mercoledì 11 maggio 2011
La deriva razzista dell’Europa
sabato 7 maggio 2011
“La Grecia uscirà dall’Euro” Atene smentisce le voci dello Spiegel
Ci mancava solo Der Spiegel: il settimanale tedesco, che in questi mesi si è dimostrato sempre ben informato sugli sviluppi della crisi finanziaria europea, scrive che la Grecia è pronta a uscire dall’euro. E scoppia un comprensibile panico. Lo Spiegel parla di una riunione d’emergenza e segreta prevista in Lussemburgo tra Eurogruppo ed esponenti dell’Unione europea per discutere dell’intenzione del governo di Atene di uscire dall’area dell’euro e tornare all’originaria valuta del Paese, la dracma. Sul tavolo ci sarebbe anche il dossier su una possibile ristrutturazione del debito di Atene, che è un modo garbato per dire bancarotta. Il governo di Atene ha smentito subito: “Non ha senso, è impossibile”. Ma i mercati ci hanno creduto e l’euro è crollato subito dell’1 per cento sul dollaro.
Questa mattina sulle prime pagine dei giornali si sono riempite di smentite. Georgos Papaconstantinou, ministro delle Finanze greco, lo dice in una lunga intervista a La Stampa. Uscire dall’Eurozona e’ un evento impossibile, spiega, prima di tutto “perché non esiste il meccanismo per far uscire un paese dell’euro” e poi perché “le conseguenze sarebbero catastrofiche: il debito pubblico raddoppierebbe, il potere d’acquisto crollerebbe, le banche collasserebbero e precipiteremmo in una recessione da guerra. Non ha senso politicamente, socialmente, economicamente. Sarebbe un disastro che nessuno vuole davvero”.
La Grecia, aggiunge, si trova ora “nel mezzo del tunnel. E’ il momento piu’ complicato: troppo buio per ricordarsi dell’inizio, quando eravamo sull’orlo della bancarotta, ma anche per intravvedere l’uscita. Ma ci stiamo muovendo verso la luce”. Per raggiungere l’uscita non ci sono alternative “al piano di risanamento e alle privatizzazioni”. Se nel prossimo futuro non si centreranno gli obiettivi fissati e se i mercati non si saranno “tranquillizzati”, sottolinea, “c’è sempre una via d’uscita: la possibilità di chiedere che il Fondo europeo di salvetaggio Efsf compri i nostri titoli sul mercato primario. Quindi il problema dei 25 miliardi di euro di cui avremo bisogno nel 2012 potrebbe essere coperto dal Efsf. Noi ce la faremo. Ma altrimenti c’e’ un paracadute”."
lunedì 25 aprile 2011
Dopo Fukushima l’Italia è allo sbando Nessuna idea sulla politica energetica
Mercoledì il Senato ha deciso: le centrali nucleari, almeno per ora, non si faranno. Lo stop è stato votato ufficialmente “al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche” sui “profili relativi alla sicurezza nucleare”. Ma quanto durerà l’acquisizione delle “evidenze”? Per ora non è dato saperlo. “Nei prossimi anni, se le evenienze scientifiche daranno delle garanzie maggiori, si potrà riprendere il programma nucleare”, ha dichiarato ieri il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia. Quanti anni passeranno? E soprattutto: nel frattempo saranno adottate strategie alternative?
domenica 24 aprile 2011
Unione europea, la costante crescitadei partiti estremisti e xenofobi
Con l’exploit di voti incassati dal partito xenofobo e populista dei “True Finns” (Veri Finlandesi) alle elezioni nazionali di Helsinki, si aggiunge un altro tassello al dilagare dell’estremismo di destra in Europa. Il partito del carismatico Timo Soin è stato il vero vincitore morale di questa tornata elettorale, passando da 5 seggi in Parlamento a ben 39 e attestandosi come una delle principali forze politiche del Paese. In caduta libera gli altri tre partiti del Paese, i centristi, il partito di Coalizione Nazionale e i Socialisti Democratici, tanto che il partito dell’outsider Soin non potrà più essere ignorato nella formazione del prossimo Governo.
Quello finlandese è solo l’ultimo soffio di un vento di estremismo che negli ultimi anni sta lambendo la maggior parte dei 27 Paesi Ue. Dal nazionalista Vlaams Belang (Interesse Fiammingo) e dalla più moderata ma pur sempre separatista NVA in Belgio all’anti islamico Partij voor de Vrijheid (Pvv) di Geert Wilders in Olanda, passando dal Fronte National (Fn) di Marine Le Pen, figlia d’arte di Jean-Marie, in costante ascesa in Francia, alla Lega Nord in Italia.
In un’Europa, dove la popolazione tende ad invecchiare sempre di più e quindi ad abbracciare politiche più conservatrici, ad attrarre voti sono sempre più i partiti che fanno della chiusura delle frontiere e della sicurezza a tutti i costi il loro credo e del populismo e dell’invettiva politica il proprio verbo.
Due sono, infatti, gli slogan che hanno portato i Veri Finlandesi alla vittoria: via gli stranieri dalla Finlandia e via la Finlandia dall’Ue. Il partito di Soin, dichiaratamente euroscettico ed anti immigrazione (sebbene sia una delle più basse in Europa) ha fatto del “Padroni a casa nostra” la formula vincente della propria ascesa politica. Un messaggio che parla allo stomaco della gente e che, in tempi di crisi economica e crescente disoccupazione, ha attecchito facilmente tra i cittadini finlandesi, complice il debito pubblico in aumento e le impopolari misure previste dal Governo di innalzare l’età pensionabile e dimezzare il numero delle municipalità.
“Secondo la scuola di pensiero di Timo Soin il populismo è uno strumento per le persone di esprimere i loro veri desideri e di bypassare le élite dei burocrati”, ha commentato Markku Heikkilä, direttrice del dipartimento di Scienze della Comunicazione all’Arctic Centre dell’università di Lapland in Rovaniemihe. Certo le sparate di Soin hanno avuto vita facile visti gli scandali degli ultimi anni che hanno visto alcuni politici finlandesi coinvolti in affari di corruzione e sesso, tra cui i precedenti Primo Ministro Matti Vanhanen e il Ministro degli Esteri Ilkka Kanerva. “Per il resto la maggior parte dei politici finlandesi sono moderni ed eleganti quarantenni che parlano la lingua della politica. Soini è completamente diverso, ed ha un’incredibile abilità di sintetizzare e semplificare i suoi messaggi politici”, spiega la professoressa Heikkilä. Insomma, “Helsinki ladrona, il Vero Finnico ti bastona”.
Ma il vero cavallo di battaglia dei True Finnish è stata la forte opposizione al salvataggio del Portogallo deciso in queste settimane da Bruxelles, intervento visto dai finlandesi come l’ennesimo regalo dell’Unione, dopo Grecia e Irlanda, a un Paese meno virtuoso. Gli 80 miliardi di euro promessi a Lisbona (erogabili in tre anni per due terzi dalla BCE ed un terzo dal FMI) hanno mandato su tutte le furie i finlandesi, costretti, almeno parzialmente, a tirare cinghia a casa loro. Ecco che la promessa di Soini di “far uscire meno soldi dalla Finlandia” ha pesato come un macigno in campagna elettorale, attirando i voti di chi della solidarietà europea non sa che farsene.
Fatto sta che l’exploit elettorale dei Veri Finlandesi minaccia l’intero soccorso del Portogallo. “Il pacchetto di aiuti non resterà in piedi”, ha minacciato Soini il giorno dopo le elezioni. Parole che mettono a rischio non solo il destino del Portogallo, ma anche degli altri Paesi, come la Spagna (uno dei cosiddetti PIGS) e (forse) l’Italia, che in futuro potrebbero aver bisogno del sostegno di Bruxelles. Per non parlare del nuovo Fondo europeo Salva Stati, allo studio della Commissione e che dovrebbe costituire il futuro cuscinetto di salvataggio per le economie più deboli (tenendo in considerazione le istanze franco-tedesche). Ma anche in questo caso quello finlandese è solo l’ultimo esempio di un’Europa sempre meno disposta ad aprire il portafogli a soccorso di chi sta peggio, si guardi al British national Party (Bnp) e all’euroscettico Uk Indipendence Party di Nigel Farage che ha come priorità addirittura l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.
Insomma i deficit dei Paesi Ue periferici e i terremoti interni all’Eurozona rischiano di spianare la strada a politiche estremistiche che lacerano sempre di più l’Unione stessa. Tanto che il concetto stesso di euroscetticismo rischia di uscirne completamente rivalutato.
"domenica 27 marzo 2011
L’Europa dà ragione a De Magistris E multa l’Italia per 57 milioni
L'inchiesta Poseidone aveva svelato la truffa all'Unione europea. L'Olaf ha indagato per quattro anni, poi ha steso un rapporto di 35 pagine che condanna il nostro Paese
sabato 12 marzo 2011
Ciò che Santoro non disse a Tremonti
Giovedì scorso, nella fossa di Annozero, Giulio Tremonti si è sbranato i leoni che gli ruggivano attorno. Del resto “fiere” assai poco temibili: Eugenio Scalfari, già di suo disadatto al mezzo televisivo e abbastanza bollito, Ferruccio De Bortoli a ripetere ovvietà (le ipotetiche quanto generiche liberalizzazioni salvifiche, le mitologiche piccole imprese e le fantomatiche “multinazionali tascabili” di un Paese che ormai stenta a esportare straccetti&pentolame) e Fausto Bertinotti nella gag risaputa dell’antagonista da retrobottega del farmacista.
Se si volesse fare dietrologia politichese, parrebbe il viatico in uno dei residui santuari della sinistra dura e pura all’incoronazione del commercialista di Sondrio quale più attrezzato e meglio posizionato aspirante al dopo Berlusconi. Insomma la “messa del cappello” sopra una candidatura che – allo stato dei fatti – resta ancora in grembo a Giove. Oppure il sintomo dell’esasperazione innanzi a uno scenario politico in cui la sedicente opposizione non riesce a far emergere un’alternativa purchessia all’inaffondabile ometto di Arcore. Comunque, ipotesi intrigante quanto – probabilmente – destituita di fondamento.
Piuttosto, quanto risulta con sufficiente evidenza dalla trasmissione è la difficoltà di Michele Santoro a muoversi su terreni diversi dall’esposizione del dolore sociale e dall’indagine giornalistica in materia giudiziaria. Bravo nella denuncia e nel padroneggiare le notizie sulle scelleratezze quotidiane della decadenza italiana (in cui l’occhio televisivo funge da angelo vendicatore), il noto conduttore si rivela un pesce fuor d’acqua se deve affrontare analisi che vadano oltre l’uscio di casa ingombro di spazzatura morale; che si confrontino con vicende un po’ più vaste dello strapaese. Difatti, l’altra sera un Tremonti professorale con annessa lavagna a fogli mobili puramente decorativa (su cui tracciare tre righe tre) ha potuto fare un figurone.
Diciamolo chiaramente: la descrizione tremontiana dei guasti prodotti dalla globalizzazione finanziaria è largamente condivisibile. Al massimo si potrebbe muoverle qualche appunto marginale, tipo retrodatarne l’avvio al 1973 (guerra del Kippur e colpo di stato in Cile: inizio della virtualizzazione dell’economia a fronte dell’aumento delle materie prime e prova generale dell’ordine neocon), rispetto all’indicato 1989 (caduta del muro di Berlino e fine degli equilibri che tenevano a bada il capitalismo). Ma sono quisquilie. Non era certo questo il punto su cui prendere in castagna l’astuto ministro, lo zar della nostra economia al lumicino. Perché il suo ragionamento fa acqua non sulle premesse, ma sulle conseguenze.
Tremonti dice gramscianamente: il tribunale della Storia prima o poi dovrà giudicare i responsabili di “questa” globalizzazione, che obbedisce esclusivamente agli interessi irresponsabili e alle pulsioni suicide di una plutocrazia che ha trasformato l’egoismo possessivo nell’unico metro di giudizio con cui guidare il mondo. Un mondo sempre più americanizzato, inebetito dal consumismo bulimico e frantumato dalle crescenti diseguaglianze. Ma qui da noi chi è il supremo propugnatore di questo modello di società se non il capo del governo di cui Tremonti è ministro? E se il giudizio del ministro è così drasticamente liquidatorio nei confronti delle politiche che mercificano tutto e tutti, che ci fa lui nel Popolo della Libertà/Impunità?
Ancora: Tremonti aggiunge che lo sgoverno planetario discende dalla perdita della capacità di controllo/regolazione da parte degli Stati nazionali. Qualcuno potrebbe obiettargli che il controllo/regolazione dei flussi finanziari e umani innescati dalla globalizzazione verrebbe meglio in uno spazio istituzionale allargato quale quello europeo, l’Unione. Sicché gli euroscetticismi propagandati dalla sua parte politica, con grancasse mediatiche al seguito, hanno il solo effetto di indebolire la resistenza del Vecchio Continente alle ondate destabilizzanti che ne mettono a repentaglio la tenuta sociale e politica. Difatti, giustamente Tremonti ha denunciato in trasmissione il fenomeno della xenofobia che dilaga anche nel Nord Europa. Senza trarne le doverose conseguenze in quanto non ci è stato chi provasse a richiamarlo al dovere della coerenza.
Ma restiamo alla perdita di capacità di governo degli Stati nazionali, che tanto preoccupa il superministro. Allora si sarebbe dovuto chiedergli di rendere conto del suo rapporto privilegiato con quella Lega che persegue il disegno di destrutturare ulteriormente lo Stato italiano. Lega di cui Tremonti è il massimo supporto, visto che fa finanza prosciugando ogni risorsa nazionale e locale allo scopo di attuare un federalismo da sfasciacarrozze, che consentirà ai boiardi bossiani di consolidare i propri feudi elettorali al Nord; in una sorta di neofeudalesimo prealpino che sa tanto di “comunità perimetrate e blindate”, prigioniere proprio di quella cecità che impedisce di ricostruire un sistema-mondo minimamente plausibile.
In conclusione, l’altra sera abbiamo avuto l’ennesima conferma che Berlusconi e il berlusconismo sono due cose diverse: il capo è nient’altro che spiriti animali incarnati, ma dietro di lui ci sono perfide intelligenze al lavoro. E che per batterle occorrerebbe qualcosa di più e di meglio dei soliti sussurri e grida."
sabato 15 gennaio 2011
Economia metapolitica
sabato 8 gennaio 2011
Romania e Ungheria fuori da Schengen In Europa vince l’asse franco-tedesco
Si chiudono le porte di Schengen a Romania e Bulgaria. Dopo il no di Francia e Germania all’ingresso dei due Paesi all’interno dello spazio di libera circolazione Ue, espresso negli ultimi giorni di dicembre, per Bucarest e Sofia sembra non esserci più speranza. Nonostante i tentativi di mediazione dell’Ungheria, alla guida della Presidenza di turno Ue, l’asse franco-tedesco sembra aver avuto la meglio, anche perché per accogliere un nuovo Paese dentro Schengen ci vuole l’unanimità dei Paesi membri.
Lo spazio Shengen prevede l’abolizione dei controlli e l’adozione di comuni norme per le persone alle frontiere interne controbilanciati dai maggiori controlli a quelle esterne, il rafforzamento della cooperazione giudiziaria e della collaborazione tra le forze di polizia, il coordinamento degli stati nella lotta alla criminalità organizzata internazionale (per esempio mafia, traffico d’armi, droga, immigrazione clandestina) e l’integrazione delle banche dati delle forze di polizia (il Sistema di informazione Schengen, SIS).
A oggi ne fanno parte i Paesi Ue (ad eccezione di Regno Unito ed Irlanda), altri Paesi europei con condizioni particolari (Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein), mentre per Cipro, Romania e Bulgaria sono in corso dei negoziati. E proprio qui sono intervenute a gamba tesa Francia e Germania, motivando il loro niet con presunti problemi “giuridici e di polizia” nonché con l’insufficiente sicurezza del confine bulgaro con la Turchia sul fronte immigrazione. Un modo legale di frenare l’integrazione di due Paesi “scomodi” dopo le espulsioni di massa dei Rom (cittadini rumeni e bulgari) dello scorso settembre da parte della Francia di Sarkozy.
Ma la Romania non ci sta e con il suo ministro degli esteri Teodor Baconschi fa la voce grossa e minaccia l’uscita dal Cooperation and Verification Mechanism istituito dalla Commissione europea per monitorare i progressi legislativi indispensabili per accedere a Shengen. La Romania è pronta anche a fare ostruzionismo sulla rettifica di una clausola del trattato di Lisbona che prevede l’aumento del numero degli eurodeputati (18), 3 dei quali dovrebbero essere tedeschi. Ma a pagare le conseguenze maggiori potrebbe essere la Croazia che dovrebbe entrare nell’Ue nei primi 6 mesi del 2011. La Romania potrebbe mettersi di traverso vendicandosi del semaforo rosso subito su Shengen.
Non fanno ben sperare i recenti scandali in Bulgaria. Rumer Petkov, ex Ministro dell’Interno dimessosi per rapporti con la malavita, denuncia i 30 milioni “scomparsi” dei 130 totali stanziati da Bruxelles per aiutare il Paese a raggiungere gli standard stabiliti da Shengen. A peggiorare le cose, le recenti intercettazioni telefoniche pubblicate sulle pressioni fatte dall’attuale ministro dell’Interno Tsvetan Tsvetanov per evitare i controlli a certe aziende.
A spegnere il fuoco della polemica dovrebbe essere l’Ungheria, alla guida della Presidenza di turno Ue e dilaniata dalla querelle sulla legge bavaglio finita sotto i riflettori della comunità internazionale. Ma Budapest sembra trovarsi tra due fuochi: da una parte il bisogno di aggraziarsi i favori di Francia e Germania, capisaldi dell’Unione, dall’altra le esigenze di buon vicinato con Romania e Bulgaria nonché le promesse sulla loro pronta inclusione in Shengen. Fatto sta che l’annuncio ufficiale dello stop ai due Paesi è stato più volte fatto e ritirato, con l’agenzia di stampa ungherese MTI che ha rettificato le dichiarazioni del ministro agli Interni ungherese circa la “priorità di garantire l’accesso a Romania e Bulgaria in Shengen”."
mercoledì 5 gennaio 2011
SORPASSO!!!
Non è più il browser di Microsoft a dominare il mercato europeo.
Internet Explorer è stato scalzato dal vertice della classifica dei browser più usati in Europa, cedendo per la prima volta il passo a Firefox.
In particolare, nello scorso mese di dicembre, il browser sviluppato dalla Mozilla Foundation ha ottenuto una quota di mercato pari al 38,11 per cento. Quello di Microsoft ha dovuto invece arrendersi con una quota pari al 37,5 per cento.
IE rimane comunque il browser dominante in terra statunitense, dove può attualmente contare su un market share del 49 per cento circa. Nel Vecchio Continente si parla invece di una lenta discesa che dura ormai da due anni.
sabato 1 gennaio 2011
Un bilancio per l’euro – di Matteo Callegari
Fine anno, tempo di bilanci. Una delle frasi più abusate con l’avvicinarsi di San Silvestro rimanda il pensiero a chi, dopo il suo anno più nero, di un bilancio, oltre che di una seria riflessione, merita: l’euro. Mentre persistono le difficoltà nel quietare la crisi dell’euro-area, risulta chiara una questione: Quale sarà il futuro della moneta unica?
Un contributo alla discussione ci arriva da Geoffrey Wood, che affronta il tema in un paper pubblicato da “Aperta Contrada”.
Il problema più evidente riguarda l’aumento di costo nell’allocazione dei titoli sovrani da parte dei PIGS. Le cause di questo aumento sono molteplici. Generalmente diverse fra loro, condividono delle radici comuni. Wood, nell’indagine di queste radici, risale al dibattito preesistente all’unione monetaria: la questione dell’area monetaria ottimale.
Come riassunto da Bennet T.McCallum (PDF), più l’area di unione monetaria è larga, più è possibile godere dei benefici microeconomici derivanti dall’utilizzo della stessa valuta. D’altro canto, un’area più ristretta consente il ricorso alla politica monetaria in caso di shock improvvisi. Lo studio teorico sui problemi di “grandezza”, però, non è riuscito a produrre risultati operativi utili. Sono stati individuati una serie di fattori, per i quali un’area è da (o da non) considerarsi ideale per un’unione monetaria; ma pochi di essi ci forniscono la possibilità di quantificare realmente le variabili adeguate a determinare un’area ottimale per la moneta. In questo senso, Wood propone un parallelo con un’altra teoria storica: la Teoria della dimensione ottimale dell’impresa (G. Stigler, “The Economies of Scale”, Journal of Law and Economics, 1, 1958). Come osservato da Stigler, “La teoria ha fallito, poiché ha eluso la possibilità di arrivare a misurazioni pratiche”; e arriva alla conclusione che “la definizione di base per la dimensione ottimale delle imprese è che esse possano mantenere la propria grandezza nella competizione con altre imprese”.
Per l’autore, la conclusione a cui giunge Stigler può essere utilizzata nell’ambito delle aree monetarie. In questo senso, si può effettuare una paragone con gli Stati Uniti. La dimensione dell’area e la forza economica ne fanno un facile oggetto di paragone. Wood vede però come all’interno dell’Unione Europea non si verifichi quella mobilità di fattori produttivi che avviene sul suolo statunitense. Difficilmente le imprese si spostano in modo tale da sfruttare pienamente i vantaggi che possono scaturire da zone più depresse. Inoltre i problemi di lingua, la mancanza di coesione politica e culturale rendono lontano l’avvicinamento a ciò che avviene negli USA. Quello che preoccupa è la mancanza di caratteristiche tali da compensare questi problemi di coesione. Uno dei difetti maggiori derivante da questa situazione lo si trova in uno dei casi più impegnativi degli ultimi mesi: quello irlandese. Allo scoppio della crisi, insieme al bank run di Northern rock, risultò evidente una situazione di difficoltà anche per le banche irlandesi. La risposta del governo fu tempestiva: una garanzia su tutti i depositi. La corsa alle banche terminò, ma il problema venne rinviato, non risolto. La situazione delle banche irlandesi era infatti peggiore del previsto: non bastò un inasprimento fiscale volto a reperire i fondi con i quali restituire i prestiti. Risultò evidente che le banche non sarebbero state in grado di restituire tale somma. Di fronte allo spettro di una nuova corsa, l’intervento del FMI e della UE hanno rinviato nuovamente la situazione. Ma, si chiede Wood, può una situazione debitoria insostenibile essere risolta con nuove iniezioni di debito? Questo può continuare solo fino a quando i nuovi debiti saranno più grandi e a minor tasso d’interesse di precedenti.
Chiaramente questi nuovi debiti significheranno, per l’Irlanda, anni di tasse più elevate. Con il rischio di assistere ad una nuova emigrazione generazionale per gli irlandesi. Il problema quindi non viene risolto, ma sostituito da un nuovo tipo di problema. Inoltre, nelle condizioni attuali, è chiaro che viene messo in evidenza a quali condizioni dovranno concludersi eventuali nuovi bailout: prestiti a basso costo e a lungo termine. E a farsi carico di questi prestiti dovrebbero essere in maggior misura i tedeschi: per quanto si accolleranno questo fardello? Per di più, questo non incide sulle persistenti difficoltà strutturali dell’unione: la bassa crescita di produttività non è compensata dalla mobilità del lavoro e flussi di capitale anticiclici non permettono l’armonizzazione delle differenze fra Paesi.
In conclusione, si possono dedurre gli ipotetici scenari di fronte ai quali ci potremmo trovare nel prossimo futuro: la divisione dell’euro fra aree più forti e aree deboli, un ritorno di alcuni Paesi alla propria valuta, un’armonizzazione politica e fiscale, o la fine dell’unione monetaria. Questi scenari riguardano un ambito di decisione più strettamente politico, ma di una cosa siamo certi, l’euro potrà sopravvivere, ma non nella sua forma attuale.
"lunedì 27 dicembre 2010
Uccidono i cristiani ma è l'Europa ad essere morta
Nel giro di poche ore l'Ue si dimentica delle festività critiane e si rifiuta di equiparare le vittime del comunismo a quelle del nazismo. E se ne frega se attaccano le chiese in Nigeria e nelle Filippine
domenica 21 novembre 2010
Europeana, 14 milioni di bit di sapere
lunedì 10 maggio 2010
Addio Euro?
...
Creando due blocchi, ridurrebbe lo stigma su ogni singolo paese e consentirebbe al Sud di continuare a detenere una valuta liquida. La svalutazione dell'euro-sud rispetto all'euro-nord ridurrebbe il peso del debito pubblico e privato e permetterebbe un recupero di competitività che rilancerebbe l'economia. Eliminata l'incertezza gli investimenti riprenderebbero.
Inconcepibile? Perfino gli Stati Uniti lo fecero negli anni 30. Di fronte ai costi economici e sociali prodotti dalla Grande Depressione, gli Stati Uniti abbandonarono la parità aurea e trasformarono tutti i contratti scritti in dollari-oro in contratti in dollari carta svalutati. Perché gli stati del Sud Europa non dovrebbero abbandonare la parità con l'euro e trasformare i contratti scritti in euro in contratti in uno svalutato euro-sud?
Una legittima passione per l'unità europea ha accecato i padri fondatori dell'euro. Come due innamorati che sperano che il loro matrimonio eliminerà i rispettivi difetti, i padri fondatori si sono illusi che l'Unione Europea avrebbe creato lo spirito europeo. In verità, la libera circolazione delle persone, le borse di studio Erasmus e l'uso sempre più diffuso dell'inglese stanno lentamente formando uno spirito europeo.
Ma ci vorranno molti decenni, forse secoli, prima che un cittadino finlandese consideri un greco alla stregua del suo vicino di casa. Più di un millennio di divisioni non si cancella nello spazio di un decennio. Un'unione coatta non aiuta l'economia, ma neppure le possibilità di un'unione futura. Per salvare lo spirito europeo è meglio un divorzio consensuale, che preservi l'unione economica senza forzare quella monetaria. L'alternativa, uno stillicidio di litigi e recriminazioni, potrebbe essere devastante.
Domanda mia: ma a questo punto, non sarebbe meglio che ognuno si riprenda la propria moneta? In fondo, i problemi di "consnstenza" tra Nord e Sud non si ripresenterebbero (magari, in misura minore) anche, tanto per dire, tra Grecia e Italia?
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/9-maggio-2010/due-euro-meglio-uno_2.shtml