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mercoledì 29 dicembre 2010

Il modello Feltri-Belpietro

Il modello Feltri-Belpietro: "

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Dopo aver ripubblicato qui sotto tale quale l’articolo di Belpietro di ieri – modificandone soltanto un paio di nomi di persone e luoghi – ho ricevuto in questo blog, su Facebook e via mail diverse vibrate proteste di amici, avversari e lettori in genere che – non avendo letto ‘Libero’ – non avevano compreso la parodia, e quindi hanno rimarcato che questo tipo di “giornalismo per sentito dire” fa schifo, pertanto dovevo vergognarmi.


Ottimo segno: vuol dire che non tutti i sensori delle persone sono addormentati.


Mi hanno fatto un po’ sorridere solo i disgustati commenti di alcuni passanti di destra, secondo i quali usavo “metodi diffamatori da comunisti”: se almeno leggessero la loro stessa stampa, si eviterebbero tali figure di palta.



Comunque, aldilà del mio piccolo scherzo, l’articolo di Libero è l’evento politico-mediatico di Natale – se non altro perché tra ieri sera e oggi ne hanno parlato tutti.


Il quotidiano di Belpietro e Feltri per primo, naturalmente: e faccio notare che nel titolo a pagina due oggi definisce il suo articolo di ieri “Lo scoop di Libero”. Proprio così, “lo scoop”: termine con il quale cancella i pelosi disclaimer di ieri – «sono voci che riferiamo» – per attribuire definitivamente autenticità e credibilità ai due presunti informatori sulle vicende di Fini.


Più interessante però è la reazione del Giornale – che rischia di vedersi sottratte copie dal duo di viale Majno: inevitabilmente apre la prima pagina sulla vicenda (più quella della escort che quella del falso attentato) prendendone tuttavia le distanze («fango»). Ma, soprattutto, il Giornale dedica il taglio centrale al direttore concorrente con il titolo “Nei guai il caposcorta di Belpietro”, in riferimento al presunto attentato di tre mesi fa: «Per i pm sarebbe solo una montatura».


Ecco, ci siamo. Non c’è bisogno di essere particolarmente addentro le vicende dell’editoria italiana per capire che quella iniziata ieri è soprattutto una feroce guerra di copie tra i due quotidiani gemelli della “destra” berlusconiana, dove si gioca a chi ha più pelo sullo stomaco e a sputtanarsi a vicenda, per portarsi via quel sottoprodotto intestinale dell’Italia che vale in tutto due o trecentomila copie e su cui le due testate si giocano il predominio.


Di qui la scelta del duo Feltri-Belpietro di inaugurare il loro nuovo tandem con una sparata clamorosa, di quelle che al terzo giorno della scuola di giornalismo ti spiegano che è severamente impubblicabile per totale assenza non dico di riscontri, ma nemmeno di chiarezza sulle fonti (in altre parole, anche il più ingenuo dei praticanti sa che se viene un tizio in redazione a dirti che il Papa si fa le canne, o ti porta le foto di Benedetto XVI che si rolla spinelli o almeno si fa intervistare con nome e cognome pubblicabili e fornendo luoghi, date, ora e circostanze precise in cui avrebbe visto il pontefice darsi alle cannabis, in modo da consentire di provare a verificare, ad esempio, se quel giorno l’informatore era davvero in Vaticano etc. In assenza di almeno una di queste due condizioni, le presunte ’soffiate’ che arrivano ogni giorno nelle redazioni finiscono regolarmente nel cestino).


Ma tornando al caso Libero, la vera domanda ora è quali effetti produrrà sul medio termine questa “metabasis eis allo genos” del giornalismo.


Cioè se è stato sdoganato un nuovo e più barbaro modo di fare comunicazione (al confronto Dagospia sarebbe il New York Times) e se – come sostiene un mio cinico collega – il duo direttoriale così facendo guadagnerà robustamente copie. Oppure se, al contrario, la perdita di credibilità e di autorevolezza che viene da questo modo di fare comunicazione sia di nocumento, sul lungo termine, alla salute editoriale di chi ha fatto questa scelta.


Personalmente, ho una tesi di mezzo.


Voglio dire, il modo di fare giornalismo di Feltri è da sempre lontanissimo dall’obiettivo dell’autorevolezza, della ricerca della reputazione e della credibilità. Mi pare che insegua un altro modello, che è quello americano del Weekly World News: “Elvis Presley avvistato in Messico”, “Gli Ufo atterrano in Iraq”, “Bin Laden e Saddam Hussein erano amanti”.


Va benissimo, per carità: e qualche volta, per farmi due risate, quando ero negli Stati Uniti il Weekly World News l’ho comprato anch’io. In una società libera e plurale, ci sta benissimo anche una testata di fantasy postmoderna.


L’importante è che tutti lo si sappia, in giro, che Libero è l’edizione italiana del Weekly World News, e che lo si legga appunto per farsi due risate.


Se poi un giorno la destra italiana vorrà prodursi anche in un quotidiano vero, beh, sarà il benvenuto.

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Su Belpietro iniziano a circolare strane storie…

Su Belpietro iniziano a circolare strane storie…: "

Girano strane voci a proposito di Belpietro. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti. Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.


La prima storia è ambientata a Milano, anzi, per la precisione nella zona di porta Venezia. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il direttore di Libero.




Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro. Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini ai centri sociali, così da far ricadere la colpa sulla sinistra.


Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Belpietro e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio. In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto.


Perché si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri? Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari. Per cui ha voluto vuotare il sacco con me facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole. È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà.


La seconda storia invece è ambientata a Bangkok.


Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Maurizio Belpietro si sarebbe presentato a un ragazzino che esercita il mestiere più vecchio del mondo. Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarlo e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di gigolò di tutto il Sudest asiatico offrono i loro servigi. Il ragazzo, che giura di essere nipote di un vecchio abbonato a Libero, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti. Tutto ciò lo ha raccontato a me condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatore? Altro? Boh!


Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del direttore di Libero al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma il noto giornalista dopo aver fatto tanto il macho sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate a Marrazzo.


Che un femminiello giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex caporedattore bresciano di Capital non è bello. Se invece è tutto falso, attentato e gigolò, c’è da domandarsi perché le due storie spuntino pochi giorni dopo il nuovo assetto proprietario della testata di Belpietro. C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il direttore di Libero? Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Facebook? La risposta non ce l’ho.


Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà.

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giovedì 16 settembre 2010

Ed Egli asciugherà ogni lacrima

Ed Egli asciugherà ogni lacrima: "

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Dice la Gelmini che bisogna tornare a leggere la Bibbia nelle aule. Ha perfettamente ragione: visto lo stato in cui si trova la scuola italiana, non resta che rivolgere una prece al Signore.

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sabato 31 luglio 2010

Calciomercato: Tanoni e Villari a Milanello?

Calciomercato: Tanoni e Villari a Milanello?: "

Riccardo Villari


Comunque oggi attorno ai palazzi è un gran digitare sulle calcolatrici dei telefonini.


L’altra volta (2006-2008) il tallone d’Achille della maggioranza prodiana era il Senato, ora invece si gioca all’aritmetica su Montecitorio.


Maggioranza richiesta 316. La maggioranza attuale, con i finiani, pare che sia di 342. Quindi in teoria per far cadere il governo basterebbero 27 onorevoli che escono dalla maggioranza. Ma Berlusconi sta – diciamo – portando dalla sua parte fra i tre e i cinque del gruppo Misto (Daniela Melchiorre, Italo Tanoni, Riccardo Villari, Antonio Merlo e Maurizio Grassano). A questo punto per far cadere il governo i fuoriusciti dalla maggioranza dovrebbero essere una trentina (abbondante).


Berlusconi proprio non crede che ci arrivino (anche per i motivi di cui sotto) e quindi oggi o domani butta fuori i dissidenti.

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sabato 24 luglio 2010

E da Fini ci guardi Iddio

E da Fini ci guardi Iddio: "

Dopo aver rilasciato mille dichiarazioni su Internet che merita il Nobel, ed è un diritto dell’uomo, e la rete è il futuro, e il web è la libertà, beh dopo tutto questo meraviglioso bla bla di mesi, Fini e i suoi voteranno l’ammazzablog senza alzare nemmeno un ditino.

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Lettera aperta a Fini e Bongiorno

Lettera aperta a Fini e Bongiorno: "

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Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini

Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno

Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati

A tutti i Deputati


La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.


La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.


Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger

rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.


Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.


Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.


Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.


L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.


Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione


Vittorio Zambardino, Scene Digitali


Alessandro Gilioli, Piovono Rane


Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu


Filippo Rossi, direttore Ffwebmagazine e Caffeina magazine


Fabio Chiusi, Il Nichilista


Daniele Sensi, L’AntiComunitarista


Wil Cappellaro, Nonleggere QuestoBlog


Chi vuole aderire può andare qui o qui.

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martedì 22 giugno 2010

Sputare negli occhi alla democrazia

Sputare negli occhi alla democrazia: "

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«Diciotto firme false su diciannove: praticamente nessuno dei candidati della lista “Pensionati per Cota” aveva sottoscritto la propria candidatura alle elezioni regionali. Hanno firmato, al posto loro, i due indagati: Michele Giovine, esponente principale della lista, rieletto in consiglio regionale con 27 mila preferenze, e suo padre Carlo».


Così oggi rivela Repubblica nelle sue pagine torinesi, che stanno da tempo aprendo uno squarcio su un caso che forse meriterebbe più attenzione a livello nazionale: l’illegittima elezione del leghista Roberto Cota a governatore del Piemonte.


Ora, le cose stanno così: alle elezioni del 28-29 marzo una lista che poi si è rivelata decisiva per la risicata vittoria di Cota sulla Bresso si è presentata con firme farlocche, quindi era illegale.


A questo punto si apre una nuova, gigantesca, questione giudiziario-politica: va invalidata o no l’elezione di Cota?


Certo è che se si seguissero le regole, la risposta non potrebbe essere che sì. Eppure c’è in giro una gran voglia di lasciar perdere. Perché si dice che “il dato politico prevale”, cioè Cota ha preso più voti della Bresso. Tanto più che nessuno ha voglia di sentire urlare di nuovo al “golpe giudiziario”, e le toghe rosse, e così via. E la stessa Bresso alla fine ha mollato il ricorso (che però va avanti con altri proponenti) in cambio di una poltroncina di consolazione.


Alla fine, in molti, prevale la stanchezza, il “che si tengano il Piemonte e buonanotte”.


Nemmeno io so più cosa augurarmi. A parte l’esilio a vita a Montecristo per Michele Giovine e i suoi cari, che hanno sputato negli occhi alla democrazia.

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Giulietto Chiesa: io, Di Pietro e quei soldi

Giulietto Chiesa: io, Di Pietro e quei soldi: "

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Antonio Di Pietro? «E’ un uomo di potere, ma soprattutto è una persona sleale e scorretta, che usa il finanziamento pubblico per assicurarsi il controllo totale del suo partito, e quindi per conservare e incrementare il suo ruolo nella scena politica italiana».


Giulietto Chiesa, 70 anni a settembre, è stato eletto all’Europarlamento nel 2004 proprio nella lista capeggiata da Di Pietro, in un’alleanza di breve durata tra l’ex pm e Achille Occhetto. Chiesa, appunto, era candidato “in quota” a Occhetto e fu eletto a Strasburgo dopo la rinuncia dell’ex segretario del Pds. Il divorzio politico, poi, divenne una sanguinosa questione di soldi e di finanziamento pubblico che Di Pietro «si prese per intero», lasciando a secco l’altra componente, che lo portò in tribunale.


Ora che Di Pietro è indagato proprio per una presunta appropriazione non lecita di rimborsi elettorali, Piovonorane ha chiesto a Chiesa di raccontare la sua versione e i suoi ricordi di quel 2004.



Iniziamo da quando lei divenne europarlamentare con l’Italia dei Valori.

«Per la precisione, era una lista di coalizione tra Antonio Di Pietro e Achille Occhetto. Io fui chiamato appunto da Occhetto, che mi propose di candidarmi. Poi ebbi un colloquio con Di Pietrò e tutto sembrò andare bene».


In che senso?

«Io posi una questione per me dirimente, quella del pacifismo e dell’opposizione alla guerra in Iraq. Spiegai a Di Pietro le mie posizioni in merito, e lui mi rispose che non era ferratissimo sul tema ma si fidava di me, insomma non c’erano problemi. Così accettai la candidatura».


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E poi?

«La lista andò male, meno del due per cento. Con due eletti, ovviamente Di Pietro e Occhetto. L’ex segretario del Pds però scelse di restare senatore e si dimise. Quindi gli subentrai io, primo dei non eletti».


E con Di Pietro?

«All’inizio ci fu una separazione consensuale, morbida. Insomma, avevamo capito subito che l’alleanza tra lui e Occhetto non aveva funzionato in termini di voti e quindi conveniva a tutti andare per la propria strada. Da una parte lui, con l’Italia dei Valori, dall’altra parte noi – diciamo – “occhettiani”, che ci chiamavamo Il Cantiere. Ma, ripeto, all’inizio non litigammo. Anzi, Di Pietro mi chiese di iscrivermi al gruppo liberal-democratico, per fargli avere più peso, e io accettai, anche se ero un po’ perplesso».


E poi?

«Poi passò l’estate e in autunno il gruppo del Cantiere – Occhetto, Novelli, Veltri, Falomi e altri – mi chiese di andare da Di Pietro per domandargli una parte del “rimborso elettorale” che lo Stato aveva dato alla nostra lista comune, cioè due milioni e mezzo di euro. Avevamo anche noi l’affitto della sede da pagare, i manifesti da stampare, insomma le solite cose».


Quanto volevate?

«Guardi, eravamo ben consci che Di Pietro era l’asse portante di quella lista, però anche noi avevamo portato i nostri voti ed eletto un eurodeputato. Insomma, non ci sognavamo nemmeno di chiedergli la metà e quindi lasciammo decidere a lui».


In che senso?

«Io andai a trovare Di Pietro nel suo ufficio di Strasburgo e gli chiesi, cortesemente: “Secondo te, quanto ci spetta?”».


E lui?

«Apriti cielo. Perse quasi subito la calma, s’inalberò furibondo e iniziò a urlare che non ci spettava neanche una lira. Gridava: “Io non vi devo niente, sei tu che devi tutto a me, se sei qui è tutto merito mio” e così via. Non l’avevo mai visto alterarsi così e non mi aspettavo che alzasse la voce in quel modo. Fu di una volgarità offensiva».


E lei?

«Io gli feci presente che c’era una questione di lealtà e di correttezza politica, ma anche giuridica, perché non poteva tenersi tutto visto che il gruppo parlamentare eravamo noi due e ci si era appena divisi. Lui si mise a ridere e mi disse: “Sì sì, provateci pure a portarmi in tribunale, tanto avete firmato una delega secondo la quale il finanziamento pubblico spetta tutto a me”».


Che cosa avevate firmato?

«Ecco, io al momento nemmeno capii. E rimasi zitto. Ma tornato a Roma lo chiesi a miei compagni del Cantiere: scusate, che cosa abbiamo firmato?».


E alla fine lo avete capito?

«Sì: con molta amarezza scoprimmo che nel giorno dell’accettazione delle candidature, nell’ufficio del notaio di Di Pietro in piazza del Tritone, quello ci aveva messo in mano un bel po’ di carte da firmare e tra queste c’era anche l’accettazione che i rimborsi elettorali andassero tutti a Di Pietro. Ovviamente nessuno di noi quella carta l’aveva letta, se non altro per educazione: vai dal notaio che ti fa firmare la candidatura e mica pensi che ci sia sotto la fregatura. Invece era proprio così: come le assicurazioni che ti rifilano le clausole vessatorie in fondo al contratto».


Quindi?

«Abbiamo intentato lo stesso la causa civile, ritenendo che il modo in cui ci era stata estorta quella firma la invalidasse. E abbiamo anche cercato di trovare una mediazione con Di Pietro. Ma lui niente, non ha voluto sganciare un euro. Comunque il procedimento giudiziario è ancora in corso».


Allora secondo lei ha ragione Veltri, quando accusa Di Pietro di essersi intascato i rimborsi con false autocertificazioni?

«Guardi, io sull’indagine penale non voglio entrare, anche perché si riferisce a un’altra questione. E non penso che Di Pietro usi il denaro del finanziamento pubblico per arricchimento privato. Ma sicuramente, avendo una gestione molto personalistica del partito, sa che il controllo dei finanziamenti è fondamentale per continuare a garantirsi questo suo ruolo di padrone. E quindi perpetuare e allargare il suo peso nella politica italiana. E lo fa senza badare né alla correttezza, né alla lealtà. Di Pietro è semplicemente un pezzo della Casta».

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venerdì 28 maggio 2010

Come sono romantiche le mafie

Come sono romantiche le mafie: "

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Oggi ci sono due notizie che bisogna leggere insieme, per capirle. Per trarne qualcosa di utile alla nostra zucca.


Una la pubblica “il Fatto” e ci racconta come un libro tedesco sulla mafia, “Malacarne”, sia stato distribuito in Germania insieme a un cd di brani musicali “popolari” che esaltano la mafia stessa e la altre organizzazioni criminali: «Nel mio paese», spiega la giornalista Petra Reski, «si ha ancora un’idea romantica della mafia e degli uomini d’onore».


L’altra la pubblica “Libero” e dedica ampio spazio al libro di Alessandro Dal Lago “Eroi di carta”, un attacco durissimo contro Roberto Saviano e “Gomorra”: «Non credo affatto che la criminalità si combatta a colpi di moda», dice tra l’altro l’autore, aggiungendo i consueti accenni al “vittimismo”, alla “retorica” e al “martirologio” di Saviano.


Ecco, appunto.



Ci sono molte persone in giro ancora convinte che la malavita organizzata non sia un’avida corporation criminale ma una simpatica declinazione folcloristica, quasi pittoresca, dell’assolato Mezzogiorno d’Italia, tutto mare, musica e spaghetti.


Poi c’è un autore che ha scritto un vendutissimo libro per spiegare non è così proprio per niente, squarciando la prosaica verità sull’impero dei Casalesi e degli altri clan. E lo ha fatto pagando carissimo, in termini di vita quotidiana.


E questa per qualcuno è moda? Vittimismo? Martirologio?


Ma che vada a cagare.

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sabato 1 maggio 2010

Antonella chiedi scusa

Antonella chiedi scusa: "

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Un paio d’anni fa una mamma-blogger riuscì a piantare un casino infernale perché il suo bambino autistico era stato maltrattato in un ipermercato di Carrefour: fece benissimo, naturalmente. Ma aveva un computer, un blog e anche gli strumenti culturali per incazzarsi pubblicamente.


L’altro giorno un’altra mamma si è vista rifiutare l’ingresso per sé e la figlia negli studi Rai di Napoli – pur essendo in possesso di due regolari biglietti – per far parte del pubblico di un varietà televisivo condotto da Antonella Clerici. Il motivo: la figlia ha la spina bifida.


Formalmente, gli addetti alla sicurezza sostenevano di non avere un posto dove farla sedere: forse pensavano anche che sarebbe venuta male in tivù.


Temo che la mamma di Mariarosaria Del Giudice non abbia un blog – né la stessa capacità di Black Cat di piantare casino.


Quindi lo pianto io.


Questo è l’indirizzo mail della trasmissione, per chiedere alla Rai e Antonella Clerici di scusarsi pubblicamente: tilasciounacanzone chiocciola rai.it


Questa pare essere la pagina Facebook di Antonella Clerici, dove inviarle un messaggio.


Questa la mail dell’ufficio stampa Rai: ufficiostampa chiocciola rai.it


Questi sono i numeri della Rai di Napoli: 081 5931094 081 2390248 081 7251111

081 2390122


Update. Pubblico qui di seguito la risposta che mi è arrivata dall’ufficio stampa della Clerici e la controreplica dello zio della ragazza:


La risposta dell’ufficio stampa:


In merito alla lettera del signor Scarpato che denuncia una presunta violenza subita dalla nipote portatrice di handicap, alla quale sarebbe stato impedito l’accesso all’Auditorium della Rai di Napoli per il programma “Ti lascio una canzone”, è necessario precisare che


La Rai ha sempre manifestato la massima attenzione a tali situazioni, tant’è che ha adeguato l’Auditorium con spazi riservati e attrezzati che consentono di accogliere i portatori di handicap nelle migliori condizioni possibili.


Tali spazi sono da sempre messi a completa disposizione per consentire a questo pubblico di poter assistere a tutti gli spettacoli televisivi e non, realizzati presso il Teatro, ne sono testimonianza singoli cittadini ed associazioni che ci richiedono la possibilità di essere presenti e che con continuità vengono invitati, senza la necessità di presentare il biglietto.


Essendo, com’è ovvio, la disponibilità limitata, un preavviso ci consente di poter accogliere al meglio ospite ed accompagnatore, evitando loro code e situazioni a “rischio”, quali la ressa all’ingresso dei fans degli ospiti di puntata, così come è avvenuta sabato scorso, ma, ancor quando tale preavviso non sia giunto, il Centro di produzione si è sempre attivato per facilitare ingresso e sistemazione in sala, o per concordare un invito alla prima data possibile.


Questo avvenimento perciò ci lascia increduli e dispiaciuti almeno quanto la famiglia Scarpato, che ci ha segnalato il problema soltanto lunedì mattina, e una volta chiarito l’equivoco abbiamo concordato che la signora sarà nostra ospite già nella puntata di sabato prossimo.


La controreplica dello zio:


Egegio dr. Gilioli, sono lo zio dell’interessata e mi preme precisarLe che la frase del comunicato dell’Ufficio Stampa della Sig.ra Clerici “abbiamo concordato che la signora sarà nostra ospite già nella puntata di sabato prossimo” non risponde in modo assoluto al vero in quanto non è intervenuto alcun accordo in proposito ma soltanto una telefonata da parte di una funzionariadella sede RAI di Napoli che nell’invitare il padre di mia nipote a recarsi comunque presso i loro Uffici, adduceva spiegazioni e giustificazioni assai poco convincenti come del tipo di quelle riportate nel comunicato stesso.


Infatti, anche la circostanza riferita, secondo cui “ancor quando tale preavviso non sia giunto, il Centro di produzione si è sempre attivato per facilitare ingresso e sistemazione in sala” non risponde al vero.


Grazie ancora per l’attenzione

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Somari e iene

Somari e iene: "

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Oggi il manganello di Vittorio Feltri – oltre che sull’inevitabile Bocchino – viene scagliato contro Claudio Sabelli Fioretti, definito «un somaro» perchè alla radio ha ironizzato sul fatto che ieri il Giornale aveva ignorato la vicenda Scajola.


Feltri, con il suo consueto linguaggio, si vanta non solo di averne invece parlato, ma addirittura prima di tutti gli altri, dando un buco alla concorrenza il 23 aprile scorso.


Allora: pazientemente riprendiamo il Giornale del 23 aprile scorso.


Era il giorno successivo allo scazzo tra Berlusconi e Fini, quindi le prime pagine erano interamente dedicate a insultare il presidente della Camera.


Giunti a pagina 13 c’è finalmente il titolo “Appalti G8, i pm provano a coinvolgere Scajola”, a cui segue il sommario: «Il suo nome spunta nell’inchiesta solo per il ruolo istituzionale che copre. Ma ai pm non basta e cercano suoi legami con gli arrestati».


Il pezzo, dentro, segue questa falsariga: ci sono dei giudici che cercano a tutti i costi di coinvolgere il ministro in storie torbide, per ora non se ne sa di più.


Ad esempio, nulla si sapeva dei 900 mila euro in nero versati da Anemone a Scajola, di cui si è avuta notizia su Repubblica e sul Corriere qualche giorno dopo.


Per Feltri, invece, dopo quel pezzo anodino del 23 aprile non ci sono state novità meritevoli di rilievo, quindi Sabelli «è un somaro».


Amen. E un abbraccio a Claudio (intendo Sabelli, non Scajola…).

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sabato 3 aprile 2010

Perché epurano perfino Sposini

Perché epurano perfino Sposini: "

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Ho conosciuto, in un paio di occasioni, Lamberto Sposini e ho avuto modo anche di parlargli alcune ore per un’intervista che è poi uscita su L’espresso.


Ora: raramente ho trovato un collega tanto disincantato e moderato. Perfettamente consapevole che per fare comunicazione professionale in Italia, specie in tivù, è necessario quasi sempre accettare tutta una serie di compromessi, di smussamenti, di autocensure. Privo di simpatie berlusconiane ma altrettanto smaliziato verso i vertici del Pd, al punto che da alcuni lustri non andava più a votare. Eppure fiducioso che anche all’interno di questo recinto di mediazioni e di pressioni fosse possibile fare il suo mestiere, magari divertendosi e se possibile non vergognandosene.


Adesso leggo che Sposini sarà rimosso da La vita in diretta, complice un’intervista non abbastanza sdraiata a Ignazio La Russa.


Alla Rai – beh, a Mediaset non ne parliamo – non basta più l’esercizio della prudenza, antico strumento di sopravvivenza dei contesti censori. Alla Rai adesso per perpetuarsi serve solo la militanza attiva, l’asservimento palese: i Minzolini, i Paragone, le Monica Setta.


Si chiama militarizzazione. E chi non si mette l’elmetto è un disertore.

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sabato 6 febbraio 2010

Giorgino e la Costituzione - Molto interessante -

Giorgino e la Costituzione: "di Alessandro Gilioli da Piovono rane
Leggo con piacere che Napolitano sta mettendo dei paletti ad Alfano, per poter firmare la legge sul legittimo impedimento.
Quali paletti?
Il Capo dello stato chiede in cambio che non passi la norma salva mafia sui pentiti e che questa cosa del legittimo impedimento duri solo quanto basta al varo del Lodo-Alfano [...]"

sabato 30 gennaio 2010

La verità su B. raccontata dal suo ex avvocato

La verità su B. raccontata dal suo ex avvocato: "

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«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».


Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.



Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?

«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».


Mi spieghi meglio.

«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».


E perché?

«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoı».


E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?

«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».


Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?

«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».


Come fa a esserne così certo?

«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».


Tipo?

«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».


Che all’epoca era Presidente della Repubblica.

«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».


Quindi?

«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».


Pentito?

«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.


A chi si riferisce?

«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».


Prego?

«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».


Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…

«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».


E perché?

«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».


Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?

«E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».

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I delinquenti norvegesi e il falso di Granzotto

I delinquenti norvegesi e il falso di Granzotto: "

granzotto


Stamattina a Radio24, nell’apertura di Alessandro Milan, ci si è a lungo esercitati nella decriptazione della frase di Berlusconi sugli extracomunitari, peraltro correttamente fornita nella sua versione originale dalla stessa emittente e facilmente reperibile su YouTube.


Voleva proprio dire solo «extracomunitari» o voleva dire «clandestini», visto che a questi ultimi si era riferito nella frase immediatamente precedente?


Quel che voleva dire ovviamente lo sa lo solo lui e ci importa pochissimo: perché, comunque sia, in quello che ha detto non c’è niente di strano né di così nuovo: siamo in campagna elettorale, lui è alleato-concorrente del partito i cui leader urlano «Padania bianca e cristiana» e «pulizia etnica contro i bambini dei zingari», quindi quel che ha detto ha scopi chiari a tutti, e cioè gli immigrati ci stanno sulle balle, non vogliamo un’Italia multietnica etc.


Dopodiché, semmai, potremmo divertirci a considerare le conseguenze paradossali dell’outing berlusconiano valutandone entrambe le interpretazioni.


Se voleva dire solo «extracomunitari», si tratta di un razzista molto eccentrico e anomalo, perché attribuendo la tendenza alla criminalità a tutti coloro che hanno un passaporto non Ue porta a dedurre, ad esempio, che un norvegese tenda a delinquere più di un romeno, tesi che forse farebbe rizzare i capelli a più d’uno tra i suoi elettori.


Se invece intendeva dire che a delinquere di più sono gli irregolari – o clandestini che dir si voglia – il cavaliere ha ammesso quel che tutti sappiamo da anni: e cioè che – se non viene loro data la possibilità di regolarizzarsi – molti immigrati finiscono nei giri della criminalità. Ovvio: chi (in quanto clandestino) non può essere assunto regolarmente da nessuna parte neanche se ha due lauree, ha la scelta se finire schiavo a Rosarno o spacciare hashish in piazza Vetra, e mi chiedo quante persone, di qualsiasi etnia, preferirebbero la prima ipotesi. Il sillogismo berlusconiano quindi si chiude – se appunto intendeva riferirsi solo ai clandestini e non agli extracomunitari nella loro totalità – con un’esigenza pressante di regolarizzazione: il che non mi pare esattamente nei suoi programmi.


In tutto ciò, tuttavia, vorrei far notare che sul tema anche la destra italiana – o meglio, quel gruppo d’interessi che da quindici anni ha rubato il nome alla destra – si è divisa verticalmente.


Così “Libero” oggi titola a pagina 16: «Il Cav ha i numeri:”Meno stranieri meno reati”»: insomma, non si tenta di imbellettare la frase del Cavaliere, anzi la si peggiora perché il premier ha detto “extracomunitari” e non “stranieri”, ma chissenefrega.


Assai più divertente è il fatto che invece il Giornale si affidi alla penna di Paolo Granzotto per rifare i connotati alla frase berlusconiana, sostenendo la veridicità un virgolettato interpolato (ha aggiunto proprio la parola “clandestini” dove non c’era) e quindi accusando quei biechi della sinistra di aver usato il bianchetto. Eppure basta confrontare il testo di Granzotto con l’audio su YouTube e, ahimè, non c’è più nulla da discutere: o Granzotto è un falsario oppure è un pazzo, perché ha lanciato la stampella contro il nemico senza aver né visto il video né sentito l’audio del Cavaliere.


Ci si chiede quindi che cosa farà adesso, quando forse qualche pietoso collega di via Gaetano Negri gli farà vedere il video su YouTube. Si suiciderà per la vergogna come un ufficiale giapponese? Si scuserà pubblicamente con i suoi lettori? O se ne fotterà tranquillamente e farà finta di niente, senza degnarsi nemmeno di pubblicare uno straccio di rettifica?

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sabato 23 gennaio 2010

E i poveri restino poveri

E i poveri restino poveri: "

germinal


L’ultima fantastica mossa del governo Berlusconi è mandare al lavoro i quindicenni: così siamo bei sicuri che i figli dei ceti meno abbienti – quelli in cui i salari dei genitori non bastano – non tentino l’emancipazione sociale, non sia mai.


Il contrario delle pari opportunità, il contrario di una società fatta di possibilità per tutti, indipendentemente dalla famiglia d’origine.


I poveri restino poveri, che per loro c’è la charity di Stato, la social card e il buono vacanze da 20 euro.


Fortuna che mio nonno socialista è morto da vent’anni.

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