domenica 8 maggio 2011
Il nuovo Grande gioco: da Bin Laden alla Cina
lunedì 25 aprile 2011
La Cina teme l’effetto contagio della Libia
Negli anni Ottanta, quando Pechino forniva tecnologia nucleare e missilistica a Iran e Corea del Nord, la rifiutava alla Libia perché, si dice, Deng Xiaoping considerava Gheddafi un pazzo inaffidabile. Un ventennio dopo, Gheddafi [...]"
domenica 20 febbraio 2011
La Grande Muraglia Digitale non è abbastanza ...
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Nel corso di un'intervista esclusiva con il quotidiano Global Times, Binxing ha sottolineato l'urgente necessità di apportare sostanziali modifiche alle attuali misure censorie cinesi.
Pare che lo stesso Binxing abbia giocato con delle VPN per testare l'effettiva resistenza della Grande Muraglia digitale. Dal proprio computer, Binxing è in pratica riuscito a visualizzare i principali siti bloccati su ordine delle autorità cinesi.
E il professore ha assicurato di averlo fatto solo per il bene della sua muraglia, descritta come una soluzione necessaria alla stabilità del governo. Binxing ha infatti parlato di una sorta di bene superiore da tutelare, ovvero quello supremo della difesa della nazione.
Un sacrificio, accettato di buon grado da Binxing per tutelare la stabilità della Rete cinese.
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No comment
http://punto-informatico.it/3092689/PI/News/chi-scalera-grande-muraglia-digitale.aspx
sabato 12 febbraio 2011
la Cina come l'Egitto?
A strictly economic interpretation of events in Tunisia and Egypt would be too simplistic – however tempting such an exercise is for an economist. That said, there is no question that the upheavals in both countries – and elsewhere in the Arab world – largely reflect their governments’ failure to share the wealth.
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It may stretch credulity to think that a high-growth economy like China might soon be facing similar problems. But the warning signs are there. Given the lack of political freedoms, the Chinese government’s legitimacy rests on its ability to deliver improved living standards and increased economic opportunity to the masses. So far those masses have little to complain about. But that could change, and suddenly.
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lunedì 31 gennaio 2011
Cina, se Egitto e' una parola tabu'
sabato 1 gennaio 2011
Terre rare, le materie prime dell’hi-tech sono un monopolio cinese. E i prezzi si impennano
La notizia turba da un paio di giorni il sonno degli importatori e, in definitiva, non potrebbe essere altrimenti. Con un annuncio decisamente poco rassicurante, il ministro per il commercio estero cinese Chen Deming ha sancito un nuovo significativo taglio alle esportazioni delle cosiddette “terre rare”, i preziosi elementi di cui il suo Paese è, di fatto, l’unico produttore mondiale. Nel primo semestre del 2011, la Cina ne esporterà sui mercati esteri circa 14.500 tonnellate, più o meno il 35% in meno rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Un taglio notevole che si somma al -40% registrato in tutto l’arco del 2010. Ma a lanciare un segnale inequivocabile al resto del mondo non ci sono solo cifre ufficiali quanto piuttosto un’importante novità di sicuro impatto. Per la prima volta Pechino avrebbe infatti deciso di fare davvero sul serio colpendo, come mai prima d’ora, il suo principale concorrente di mercato: il traffico illegale.
Una premessa. A costituire le cosiddette “terre rare” sono diciassette elementi poco conosciuti dai nomi scarsamente evocativi come, per citarne alcuni, scandio, lantanio, praseodimio, prometio e lutezio. Lo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni ha contribuito alla loro diffusione visto che, tuttora, rappresentano materie prime insostituibili o quasi per una vasta gamma di produzioni: dai telefoni cellulari alle batterie delle automobili fino alle turbine eoliche e ai missili teleguidati. Dal 97 al 99% della produzione mondiale, si stima, si concentra in Cina, Paese che si è guadagnato una posizione di monopolio pressoché assoluto sul mercato. Solo che entro gli stessi confini del Paese si concentra un fenomeno non meno significativo e di grande impatto sul mercato: quello della produzione clandestina. Un segmento sommerso che, ha evidenziato oggi dalle pagine di Business Insider l’analista di Sitka Pacific Mike Shedlock, compensa da solo circa la metà dell’export cinese. Ovvero, in definitiva, circa il 50% delle esportazioni mondiali.
La vera novità, ha riferito pochi giorni fa il New York Times con un reportage esclusivo dal Guandong, nella Cina meridionale, è che le autorità di Pechino hanno avviato da qualche tempo sforzi mai visti per distruggere questa industria clandestina che minaccia di fatto l’efficacia delle scelte commerciali del governo. Nella provincia meridionale, dove si concentrano le maggiori miniere del Paese, le operazioni di estrazione e raffinazione illegale hanno fruttato da sempre enormi guadagni tanto da indurre qualche osservatore a paragonare questo genere di affari a quello non meno redditizio del traffico di droga. Le autorità locali hanno spesso fatto finta di niente facendo sorgere molti sospetti (per non dire assolute certezze) sulla diffusa corruzione alla base del successo dei traffici. Ma i bei tempi del business clandestino, pare di capire, sarebbero ormai prossimi alla conclusione.
Negli ultimi mesi, riferisce ancora il New York Times, squadre speciali della polizia hanno arrestato almeno un centinaio di operatori clandestine nel nord nel Guandong. Un’operazione della quale si è preferito non fare troppa pubblicità e i cui dettagli sono stati riferiti al quotidiano Usa da una fonte locale dietro la certezza dell’anonimato. A conferma del giro di vite sono arrivate le ultime valutazioni degli esperti del settore sullo stato dei mercati di confine, quelli, cioè, maggiormente esposti all’export illegale. “Siamo convinti che questa fonte di approvvigionamento stia diminuendo – ha spiegato al NY Times l’esperta di rare earth, e managing director della londinese Roskill Consulting, Judith Chegwidden – . Ci sono inoltre prove di una ridotta affluenza (di terre rare – ndr) attraverso la frontiera vietnamita”.
Per il mercato mondiale, ormai, l’emergenza è conclamata. Tanto per la scarsità delle risorse quanto, va da sé, per l’impennata dei prezzi. Tra le terre rare l’aumento minimo nel corso degli ultimi tre mesi, ha ricordato il Guardian, è stato del 40%. Il valore di mercato di una libbra di disprosio, rivela invece l’ultima relazione dello United States Energy Department, si scambia oggi a 132 dollari. Per accaparrarsi il medesimo quantitativo nel 2003 ne bastavano 6,5. Per gli importatori la sfida principale consiste ora nella ricerca di giacimenti alternativi e nell’avvio dello sfruttamento di quelli già conosciuti ma poco o per nulla utilizzati. Un’impresa comunque possibile visto che, nonostante tutto, la quota delle riserve cinesi rappresenta in realtà soltanto il 37% delle quelle conosciute nel Pianeta.
"martedì 11 maggio 2010
Giampaolo Visetti - La macchina perfetta della censura cinese
Queste quattro risposte, per il partito plasmato da Mao e per molte democrazie occidentali, sono ragionevoli. Non risolvono però il dubbio che insegue chi cerca di raccontare il viaggio della Cina contemporanea. Siamo vittime di uno Stato di polizia, fondato su censura e propaganda, o siamo perseguitati dai problemi tecnici che minano una Rete frequentata ogni giorno da quattrocento milioni di internauti? Siamo nel mirino delle autorità, o in quello di una massa di hacker nazionalisti sfuggiti di mano al potere che li ha creati? Il problema è che in Cina l'inverno della stampa si è fatto così rigido che il muro dell'indicibile non distingue più i mattoni che lo cementano. La metamorfosi è compiuta. Censura e propaganda, ormai invisibili e non rintracciabili, si confondono: da fisiche sono mutate in elettroniche, da ideologiche in economiche. Potere socialista e business capitalista si intrecciano, politica e finanza sono braccia dello stesso corpo.
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Autodifesa, non bavaglio. Ovviamente non basta. Sei milioni di cinesi poco patriottici hanno appreso le manovre per aggirare la "diga verde", ricorrendo a reti private virtuali e server proxy.
La censura automatica del finto internet cinese, negli ultimi mesi, è stata così completata dai commentatori online di partito. Milioni di opinionisti, assoldati dai funzionari locali, combattono la guerra della manipolazione. Non si limitano a inviare alle redazioni la "linea ufficiale" sui fatti, gli eventi da enfatizzare e quelli da tacere. Assumono false identità e ogni giorno scrivono migliaia di commenti contro la minima critica sfuggita al setaccio dei computer. Secondo il ministero della tecnologia informatica, prima che la reazione popolare possa sfuggire al controllo, c'è oggi una finestra di due ore per bloccare un'informazione non filtrata e inondare il web di giudizi che la demoliscono. Un test sulla "tempesta di positività" ha stabilito che se il team della propaganda cinese funziona, possono bastare venti minuti per convincere che un fatto non sia accaduto, o che la denuncia di uno scandalo sia frutto di "intromissioni di potenze concorrenti decise ad arginare lo sviluppo della Cina".
http://www.repubblica.it/esteri/2010/05/11/news/censura_cina-3973777/
domenica 18 aprile 2010
Dove va la Cina?
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L’attivismo di Pechino in Africa è noto. Il continente nero dispone di materie prime e di risorse energetiche che all’economia cinese in crescita fanno molto comodo. Di conseguenza, i Cinesi si sono trovati nella necessità di dover fornire sicurezza al loro naviglio che viaggia da e per l’Africa, e pertanto hanno deciso di impegnarsi a fondo nelle operazioni di contro pirateria. La Cina non solo partecipa all’operazione internazionale al largo del Corno d’Africa ma sta seriamente pensando a realizzare una base logistica nel Golfo di Aden per meglio supportare le proprie navi.
Ma i mari caldi non sono gli unici a suscitare l’interesse di Pechino. Il Mar Glaciale Artico (sempre più Artico e sempre meno glaciale), con i passaggi a Nordest e a Nordovest in fase di progressiva apertura, rappresenta una priorità strategica per i Cinesi, che fin dal 2008 hanno chiesto e ottenuto di diventare osservatori nell’ambito del Consiglio Artico, il club dei Paesi che su quel mare si affacciano. Il 5 marzo scorso un ammiraglio cinese, Yin Zhuo, ha rincarato la dose dichiarando all’agenzia di notizie Xinhua che i cinque Paesi che possiedono acque territoriali nell’Artico (Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca e Norvegia) non hanno su quell’area più diritti di quanti ne abbia la Cina.
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Su tutto questo attivismo cinese pesa però un’incognita che potrà frenare gli attuali progetti: la demografia. Il sovrappopolamento è visto come un fardello dalle autorità di Pechino, che hanno tentato di porvi rimedio nel modo apparentemente più logico: limitare le nascite consentendo alle famiglie di crescere un solo figlio. La cosa, però, ha avuto una serie di conseguenze a catena, tutte negative. La prima è stata la preferenza, da parte della maggioranza delle famiglie, per i figli maschi. Ciò ha comportato la triste pratica degli aborti selettivi, che sta generando, come conseguenza delle conseguenze, una popolazione con una forte maggioranza di vecchi e di maschi. Si prevede un surplus di 20 milioni di maschi nel 2030, quando la società cinese sarà caratterizzata dalla formula del 4-2-1, ovvero quattro nonni che hanno due figli e un solo nipote, e su quell’unico nipote graverà tutto l’onere previdenziale e pensionistico per i suoi due genitori e i quattro nonni. La società pertanto sarà sempre più attempata, la vecchiaia del Paese frenerà la crescita economica e il tutto si rivelerà socialmente e finanziariamente insostenibile. E come se tutto questo non bastasse, si prevede che lo sbilanciamento di genere a favore della componente maschile causerà un notevole aumento della criminalità, un fenomeno che già si manifesta con virulenza nei tessuti urbani delle megalopoli cinesi.
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Molti giornali locali definiscono la situazione sociale come una bomba a orologeria. Yu Jianrong, un noto accademico, ha pronunciato un severo e preoccupato discorso (ampiamente diffuso via Internet) sulla situazione sociale, in cui prevede che se questi “incidenti di sfogo” -come lui li definisce- continueranno in modo selvaggio e imprevedibile, la situazione potrà tramutarsi in una “massiccia catastrofe sociale”.
Tutto questo potrebbe comportare, fra l’altro, anche un aumento della diaspora cinese a cominciare dalle aree più prossime, come la Siberia, che costituisce un caso assai delicato. Negli ultimi vent’anni (come sottolinea anche il rapporto “Joint Operating Environment (JOE) 2010” edito dal Joint Forces Command USA il 15 marzo scorso) la popolazione cinese in Siberia è andata numericamente aumentando e si è trasformata da pendolare a stanziale, conquistando progressivamente la maggioranza in numerose città, province e distretti, grazie anche al fatto che nelle stesse zone la popolazione russa tende a diminuire drasticamente. Infatti mezzo milione di Russi, vale a dire l’8% dell’intera Siberia, se ne sono andati nell’ultimo decennio, sostituiti da un milione di Cinesi non vincolati dalla politica pechinese del singolo figlio per nucleo famigliare. Potendo sfornare una decina di figli per famiglia, i Cinesi siberiani, che oggi ammontano quasi al 12% della popolazione abitante fra gli Urali e Vladivostok, è facile capire dove potranno arrivare nel giro di una o due generazioni. E se a quel punto i Cinesi siberiani chiederanno l’autodeterminazione (principio che i Russi odiano nel caso del Kosovo ma amano nei casi di Abkhazia e Ossezia del Sud), è facile prevedere di quale colore diventerà la Siberia. E risulteranno anche chiari i motivi dell’elevato interesse che la Cina ha manifestato per l’Artico dal 2008 in poi.
Sullo sfondo di tutto questo resta il dilemma di Taiwan. Alle prese con problematiche sociali interne di grave entità, insisterà Pechino nel perseguire l’obiettivo, mai dimenticato, della riunificazione di tutta la madrepatria annettendo militarmente Formosa? A parte i costi politici, bellici e finanziari di un’operazione del genere, ci sono buone probabilità che l’annessione dell’isola possa avere come conseguenza l’inarrestabile diffusione degli ideali democratici nella Cina continentale. Inoltre, come fa notare il citato rapporto “JOE 2010”, sarà molto difficile che il partito comunista cinese possa impadronirsi dei cuori e delle menti di una popolazione altamente benestante, istruita e tecnologicamente avanzata come quella taiwanese. Al contrario, sarà più probabile che lo stile di vita di Taipei si diffonda sulla terraferma. In altre parole, un eventuale tentativo di annettere con la forza Taiwan potrebbe rivelarsi il peggiore affare possibile per Pechino, in quanto realizzerebbe, sì, il mito di “una sola Cina”, ma quell’unica Cina finirebbe per chiamarsi Taiwan.
sabato 30 gennaio 2010
Tensione tra Cina e Stati Uniti
http://www.ilgiornale.it/esteri/pechino_rapporti__a_rischio_usa_danno_armi_taiwan/armi-cina-obama-taiwan-pechino/30-01-2010/articolo-id=417960-page=0-comments=1
lunedì 25 gennaio 2010
Perché il potere ha paura del web
Perché il potere ha paura del web
Scontro tra Cina e Usa sul motore di ricerca. In gioco c'è la libertá d'informazione. E il concetto di sovranitá nazionale ai tempi di Internet dal corrispondente FEDERICO RAMPINI
(07:21 25/01/2010)