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sabato 7 maggio 2011

Libero e lo scoop bufala su Fini tanto amato da Belpietro

Libero e lo scoop bufala su Fini tanto amato da Belpietro: "

Emanuele Catino è un piccolo imprenditore di Andria, provincia triangolare – la famosa Barletta Andria Trani – a nord di Bari. Fino al 13 dicembre 2010 la sua vita è fatta di edilizia, olive e vino. Oltre a un’insana passione per la politica, con dichiarate simpatie berlusconiane.


In quei giorni di avvicinamento alle forche caudine della fiducia alla Camera, il bravo Catino vuole dare una mano a Silvio. Legge preoccupato i titoli dei giornali: governo in bilico e caduta del premier ormai possibile. Tutta propaganda e inutili allarmismi, si convince, decidendo di dimostrare all’Italia intera quanto sia facile manovrare i media per raggiungere un certo obiettivo. Ed ecco il piano: inventare una bufala colossale anti Berlusconi spacciandola a un giornale particolarmente reattivo.


La storia è da noir delle Murge, il destinatario un attento Maurizio Belpietro che ascolta prima al telefono e poi di persona la grande rivelazione: qualcuno sta organizzando un attentato contro Fini, da tenersi in caso di sfiducia alla Camera e prima delle – probabili – elezioni anticipate. Scopo ultimo dell’azione: far ricadere la colpa (e l’onta) su Berlusconi assicurando a Fini&nuovi alleati il successo alle urne.


La storia piace a Belpietro, che però non la pubblica subito. Il governo ottiene la fiducia, Catino pensa di aver fallito la missione, ma la sorpresa arriva il 27 dicembre quando Libero spara l’inghippo, associandolo a ‘strane notizie’ di frequentazioni di una maitresse modenese da parte del presidente della Camera. Quanto al fattaccio pugliese, l’editoriale di Belpietro aggiunge dettagli mai forniti dallo stesso inventore della favola: “Non avevo detto che l’attentato sarebbe stato organizzato ad Andria – ha spiegato l’altra sera Catino ad Annozero –. Ero stupefatto, mi sembrava impossibile che il direttore avesse pubblicato tutto fidandosi solo delle mie parole. Perché mi aveva chiesto un riscontro con la fonte, ma io gli avevo spiegato che la soffiata arrivava dalla moglie dell’attentatore, una mia amante. Che non avrebbe mai parlato”.


Insomma un feuilleton in piena regola, con puntata bis. Chiede Roberto Pozzan all’imprenditore: ma Belpietro l’ha più risentito dopo la pubblicazione? Risposta: “Certo, e mi sono inventato pure che questa donna era stata picchiata dal marito, che era successo un macello. E lui, anche lì, non ha battuto ciglio. Tanto che a me la storia cominciava a sembrare perfino vera”.


Un tocco di realismo ce l’hanno messo i procuratori di Bari, Milano e Trani, che si sono concentrati sull’episodio. Bari, raccolto il fascicolo di Trani, ha deciso di archiviare, mentre a Milano, il pm Armando Spataro, ha chiesto una condanna per procurato allarme . Forse anche l’Ordine dei Giornalisti vorrà dire qualcosa sui doveri di verifica delle polpette avvelenate, mentre Catino spera di uscire indenne dalla sua fantastica avventura: “Volevo solo dimostrare quanto sia facile montare un caso giornalistico e ingenerare nell’opinione pubblica diffidenza, sconcerto e alle volte anche odio nei confronti di Berlusconi” ha spiegato il malcapitato.

Certo, per Belpietro, proprio un periodo sfortunato con gli attentatori d’accatto. Prima la guardia del corpo che organizza una finta sparatoria giusto davanti al portone di casa sua. Poi l’amico sconosciuto di Silvio che si rivolge proprio a lui per smascherare i tragici limiti del Libero arbitrio giornalistico. Un colpo che Belpietro ha subito rilanciato di sponda contro Fini: tiro da maestro, rimbalzo sul muso a parte.


Da Il Fatto Quotidiano del 7 maggio 2011

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mercoledì 27 aprile 2011

A sinistra si odiano: il Riformista morde il Fatto e Travaglio

A sinistra si odiano: il Riformista morde il Fatto e Travaglio: "

L'ultima stilettata nei confronti del Fatto quotidiano arriva dalla sinistra. Una bordata che il Riformista mette in prima pagina nella rubrica "Tre righe". Travaglio cita Montanelli solo quando gli fa comodo"

lunedì 25 aprile 2011

Ecco tutta la verità sui "casi" del Pdl

Ecco tutta la verità sui "casi" del Pdl

Dallo scontro Galan-Tremonti alla vicenda Lassini, tutti vedono lo zampino di Berlusconi. La realtà? Il Giornale ha le notizie e le pubblica. Alla faccia dei complotti di Repubblica e Travaglio

domenica 24 aprile 2011

Rai, per Genchi niente diritto di replica?

Rai, per Genchi niente diritto di replica?: "

Genchi, chi era costui? Bene ha fatto Marco Travaglio a sollevare la questione del silenzio, quasi tombale, che ha circondato la notizia del prosciglimento perchè il fatto non sussistedi Gioacchino Genchi, l’uomo che era stato indicato alla pubblica opinione come il nuovo mostro, una sorta di Girolimoni delle intercettazioni, un violentatore della privacy, un mostro che aveva messo sotto controllo 10 milioni di cittadini.


L’incredibile cifra fu sparata, a reti seminunificate, dal solito Berlusconi che pur di proteggere sè stesso non ha mai esitato e mai esiterà a farsi scudo dei connazionali, trasformati in bersagli a sua difesa. In quell’occasione il satrapo di Arcore si presentò in Tv e annunciò che stava per essere rivelato il più grande scandalo della Repubblica, che una banda composta da toghe rosse e da spioni infedeli aveva messo in pericolo le sorti della Repubblica. Le sue allarmate parole furono condivise da un coro trasversale che denunciò il pericolo golpista, non quello rappresentato da Berlusconi ovviamente, ma dal signor Genchi che per altro non conocevamo allora e non conosciamo oggi.


Ebbene, il clamoroso complotto è stato liquidato con un’alzata dispalle dai giudici di Roma, quelli che pure erano stati lodati quando avevano aperto il procedimento. Che fine ha fatto il clamoroso complotto? Dissolto, ridotto in polvere, non resterà traccia neppure negli archivi della procura di Roma. Eppure quegli stessi Tg che diedero la notizia con grande rilievo, talvolta in apertura, con tanto di dichiarazioni sdegnate, hanno quasi cancellato il proscioglimento, non hanno ritenuto di fare un titolo, non hanno dato la parola a Genchi, non hanno ridato memoria delle bufale berlusconiane assunte come verità. Qui non si tratta più di garantire la par condicio tra le forze politiche, ma più semplicemente di rispettare i più elementari principi deontologici, di dare le notizie, anche quelle che non piacciono al padrone.


Per queste ragioni, ci permettiamo di chiedere alle associazioni professionali e sindacali dei giornalisti di sollecitare solo e soltanto che una verità calpestata ed una dignità ferita, quella di Genchi, siano ripristinate. E la stessa cosa chiediamo alle autorità di garanzia, alla commissione di vigilanza, al presidente Garimberti: in questa Rai il diritto di replica spetta solo a Berlusconi e alla sua corte, o è ancora previsto anche per gli altri cittadini? In queste settimane a Berlusconi è stato consentito di insultare a videocassette unificate i suoi giudici e la magistratura in generale, si vorrà ora consentire ad un cittadino imputato, dunque nella situazione di Berlusconi, ma che è stato prosciolto di proclamare la sua verità e la sua innocenza? Tanto più che al cittadino Genchi non è venuto neppure in mente di farsi una prescrizione su misura.

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venerdì 22 aprile 2011

Telese contro Cruciani?

Telese contro Cruciani?: "

luca telese e giuseppe crucianiLuca Telese, cioè io, contro Giuseppe Cruciani, sul palco del Festival del giornalismo, duellando sul tema: giornalismo di destra, giornalismo di sinistra. Ho letto che alcuni commenti, in rete, dicono: avete discusso troppo di politica. E’ possibile. Ma è una conseguenza della prima legge di Tetris. Lo spettacolo si è mangiato l’informazione, l’informazione si è mangiata la politica, e il Bunga Bunga, se possibile, si è mangiato tutto quello che restava. Lo dico perché, a costo di scontentare i puristi, non si può fare questo dibattito senza citare Berlusconi. E senza parlare del potere, oggi in Italia, di quello politico e di quello economico, e di come pesano sulle nostre teste. Ho un ricordo bello e un po’ delirante di questa giornata, e anche una percezione paradossale del rapporto che ho con Cruciani. Siamo amici, ci stimiamo, ma la vediamo in modo assolutamente diverso. Siamo andati a pranzo con la nostra famiglia allargata (la banda di Current con in testa le sue fantastiche amazzoni e il director Tessarolo), e già a fine pasto siamo precipitati nei prodromi della sfida. Sfottevo Cruciani dicendo che aveva messo la redazione a lavorare. Io scherzavo, ma intanto aveva un fascicolo in mano, che brandiva con ironica minaccia.


Forse tutti pensavano che avrei iniziato con una filippica in difesa del giornalismo di sinistra. Ho detto il contrario. Che il giornalismo di destra in Italia può piacere o meno, ma con Guareschi, Longanesi e Montanelli nasce come antipotere. Nasce corsaro, fin dai tempi di Mussolini (quello dell’Avanti). Poi viene avvelenato e mutato geneticamente dal conflitto di interessi. Dopodichè è iniziato un duello così serrato che il tempo, le argomentazioni, la polemica, hanno fatto girare la lancetta del tempo al doppio della percezione interiore. Qualcuno ha scritto: molto più elegante Severgnini. Chi l’ha scritto si merita Severgnini. Luca Sofri ha scritto: una generazione di giornalisti giovani (i babbioni blasonati non sono venuti) ha riempito i teatri. Il mio amico Zoro, ha detto, con l’autoironia che lo contraddistingue: “Ahò, ma non è che qui finisce che ci crediamo rockstar?“. Io penso un’altra cosa: un dibattito come quello di sabato non poteva essere condotto in modo felpato, perchè la dialettica che sottointende è vera, e non è conciliabile. Ma adesso me lo riguardo, ve lo guardate pure voi, e mi dite cosa ne pensate.


Guarda il video

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domenica 17 aprile 2011

Così si combatte il fango.

Così si combatte il fango.: "la Repubblica, 12 aprile 2011. Che cos'è la macchina del fango? È delegittimazione, attacco personale, screditamento attraverso il gossip, gogna pubblica di fatti privati come un calzino color turchese o una vecchia foto di vacanze su una spiaggia nudista. È un sistema semplice e antico che funziona talmente bene da diventare regola: chi si pone contro il governo o certi poteri, finirà infangato"

Emilio Fede: "Non datemi per finito"

Emilio Fede: "Non datemi per finito"

Il direttore del Tg4: «Continuerò a Mediaset, Berlusconi è con me dice che mi difenderà». Ma i suoi giornalisti non lo appoggiano più.

lunedì 11 aprile 2011

Report, ovvero la voglia di stupire

Report, ovvero la voglia di stupire: "di L. Annunziata - Peccato che, nell'ansia di fare lo scoop, la trasmissione di Rai3 incappi nel piu' classico degli errori. Ovvero fare sensazionalismo su argomenti che avrebbero bisogno di maggiore attenzione da parte del pubblico"

domenica 10 aprile 2011

Ecco la macchina del fango di Mister Sky

Ecco la macchina del fango di Mister Sky

Mister Sky si scusa con le vittime delle intercettazioni del suo giornale News of the world. Dopo anni di inchieste ammette le responsabilità dei vertici aziendali. Come reagirà la sinistra italiana che idolatrava lo "squalo"? Solo in Italia è un paladino della libertà di stampa: perché contro il premier

sabato 2 aprile 2011

Londra, Wikipedia sotto esame

Londra, Wikipedia sotto esame: "Un gruppo di lavoro presso l'Imperial College per analizzare l'editing e l'autorevolezza delle fonti delle pagine dell'enciclopedia libera. L'obiettivo e' anche analizzare come viene utilizzata dagli studenti"

venerdì 1 aprile 2011

New media ? Nuovi modi per farci pervadere dallo spettacolo passivo ?

La comunicazione uni-direzionale la fa ancora da padrona, nonostante i new media ? Siamo proprio fatti cosí...come diceva una serie televisiva di cartoni animati ;)

martedì 29 marzo 2011

E’ la libertà, bellezza

E’ la libertà, bellezza: "

Che meraviglia: sei in trasmissione, e hai ospite Fabrizio Cicchitto. Mandi un servizio quasi innocente su Silvio Berlusconi, girato e scritto da uno dei brillanti redattori, pensato insieme, giocato sull’interrogativo ironico: “Quella di Berlusconi é una primavera o un crepuscolo?”. Evidentemente, per Cicchitto questa è lesa maestà. Infatti ci definisce avversari”. É curiosa questa idea di Cicchitto. Io penso che i giornalisti dovrebbero essere “avversari” di tutti i politici. O meglio: interlocutori critici di tutti i politici di destra, sinistra o centro.


Il servizio, per giunta, ha una particolarità: é coattivo tutto con le parole di Berlusconi. Quindi se c’é un nemico, in questo modo di fare informazione su Berlusconi é lui stesso. Avrà dato fastidio a Cicchitto la frase sul Bunga bunga che il cavaliere propone alla sinistra? Eppure é stato lui a dirlo! Oppure ipotizzare il crepuscolo del cavaliere è sacrilego? Il bello è che nell’immagine che mandiamo è lo stesso Confalonieri a farlo… Quando facciamo – io e Luisella – questa domanda a Cicchitto, il capogruppo del Pdl si fa sarcastico: “Siete avversari, e si capisce dal titolo che avete dato a questa puntata”. Solo in quel momento mi accorgo che questa volta non avevo letto il titolo: di solito li scelgono Valeria o Massimiliano. Quello della serata era: “Silvio forever?”. Decisamente troppo cattivo, quel punto interrogativo.


Allora dico alla regia: “Togliamolo!”. Cicchitto fa finta di non capire l’ironia, o forse non la vuole capire. Non é soddisfatto. Allora chiedi di metterci un punto esclamativo: “Silvio forever!”. Macché, non é soddisfatto. C’é l’ultimo spot, mi viene un’idea: “Ce l’avete…”. Torniamo in onda. Chiedo di mandare il brano. Partono gli accordi. Dico a Cicchitto: “Questa le va bene?”. Volete sapere la cosa divertente? O non se l’aspettava, o non l’aveva riconosciuta. Non aveva capito che stavamo chiudendo con Meno male che Silvio c’è. Siamo proprio avversari, non c’è che dire. Intanto, per tutti quelli che sono in Rai, il presidente della Vigilanza del Pd propone l’oscuramento dei politici nei programmi di informazione. E’ la libertà, bellezza. “Non fate le vittime”, diceva ieri Cicchitto. Amen.


Clicca qui per vedere il video incorporato.

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sabato 26 marzo 2011

Dossier del cdr del Tg1 contro Minzolini "Usa tecniche di disinformazione"

Dossier del cdr del Tg1 contro Minzolini "Usa tecniche di disinformazione": "

L'organismo sindacale uscente attacca il direttore del telegiornale della rete ammiraglia di viale Mazzini. E passa in rassegna la sua conduzione: dalle escort...

Missione fallita, Masi lascia la Rai per lui pronto il vertice Snam

Missione fallita, Masi lascia la Rai per lui pronto il vertice Snam: "Svolta ai vertici di viale Mazzini. Il dg Mauro Masi lascia la Rai e si avvicina alla Snam. Alla base del cambio, l'incapacitá di gestire Floris, Santoro,...

domenica 13 marzo 2011

Tanto oro quanto pesa

Tanto oro quanto pesa: "

L’intervista di Giuliano Ferrara a Goffredo De Marchis, su Repubblica di ieri, andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo perché ha il raro pregio di sintetizzare chi è Ferrara, cos’è la Rai e cos’è diventato il giornalismo italiano. “L’Italia – esordisce Ferrara – è occupata non da B., ma da una mentalità, da una cultura e da un modo di essere delle élite che mi fa venire l’orticaria”. La palla del pallone pallista giunge all’indomani degli ultimi dati sulle presenze dei politici nei Tg Rai a gennaio: B. ha totalizzato 6 ore e 40 minuti, il doppio di tutti gli altri leader messi insieme. Dev’essere per questo che, da lunedì, avremo Ferrara ogni santo giorno dopo il Tg1: per riequilibrare un po’. De Marchis gli domanda che credibilità può avere un conduttore che è anche consigliere del premier. Ferrara fa l’offeso: “Non sono il consigliere di B. Faccio un giornale, scrivo commenti… se lavorassi per B. il mio nome sarebbe nella lista dei bonifici del ragionier Spinelli”. E qui il giovanotto si sopravvaluta: i bonifici di Spinelli erano per le mignotte, tutte fra l’altro carinissime, mica per ceffi come lui. E poi lui, da B. e famiglia, riceve già tre stipendi: da direttore del Foglio, da rubrichista di Panorama, da editorialista del Giornale (poi ogni tanto arrotonda: ora con la Cia, ora con Tanzi, ora con la diaria di eurodeputato assenteista, ora con quella di ministro e portavoce). Insomma, è un tipo indipendente.


De Marchis gli ricorda le riunioni dei giornalisti della ditta a Palazzo Grazioli. E lui barrisce orripilato: “Di che parliamo? Posso andare a pranzo con chi mi pare? Montanelli non andava a pranzo con Spadolini, coi segretari dei partiti? È assolutamente normale per un giornalista andare dal premier”. Certo che è normale, ma a patto che il premier non stipendi il giornalista. Altrimenti, in un paese serio, il giornalista non deve mai occuparsi del premier. Montanelli incontrava Spadolini (suo ex collega e direttore al Corriere), ma Spadolini non stipendiava Montanelli. Infatti Montanelli criticava spesso Spadolini, mentre Ferrara, quando proprio ha un attacco di temerarietà, scrive che B. ha sbagliato cravatta. Ora annuncia: “Il Cavaliere mi darà mille occasioni per parlare male di lui” (sì, quando sbaglierà i calzini o la tintura del toupet).


Ma eccolo commentare i bunga bunga con minorenni: “Sapevamo cosa faceva Gronchi nella sua vita privata? E quello che combinava Merzagora?”. A parte la bruciante attualità di Gronchi e Merzagora, abbiamo come il sospetto che, se i due avessero telefonato in questura per far rilasciare una ladra marocchina minorenne senza documenti che passava le notti con loro, la cosa si sarebbe saputa e avrebbero dovuto dimettersi. Ma per Ferrara il vero “scandalo è sapere di Berlusconi quello che sappiamo”. Osservazione più che comprensibile, per uno che in vita sua ha fatto il picchiatore comunista, la spia della Cia, la trombetta di Craxi e B., ma mai per un solo istante il giornalista. Solo un paese malato può scambiare per giornalista uno che detesta le notizie a tal punto da desiderare che non si vengano a sapere. De Marchis gli domanda del processo Ruby, e lui: “È un processo stregonesco, messo in piedi da pedinatori, giornalisti e magistrati”. Un processo messo in piedi da magistrati e pedinatori: ma siamo matti? Dove andremo a finire, signora mia. Nel ’93 Ferrara bruciò in tv il bollettino dell’Intendenza di Finanza per l’abbonamento Rai. Poi spiegò di averlo fatto per chiedere le dimissioni dell’allora direttore generale Locatelli, accusato di aver favorito gli affari di sua moglie. Locatelli non aveva condanne, ma per il garantista Ferrara era colpevole lo stesso. Fortuna che gli abbonati non gli diedero retta, altrimenti oggi la Rai non saprebbe come pagargli un milione e mezzo per il nuovo programma. Triste destino, quello di Ferrara. Fonda Il Foglio e non lo compra nessuno. Si candida al Mugello e non lo vota nessuno. Fa Otto e mezzo e non lo guarda nessuno. Però lui insiste. Tanto lo pagano a peso.


Da Il Fatto Quotidiano dell’11 marzo 2011

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sabato 12 marzo 2011

Saviano è sempre in tv e in radio: il recluso più visibile del mondo

Saviano è sempre in tv e in radio: il recluso più visibile del mondo: "

Lo scrittore lamenta la "mancanza di libertà" ma è sempre in tv da dove attacca il solito Berlusconi. Gli unici blindati? Gli agenti della sua scorta"

L’assalto mediatico a Bocchino, ultimo nemico pubblico di B.

L’assalto mediatico a Bocchino, ultimo nemico pubblico di B.: "

Se per due giorni di seguito sia Libero che Il Giornale ti dedicano la prima pagina (e una intera dentro il quotidiano) qualcosa vuol dire. Se per mesi finisci nel titolone come un bersaglio fisso, un motivo ci deve pur essere. C’è qualcosa di interessante nell’epifania mediatica rovesciata e nell’assurgere di Italo Bocchino a nemico pubblico del centrodestra italiano, in un corollario di polemiche giornalistiche, denunce per stalking (dell’interessato) e nell’appendice collaterale di una disputa d’onore al coltello con (l’ex) amico di un tempo Roberto D’Agostino. Lo stereotipo a cui Bocchino viene crocifisso dalla stampa di ispirazione berlusconiana (la contesa con il sito del re del gossip ha implicazioni diverse e più complesse) è quello del “Giuda”, del “rinnegato”, del “traditore infame” (se non del corrotto arricchito con pubbliche commesse). Un politico che, in questa iconografia dilatata, diventa addirittura artefice del peccato originale, se è vero che Il Giornale lo imputa persino per essere stato l’uomo che ha “soffiato” a Dagospia (nientemeno!) la notizia delle notizie, quella della festa a Casoria in cui Silvio Berlusconi andò a visitare Noemi Letizia.


Per il Giornale quella soffiata è come la cacciata dall’Eden, lo sfregio inemendabile al berlusconismo, che già in sé giustifica il calvario successivo. Allo stesso tempo va detto che la denuncia di Bocchino per stalking giornalistico non ha precedenti giuridici, e che se la campagna contro di lui non avesse dei contorni di accanimento quasi grottesco, potrebbe persino suggerire domande sulla liceità di una risposta giudiziaria a una campagna di stampa. Ieri Vittorio Macioce scriveva: “Non nominare il suo nome invano”, con il corredo di 36 foto dei cronisti martiri vittima della denuncia. Ma Il Giornale ha pubblicato anche la nota minuziosa dei rimborsi a cui aveva diritto da capogruppo, lo ha accusato di voler fare le scarpe a Fini, lo ha ritratto come un ras violento e arrogante, scavando nei dissidi interni al partito con metodo. Maurizio Belpietro ha sparato in primapagina il titolo più surreale, probabilmente più scioccante della sua gestione (“Bocchino amaro”), ed entrambi i giornali (a partire dal Giornale quando era diretto da Vittorio Feltri) hanno trasferito ed esteso la battaglia “anti-italica” (nel senso di Italo) all’intera famiglia.


Per non essere da meno Chi pubblicò in piena estate una foto di Bocchino in t-shirt che parla sulla piazzetta di Capri con Paolo Mieli, nemmeno fossero le prove di un complotto giudaico massonico (“Ecco i consiglieri segreti di Fini!”), il che doveva far presagire che o Mieli o Bocchino erano cortesemente tallonati (o “attenzionati”) da paparazzi volenterosi, il gossip sulla presunta relazione con Mara Carfagna diventa una clava contudente (da cui persino la ministra viene sollecitata a emanciparsi con intervista “riparatrice”). E siccome nel sistema di comunicazione berlusconiano tutti i vasi sono comunicanti, persino su Canale 5, nel contenitore apparentemente svagato di Kalispèra, il vicepresidente di Fli è stato irriso – nientemeno! – per una comparsata cinematografica giovanile, quando (poco più che ventenne) accettò di recitare un ruolo da cameriere ne La bruttina stagionata: un cammeo in uno dei film prodotti dalla moglie, e faceva una certa impressione assistere alla spensierata gogna signoriniana che quella particina – a vent’anni di distanza – poteva produrre.


Ma siccome Bocchino non ha proprio il physique du rôle della povera vittima, bisogna anche aggiungere che l’uomo macchina di Fini conosce bene questo meccanismo e in parte lo ha anche sfruttato, se è vero che adesso approfitta della sua nuova aura mediatica per fare il salto in serie A, e a giorni si prepara a provare la scalata alla classifica con la sua autobiografia politica (Una storia di destra) che la Longanesi ha deciso di mandare in libreria con una tiratura-monstre (20 mila copie, quella da cui di solito parte un ottimo best-seller italiano). Vuole diventare primo in classifica e potrebbe persino riuscirci con la sua Storia di destra, prefatta dall’amico (oggi separato dall’antifinismo) Pietrangelo Buttafuoco.


Ma detto questo, la domanda rimane. Perché proprio lui, e perché con tanta violenza? La prima risposta è semplice: evidentemente perché sta sulle palle a Silvio Berlusconi. Il che non toglie la libertà di iniziativa dei direttori interessati, ma di sicuro spiega che c’è un mood, un comune sentire sucui riposa l’assalto. La seconda risposta forse è più complessa. È come se il possente apparato comunicativo del Cavaliere avesse un continuo bisogno di carne fresca. Serve come il pane un nemico pubblico da additare agli elettori-tifosi, e Bocchino ha la massa critica e la presenza scenica per interpretare il ruolo. Era amico di Belpietro, per dire, ma questo non gli ha risparmiato gli strali. In fondo, il meccanismo di generazione del nemico, nell’immaginario berlusconiano, segue degli stilemi molto comunisti e molto “sovietici”. La necessità fisiologica nel nemico esterno per quadrare le proprie legioni, produce “il Kulako”, il traditore, il servo dei complottatori, esattamente come l’immaginario staliniano aveva bisogno di queste figure fino ad arrivare all’invenzione.


L’ultima risposta, invece, è di tipo per così dire “tecnico”. Bocchino viene da dentro il sistema e quindi ne conosce i talloni d’Achille e i punti deboli. Mentre gli uomini del centrosinistra cedono come ricotte ai guastatori del Cavaliere, Bocchino è sempre all’attacco. Restò memorabile la sua battuta sulle povere vittimelle dell’Olgettina a Ballarò (“Ma fra queste beneficiate dalla generosità di Berlusconi non ce n’è nemmeno una che abbia sessant’anni”). Non meno ficcante è stato il duello a In Onda (finito ovunque su YouTube) in cui, ospite del mio programma, Bocchino per un’ora esatta ha continuato a bersagliare Sallusti con una domanda (rimasta senza risposta): “Perché non dici quanto ti pagano per fare il killer?”. La polemistica anti-italica (nel sensodi Italo), dunque, è destinata a pareggiare quella anti-finiana. Perché nel duello senza tregua, gli highlander di B. non conoscono la tregua. Come suona bene, in bocca a Sallusti, la belligerante battuta di Cristopher Lambert: “Alla fine ne resterà uno solo”.

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mercoledì 2 marzo 2011

Comunicazione dell'editore

Comunicazione dell'editore: "Cari amici del web, da oggi Farefuturo Web Magazine cessa le sue pubblicazioni. La società editrice ...."

venerdì 25 febbraio 2011

Senza titolo

Senza titolo: "

Tendo a non pubblicare più molti video di contestazione ai membri dell’oligarchia. Non perché abbia perso la motivazione. Ma perché nell’ingranaggio delle visualizzazioni e deile condivisioni da tastiera rischiavano di diventare un frammento in più di spettacolo. L’opposto delle nostre intenzioni. Ne abbiamo pubblicati tanti in passato per testimoniare la rottura dell’incantesimo della sudditanza e della finzione e dunque incoraggiare gli indignati del web alla rivolta morale e alla guerriglia mediatica, nella convinzione che una solida minoranza di rompicoglioni potrebbe davvero incrinare i meccanismi del sistema castale, rovesciandogli addosso parole e telecamere fuori controllo. Questi nostri video hanno spopolato su youtube, ma hanno generato pochi imitatori. Qualche risultato in tal senso c’è stato, ma decisamente non adeguato rispetto, non alle nostre aspettative, che abbiamo sempre tenuto a bada, ma al potenziale che il metodo del videoattivismo senza intermediazione oggi offre alla buona volontà dei cittadini-non-sudditi. Forse è ancora presto, non sono ancora maturi i tempi. Forse serve diffondere meglio il metodo. E ci proveremo, magari con un seminario di formazione con addetti ai lavori a tener lezione. Ma ci tenevo a dirlo per rispondere a chi sovente per strada o per mail mi domanda perché non “mettiamo più video”, dopo i complimenti e le pacche sulle spalle di rito, segni di un certo tipo di consenso che sicuramente fa piacere ma che non abbiamo mai cercato, perché troppo spesso porta con sé, irresistibile, la tentazione della delega. Quella tentazione (”Non mollare!”, “Meno male che ci siete!”) che vediamo ripetersi, sempre uguale, anche nelle convocazioni di piazza, che porteremo avanti con assiduità e convinzione, in un momento drammatico per l’Italia, proprio per dare fisicità e sostanza all’indignazione virtuale e cercare di spingere altri a mettersi in gioco in prima persona. Detto questo, eccovi l’ultimo scontro, inedito, con Bruno Vespa. Lo trovate QUI. Per rimanere in contatto è possibile iscriversi anche al canale youtube. Se siete di Milano o dintonri mandateci un indirizzo mail per essere inclusi nella lista mail per le iniziative pubbliche."