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sabato 14 maggio 2011

La vigliacca

La vigliacca: "


E’ incredibile che la coalizione capitanata da Letizia Brichetto in Moratti sia ancora elettoralmente competitiva. Dietro il belletto della propaganda, gonfiata a dismisura dai potenti mezzi economici di famiglia, il bilancio di cinque anni di amministrazione è un fallimento politico e un disastro morale, come documenta il libro bianco realizzato dallo staff di Giuliano Pisapia. Sono quasi vent’anni che la destra peggiore regna a Milano e in tutti questi anni la città è diventata un videogame per speculatori immobiliari e le istituzioni pubbliche sono state occupate con logica di clan. Si dice non a torto che Milano è l’epicentro del sistema Berlusconi e da qui deve muovere il cambiamento possibile. Domenica e lunedì si vota. Dopo quasi vent’anni di immobilismo, la possibilità di giocarsela al ballottaggio questa volta è concreta. Chi sta a Milano può darsi da fare in questi ultimi giorni per seminare informazione, invogliando le persone se non altro a non votare l’attuale amministrazione.

Il video si riferisce all’ultima sparata, di questa mattina, della signora Letizia Brichetto in Moratti. Approfittando di avere, per sorteggio, l’ultima parola a un confronto televisivo, evidentemente consigliata da qualche professionista della diffamazione, la sindaca ha mentito sul conto dell’avversario, per affibbiargli l’immagine di un estremista amico dei terroristi, ipocritamente invocando quella questione morale così disprezzata all’interno della propria giunta e del partito che la sostiene. Un gesto vigliacco, che tradisce una significativa dose di disperazione e toglie il velo di ogni residua dignità. Ma dopo la risposta ferma di Pisapia, che era necessaria, ora occorre evitare il polverone sul nulla, perché è questo che vogliono, e provare invece a inchiodarli al loro fallimento.

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mercoledì 11 maggio 2011

Moratti calunnia Pisapia: “Ladro d’auto” Ma omette di dire che è stato assolto

Moratti calunnia Pisapia: “Ladro d’auto” Ma omette di dire che è stato assolto: "

Finisce con una querela per diffamazione aggravata l’unico confronto diretto tra i due candidati sindaco a Milano, Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. Il fair play di circostanza degenera sul finale, quando Moratti sa che tocca a lei chiudere e Pisapia non può ribattere. Così lo attacca: “E’ responsabile del furto di un furgone che sarebbe stato usato per il sequestro e il pestaggio di un giovane. Pisapia è stato amnistiato”. Un’accusa falsa. Come dice subito Pisapia, andandosene rifiutando di stringerle la mano, e conferma poi rendendo pubblica la sentenza di assoluzione del 1985. Ma ormai le telecamere sono spente.


Moratti omette di aggiungere che Pisapia è stato assolto da quelle accuse nel 1987. Il sindaco, infatti, ha fatto riferimento al primo grado, come ricostruisce e spiega Il Giornale che però omette, proprio come Moratti, i successivi gradi di giudizio che hanno portato Pisapia all’assoluzione per non aver commesso il fatto.


Una dichiarazione, quella di Letizia Moratti, che arriva proprio mentre il Capo dello Stato, incontrando i ragazzi delle scuole a Roma, invita a smetterla con “la politica come guerra”. Ed è, per l’ennesima volta, inascoltato. Come due giorni fa, quando Giorgio Napolitano chiedeva il “rispetto per la magistratura” e Silvio Berlusconi ripeteva che i pm di Milano “sono un cancro della democrazia da estirpare”.




La campagna elettorale è stata impostata così dal premier, che a Milano si gioca il tutto per tutto. E Moratti si è allineata. Il caso di Roberto Lassini, padre dei manifesti “fuori le Br dalle procure” e candidato nella lista del Pdl a sostegno di Moratti, l’aveva trovata non allineata. Il sindaco, infatti, aveva inizialmente condannato Lassini spingendosi fino a minacciare: “Siamo incompatibili, in lista o io o lui”. E’ stata in breve riportata ad allinearsi. Si è adeguata ai toni del premier. Ieri Berlusconi ha detto che “quelli di sinistra si lavano poco”? Oggi Moratti dà del “ladro d’auto” all’avversario. Che, a sentire il Pdl dunque, dovrebbe essere, in estrema sintesi, uno sporco ladro d’auto. La sentenza però dice un’altra cosa: Pisapia è “assolto per non aver commesso il fatto”. Moratti lo sapeva? Se non lei direttamente, ne erano a conoscenza gli uomini del suo staff. Perché era stato proprio Pisapia, scottato dal caso Aler che aveva coinvolto la compagna Cinzia Sasso, a raccontare in un’intervista tutta la vicenda. Ma non è bastato.


”Il sindaco Moratti alla disperata ha estratto la pistola e si è sparata sui piedi ma questa arroganza la pagherà, sono tentativi di colpi bassi come un pugile che non sa più dove colpire”, ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Mentre per Emanuele Fiano “ormai tra la Moratti e Berlusconi non c’è più nessuna differenza. Nessun sorriso gentile può coprire il fatto che la Moratti ha usato nel faccia a faccia su Sky la calunnia nei confronti di Pisapia come strumento politico”, afferma. “Evidentemente la Moratti ha imparato dal suo capo-padrone che quando non si hanno idee e quando si presenta un bilancio totalmente insufficiente, allora bisogna calunniare l’avversario”. Lei, ha aggiunto, “che ha rubato a Milano cinque anni di sviluppo, di qualità della vita e di buon governo”. Mentre Pisapia, nel pomeriggio, ribadisce la falsità dell’accusa: “La Moratti ha messo in atto un killeraggio mediatico progettato a tavolino. La mia vita è trasparente e non ho mai commesso reati”.


Dal Pdl, dopo ore di silenzio, è arrivato un messaggio distensivo da parte di Maurizio Lupi. Il vicepresidente della Camera ha invitato a “evitare di alzare i toni, se si è incorsi in un errore, si chiede scusa senza crearne un caso”. In linea con la Lega. Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo, ha infatti suggerito come sia “importante abbassare i toni, evitando che ai cittadini arrivi un messaggio distorto e confuso”. Ma il sindaco uscente, in una conferenza stampa convocata a Palazzo Marino, ha insistito: “Io ho voluto solo indicare la differenza tra la mia storia personale che è quella di una persona moderata e quella di Pisapia che non ha un percorso politico moderato”. Non solo, ma Moratti ha accusato Pisapia di non essere leale. A chi le ha domandato se non ritiene una bassezza l’aver riportato una vecchia vicenda, il primo cittadino ha risposto: “E’ una bassezza anche dire che sono affiliata a poteri forti, soprattutto se poi non si dice a quali poteri”.


Persino il direttore di Libero, Vittorio Feltri, intervistato da Sky, ha criticato Moratti. “Ha sbagliato, sta facendo di tutto per perdere. Forse non ci riuscirà ma certo ce la sta mettendo tutta”, ha detto Feltri. Moratti “ha commesso uno sbaglio piuttosto grave, è caduta un’altra volta in errore”. Così, ha aggiunto, “come qualche pasticcio ha fatto nel corso della sua amministrazione. Ecopass, ad esempio, una tassa sui poveri. E, proprio in questi giorni, i lavori per le piste ciclabili su corso Buenos Aires, una delle strade più centrali e trafficate di Milano, riducendo le corsie, creando forti disagi. Non solo, ma il tutto per realizzare solo dei tratti ciclabili che non consentono di percorrere tutto il viale”, ha concluso.

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domenica 8 maggio 2011

Bossi scippa piazza Maggiore: “Vinceremo” Tremonti: “Merola? Non siamo a Napoli”

Bossi scippa piazza Maggiore: “Vinceremo” Tremonti: “Merola? Non siamo a Napoli”: "

Accolto sulle note di Guccini, salutato dall’inno di Mameli, fatto commuovere da un Va pensiero assordante, arrivato in tutto il centro storico. E’ la serata di Umberto Bossi, arrivato a Bologna per lanciare Manes Bernardini, il candidato a sindaco leghista.


Contestato da trecento persone dei centri sociali e dei collettivi, osannato dai duemila e più che hanno affollato la piazza Maggiore fino dalle sette di sera, il ministro per le Riforme è arrivato e si è seduto accanto ai suoi nella piazza che fu il tempio esclusivo della sinistra. A seguire lo ha raggiunto, comparso da una strada secondaria, Giulio Tremonti, il più leghista del Pdl. Canti, abbracci, fischi. “Ma sono i pagliacci di Bersani”, dice il senatur dal palco, come se fosse in una Pontida qualsiasi invece che al centro di quello che era l’ultimo avamposto della sinistra, piazza Maggiore, appunto, Bologna.


“Ridiamo Bologna ai bolognesi” è il leit motiv della serata leghista. La piazza è circondata dalla polizia per l’occasione, soprattutto per il timore di proteste e contestazioni.


Bossi prima di trasformarsi in tribuno parla coi giornalisti. “Vinceremo al primo turno, il segreto è crederci ed essere costanti”. A chi gli domanda se il suo passaggio in città porterà 80 mila voti in più, come aveva detto due giorni fa Roberto Maroni, il senatur risponde schietto: “Io non ho purtroppo quelle capacità. Mi ricordo però l’ultima volta che venni qui, i centri sociali mi tirarono bottiglie di vetro piene d’acqua. Questo lo so bene, speriamo non accada questa volta”. Ne è passato di tempo dal 1994, diciassette anni, ma le contestazioni restano: “Tutta invidia, è cambiato il Paese grazie alla Lega”. “Il mondo cambia – continua – il problema è non cambiare di colpo, ma piano piano si può fare, come con il federalismo”.


Torna sul suo candidato, Manes Bernardini. “Dai dati che abbiamo Bernardini riuscirà a vincere, la sensazione è quella. Manes è un bravo ragazzo, quello che conta di più è avere a che fare con brave persone, con le quali la gente si può identificare. Lui può mantenere quello che dice è questa la forza della Lega Nord. La Lega è al governo e questo può essere utile per avere dei mezzi per portare avanti un progetto”. Impossibile espugnare la Rossa Bologna? “Non c’è niente che dura per sempre, a un certo punto bisogna cambiare”. E il ministro è convinto che sia questo il momento giusto, per “far tornare la politica del fare a Bologna”.


Se si guarda alla politica nazionale, invece, Bossi ha parole di stima per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un gentiluomo dice il senatur, che proprio oggi ha detto “no alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma”. E il leader del Carroccio appoggia le parole di Napolitano: “Se non difendi la legalità ti impantani. Non riesci più a capire dove vai. La legalità è fondamentale”. E poi, “dobbiamo anche ringraziare lui, il vecchio (riferito a Napolitano ancora ndr) se il Federalismo l’abbiamo conquistato”. Sulle parole di fuoco lanciate ieri dal premier Berlusconi nei confronti dei magistrati, afferma: “Se i magistrati sono un cancro da estirpare bisogna chiederlo a lui (Berlusconi, ndr). Io non penso quella roba lì. Penso che ogni tanto c’è qualcuno che rompe le scatole, ma non sono tutti uguali”.


È l’ora di salire sul palco. Le bandiere della Lega si alzano tra i tremila presenti, mosse anche da un vento che si abbatte improvvisamente sulla piazza. Tutti sul palco quindi: Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Rosi Mauro, Anna Maria Bernini, Giuliano Cazzola, Angelo Alessandri e Filippo Berselli che, da buon ex missino, intona Fratelli d’Italia a squarcia gola, mentre gli altri tacciono. Sul palco anche il governato del Veneto in trasferta, Luca Zaia.


Tocca a Tremonti, e il ministro ci va giù pesante: “Merola è un cognome del sud, e se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i Baba’ se li porter à via Merola. Quando ho sentito parlare di primarie e mi hanno detto che aveva vinto un certo Merola pensavo di essere a Napoli, non a Bologna”.


“Manes sindaco di Bologna. Dopo 14 anni Bossi a Bologna, perchè la città deve tornare ai bolognesi”, debutta Rosi Mauro. Parte l’inno, sì, ma quello nazionale, fra i mugugni dei leghisti presenti: “Per come è messa l’Italia oggi mi vergogno di questo inno e di questo Paese”. Nessuno lo canta. Ma terminato l’Inno di Mameli il Va pensiero, per la gioia dei leghisti, suona in Piazza Maggiore. Mano sul cuore questa volta e fiato alle trombe per il senatur.


Appena la musica finisce prende parola, dopo 17 anni davanti ai bolognesi, Umberto Bossi. Non fa in tempo a parlare che già in sottofondo si sentono i fischi dei 300 contestatori tenuti a distanza dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Non oltrepasseranno le transenne, la serata finisce con una leggera carica per disperderli. Bossi la sua personalissima sfida con Bologna la rossa l’ha vinta, più difficile sarà il compito di Bernardini.

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2011-05-08 SINGAPORE, UNA SVOLTA DAL WEB? 8/5/11 - Singapore

2011-05-08 SINGAPORE, UNA SVOLTA DAL WEB? 8/5/11 - Singapore: "2011-05-08"

Napoli, “una munnezza di miracolo”

Napoli, “una munnezza di miracolo”: "

Clicca qui per vedere il video incorporato.


Nel capoluogo campano ci sono 3800 tonnellate di rifiuti a terra che ingombrano strade, parchi e panchine. Anche negli ‘ecopunti’, le aree per la raccolta di prodotti derivanti dal petrolio, si accumulano decine di sacchetti di ogni tipo. “Anche la spazzatura di quei cittadini che fanno la raccolta differenziata nei giorni prestabiliti – spiega Tommaso Sodano, consigliere provinciale di Napoli – finirà in discarica”. Non l’incuria dei napoletani quindi, ma l’inefficienza dei suoi amministratori porta al collasso il sistema delle discariche. Il presidente del Consiglio ha mandato di nuovo l’esercito per affrontare quella che continua a essere chiamata “emergenza” anche se dura da anni. Una mossa che serve più a salvare la faccia al candidato sindaco del Pdl, Gianni Lettieri, che a salvare la città. Video di Lorenzo Galeazzi

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mercoledì 4 maggio 2011

L'Economist si schiera per il Mattarellum "all'inglese" ...

Yes or No?
Britain’s voting system has its flaws: the reform on offer on May 5th does not fix them
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We would not support undiluted PR, which often means party barons choose who forms a government, and (as in Israel and Germany) hands too much power to small parties. But a dose of PR, to elect, say, a fifth of MPs, would go a long way towards correcting the current system’s unfairness—especially if the top-up MPs were selected on a regional basis. In Scotland, where over 40% of the seats are chosen this way, there has been a string of minority or coalition governments. We would stick with FPTP for all but 20% of the seats to increase the likelihood of strong, accountable governments. Call the combination “FPTP Plus”.

For supporters of constitutional reform, such as this newspaper, these are good times. The previous government introduced a freedom of information act. An overhaul of the House of Lords is under way. But this referendum is a disappointment. AV would not be a disaster, but it would not be an improvement either; and although we are reformers by instinct, we do not believe in change for change’s sake. The Economist would therefore vote No.

http://www.economist.com/node/18621028?story_id=18621028

lunedì 2 maggio 2011

Mio articolo sulla bomba carta e le aggressioni a Napoli: la complicità con gli indignati, in sintonia con “Indignez-vous!” di Stéphane Hessel, contro il quale Pietro Ingrao ha scritto dalla cattedra dei suoi 98 anni un geniale “Indignarsi non basta” in cui si svela che chi si indigna e urla e strepita, quasi sempre mente e giustifica la violenza contro la democrazia ripetendo il criminale mantra secondo cui “bisogna dare pur sfogo all’indignazione” anche quando diventa duomo in faccia, bomba dimostrativa, aggressione fisica. I giornalisti accompagnano il coro e giocano un ruolo spesso non limpido. E torna il tema: è giustificato “qualsiasi gesto” pur di abbattere l’odiato nemico in una democrazia che determina in piena libertà chi vince e chi perde?

Mio articolo sulla bomba carta e le aggressioni a Napoli: la complicità con gli indignati, in sintonia con “Indignez-vous!” di Stéphane Hessel, contro il quale Pietro Ingrao ha scritto dalla cattedra dei suoi 98 anni un geniale “Indignarsi non basta” in cui si svela che chi si indigna e urla e strepita, quasi sempre mente e giustifica la violenza contro la democrazia ripetendo il criminale mantra secondo cui “bisogna dare pur sfogo all’indignazione” anche quando diventa duomo in faccia, bomba dimostrativa, aggressione fisica. I giornalisti accompagnano il coro e giocano un ruolo spesso non limpido. E torna il tema: è giustificato “qualsiasi gesto” pur di abbattere l’odiato nemico in una democrazia che determina in piena libertà chi vince e chi perde?: "

Il Giornale, 1 maggio 2011


Ne ho viste abbastanza di bombe in vita mia, da quelle stragiste a quelle dimostrative, compresi quei petardoni che si chiamano bombe-carta e so per esperienza di cronista e di osservatore storico che questi oggetti non sono mai davvero frutto di “spontaneismo” e mai innocenti. Ricordo, ad esempio, che il 4 agosto del 1969 fu fatta esplodere una bomba carta come quella lanciata ieri contro il comitato elettorale del sindaco di Napoli che già ieri l’altro ha dovuto rifugiarsi come ai tempi dei bravi manzoniani in una chiesa per sfuggire ai nobili squadristi dei centri sociali che volevano infliggergli una lezione morale. Quel 4 agosto di 42 anni fa il botto al Senato introdusse un elemento dinamitardo in un panorama simile a quello dei nostri giorni, già avvelenato dall’odio e da fosche profezie. Allora si andava verso l’ ottobre caldo delle rivendicazioni sindacali, verso gli scontri di piazza di novembre e la strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre. La storia per fortuna non si ripete quasi mai, ma sarebbe un errore non guardare il filigrana una escalation di spontaneismo indignato che sceglie di alludere, per ora solo alludere, alla violenza.

Una bomba carta contro un comitato elettorale non è un grande evento bellico, ma un preoccupante segnale politico e morale. Politico perché serve a far politica; morale perché viene scandito secondo categorie morali formulate in modo da giustificare in maniera subdola e obliqua atti aggressivi che attingono alla simbologia del kamikaze islamico, della strage annunciata, dell’attentato in luogo pubblico.

Prendiamo il caso di questo ordigno rozzo e per fortuna quasi innocuo. Se si ascolta il Tg3 che dà notizia del fatto, fa impressione una inattesa indulgenza: il servizio televisivo non dà dettagli, non mostra buchi, non dice nulla sulle indagini ma ricostruisce un retroterra giustificazionista riferendosi a scontri all’università fra studenti di destra e di sinistra, enfatizzando il fatto che uno studente neonazista e certamente grottesco aveva celebrato il giorno della nascita di Adolf Hitler, un infausto evento che risale al 20 aprile del 1889, ovvero a 122 anni fa. Celebrare il compleanno di uno degli uomini più abominevoli dell’umanità – ma Joseph Vissarionovich Džugašvili detto Stalin (Acciaio) fu un macellaio ancora più infernale e tuttavia il suo compleanno viene spesso celebrato senza troppo scandalo nel mondo – è certamente indizio di disturbo culturale. Tuttavia ci ha colpito il fatto che la notizia della bomba-carta contro il comitato pro Lettieri veniva data suggerendo che si trattasse di una “morale” reazione ad una azione ignobile, come rendere omaggio ad Hitler. Questo meccanismo di fatto giustificazionista ci preoccupa francamente più della bomba carta che, fatto il suo mestiere, lascia soltanto fumo e puzza senza ulteriori scorie dannose ai cervelli.

Il fatto è che da tempo lo smerlettato fronte antiberlusconiano non riesce a impedire che passi il messaggio secondo cui agire contro il partito del Presidente del Consiglio è comunque azione “morale” prima che politica, e che alla fine ogni mezzo è buono per ottenere la sconfitta del centro destra, magari anche qualche cazzotto, petardo, duomo in faccia o cavalletto alla nuca. Questo legame fintamente moralista fra “azione” aggressiva e politica non è un fenomeno soltanto italiano visto che il 93enne francese Stéphane Hessel ha venduto più di centomila copie di un testo noto quasi soltanto per il titolo “Indignez-vous!”, “Indignatevi!”, in cui, da vecchio partigiano, invita i più giovani connazionali non soltanto ad indignarsi ma a tradurre la propria indignazione in ribellione aperta, dunque in atti – almeno da un punto di vista iconografico – violenti.

A quel libro francese ha risposto in modo sommesso e vigoroso ad un tempo, un altro grande vecchio, stavolta di sinistra, e cioè Pietro Ingrao di 5 anni più vecchio del francese. Il libretto di Ingrao, edito da Aliberti, si intitola “Indignarsi non basta” e sostiene la coraggiosa e onesta tesi secondo cui tutti coloro che ostentano indignazione e urlano e vociferano indignati, non agiscono in modo morale e nemmeno politico. L’indignazione fa rima con finzione e non è buona moneta politica. Mai, almeno da sola.

Napoli è d’altra parte una città per sua natura eccitata ed eccitabile, ma non politicamente violenta: non è Roma, non è Milano e neanche Trento e Padova dei tempi andati e non ha tradizioni recentissime di natura insurrezionale “morale”. Diciamo pure che Napoli ha tanti problemi morali interni al proprio tessuto sociale da non avere tempo e modo per dedicarsi ad altre indignazioni. Eppure, ecco che anche Napoli sembra avviarsi verso una china avventurista e fracassona che sembra cedere al richiamo semplificatore della violenza, benché ancora stracciona. Si tratta dunque di un segnale e va colto. Allora noi vorremmo, con serafica calma e senza attribuire ai fatti maggior valore di quanto la loro natura suggerisca, indicare non tanto ai responsabili dell’ordine pubblico, mai ai politici e ai nostri colleghi giornalisti un vecchio, antico e ripetitivo grave rischio: quello della minimizzazione con cui si giustifica qualsiasi violenza contro la democrazia all’insegna dello slogan secondo cui “bisogna pur comprendere la rabbia degli indignati”.

Ecco: in democrazia esiste e va protetto lo spazio della lotta politica durissima, frontale, senza sconti e anche con le dita negli occhi. Ma deve essere smascherato, denunciato e immediatamente chiuso lo spazio per una lotta che consiste null’uso delle armi proibite della paura, della minaccia, del linciaggio, della sopraffazione. Vogliamo denunciare oggi quel che temiamo con un filo di allarmismo, affinché domani nessuno possa ritrarsi dalle proprie responsabilità politiche (e morali) se la pratica della violenza “morale” producesse danni più gravi e versasse sangue.

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sabato 30 aprile 2011

Vedi Napoli e poi vota

Vedi Napoli e poi vota: "

Non dite che è normale. Nell’arco di un pugno di ore, a Napoli, alcuni hacker hanno oscurato la pagina Facebook del candidato Pdl Gianni Lettieri, poi un gruppo di studenti «antifascisti» e alcuni esponenti dell’associazione CasaPound si sono fracassati di botte con mazze e coltelli (sette feriti in tutto) dopodiché Lettieri è stato insultato da un nutrito stormo di sub-umani «dei centri sociali» – si dice così – i quali lo hanno anche fisicamente aggredito, allora lui è scappato, l’hanno inseguito, è arrivata la Digos, non è bastato, l’hanno spinto, gli hanno sputato, è stato costretto a rifugiarsi nella Basilica di San Lorenzo, hanno aggredito alcune supporter del Pdl, e mica è finita; nel pomeriggio altri giovinastri sono irrotti nel comitato elettorale pro-Lettieri e hanno sfasciato tutto, sedie e tavolini all’aria, già che c’erano hanno menato con pugni e schiaffi un ragazzo e una ragazza che facevano volantinaggio: non dite che è normale, non dite che in fondo siamo in campagna elettorale è che a Napoli si esaspera sempre tutto, perché Napoli sa concentrare l’italianità peggiore, è vero, ma è comunque lo specchio deformato di un Paese intero.


Ecco perché la litania della «solidarietà» espressa regolarmente da tizio e da caio (è una parola, basta dirla) non ci basta più, al pari di espressioni ormai imparate a memoria («clima di odio», «condanna», «abbassare i toni») che ormai potrebbe pronunciarle anche un risponditore automatico. Certo, il fatto che l’unico a non aver solidarizzato con Lettieri sia stato Luigi De Magistris (così almeno riferiscono) qualcosa vorrà anche dire, forse i voti schifosi di questi cosiddetti «studenti» dei cosiddetti «centri sociali» non fanno proprio schifo a tutti: ma sono le risposte serie a mancarci. Quello che devono spiegarci è perché in Italia sta succedendo questo, perché si parla di ritorno agli anni Settanta, se c’entra la crisi economica, se c’entra il parolame insultante che i politici nonostante tutto continuano a scambiarsi in tv (vedi Nicola Vendola e Paolo Romani ieri sera a Lineanotte, vedi lo spazio concesso da Annozero a un Beppe Grillo che paragonava il Parlamento ai «volenterosi carnefici di Hitler») o insomma, potrebbero fare qualcosa di più serio del solito tentativo di strumentalizzare ogni episodio e di dire che è colpa dell’avversario.


I vari dichiaranti, perciò, dicano qualcosa di articolato oppure tacciano, che è meglio. Nichi Vendola potrebbe dire qualcosa di meno scontato di frasi genere «la violenza è nemica della democrazia e della buona politica». Fabrizio Cicchitto, se proprio vuole sostenere ancora una volta che «è il frutto della campagna d’odio che la sinistra sta facendo», forse potrebbe argomentare meglio e spiegare perché botte e petardi ogni tanto li prendono anche a sinistra. Tutti gli altri (inutile nominarli, è una qualsiasi sfilata di politici) potrebbero sforzarsi di andare oltre al solito linguaggio fatto di «gravissimo», «senza se e senza ma», «non ci faremo intimidire», «intollerabile», «inqualificabile» e altro linguaggio pavloviano. Se il terreno di coltura della nuova violenza politica (o anti-politica) è in una zona grigia, sfumata, talvolta sovrapponibile alla politica ufficiale e più presentabile, allora significa che la classe politica ha una qualche corresponsabilità, c’è poco da fare. Se invece le violenze appartengono a corpi separati, dimensioni isolate, individui per niente «sociali» bensì «extra-sociali», beh, allora basta andarli a prendere. E metterli dentro, se necessario.


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domenica 17 aprile 2011

Firme false, il racconto della vicenda giudiziaria

Firme false, il racconto della vicenda giudiziaria: "

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Dopo un anno dalle prime accuse nei confronti del governatore Roberto Formigoni per le firme false a sostegno della lista “Per la Lombardia”, le indagini della procura di Milano danno ragione ai radicali della Lista Bonino Pannella. L’avvocato Simona Viola, che ha seguito dall’inizio la vicenda, racconta il percorso giudiziario che ha portato alle prove della falsificazione di almeno 800 firme. “Adesso attendiamo che il Consiglio di Stato faccia giustizia – dichiara l’avvocato Viola – perché l’arroganza del potere non rimanga impunita” di Franz Baraggino

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martedì 5 aprile 2011

Salerno, il balletto dell’Idv su De Luca

Salerno, il balletto dell’Idv su De Luca: "

Il problema è sempre lo stesso. Identico a quello delle elezioni regionali dell’anno scorso. L’amore-odio tra il leader di Idv Antonio Di Pietro e il sindaco Pd di Salerno Vincenzo De Luca. Un evergreen della politica campana e nazionale. Proviamo a ricapitolare. Di Pietro e Idv hanno deciso di non sostenere De Luca che a Salerno va a caccia del secondo mandato consecutivo (il quarto in totale negli ultimi 20 anni). Invece no, in un eventuale ballottaggio con la candidata Pdl Anna Ferrazzano si potrebbe pure appoggiarlo, corregge il tiro la dirigenza campana dipietrista. Anzi no, urla Di Pietro in un comunicato, col quale ribadisce che la porta è chiusa per sempre e comunque. Ma il film potrebbe riservare ulteriori colpi di scena. Detto questo, per comprendere la gravità della polemica in atto e le ripercussioni potenziali sul rapporto tra Idv e Pd, e tra Di Pietro e Bersani, bisogna fare un passo indietro di un anno.


Regionali 2010. Il Pd candida De Luca a Governatore. Il primo cittadino ha vinto le primarie per abbandono degli avversari. In un primo momento Di Pietro e l’europarlamentare Idv Luigi De Magistris alzano barricate contro De Luca per il fardello di imputazioni e di rinvii a giudizio che questi si porta appresso, e che esibisce come medaglie al valore. Poi Di Pietro (non De Magistris) ingoia il rospo e fa in modo che il congresso del partito acclami De Luca candidato al grido “devi salvarci dal Pdl di Cosentino e dei casalesi”. De Luca assicura: “In caso di condanne, anche solo in primo grado, mi dimetterò”. E si scatena sulle colonne de Il Fatto Quotidiano un dibattito lungo e acceso. Marco Travaglio in un editoriale in piena campagna elettorale ricorda: “De Luca è già un condannato in primo grado per le irregolarità della discarica di Ostaglio”, ma il reato appare abbondantemente prescritto in vista dell’appello. Di Pietro in un’intervista a Luca Telese del giorno dopo replica dicendo che sulla questione morale Idv non ha fatto sconti: “De Luca mi ha promesso che rinuncerà alla prescrizione”. Il sindaco invece, il 6 luglio 2010, qualche mese dopo aver perso contro il Pdl Stefano Caldoro, incassa senza battere ciglio la prescrizione nella sentenza di Appello sul caso Ostaglio – e molla la guida dell’opposizione in consiglio regionale, dimettendosi per rimanere primo cittadino a Salerno. Trascorre qualche altro mese, e il 10 ottobre 2010 in un’intervista all’autore di questo articolo, Di Pietro annuncia: “Idv non sosterrà mai De Luca a Salerno, lo appoggiammo alle regionali per senso di responsabilità verso la coalizione, ma ha tradito gli impegni assunti con noi e accettando la prescrizione si è adeguato al modello berlusconiano della giustizia”. La bagarre viene ripresa dal Corriere della Sera: “La mossa – scrive Angela Frenda – rimanda al Pd la palla sulla questione morale: se a Berlusconi si rimprovera l’uso di leggi e “stratagemmi” per evitare i processi, come può il Pd accettare che al suo interno si faccia lo stesso”?


Siamo ai giorni nostri. Con De Luca che si ricandida da uomo forte del centrosinistra salernitano, fiore all’occhiello del Pd campano che per bocca del segretario regionale Enzo Amendola dice di lui: “E’ il migliore amministratore che abbiamo”. Idv ufficialmente lavora a un’alternativa da contrapporgli. Servirebbe un nome di autentica discontinuità, altrimenti che senso avrebbe l’operazione? Ma la commissaria cittadina di Idv, la 37enne avvocato Giulia Formosa, tempesta di email Di Pietro e i vertici Idv di Roma. Lamenta in sostanza due cose: l’ambiguità della dirigenza locale sulla questione De Luca (il nome davvero alternativo non si individua perché mezzo partito vorrebbe stare col sindaco) e la mancanza di risorse economiche con le quali cantare la messa di una campagna elettorale tutta in salita contro un primo cittadino popolare e amato dalla cittadinanza per i buoni risultati raggiunti in 15 anni di amministrazione. Formosa respinge le sollecitazioni a candidarsi a sindaco ma trova difetti a tutte le altre proposte. Idv si lacera. Alla fine la Formosa si dimette in contemporanea alla scelta di candidare l’avvocato Rosa Masullo, vittima di un attentato (andato a vuoto) quando era assessore di De Luca diversi anni fa, e da lui ‘scaricata’. Prima di andarsene, la Formosa prova a strappare la firma di un impegno di ‘non apparentamento’ con nessuno in caso di ballottaggio. Non la ottiene. Il coordinatore campano di Idv, il deputato Nello Formisano, ricommissaria il partito e liquida come chiacchiere senza fondamento le accuse di non aver trasferito finanziamenti adeguati alla sezione di Salerno. E durante la conferenza stampa di presentazione della Masullo, afferma a sorpresa: “In caso di ballottaggio, ci auguriamo che De Luca sostenga la Masullo (…) ma se non saremo noi a parteciparvi, siamo nel centrosinistra e appoggeremo il candidato che più si identifica nel centrosinistra”. Formisano parla così perché ha un occhio a Napoli e ha paura per la tenuta della coalizione nel suo complesso. Anche a Napoli infatti Idv e Pd si presentano divisi, tra De Magistris e il prefetto Mario Morcone.


Ma a dispetto delle rumorose polemiche tra i due, l’impegno reciproco a correre in soccorso a chi raggiungerà il ballottaggio contro il Pdl Gianni Lettieri appare solido. Con la benedizione di Di Pietro e Bersani. Correttamente, i quotidiani salernitani titolano così le parole di Formisano: “Al ballottaggio Idv sosterra’ De Luca”. Raccontano alcuni dei più stretti collaboratori di Di Pietro che l’ex pm di Tangentopoli nel leggere i ritagli stampa e i link internet di queste dichiarazioni sia andato su tutte le furie. Stranamente, però, ci ha messo due giorni per accorgersene. Per poi far partire una nota durissima a sua firma: “L’Italia dei Valori non appoggerà mai Vincenzo De Luca, avendo questi tradito il rapporto di fiducia instaurato con l’Idv e con i nostri elettori. Pertanto, coloro che intendono candidarsi nelle nostre fila sappiano con chiarezza che questa e’ l’unica posizione del partito chiaramente condivisa dai nostri dirigenti regionali”. Il caos tra i dipietristi fa sorridere De Luca. Lui è convinto di vincere al primo turno. Con o senza Idv. In barba ai ‘moralisti della questione morale’.

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mercoledì 31 marzo 2010

mauro di oggi

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/30/news/partita_giocare-3033879/
"Gli elettori non sanno se il Pd è un partito laico, in un Paese in cui la Chiesa si muove come un soggetto politico; non sanno se è una forza di opposizione, con tutte le offerte di dialogo che alcuni suoi uomini specializzati rivolgono quotidianamente al Cavaliere, qualunque cosa accada; non sanno nemmeno se è di sinistra, in un Paese in cui la destra - e destra al cubo - mostra il suo vero volto in ogni scelta politica, istituzionale o sociale."
"C'è parecchio lavoro da fare, nell'interesse del Paese, per evitare che l'avventura berlusconiana si compia al Quirinale. Non ultimo, cercare un leader che possa sfidare il Cavaliere e vincere, come avvenne con Prodi: e cercarlo in libertà, anche fuori dai percorsi obbligati di età, di appartenenza e di nomenklatura. Forse, anche a sinistra è arrivata l'ora di un Papa straniero."

sabato 27 marzo 2010

Elezioni (1) : Iraq

http://www.fivethirtyeight.com/2010/03/iraqi-election-goes-down-to-wire.html

Tomorrow morning, the final results of the parliamentary election in Iraq will be announced. As it stands now, at least 9 coalitions will earn seats, and no clear leading party. With about 95% polling stations having reported, Iraqi Prime Minister Nouri Al-Maliki's State of Law coalition has about 25.8 percent of the national vote, while challenger Ayad Allawi's Iraqiya list holding just barely more, with 25.9 percent nationally.


As we previewed back in January, several major fault lines in Iraqi society are made clear through the political polarization. "Moderate" Shia voters, many associated with leading cleric Ali al-Sistani have generally voted with the State of Law coalition. More radical Shia voters, mostly from the southern Baghdad slums and south eastern border provinces with Iran, have tended toward the National Iraqi Alliance, who are headlined by the populist junior cleric Moqtada al-Sadr (known better for his well-armed militia than his Islamic learning).