato l’amministratore del nostro giornale sparammo la notizia in testa alla prima pagina) era un “fattore del prodotto” più importante dei rinforzi. Eravamo un po’ sgangherati, certo, ma liberi.
E questo il lettore lo percepiva e ci passava sopra. Insomma, per parafrasare l’Hemingway di Festa mobile, quelli erano “i bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici”. E lo era anche Vittorio che pur, di suo, ha una natura profondamente melanconica.

Ma qualcosa cominciò a scricchiolare già nell’agosto del ‘93 quando Feltri mi invitò a cena e mi pose la terrificante domanda: “Se vado al Giornale vieni con me?”. Cercai di spiegargli che era un errore, sia in termini generali sia per lui (cosa che successivamente, dopo che ad ogni incontro lo ulceravo con questa questione, ha finito, sia pur a denti stretti, per ammettere). Finimmo quella cena un po’ brilli di vino bianco e col suo grido: “In culo al Berlusca, restiamo all’Indi!”. Questa scena si ripeté almeno altre due o tre volte. Il giorno dopo l’ultima, conclusasi con lo stesso rituale, firmava per Berlusconi. Dopo è cambiato tutto. Era stato un fan senza riserve di Antonio Di Pietro (che chiamava affettuosamente “Tonino”) e di Mani Pulite, con eccessi, lui sì, forcaioli, e divenne nemico acerrimo della Magistratura. Non c’era errore, vero o presunto, di magistrato fosse stato commesso pure in Nuova Zelanda (non dico per dire, c’è stato anche questo) che non fosse sbattuto in prima pagina con critiche feroci e sarcastiche. Divenne un “garantista” a 24 carati (salvo dimenticarsi bellamente di ogni garantismo ora che, per ragioni di scuderia, ha scatenato la “caccia all’uomo” nei confronti di Gianfranco Fini). Era stato un sostenitore appassionato della Lega e le voltò da un giorno all’altro le spalle quando Bossi nel ‘94 abbatté il governo Berlusconi con quello che resta il suo miglior discorso in Parlamento. Mi ricordo che dopo quell’avvenimento ci trovammo insieme a un dibattito a Bergamo con una platea zeppa di leghisti che lo attaccavano pesantemente come “traditore” e “voltagabbana”.

Io lo difesi a spada tratta ricordando a quella gente che comunque aveva un debito di riconoscenza con Feltri che aveva difeso la Lega in tempi difficili. E Vittorio, di nascosto, sotto il tavolo, mi prese la mano in segno di riconoscenza. Era anticraxiano e, in omaggio ai trascorsi del Capo, divenne filocraxiano. Insomma nella seconda parte della sua vita ha sconfessato tutta la prima. Uno sfacelo.Io ho affetto per Vittorio Feltri e lo considero il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio precedenti. E mi fa male al cuore vederlo ridotto a un pitbull di Berlusconi, senza una vera ragione (perché Feltri, checché se ne pensi, non è un vero cinico, alla Giuliano Ferrara per intenderci), vederlo sprecare il suo grande talento per un uomo che non lo merita e non lo vale. Ma così è. Così è la vita che ti costringe, via via, a lasciare anche i compagni che ti sono stati più cari.

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Vito Mancuso

Vito Mancuso: "

Undici furono i docenti universitari che si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. Quanti sono (senza indebiti paragoni) gli intellettuali democratici che hanno lasciato la Mondadori contro l’accertato atto di corruzione che ne trasferì il controllo all’attuale padrone? Di fronte all’ultimo salvacondotto escogitato per far risparmiare alla casa editrice del “premier” centinaia di milioni di euro dovuti al fisco e in attesa che lo studio legale Montecitorio e Associati approvi, come si evince da alcune indiscrezioni di stampa, una nuova leggina per far saltare pure il giudizio civile d’appello nella causa che in primo grado ha visto il Biscione condannato a un risarcimento di 750 milioni di euro (vedi anche il linciaggio mediatico del giudice Mesiano e la nomina in odore di P3 di Alfonso “Fofò” Marra a presidente - guarda caso - della corte d’appello di Milano), ora il teologo Vito Mancuso, consulente e autore Mondadori, mostra uno scrupolo morale e chiede lumi agli altri, Scalfari e Augias in testa. Andarsene per protesta o restare per non apparire bacchettoni: questo è il dilemma. Coraggio ragazzi: non è in gioco la vostra libertà di espressione, lo sappiamo bene, ma non è mai troppo tardi per dare un segnale contro i conflitti di interesse e gli abusi di potere. Son gesti che rimangono e non vi attende l’esilio.

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giovedì 26 agosto 2010

La Fiat a Melfi ha ragione, chi l’accusa no

La Fiat a Melfi ha ragione, chi l’accusa no: "

Come purtroppo c’era da attendersi, la FIOM-Cgil si è attestata su una linea durissima a Melfi. I tre attivisti sindacali che erano stati licenziati dall’azienda per danni indebiti alla produzione durante lo sciopero dello scorso 7 luglio, sono stai reintegrati dal giudice del lavoro e ieri l’avvocato del sindacato li ha riaccompagnati in azienda, pretendendo che venissero riassegnati alle funzioni produttive. Ma l’azienda aveva chiarito in precedenza che, pendente il ricorso e partita anche l’azione penale per danni nei loro confronti, la riassegnazione sarebbe stata rifiutata. La giornata si è chiusa con l’annuncio di un’azione penale anche da parte dei lavoratori e del sindacato contro la Fiat, oltre che con un nuovo passo verso il giudice del lavoro, a cui si chiederà in dettaglio di circostanziare tutto ciò a cui l’azienda sarà obbligata dal giudice. Nei commenti, prevale la condanna alla Fiat. Anche sul Corriere della sera. Io dico che sbaglia, chi la pensa così. E lo penso ragionando, non per cercare dannose prove di forza. Prevale la condanmna alla Fiat non solo da parte di chi, come la sinistra antagonista e naturalmente la Cgil, si oppone apertamente alla svolta di produttività iniziata con l’accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l’accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l’azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale. Anche da parte di molti che pure sono comprensivi verso le richieste Fiat, è stato espressa una aperta delusione perché l’azienda starebbe cadendo in una sorta di trappola. Tirando troppo la corda, farebbe il gioco preferito da chi si oppone per principio. Mettendo in difficoltà chi invece intende assecondare la svolta, ma senza per questi passare come indifferente o addirittura nemico dei diritti dei lavoratori.


Penso che questo atteggiamento sia anche comprensibile, in un Paese che da sempre è abituato a pensare che le innovazioni si fanno solo molto, ma molto gradualmente. E anzi, più sono importanti e delicate, più devono essere graduali. Figuriamoci quando poi si tratta della prima azienda manifatturiera italiana, di un contratto simbolo per definizione, come quello dei metalmeccanici, e del sacrosanto diritto di sciopero. Penso però che questo atteggiamento sia semplicemente sbagliato. Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora. Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero, che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell’azienda, ma la Fiat doveva comunque far finta di niente – come si è letto ieri sul Corriere della sera – a mio giudizio rischia di accrescere solo la confusione.


Si ha come l’impressione che in Italia ancora pochi abbiano capito la portata vera di questa sfida. Sommando il fatturato 2010 atteso di Fiat auto – 27,7 miliardi di euro – e di Chrysler – 20,1 miliardi di dollari, il gruppo torinese si colloca oggi stesso nel mondo subito dopo i 61 miliardi di euro di Volskwagen, i 64,6 miliardi di dollari di General Motors, i 59 miliardi di dollari di Ford. Fiat si piazza d’autorità al quarto posto nel mondo, alla pari con i 46 miliardi di euro di Mercedes, staccando di parecchie misure BMW e Peugeot sotto i 30 miliardi, e Renault che starà sotto i 20.


E’ una competizione durissima, se pensiamo a quanto i tedeschi siano al momento più avanti di tutti, in Cina. Se vogliamo difendere l’auto italiana, non c’è alternativa. Su questo John Elkann e Sergio Marchionne hanno ragione. Bisogna che sindacato e politica si mettano in condizione di capire che o si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l’illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l’auto italiana nella competizione mondiale. Né si è visto mai uno stabilimento che resta aperto a dare lavoro oggi e domani perché lo ordina un magistrato, se quello stabilimento non ha più margini di utile e competitività.


E’ verissimo che, nei passaggi più delicati e decisivi, gli attori di grandi scelte devono attentamente misurare toni e decisioni. La realizzazione di quella grande svolta nazionale che riguarda non solo Fiat, ma l’intera industria italiana per realizzare quel salto in avanti reso possibile dall’accordo del 2009 e dalla detassazione del salario di produttività, chiede a tutti una grande responsabilità. Lo chiede alle aziende e al sindacato, come alla politica. Ma richiede anche una chiarezza oserei dire quasi chirurgica. In Italia nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l’occupazione, i 14 dollari l’ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l’anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano.





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***CRISI DI GOVERNO*** Napolitano non può sciogliere le Camere se c’è una nuova maggioranza, punto e fine della storia di PAOLO GUZZANTI

***CRISI DI GOVERNO*** Napolitano non può sciogliere le Camere se c’è una nuova maggioranza, punto e fine della storia di PAOLO GUZZANTI: "








Il giornale della politica torna sulla crisi di governo. In apertura vi abbiamo raccontato umori e fermenti che si agitano in casa Pd, delle potenzialità di rivalsa che la crisi dell’Esecutivo offre ai Democratici. Ora però entriamo nel merito della crisi, nei fatti reali, quelli del nostro presente, quelli dell’attuale Esecutivo. Un Presente che viene sovvertito dai protagonisti della politica stessa che, con lo sguardo concentrato alle elezioni di domani, dimenticano con troppa superficialità le esigenze dell’oggi, che in politica sono anzi tutto il rispetto della nostra Carta Costituzionale. Il grande giornalista e vice del Pli, si inserisce in quello che lui stesso non stenta a definire ‘Dibattito con le dita negli occhi’. La corsa alle urne deve infatti aver prodotto delle strane (semplicemente comode?) amnesie ed in certi ambienti si arriva alla teorizzazione dello scioglimento delle Camere, pre e sine Napolitano e soprattutto senza che ve ne sia la necessità. Guzzanti sostiene infatti che ci sia un piano deliberato: “i berlusconiani pretendono di aver rifatto una Costituzione segreta alla quale dovremmo inchinarci, facendo finta che quella esistente non esiste più”. La discussione sui poteri del Capo dello Stato prosegue dunque con questo nuovo approfondimento, che prende come pretesto le obiezioni di Angelo Miele (Consigliere della Regione Lazio per i Socialisti Democratici Italiani) ma che poi apre ad una grande analisi Politica. Assolutamente da non perdere!


Nella foto, Paolo Guzzanti


di Paolo GUZZANTI









NON MI HA MAI suggestionato il linguaggio untuoso e leguleio, ma di fatto insultante di coloro che pensano di essere i soli a capire, ad aver letto, a ben conoscere. Io ho avuto nella materia un grande maestro: Francesco Cossiga, e naturalmente la lettura sia della Costituzione che degli atti della Costituente, nonché - ben più importanti - gli atti materiali che hanno nel tempo riempito i vuoti della Costituzione scritta attraverso i comportamenti dei presidenti della Repubblica.

E tanto poco sono analfabeta in materia da aver anche scritto un saggio per Laterza, “I presidenti della Repubblica”, dove per l’appunto io esamino la materia della prassi che fa Costituzione.


E la questione sta in questi termini: oggi esiste un evento illegale e passato sotto silenzio che ha turbato la vita democratica in fase elettorale a causa dell’abuso, per il quale Cossiga protestò ma il presidente in carica Ciampi colpevolmente tacque, per cui un politico singolo - Berlusconi - ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente (figura che in Italia esiste soltanto nella forma assai ridotta e riduttiva di presidente del Consiglio dei ministri), simulando in maniera truffaldina l’offerta di un voto diretto per l’elezione del capo dell’esecutivo.


Questo è stato un abuso - benché impunito per colpa di chi doveva vigilare e non ha vigilato - e il fatto che non sia stato sanato nulla toglie al fatto che resti un abuso per il quale io non voglio il condono, ma la demolizione.

Non è vero, come si cantava alla fine della guerra che “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”. Qui non ci scordiamo nulla e rivendichiamo la piena legalità.


I presidenti della Repubblica, per la Costituzione materiale fornita dalla prassi, che fa norma, sempre e in ogni caso hanno verificato la presenza nel Parlamento di una possibile maggioranza.


L’abuso edilizio compiuto da SB non vanifica ma esalta questo dovere che risponde alla prassi costituzionale.

Dunque il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione il quale, in base al Porcellum è e resta soltanto il “capo di una coalizione” e mai e poi mai il presidente del Consiglio dei ministri indicato dal “popolo”.


Il “popolo” può soltanto eleggere i propri rappresentanti, ciascuno dei quali rappresenta NON gli elettori che l’hanno eletto, ma tutto intero il popolo stesso, punto e basta.


Se fosse vero quel che lei rozzamente e con poca competenza costituzionale afferma, sarebbe allora vero non soltanto che la scheda “Berlusconi Presidente” avrebbe modificato in senso presidenzialista la Costituzione repubblicana, ma avrebbe anche abrogato l’articolo che tutela il fatto che il rappresentante del popolo non abbia vincolo di mandato.

Le liti interne ad una maggioranza dei partiti sono poi fatti politici interni alla vita dei partiti e non influenzano il Parlamento se non in presenza di un voto di sfiducia, avendo il dovere un governo di chiedere la fiducia se ritiene che eventuali voti negativi in Aula segnalino la venuta meno della stessa.


Le liti interne ai partiti sono vicende interne ad associazioni private di nessun profilo costituzionale finché non diventano atti parlamentari.


E finora ci troviamo di fronte ad un unico atto politico e non parlamentare e tanto meno costituzionale: quello di un “capo di coalizione” che si suicida liquidando una parte numericamente determinante della propria coalizione, non ancora seguito da alcun effetto parlamentare. Che poi sostenga di aver dovuto agire come ha agito a causa del comportamento politico di un suo alleato, questi sono fatti (politicamente) suoi.


Dunque, se per caso - cosa di cui peraltro dubito malgrado la tempesta in corso - si arriverà alle dimissioni del governo a causa di uno o più voti negativi, sarà dovere del Capo dello Stato vedere se la NUOVA MAGGIORANZA NUMERICA (se una maggioranza cessa di essere tale, inevitabilmente un’altra maggioranza numerica e non ancora politica è presente nelle aule) è o non è in grado di esprimere una coalizione in grado di esprimere un governo e un presidente del Consiglio dei ministri.


Quanto alla risibile obiezione circa le firme necessarie per il decreto di scioglimento, essa è appunto risibile: tanto sono indispensabili le firme del governo quanto quella del capo dello Stato, e se e quando c’è quella del Capo dello Stato non si è mai visto che possano mancare, per rifiuto, quelle del governo.


Per concludere sintetizzando: la democrazia parlamentare è formata dai rappresentanti del popolo che mantengono il proprio mandato popolare senza vincolo di mandato, e dunque di coalizione e di fedeltà canina a chicchessia, e il Parlamento - e non più il “popolo” una volta che si è votato e si è nei tempi di una legislatura - è l’unica voce parlante di cui il Capo dello Stato è il registratore e il notaio. E se per caso - per caso - il Parlamento dice al capo dello Stato: la nuova maggioranza numerica determinata da un gesto inconsulto del capo della coalizione di governo è in grado di produrre un esecutivo con adeguato sostegno parlamentare, il capo dello Stato non ha alcuna alternativa e deve agire come i presidenti della Repubblica italiana hanno sempre agito. E cioè affidare l’incarico di formare il governo a chi dimostra di essere in grado di farlo, punto e fine della storia.


PAOLO GUZZANTI

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Risarcimenti BP: c’è il trucco

Risarcimenti BP: c’è il trucco: "

L’ultima beffa della BP. Per ottenere i risarcimenti rapidi, attingendo al fondo di 20 miliardi accantonato dalla compagnia petrolifera, le vittime del Golfo devono rinunciare a successive azioni legali. E’ una clausola-capestro con cui BP si mette al riparo dai processi.


Giallo nel giallo: a inserire questa clausola sarebbe stato il superispettore nominato dall’Amministrazione Obama per gestire le richieste di indennizzi. Ancora una volta si rivela difficile districare le responsabilità dei petrolieri da quelle del governo.

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Ecco l'atroce dilemma del teologo: "Mi si nota di più se vado o resto?"

Ecco l'atroce dilemma del teologo: "Mi si nota di più se vado o resto?": "

Melina del teologo "a un passo dall'addio" a Mondadori. Rimarrà. E in tasca ha la direzione di una collana per Fazi. In novembre esce per Segrate il trattatello "Piccola guida dei perplessi"

Falla DLL, Microsoft ora sa tutto

Falla DLL, Microsoft ora sa tutto: "Confermata ufficialmente la vulnerabilita' anticipata da HD Moore. Il problema era noto, ma ora cambiano le modalita' con cui si puo' sfruttare. Disponibile un primo workaround, che pero' non risolve il problema

Gmail e' (anche) un telefono

Gmail e' (anche) un telefono: "Annunciato un client VoIP implementato dentro il servizio di posta elettronica. Permettera' agli utenti di effettuare chiamate verso qualsiasi dispositivo. La sfida a Skype e alle telco comincia

Mondadori? No grazie

Mondadori? No grazie: "

Lanciare una campagna di sensibilizzazione e di pressione sulla questione Mondadori, significa prendere in mano le nostre scelte quotidiane – come l’acquisto di un libro – e trasformarle in segnali politici forti: io non comprerò più libri di quella casa editrice e inviterò i miei autori preferiti – che scrivono per Mondadori – a cambiare editore.
E’ da questi presupposti che nasce l’iniziativa “Mondadori? No grazie”, promossa dai comitati Boicotta il Biscione, che si sta diffondendo in rete.

Ma perchè parlare della vicenda Mondadori solo ora? Per rendersi conto della necessità di agire, bastava seguire il filo che racconta la storia del conflitto di interessi nel nostro Paese, fin dalle sue origini.
Da quando alla fine degli anni ’80 partì la “guerra di Segrate”, vinta in maniera fraudolenta da Berlusconi, passando per il pagamento di tangenti nel Lodo Mondadori ed i relativi processi, fino ad arrivare alla P3 ed alla legge “ad aziendam” con la quale la casa editrice risparmierà quasi 350 milioni di euro non versandoli nelle casse dell’erario. Sono soldi che la Mondadori doveva allo Stato da molti anni e per i quali si aspettava una sentenza della Corte di Cassazione. Grazie al provvedimento, la Mondadori pagherà il 5% della somma dovuta ed estinguerà il contenzioso.

E così ciascun italiano (bambini compresi) si ritrova a pagare una tassa di ben 7 euro per coprire le tasse non versate dalla Arnoldo Mondadori Editore.

E’ quindi vero, come ha sottolineato Nando Della Chiesa, che è imbarazzante vedere persone svegliarsi solo oggi. E’ imbarazzante pensare che fior fiori di autori non sapessero che una battaglia politica passa anche dalle scelte personali. Perché scegliere se pubblicare o no con la Mondadori doveva essere considerato sin dall’inizio una scelta politica. Infatti alcuni autori come Giorgio Bocca o Corrado Stajano hanno rinunciato da anni a pubblicare con Mondadori. E gli altri? Gli altri li solleciteremo noi, perché c’è sempre tempo per cambiare idea e abbracciare una giusta causa. Lo faremo con questa campagna che abbiamo lanciato e che abbiamo intenzione di diffondere capillarmente, chiedendo direttamente (con un form online) a Corrado Augias, Diego Cugia, Francesco Guccini, Carlo Lucarelli, Vito Mancuso, Roberto Saviano, Vittorio Zucconi – e via via tutti gli altri – di non pubblicare più con Mondadori. Per lanciare la campagna attiveremo gruppi locali e promuoveremo giornate straordinarie di mobilitazione, già da settembre. Intanto vi invito ad andare sul sito per dare l’adesione e collaborare alla diffusione di “Mondadori? No grazie”.

Ricordo anche che il boicottaggio all’impero di Berlusconi – noi dei comitati Boicotta il Biscione – l’abbiamo proposto fin dal 1993. E con grande successo. Lo sciopero dei telespettatori alle reti Fininvest ebbe anche punte di 2.800.000 spettatori che si rifiutarono di vedere le tv di Berlusconi. Già allora c’era chi lottava per sottolineare il palese conflitto di interessi tra il tycoon ed il politico: oggi diciamo che non è troppo tardi per reagire.

da www.mondadorinograzie.org
Convinci un autore che pubblica con Mondadori a cambiare casa editrice, spiegandogli che non comprerai più i suoi libri:

Corrado Augias
Diego Cugia
Francesco Guccini
Carlo Lucarelli

Vito Mancuso
Roberto Saviano
Vittorio Zucconi

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Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano

Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano: "

Ci fu un tempo in cui il senatore Renato Schifani non si occupava di politica. Faceva l’avvocato, civilista, e in questo ruolo agganciò spregiudicate conoscenze con uomini vicini a Cosa nostra. Erano i tempi in cui esibiva con orgoglio l’ormai mitico riporto in testa. Anni Ottanta, inizi dei Novanta. Epoca in cui l’allora intraprendente legale, che da lì a poco sarà eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, avrebbe ricoperto un ruolo di prestigio, mediando i rapporti tra i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. La notizia viene riportata sul numero dell’Espresso in edicola domani. A firmare l’articolo è Lirio Abbate, ex cronista dell’Ansa che l’11 aprile 2006 fu il primo a dare la notizia dell’arresto di Bernardo Provenzano. Si parla di “ombre inquietanti” che emergono dal passato. Di “spettri” ripescati dentro a trenta’anni di storia di un uomo che per anni ha girato i tribunali di mezza Italia difendendo i patrimoni dei boss mafiosi.

Ombre e sospetti riportati a galla dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex killer di Brancaccio, scrive l’Espresso, l’ottobre scorso davanti ai giudici di Firenze avrebbe parlato proprio di questo. Frasi messe subito a verbale e girate, per competenza, alla procura di Palermo. Documento top secret. Ma solo a metà. Una parte di queste pagine (le meno compromettenti) sono state messe agli atti del processo al senatore Marcello Dell’Utri (condannato a sette anni per concorso esterno).

Lo spunto, dunque, esiste. Saranno i magistrati a sviscerare il tema. Il procuratore Francesco Messineo ha già dato l’incarico agli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci e ai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Secondo quanto riporta l’Espresso, i magistrati hanno già messo a punto una strategia segnandosi le persone da sentire. Non c’è dunque solo Spatuzza. Ma anche Francesco Campanella, ex segretario dei giovani dell’Udeur, già delfino di Mastella, ma soprattutto colletto bianco in nome e per conto della famiglia Mandalà. Quello stesso Campanella che grazie ai suoi appoggi nel comune di Villabate ha falsificato la carta d’identità con cui Provenzano è andato a Marsiglia per sottoporsi a esami clinici. L’elenco, però, prosegue e spunta il nome, per ora top secret, di un imprenditore condannato per riciclaggio che nominò lo stesso presidente del Senato socio in una sua impresa.

Insomma, l’ennesima gatta da pelare per Berlusconi e il suo stato maggiore. Nulla, ovviamente, è ancora stato scritto. Tantomeno Schifani risulta indagato. Ma su di lui pesa un’inchiesta (poi archiviata nel 2002) per associazione mafiosa. Indagato per tre volte, e per tre volte archiviato. Eppure le carte restano e come ha rivelato il Fatto, incastrano Schifani quantomeno a precise responsabilità politiche. A tirarlo in ballo è infatti il pentito Salvatore Lanzalaco per un appalto pilotato dalla mafia. Il sistema, come spiega Abbate, era semplice: “Lo studio di progettazione di Lanzalaco preparava gli elaborati per le gare, i politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano, la mafia eseguiva i subappalti”.

Per Schifani, quindi, la situazione non è delle migliori. Con nuovi elementi d’accusa l’inchiesta potrebbe essere riaperta. E in questo caso gli elementi d’accusa pesano e non poco. Visto che Giuseppe Graviano è lo stesso che nel 1993 orgnizzò le stragi di Romna, Firenze e Milano e che subito dopo confidò a Spatuzza di essersi “messo il paese nelle mani” grazie alla colaborazione di Berlusconi e Dell’Utri.

La trinagolazione Graviano-Schifani- Berlusconi, a quanto scrive l’Espresso, parte, poi, da molto lontanto. Dagli anni Ottanta. Periodo in cui il presidente del Senato tra i suoi assisti aveva Giovanni Bontate, fratello di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981 e che poco prima di morire era salito a Milano per investire 20 miliardi di lire. Denaro dei clan, di cui però si sono perse le tracce. E sotto la Madonnina, stando alla fonte anonima citata dal settimanale, Schifani ci veniva già a metà degli anni Ottanta vedendo Dell’Utri e il premier. Incontri cordiali in cui Berlusconi aveva il vezzo di chiamarlo “contabile”. Chissà perché?

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Studio shock su Hitler: aveva origini ebraiche e la prova è nel suo Dna

Studio shock su Hitler: aveva origini ebraiche e la prova è nel suo Dna: "

Uno studio genetico condotto sui parenti del Führer dimostra in modo scientifico che il dittatore non era affatto ariano. Ben 39 discendenti del fondatore del Reich sono stati sottoposti a esami

mercoledì 25 agosto 2010

Non la pensi come me? Sei un servo, di Giampaolo Pansa

Non la pensi come me? Sei un servo, di Giampaolo Pansa: "Il bestiario. Il vizietto antico del “servo del padrone”."

Il complice

Il complice: "

‎”Chiedo scusa a tutti gli italiani: ho sostenuto un delinquente della politica, lui e le sue leggi vergogna. Per ambizione personale ne sono stato complice, mi sono consapevolmente appiattito nel servilismo più bieco, facendomi sdoganare dal fascismo al berlusconismo. Abiurai il primo, ora provvedo con il secondo. Sono pentito, pure per aver chiuso gli occhi di fronte a un massacro a Genova: c’è ancora posto per uno con le mie idee e il mio portamento in questa Italia di nani?”


Ecco: se mai avesse il coraggio di parlare così, io uno come Fini potrei pure iniziare a rispettarlo.

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Giuseppe Pisanu smentisce Libero. “Mai stato indagato per la P2″

Giuseppe Pisanu smentisce Libero. “Mai stato indagato per la P2″: "

Come cambiano i tempi. Giuseppe Pisanu, fino a poche settimane fa, uno degli uomini più ascoltati dal Cavaliere, oggi si trova costretto a smentire in maniera ferma un articolo di Libero uno dei giornali più vicini a Berlusconi. L’idea che si stia ripetendo l’ennesima gogna mediatica per punire i dissidenti si fa concreta. Pisanu, infatti, da giorni non nasconde la sua posizione favorevole nei confronti dei finiani.

“Leggo sul quotidiano Libero – dice il presidente della Commissione parlamentare antimafia – che nel lontano 1983 fui costretto a dimettermi per lo scandalo P2, per i rapporti con Flavio Carboni, Roberto Calvi e il crac del Banco Ambrosiano. Per ora mi limito a precisare che non sono mai stato indagato, ma semplicemente ascoltato come persona informata dei fatti. E’ vero invece che quando l’opposizione sollevò dubbi sulla mia condotta, mi dimisi spontaneamente da sottosegretario al Tesoro, mettendomi a completa disposizione dei magistrati. I fatti e il tempo mi hanno dato ragione. Ora non pretendo di essere portato ad esempio davanti a chicchessia, ma solo di essere rispettato. In ogni caso, se Libero e i suoi editori intendono coinvolgermi in un piu’ civile dibattito sulla questione morale e sulla dilagante corruzione, assicuro fin d’ora la mia piena e consapevole disponibilita’”.

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Storia di un uomo libero e coraggioso

Storia di un uomo libero e coraggioso: "Un uomo difficile da etichettare, Francesco Cossiga. Lo era in vita, lo è ancora di più ...."

Cossiga sognava le riforme del Cav

Cossiga sognava le riforme del Cav: "

Dall’elezione diretta del capo dello Stato alla tutela delle alte cariche: le sue idee attualissime per risolvere i problemi della nostra democrazia

È caduto il castagno di Anna Frank

È caduto il castagno di Anna Frank: "La pianta ultracentenaria, descritta nel famoso Diario, era malata da tempo: è stato abbattuto dal vento"

Le più fascinose della politica? Sono tutte quante repubblicane

Le più fascinose della politica? Sono tutte quante repubblicane: "

Il Grand Old Party del Minnesota usa in campagna elettorale un video messo assieme dal webmaster del partito e cliccatissimo su YouTube: mostra sexy donne di destra e inguardabili avversarie. Scoppia il caos e il filmato viene rimosso

martedì 24 agosto 2010

Ffwebmagazine - Ma davvero la "rivoluzione liberale" ha il volto di Bossi e di Putin?

Ffwebmagazine - Ma davvero la "rivoluzione liberale" ha il volto di Bossi e di Putin?

Ancora sui referendum sulla privatizzazione dei servizi idrici...

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Detto questo, perché tanto successo per questi referendum? Credo che le risposte principali siano un’informazione parziale e una buona dose di sfiducia.

Informazione parziale perché si fa l'esempio di posti dove l'acqua costa di più perché privata, senza ragionare sul perché lì costa di più o sui costi che questa maggiore tariffazione impone (o evita) alla collettività; non lo sapremo mai perché quello che è stato veicolato non è un’informazione, ma una frase a effetto. Come si è visto, tariffe maggiori non solo possono essere pienamente giustificate, ma costituire, a determinate condizioni, addirittura un vantaggio per la cittadinanza. Parlare di tariffe più alte senza approfondire la questione è solo fare leva sulla “pancia” delle persone: l’informazione che fornisco non è falsa, ma è lungi dall’essere completa.

Sfiducia perché il meccanismo della gestione privata funzionerebbe bene a determinate condizioni che presuppongono che il potere politico sia in grado di vigilare su quanto fatto dai gestori privati sia in sede di gara che di gestione, mentre l'idea comune mi pare essere che questo potere troverà un accordo con i privati per rosicchiare margini quasi esclusivamente dal lato degli utenti (che a quel punto si ritroverebbero davvero a essere più poveri). In particolare c'è da dire che gran parte di quanto detto sui vantaggi che una gestione privata potrebbe fornire ha come presupposto che ci si trovi in un contesto competitivo, e ho le mie difficoltà a credere che sarà così. Però un conto è capire perché un sistema sia difficilmente applicabile in Italia e quindi vedere cosa si può fare per porlo in essere, ben altra storia è etichettare un sistema che sfrutta i meccanismi di mercato per creare efficienza (e quindi ricchezza) come "malvagio".
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http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/La_privatizzazione_dei_servizi_idrici#body

lunedì 23 agosto 2010

Popolarità distribuzioni Linux

Popolarità distribuzioni Linux: "



LinuxTrends ha realizzato uno studio sull’andamento delle maggiori distribuzioni Linux utilizzando Google Insights. Questo strumento consente di studiare le tendenze delle ricerche effettuate negli ultimi 6 anni.


Come potete vedere dal grafico si possono notare gli exploit di SuSE comprata da Novell e della nascita delle nuove distro. L’unica a distaccarsi dal gruppo è Ubuntu che ha un andamento completamente diverso dalle altre principali distribuzioni.


Ovviamente lo studio non è un’indagine sul numero effettivo di utenti, ma sull’interesse che c’è da parte degli utenti. Per esempio la parabola di Ubuntu può essere spiegata con la quantità di nuovi utenti che ha acquisito velocemente o delle persone che ne valutavano il passaggio. Senza escludere le ricerche per la risoluzione dei problemi.


Via | LinuxTrends

Google e il bottino delle patch

Google e il bottino delle patch: "Mountain View distribuisce una nuova versione stabile di Chrome e paga chi ha contribuito ai fix integrati nella release. Ma pone una barriera pecuniaria per l'ingresso nella galleria delle estensioni. Mozilla invece ha pronta la 4a beta di Firefox 4

La nuova campagna contro Mondadori? Ipocrisia

La nuova campagna contro Mondadori? Ipocrisia

Dietro al "caso di coscienza" di Mancuso il solito obiettivo: screditare il concorrente e colpire l'editore in politioca. C'è un campo dove l'autore va giudicato ed è la sua opera culturale

Il sistema di potere di Comunione e liberazione

Il sistema di potere di Comunione e liberazione: "

Il Meeting di Rimini è da anni l’appuntamento che riapre l’attività politica dopo la pausa estiva. Fondato e promosso da uomini di Comunione e liberazione, è un momento di dibattito e d’incontro. Ma che cos’è Cl? Un movimento ecclesiale, cioè un gruppo organizzato di cristiani che testimoniano la presenza di Cristo nel mondo. Ma è anche una potenza politica ed economica. Ha il suo centro in Lombardia, dove funziona il più potente e pervasivo apparato politico-imprenditoriale esistente in Italia: quello dell’area ciellina di Roberto Formigoni. «Un sistema di potere come quello di Formigoni, Cl, non esiste in alcun punto del Paese», scrisse Eugenio Scalfari. «Nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da quattro-cinque persone». Le attività imprenditoriali sono coordinate dalla Compagnia delle Opere, associazione che riunisce in tutta Italia 35 mila aziende e più di mille organizzazioni non profit. Giro d’affari complessivo: 70 miliardi l’anno. Slogan: “Un criterio ideale, un’amicizia operativa”. Presidente della Cdo di Milano e provincia è Massimo Ferlini, ex assessore ai lavori pubblici del Pci-Pds al Comune di Milano ed ex imputato di Mani pulite. Ma è la Regione Lombardia il vero centro del potere formigoniano. Il “Celeste” è presidente ininterrottamente dal 1995. I principali assessorati sono occupati dai suoi uomini. Raffaele Cattaneo (Infrastrutture e mobilità) è anche presente nel cda della Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano, e nei consigli di sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa e Lombardia Informatica. Giulio Boscagli (assessore alla Famiglia e solidarietà sociale) è il cognato di Formigoni. Rappresenta la Regione anche nel cda del Politecnico di Milano. Romano Colozzi (assessore ai Rapporti istituzionali e Risorse e finanze) è anche nel cda di Aifa, Agenzia italiana del farmaco. Gianni Rossoni (assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro) è anche  presidente del comitato regionale Artigiancassa, la banca che ha come business la gestione dei fondi pubblici a favore dello sviluppo e del finanziamento del settore artigiano. Massimo Buscemi (assessore alla Cultura) è insieme uomo di Formigoni e di Marcello Dell’Utri. Da ex manager di Publitalia, passa a fare il coordinatore provinciale di Forza Italia. È stato coinvolto in operazioni immobiliari con società (Lux usque ad sidera, Il pellicano) che avevano come soci anche altri assessori o ex assessori formigoniani, come Massimo Ponzoni (all’ambiente) e Giorgio Pozzi, e Rosanna Gariboldi, moglie del potentissimo ex braccio destro del Celeste, Giancarlo Abelli.
Formigoni controlla la macchina regionale attraverso potentissimi e fedeli dirigenti. Il più influente è Nicolamaria Sanese, da 15 anni segretario generale, la più alta carica dirigenziale della Regione Lombardia (stipendio: 271.608 euro  all’anno). Michele Camisasca, dirigente del personale, è nipote del famoso Massimo Camisasca, il sacerdote storiografo ufficiale di Cl e dal 1985 superiore generale della “Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo”. Carlo Lucchina, direttore generale dell’assessorato alla Sanità, è considerato il vero assessore alla Sanità (stipendio: 234.858 euro). Giacomo Boscagli, dirigente struttura Ragioneria e credito della direzione centrale programmazione integrata, è figlio dell’assessore alla Famiglia e solidarietà sociale Giulio Boscagli, quindi nipote di Formigoni. La sua nomina, assieme a quella di altri 31 dirigenti regionali, è stata dichiarata illegittima dal Tar e dal Consiglio di Stato, perché il bando del concorso che ha portato alle nomine, nel 2006, non era stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ma solo sul Bollettino ufficiale della Lombardia.
Formigoni esercita il suo potere anche attraverso uno stuolo di consulenti. Il più noto è Roby Ronza, giornalista, per anni inviato del Sabato, settimanale ciellino. È tra i fondatori del Meeting di Rimini di cui dal 1989 al 2005 è stato portavoce ufficiale. La sua consulenza costa alla Regione 194.500 euro. Eugenio Gotti è stato consulente per la formazione, poi dirigente dell’Agenzia regionale per l’Istruzione, la formazione e il lavoro. Nel 2009 ha poi fondato Noviter, società che, a pochi mesi dalla sua nascita, si aggiudica un appalto da  1.780.000 euro “per servizi a supporto dello sviluppo e del consolidamento del sistema educativo di istruzione e formazione lombardo”. Giorgio Cioni, già dirigente del Movimento popolare (un tempo braccio politico di Cl), oggi è presidente di Sasa Eventi&Comunicazione che ha curato, tra le tante, la campagna di comunicazione sulle Polizie locali (300 mila euro solo di pianificazione media) e la mostra itinerante “La Lombardia che arriva: il plastico metavisuale”, sul presente e il futuro delle infrastrutture della regione in vista dell’Expo.
La galassia di società controllate dalla Regione è il motore di appalti e incarichi sottratti al controllo del consiglio regionale. Infrastrutture Lombarde è la spa creata per realizzare le nuove infrastrutture, ospedali, strade, tutto sotto il comando del presidente. Da Infrastrutture Lombarde viene Guido Della Frera, dal 1994 dirigente di Forza Italia, poi consigliere comunale a Milano e assessore. Ex braccio destro di Formigoni, dal 2004 si è concentrato sulle proprie attività imprenditoriali. Diventa azionista del Polo geriatrico riabilitativo di Cinisello Balsamo: solo cinque mesi dopo ottiene dalla Regione l’accreditamento. Da allora è stata una marcia trionfale: grazie agli accreditamenti garantiti, ha costruito un gruppo (il Gdf Group spa) da 25 milioni di euro di fatturato, con società che vanno dal settore sanitario (degenza, day hospital, emodialisi, radiologia e altro ancora) a quello residenziale e turistico-alberghiero.
Il gruppo ciellino controlla il settore fieristico, importante per Milano, con Antonio Intiglietta, fondatore, presidente e amministratore delegato di Gefi-Gestione Fiere, ente di servizi promosso dalla Compagnia delle opere. E con Giuseppe Zola, presidente di Fiera Business International e di Fiera Milano congressi, di cui amministratore delegato è restato Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei deputati e in futuro, chissà, possibile candidato sindaco di Milano. Intiglietta è anche presidente della cooperativa Compagnia dell’abitare (edilizia popolare) e di Urbam (architettura e urbanistica, 3,5 milioni di fatturato). Controlla anche la più grande Relive Company, 37 milioni di euro di fatturato e 2,8 milioni di utile netto, che ha progettato, tra tanti, il grattacielo di via Achille Papa a Milano, un monumento alla potenza della Compagnia delle Opere.
La sanità è poi il settore più ricco tra quelli controllati dalla Regione. E il più militarmente occupato: bisogna essere di area Cl per fare carriera, per ottenere incarichi, direzioni generali, posti da primario. Presidente della Fondazione Policlinico-Mangiagalli di Milano è Giancarlo Cesana, uno dei leader storici di Cl, diventato docente di Igiene all’Università Bicocca.
Luigi Roth, già presidente della Fondazione Fiera spa (ma anche di Terna e Banca popolare Roma, nonché membro dei consigli di amministrazione di Pirelli, Avvenire, Cariferrara, Ospedale Maggiore di Milano) oggi è presidente del Consorzio Città della salute, che darà vita entro il 2015 a un moderno polo di medicina e ricerca accanto all’ospedale Sacco. Ma sono di area ciellina soprattutto i manager operativi, i direttori generali: Luigi Corradini, (Fatebenfratelli); Pasquale Cannatelli (Niguarda); Giuseppe Catarisano (San Paolo); Francesco Beretta (Istituti clinici di perfezionamento); Ambrogio Bertoglio (Ospedale di Lecco); Maurizio Amigoni (Ospedale civile di Vimercate); Luca Filippo Maria Stucchi (Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova). Nella zona di Pavia operano gli uomini che fanno riferimento a Giancarlo Abelli, ex braccio destro di Formigoni nella sanità e ora deputato Pdl, che controlla molti sindaci, amministratori, dirigenti di aziende comunali.
Nella sanità privata (e convenzionata con la Regione) è grande il potere dell’area ciellina. Da segnalare, tra le tante aziende e strutture, Arkimedica, società quotata in Borsa e presieduta da Claudio Cogorno: 45 strutture sanitario-assistenziali, giro d’affari complessivo di 200 milioni di euro.
Nel settore privato, l’arresto di Giuseppe Grossi, “il re delle bonifiche”, ha messo in evidenza la pervasività degli uomini vicini a Cl nel settore dell’ambiente e delle cave, attraverso una rete di rapporti che coinvolgeva anche Abelli e alcuni assessori (Buscemi e Ponzoni). Nel settore dell’edilizia, invece, opera Claudio Artusi, ad di CityLife, la grande società di sviluppo immobiliare partecipata dall’Immobiliare Lombarda di Ligresti, Lamaro, Generali e Allianz. Artusi nel 2004 guidava la Fiera, che vendette l’area a CityLife. Poi il venditore cambiò casacca e passò ai compratori, che evidentemente devono essere stati contenti dell’affare.
Nel settore della finanza l’area formigoniana ha un grande amico: Graziano Tarantini, vicepresidente della Banca popolare di Milano. Avvocato, ha alle spalle una grande esperienza nella finanza e già da anni rappresenta nel Cda della banca milanese l’anima della Compagnia delle Opere. Tarantini è l’uomo che ha fondato e fatto crescere la Compagnia delle Opere a Brescia. È inoltre presidente, da giugno 2009, del consiglio di sorveglianza di A2A e presidente della sua controllata Banca Akros. Da quasi un decennio è membro della commissione centrale beneficenza della Fondazione Cariplo, grande azionista in Intesa Sanpaolo. Ci sono poi Angelo Abbondio, membro del cda della Popolare di Milano e della Fondazione Cariplo. E Paolo Fumagalli, a lungo vicepresidente nazionale della Cdo, per anni uno dei principali consiglieri di amministrazione di Banca Intesa. Ora è nel cda di IntesaVita, joint venture tra Alleanza e Intesa Sanpaolo. È anche nel cda di Banca infrastrutture innovazione e sviluppo (Biis), istituto  del Gruppo Intesa Sanpaolo specializzato nel finanziamento pubblico (oltre 300 milioni di euro di proventi nel 2009), di cui è presidente un altro ciellino doc, il parlamentare europeo Mario Mauro.

di Maddalena Oliva

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Cossiga, un politico di grande cultura

Cossiga, un politico di grande cultura: "

Uno dei migliori teologi viventi, papa Ratziger, dopo una lungo dialogo in tedesco con Francesco Cossiga, vertente su S. Agostino ed i padri della chiesa, ebbe a dire: “Lei e’ un grande teologo”.

Bisogna partire da qui, per comprendere un uomo, la cui complessita’ non ha permesso di forgiargli un profilo definito.


Francesco Cossiga, prima che un politico, era un grande uomo di cultura. Cultura umanistica, ma poliedrica, costruita e limata nelle sue notti insonni.


Un uomo sofferto e di grande incisività vitale. Tanto da salire velocemente gli scalini delle istituzioni, per coprire incarichi di elevatissima responsabilita’.


Qualcuno dice che la DC, quando si trovava in difficolta’, per diatribe nelle sue correnti, ricorreva a lui. Uomo al di fuori di logiche di parte, anche se la sinistra del partito lo ha sempre annoverato nelle sue fila.


Cossiga ha esercitato i suo ruoli istituzionali, in momenti drammatici della nazione ed in momenti di grosso cambiamento.


Gli anni di piombo, che dalla meta’ degli anni ‘70 fino agli inizi degli ‘80, hanno funestato l’Italia, lo hanno visto in prima linea. Da ministro degli interni e da presidente del consiglio.


E lui, lacerato dalla triste storia del suo amico e maestro Aldo Moro, partecipe davanti alla caduta del muro di Berlino, ha continuato a coltivare l’amore per gli studi. E soprattutto ad alternare i suoi stati d’umore. Di cui ne parlava, arrivando a definirsi ironicamente un “depresso allegro”.


Francesco Cossiga deve la sua fama alla sua carriera politica, ma deve la sua popolarita’ alla sua carica istituzionale di presidente della Repubblica. Un carica che negli ultimi anni del mandato, ha ricoperto quasi in stile presidenzialista.


I suoi interventi caustici, lo hanno fatto arrivare alla soglia dell’impeachment. Ma quelle picconate sono materia per storici. E materia per storici e’ l’intera vita di Francesco Cossiga, per la sua poliedricità e complessita’. Ora, siamo ancora troppo prossimi alla contemporaneita’.


Per averne prova, basta aver letto gli articoli sulla sua persona in questi giorni. Sono stati di una tale eterogeneità, che sembra che ognuno abbia colto solo un frammento di un mosaico ben ampio.


Molti si sono detti amici intimi di Cossiga, e tanti si sono trovati ad esserlo. Perche’ Cossiga riusciva ad intrattenere rapporti molto forti, dovuti a quella carica umana che emergeva nel privato. Nel pubblico, invece, sembrava recitasse la parte del burbero ironico. Una contraddizione anche questa.


In questo intervento, mi sono proposto di sottolineare l’eclettismo di un uomo, che ha saputo essere statista con uno stile unico. Passando da momenti drammatici a momenti in cui faceva di tutto per non farsi prendere sul serio. Perche’ aveva capito che la vita e’ una commistione di liturgia e prosaicita’, ortodossia e levita’.


Ora ci rimane quel viso sornione e l’eco di quel marcato accento sardo. Ma del suo pensiero piu’ intimo non sapremo mai nulla. Francesco Cossiga amava il mistero e se ne e’ andato in punta di piedi. A riposare nella citta’ che lo ha visto chierichetto e poi salire nello scranno piu’ alto di questa Repubblica. Addio, caro presidente.

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La "mamma del governo": "E ora parliamo un po' dei successi di Berlusconi"

La "mamma del governo": "E ora parliamo un po' dei successi di Berlusconi": "

Il ministro Mariastella Gelmini in vacanza con la piccola Emma a 40 chilometri da casa, tra i limoni del lago di Garda. "Senza di essi non sarei mai diventata ministro. Però io volevo fare la ballerina"

sabato 21 agosto 2010

Caso Mondadori, i l Pd attacca "E' un esecutivo ad personam"

Caso Mondadori, i l Pd attacca "E' un esecutivo ad personam": "L'INCHIESTA
Caso Mondadori, i l Pd attacca 'E' un esecutivo ad personam'
Penati: 'I favori fiscali di cui ha beneficiato l'azienda grazie alle norme ad hoc sono un atto gravissimo, una vera e propria alterazione delle regole di mercato. Uno schiaffo in faccia agli italiani onesti'. L'Idv: 'Da Berlusconi delitto perfetto'. I Verdi: 'Una vergogna'

(14:22 19/08/2010)

Io, autore Mondadori e lo scandalo "ad aziendam"

Io, autore Mondadori e lo scandalo "ad aziendam": "IL CASO
Io, autore Mondadori e lo scandalo 'ad aziendam'
di VITO MANCUSO

(08:48 21/08/2010)

Piccola Ketty: ‘o femminiello camorrista


Piccola Ketty: ‘o femminiello camorrista
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«Pronto Ugo?» «Salvato’ mi chiamo Ketty ‘o vuo’ capi’!». Questo potrebbe essere l’inizio di una telefonata tra Salvatore Gabriele, 29 anni, e suo fratello Ugo, di due anni più giovane, detto Ketty, appunto. Salvatore per mestiere fa lo “scissionista” a Secondigliano. Gli “spagnoli” gli hanno offerto l’opportunità di mettersi in proprio e fare i soldi, quelli veri. Salvatore non ci pensa molto, prende la pistola e parte in guerra contro il clan Di Lauro. Dopo la vittoria degli “spagnoli”, Salvatore chiede il conto: vuole entrare nel giro grosso dello spaccio e diventare un rifornitore nazionale per piccoli gruppi di venditori al dettaglio. Naturalmente la base operativa rimane Secondigliano, ma ha bisogno di qualcuno che mantenga il controllo della rete di piccoli spacciatori. Di chi può fidarsi? Non c’è dubbio l’unico è suo fratello Ugo che da quando ha cominciato a prendere gli estrogeni e a depilarsi si fa chiamare Ketty.

Il nome è molto conosciuto dalle parti della stazione centrale di Napoli dove aspetta i clienti seduta in macchina o appoggiata allo sportello. Certo quella voce ancora doppia fa un po’ sorridere ma è molto ricercata anche perché vende la cocaina a poco prezzo. Dopo la “promozione” del fratello anche Ketty ha dovuto rimodellare i suoi “impegni professionali”. In assenza di Salvatore deve tenere d’occhio le piazze di spaccio, tagliare la droga con la “monnezza”, distribuire incarichi e dosi ai corrieri e agli spacciatori, dare le “mesate” ai pali, fare qualche regalo alle famiglie conniventi. Qualcosa lo tiene per sé, così, quando di notte vende “una bustina” al cliente di turno, intasca i soldi con il permesso del fratello.

Quando è stata arrestata (febbraio 2009) i giornali nazionali hanno commentato l’episodio come una modernizzazione delle regole interne alla camorra: fino a quel momento i trans potevano essere solo carne da macello da sfruttare come spacciatori mentre battono il marciapiede. Ora con Ketty si può parlare di “orgoglio trans criminale”. E allora giù commenti sull’omofobia delle mafie e sul machismo simbolo di potere. Solo la stampa gay ha ricordato che già nell’Ottocento a Napoli c’era un fiorente mercato di “carne umana” (così lo definisce Abele De Blasio) a disposizione di chi non poteva esprimere liberamente la propria omosessualità.

A ben vedere l’episodio è uno dei tipici intrecci tra cultura popolare e sentire camorrista, un amalgama tra tradizione partenopea e modernità affaristica. Se i giornalisti fossero scesi nei meandri della cultura comunitaria napoletana si sarebbero accorti che il “femminiello” appartiene all’universo sociale dei vicoli del centro storico, una galassia di atteggiamenti e di figure da cui trae origine anche la camorra e il camorrista. La plebe tollerava l’uno e l’altro, il femminiello e il camorrista: il primo perché imponeva con la violenza un ordine criminale al disordine urbano caratterizzato da mille traffici, il secondo perché portava fortuna. Capite bene che valore potesse avere un simile personaggio nella città più scaramantica d’Italia. Questo forse ha anche aiutato i napoletani a tollerare più di altri la diversità: il femminiello può essere canzonato e ironicamente sbeffeggiato ma non ha mai suscitato alcun rigetto, nessun sarcasmo o, peggio ancora, una violenza mirata. Un esempio significativo di questa ilarità riguarda direttamente la nostra Ketty. Infatti su Facebook è apparso gruppo dal titolo significativo: “i fans di Ketty, la barbie trans e camorrista”. Il fondatore finge di mettere in vendita una versione transessuale e criminale della nota bambola con tanto di accessori: «Stivali pitonati con il doppio fondo per il trasporto di coca; reggiseno con punte acuminate per stringere le Brats infami in un abbraccio mortale; lupara laccata argento per essere fashion anche durante gli agguati».

Insomma il femminiello appartiene alla sacralità della mitologia urbana e, come tale, non può suscitare apprezzamenti di vero dileggio e comportamenti violenti. Anche perché intorno alla sua effige si perpetuano riti antichissimi quale la cosiddetta figliata “d”e femminielli”: una cerimonia derivante dall’antico culto della fecondità. La figliata si svolge segretamente alle pendici del Vesuvio, a Torre del Greco, ed è stata descritta accuratamente da Malaparte nel suo libro “La pelle” e dalla regista Cavani nell’omonimo film. È una originale iniziazione che simboleggia la nascita del “maschio-femmina”, chiamata dagli iniziati “Rebis”, res + bis, cosa doppia. Insomma un ermafrodito che i greci consideravano essere superiore perché figlio della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes). A questi riti antichi e dimenticati si ricollega la credenza che il femminiello sia portatore di «una carica di magico, stando al limite del diverso, in condizione simbolica di ermafroditismo» (Achille della Ragione). Per questa ragione è invalso l’uso di mettergli in braccio il bimbo appena nato fotografandolo oppure farlo partecipare come “chiamante” alla tombola. Senza dimenticare che i femminielli partecipano attivamente a festività religiose come la “Candelora al Santuario di Montevergine” ad Avellino oppure la “Tammurriata” alla festa della Madonna dell’Arco.

La camorra si è radicata negli stessi luoghi in cui si formano queste usanze, per questo le riesce facile piegare il folklore ai suoi scopi criminali conquistando consenso popolare (tant’è che per lungo tempo è stata considerata, anche dagli stessi mafiosi, un fenomeno folkloristico). ‘O femminiello e il camorrista, che vivono nello stesso ambiente promiscuo e illegale, possono agevolmente incontrarsi. La letteratura napoletana è piena di racconti in cui le due figure si sfiorano, si incrociano e si toccano all’interno dell’intricato tracciato dei vicoli. Infine, basta osservare il successo (locale) e l’aurea di speciale ammirazione che circonda la cantante neomelodica transensuale Valentina per comprendere il rispetto che aleggia intorno a questo emblema del “cosmo” napoletano.

Ketty è l’evoluzione di un continuo mescolarsi tra mentalità popolare e mentalità camorrsistica. Il fratello Salvatore non lo allontana dalla famiglia bollandolo come “ricchione”, ma lo usa come “luogotenente portafortuna”. Se il femminiello Ugo/Ketty è latore di una carica energetica misteriosa e positiva, nata dalla duplicità della sua natura, può portare fortuna alla sua nuova carriera di boss, oltre che, in quanto fratello, può assicurare protezione agli affari di famiglia.

La mia interpretazione può sembrare un po’ forzata, ma serve per sottolineare che la camorra, per aver introiettato modelli culturali autoctoni è sempre stata la più tollerante tra le mafie perché ha origine nella comunità del vicolo. Del resto stava filando tutto liscio fin quando le forze di polizia e la magistratura non hanno rotto l’incantesimo. È proprio vero che lo Stato è laico, non crede a niente.

StrozzateciTutti.info

Il gruppo su Facebook: i fans di Ketty, la barbie trans e camorrista http://www.facebook.com/group.php?gid=50792643319&v=info&ref=ts

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