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lunedì 25 aprile 2011

Ecco tutta la verità sui "casi" del Pdl

Ecco tutta la verità sui "casi" del Pdl

Dallo scontro Galan-Tremonti alla vicenda Lassini, tutti vedono lo zampino di Berlusconi. La realtà? Il Giornale ha le notizie e le pubblica. Alla faccia dei complotti di Repubblica e Travaglio

sabato 12 marzo 2011

SE SOLO SAPESTE LA VERA STORIA DEL PROF TRAVAGLIO

SE SOLO SAPESTE LA VERA STORIA DEL PROF TRAVAGLIO: "

Millanta l'eredità di Montanelli e si diverte a dare le pagelle ai colleghi come Ferrara. Ma intanto colleziona solo errori. Sono già dodici le batoste giudiziarie, da Previti nel 2000 ai casi recenti Socci e Schifani"

venerdì 4 marzo 2011

Un italiano vero

Un italiano vero: "

Marco Travaglio è un diffamatore salvato dalla prescrizione, quella stessa prescrizione contro la quale si è scagliato un sacco di volte: ma alla quale, ora, si guarda bene dal rinunciare nonostante la legge glielo consenta. Ecco, l’abbiamo scritto come avrebbe fatto lui, con la stessa grazia. Anzi neanche: lui forse avrebbe aggiunto cose tipo «Travaglio l’ha fatta franca» o «fatti processare» o qualcosa del genere.


Noi ci limitiamo ad aggiungere che a leggere le motivazioni della sentenza d’appello, per quanto giunte fuori tempo massimo, dubbi non ne restano: la condanna è stata confermata a tutti gli effetti e spiega come Travaglio abbia manipolato un fatto e abbia scritto il falso, per giunta con dolo. E un galantuomo – sempre per rifarci al linguaggio travagliesco – non rischierebbe di essere confuso con un Berlusconi o un D’Alema o un Andreotti, se si reputa innocente: rinuncerebbe alla prescrizione. Perché lui non lo fa?


Ma riassumiamo i fatti, perché sono gustosi. La condanna in primo grado è dell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Cesare Previti. Parentesi: la diffamazione è il reato a mezzo stampa per eccellenza, spesso è fisiologico a chi scrive di cose giudiziarie: nel caso di Travaglio, tuttavia, la condanna lo trasformò in un classico bersaglio del suo stesso metodo, e anche per questo, due anni fa, i media diedero un certo spazio alla notizia. L’articolo di Travaglio comunque era del 2002, e su l’Espresso era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo, poi, era un classico copia e incolla dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».


Una diffamazione bella e buona, non si sa quanto intenzionale o quanto legata a certa sciatteria che i giornalisti spesso associano alla necessità di sintesi. Sta di fatto che il giudice Roberta Di Gioia del Tribunale di Roma, il 15 ottobre 2008, condannava Travaglio ai citati otto mesi. E scriveva: «La circostanza relativa alla presenza dell’onorevole Previti in un contesto di affari illeciti è stata inserita nell’articolo mediante un accostamento indubbiamente insinuante… è evidente che l’omissione del contenuto integrale della frase di Riccio, riportata solo parzialmente nell’articolo, ne ha stravolto il significato. Travaglio ha fornito una distorta rappresentazione del fatto… al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Ma il peggio doveva ancora venire: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione».

In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare.

«Ricorrerò in Appello» aveva annunciato il giornalista dopo la condanna: e pazienza se infinite volte si era detto favorevole all’abolizione dell’Appello. «Vedremo le motivazioni della sentenza» aveva poi commentato. Poi, quando furono rese note, non disse una parola.


La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010. In quel periodo Travaglio stava litigando furiosamente (via web) con Enrico Tagliaferro, un blogger particolarmente scolarizzato che gli aveva fatto le pulci in più circostanze. La sentenza in sostanza confermava la condanna: semplicemente gli era stata concessa, per attenuanti generiche, una riduzione della pena. Ma Travaglio faceva il furbo e così scriveva a Tagliaferro: «La sentenza di primo grado in cui venivo condannato a otto mesi più un paio di multe e ammende è stata appena devastata dalla Corte d’appello, che elimina la pena detentiva e lascia una multina di 1000 euro». Devastata, aveva scritto. «Ora aspetto la motivazione», aggiungeva, «e mi auguro che venga scritta da un giudice che abbia la più pallida idea di che cos’è un articolo di giornale».


Il problema è che la motivazione, per essere depositata, non ha impiegato i consueti sessanta giorni: ha impiegato un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione, orrore. Forse che erano motivazioni particolarmente complesse? Diremmo di no, visto che occupano due sole pagine. Ma che cosa dicono? Non è un dettaglio da poco, visto che lo stesso Travaglio, nella sua disputa telematica con Tagliaferro, era stato tassativo: «Quando parlo di Corti d’appello come “scontifici” mi riferisco a quando mantengono inalterato l’impianto accusatorio e limano qualche giorno sui mesi o qualche mese sugli anni inflitti in primo grado. Quando invece stravolgono le condanne di primo grado, fanno altro: le riformano, le rivedono, le smentiscono. Vedremo se è così anche nel caso mio».


No, ora lo sappiamo: non è il caso suo. La sentenza d’Appello non stravolge, non riforma, non rivede, non smentisce, anzi: «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito», si legge, «in quanto ottimamente motivata, con piena aderenza alle risultanze processuali… con giuste e corrette considerazioni in diritto; il tutto da intendersi qui riportato, senza inutili ripetizioni, come parte integrante della presente motivazione. È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria nei confronti dell’on. Previti… Bastava omettere la frase “in quell’occasione presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti” per evitare qualunque diffamazione, senza togliere alcunché alla notizia… Proprio l’averlo inutilmente nominato, e l’aver totalmente omesso la specifica precisazione circa l’assenza fatta dal teste, è prova del dolo da parte del Travaglio».

Tentiamo una sintesi, possibilmente migliore di quelle diffamatorie azzardate da Travaglio. Allora: Travaglio se la prende coi giornalisti diffamatori, ma è un diffamatore anche lui. Travaglio dice che una prescrizione non equivale a un’assoluzione bensì a una condanna: quindi lui è stato condannato. Travaglio dice che un innocente che si reputasse tale dovrebbe rinunciare alla prescrizione: ma lui alla prescrizione non rinuncia. Travaglio è favorevole all’abolizione dell’Appello: ma poi ricorre in Appello. Travaglio ha scritto che le corti d’Appello sono solo degli «scontifici» che mantengono inalterato l’impianto accusatorio e che limano soltanto la pena: è proprio quello che è successo a lui. Un italiano vero."

domenica 24 ottobre 2010

Ecco tutte le patacche di Michele e compagni

Ecco tutte le patacche di Michele e compagni

I numeri truffa sulla presenza dei politici nella televisione pubblica sono solo l'ultimo esempio della strategia usata da Santoro e dai quotidiani in guerra con Berlusconi: falsi spacciati per verità pur di colpire l'avversario. Ma a sbugiardarli è l'evidenza

domenica 21 febbraio 2010

Travaglio, il "pasdaran" dell’insulto in pochi giorni getta fango su tutti

Travaglio, il "pasdaran" dell’insulto in pochi giorni getta fango su tutti: "

Una volta sparava solo su Berlusconi, ora ce l'ha perfino con Di Pietro e con il "Corriere della Sera". Relazioni pericolose , quella conoscenza scomoda che lo manda in bestia

sabato 20 febbraio 2010

L’aspirina - Dal blog di Porro

L’aspirina: "

Molti mi hanno scritto della serata di ieri ad Anno Zero e ho pubblicato in altri post. La serata è stata lunga ma tutti si sono soffermati sul mio dibattito acceso con Travaglio. Non sono pentito. Non ho esagerato. Ho semplicemente detto un’ovvietà e cioè che chiunque può incorrere in frequentazioni dubbie, anche i campioni del moralismo. Qualcuno dice che la cosa è più grave per Bertolaso perchè trattatasi di pubblico ufficiale. Quel qualcuno si dimentica che i medesimi moralisti, nella medesima puntata, se la sono presa per certe frequentazione mafiose che hanno sfiorato inconsapevoli imprenditori, che pubblici ufficiali non sono. Insomma qua nessuno difende il malaffare, ma pretende di ricordare al moralista col ditino alzato, che tutti siamo esseri umani e dunque possiamo sbagliare, non robot della correttezza morale. Travaglio se l’è presa. E per questo io sono diventato un fascista, un poveraccio e un liberale del cavolo.

Travaglio tocca che si prenda un’aspirina, gli ho detto, tanto per sdrammatizzare le sue nevrosi. Ma i molti che mi stanno riempiendo di insulti (il più gettonato è servo di Berlusconi) mi fanno ridere. Il cuoco ingrediendi così sciapi non li prende in considerazione. Mentre sente il calore dei commmensali, che riscaldano i fornelli,

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La seconda aspirina - Dal blog di Porro

La seconda aspirina: "

Ritenevo che i fan di Travaglio fossero peggio del loro modello. Mi sbagliavo: non tutti. Oltre a centinaia di insulti, ci sono infatti molti lettori affezionati di Travaglio che sono persone ragionevoli. Semplicemente sono stufi marci di un paese che non cambia nei suoi vizi diffusi. Molti dei miei critici infatti dicono una cosa semplice: quello che emerge dalle carte dell’inchiesta è una schifezza. Lo credo anche io con loro. Se avessero avuto la pazienza di togliersi i paraocchi lo avrebbero visto e sentito anche in trasmissione. A differenza loro ritengo però che da questa inchiesta, per il momento, manchi la ciccia, il corpo del reato, la pistola fumante. Quella per la quale si va in galera, per intenderci. E che comunque fino a prova contraria Bertolaso è innocente. E non sono le intercettazioni telefoniche tra due persone che possono inguaiare un terzo. Banale no? ma ripeto anche su questo, per carità, si discuta, come molti miei critici hanno fatto. E come Gomez e Santoro peraltro hanno fatto nella trasmissione.

Ma arriviamo a Travaglio. Oggi sul Fatto Quotidiano scrive un pezzo molto volgare. Dimostra come la fama ad un certo punto faccia perdere davvero la testa. O diciamo essere vittime del proprio ruolo costringe a gettare la palla sempre più in alto. Se Travaglio ritrovasse un po’ di calma (soprattutto interiore, fantastica l’interprestazione junghiana che ha dato un simpatico commensale sull’ombra) non scomoderebbe “Ricucci, i froci, la merda, la paghetta, il servilismo”, per dire in sessanta righe che non condivide la mia posizione.

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venerdì 22 gennaio 2010

Il travaglismo spiegato dai travaglisti (sul Fatto)/2 - [ Il Foglio.it › Cerazade ]

Il travaglismo spiegato dai travaglisti (sul Fatto)/2 - [ Il Foglio.it › Cerazade ]

Oggi sul Fatto quotidiano (di cui abbiamo già parlato qui) c’è una piccola lettera un po’ nascosta a pagina cinque firmata dal direttore dell’Ufficio stampa e comunicazione della Presidenza della Repubblica (Pasquale Cascella). In sostanza, Cascella rimprovera al Fatto quotidiano di aver riportato sul giornale la ricostruzione di un’inchiesta giudiziaria che sfiorò negli anni Novanta l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano e da cui l’attuale Presidente della Repubblica venne totalmente scagionato, “per difetto di qualsiasi utile elemento per il sostegno dell’accusa”. Il Fatto, in pieno spirito travaglista (traviglismo che consiste anche nel buttare merda addosso a un ex indagato anche se l’ex indagato è stato assolto), si difende dicendo di aver scritto a metà dell’articolo quanto segue: “Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti”. Frase che, spazi compresi, occupa in un articolo lo spazio di 63 battute. Contro le 6.879 dell’intero articolo. Mica male no?

Ora, vi inviterei a una riflessione. Secondo voi se c’è una tale inchiesta che viene fatta su una tale persona e questa inchiesta racconta su questa tale persona una certa quantità di cose e questa inchiesta poi viene archiviata e la persona che finisce sotto inchiesta viene totalmente prosciolta, ecco, se mettiamo un presidente della camera viene coinvolto in un’inchiesta che poi lo scagionerà del tutto, è giusto oppure no riportare sui giornali gli elementi di quell’inchiesta? Per farla breve: se io vengo accusato di un reato che non ho commesso e se gli investigatori rastrellano qua e là su di me un certo numero di elementi indiziari (tipo un testimone o un pentito che dicono su di me qualsiasi cosa) e alla fine dell’indagine io vengo assolto da tutto, gli elementi raccolti su di me – che ogni probabilità, se sono un politico, finirebbero sul Fatto Quotidiano – sono fatti, cose vere, o sono cose non dimostrate, se non stronzate? Per me, la seconda che ho detto. Per il Fatto, invece, la prima che ho detto.