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domenica 16 gennaio 2011

In difesa del Brasile

In difesa del Brasile: "

Se io fossi nei panni delle autorità brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia. Che garanzie di giustizia può dare un Paese il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che “la magistratura è il cancro della democrazia italiana”, che “all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi”, che “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”? Dice: ma Battisti è stato condannato molti anni fa, nel 1985, nel 1991, nel 1993, prima dell’era berlusconiana. Ma se la Magistratura è il “cancro della democrazia” non lo è diventata improvvisamente dall’avvento di monsieur Berlusconi, se la suo interno ci sono “associazioni a delinquere”, ci sono oggi come potevano esserci anche ieri.


Che garanzie hanno le Autorità brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni? Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà dei propri cittadini”. Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità del nostro Stato. Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato. E in effetti l’Italia non è uno Stato democratico. Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata. Non è uno Stato democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese. In realtà, nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso. Di destra e di sinistra. Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino.


Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente. Perché, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio? In verità siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere. E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese. Nella sostanza e nell’immagine. Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perché il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti. Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato. All’interno ci consideriamo un Paese democratico. All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.


da Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2011

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domenica 10 ottobre 2010

Liberi, davvero?

Liberi, davvero?: "

Mi chiedo, a volte, se in Italia e nelle democrazie europee esiste ancora la libertà di espressione.

La comunità ebraica per una frase infelice, ma non più che infelice, sulla kippah detta in Senato dall’onorevole del Pdl Ciarrapico – che ben più sostanziali magagne ha sul groppone – ne ha chiesto l’espulsione dal Parlamento. Daniele Nahum, presidente dei Giovani ebrei italiani, ha dichiarato: “L’espulsione è un atto dovuto perché in quelle parole sono intesi comportamenti antisemiti che devono essere puniti” (ci si è dimenticati che un parlamentare è irresponsabile per ciò che dice nell’esercizio delle sue funzioni).

Il pm di Varese ha incriminato 22 giovani, che nel 2007 avevano festeggiato, in una birreria di Buguggiate, il compleanno di Hitler e intonato cori nazisti, “per incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi etnici e razziali”. La Digos ha poi seguito questi ragazzi e ha potuto appurare che non fanno parte di nessuna organizzazione e che non hanno commesso, né in quella occasione né in altre, alcun atto di violenza per cui è caduta l’imputazione di “ricostituzione del partito nazista”. Sono stati incriminati quindi solo per aver espresso il loro credo politico, in base alla “legge Mancino”.

Se fosse viva, Oriana Fallaci sarebbe sotto processo in Francia “per incitamento all’odio razziale”, a causa dei suoi pamphlet antislamici. Sotto processo ad Amsterdam è Geert Wilders, il deputato anti-islam che alle recenti elezioni ha ottenuto un milione e mezzo di voti, per aver paragonato il Corano al Mein Kampf. In Francia è proibito indossare il burqa nei luoghi pubblici in nome della laicità dello Stato. In Italia è proibito con l’escamotage che il viso deve essere scoperto (e allora proibiamo anche i caschi da moto sotto cui si mascherano spesso i killer, mentre una donna in burqa è molto meno insidiosa proprio per l’evidenza del suo vestire).

Nelle democrazie baltiche è punita “l’apologia del   comunismo”. A Vienna lo storico inglese David Irving si è fatto due anni di carcere perché nei suoi libri ridimensiona le cifre dell’Olocausto (sia chiaro che, per quanto mi riguarda, questi macabri conteggi sono totalmente privi di senso, l’orrore non cambierebbe di un ette se gli ebrei sterminati fossero 4 milioni invece di 6 e nemmeno se un solo bambino ebreo o palestinese o malgascio fosse stato o fosse ucciso solo perché ebreo o palestinese o malgascio).

Una democrazia, se è tale, deve accettare tutte le opinioni anche quelle anti-democratiche o che paiono più aberranti. È il prezzo che paga a se stessa e che la distingue dai regimi totalitari. L’unico discrimine è che nessuna idea, giusta o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza. L’odio, anche razziale, è un sentimento e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Io ho diritto di odiare chi mi pare. Ma se gli torco anche un solo capello devo andare in gattabuia. Se in una democrazia, pur con le migliori intenzioni, si limita, anche solo parzialmente, la libertà di espressione su cui si basa si sa da dove si comincia ma non dove si va a finire.

Non per nulla il più deciso avversario della legge Scelba, che puniva come reato “la ricostituzione del partito fascista”, fu Togliatti che, da quell’uomo intelligente che era, capiva benissimo che si inizia con i fascisti e si finisce con i comunisti. Oggi si puniscono le espressioni razziste, anti-semite, anti-islamiche e in tal modo si è imboccata, in Italia, una strada scivolosa per cui domani potrebbero essere considerati reati manifestazioni di anti-americanismo, di anti-nazionalismo, il parteggiare per i talebani e così via. La “legge Mancino”, diciamo le cose come stanno, è una legge liberticida, degna di un regime fascista.

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sabato 2 ottobre 2010

Lega, tutto da buttare?

Lega, tutto da buttare?: "

Alla Versiliana, dove due settimane fa il Fatto ha festeggiato lo straordinario successo del suo primo anno, ho sentito molte invettive contro Berlusconi, ma quasi altrettante contro la Lega. Secondo me è un errore. Quello che dovrebbero fare le opposizioni è cercare di inserire un cuneo fra Lega e Pdl. Ed è possibile. La Lega non è necessariamente di destra. In quanto movimento localista, almeno concettualmente, non è né di destra né di sinistra. Quando Bossi sognava ancora la “Padania libera” e organizzò le elezioni nei gazebo fece mettere in lizza anche un “Partito comunista padano“, a significare che, una volta liberatasi del giogo di Roma, tutti i partiti avrebbero avuto diritto di cittadinanza. E una sera che, davanti alla classica pizza, ero a cena con lui, ancora sano, oltre che affettivo e simpatico come sempre, gli chiesi: “Dimmi la verità, Umberto, pistola alla tempia, tu sei più di destra o di sinistra?”. “Di sinistra” rispose “ma se lo scrivi ti faccio un culo così”.

Umberto Bossi è l’unico, vero, uomo politico comparso sulla scena italiana negli ultimi vent’anni. E, come tale, è un pragmatico. Ha, da sempre, un obiettivo, il federalismo, e per raggiungerlo è disposto ad allearsi con chiunque. Certo sarebbe stato meglio se il federalismo si fosse realizzato nella forma, ipotizzata dalla Lega delle origini, delle tre “macroregioni“, senza per questo mettere in dubbio l’unità nazionale, perché è un fatto che Nord, Centro e Sud del Paese sono, economicamente, socialmente, culturalmente, climaticamente, realtà diverse e dovrebbero potersi sviluppare secondo le proprie vocazioni. E una “macroregione” è sufficientemente ampia per poter fare programmi di ampio respiro, ma anche sufficientemente coesa per dare risposta ai bisogni identitari. Mentre un federalismo spalmato su 20 regioni è molto meno convincente. Ma tant’è, pur di liberarci di Berlusconi, vale la pena di dare a Bossi questo federalismo intisichito e forse dispendioso. E il momento è favorevole.

Il Cavaliere, tutto teso a risolvere ex lege i suoi “problemi giudiziari”, non è in grado di realizzare il federalismo di cui, peraltro, non gli frega niente. Bossi lo sa ed è per questo, per rimescolare le carte, che vuole andare alle elezioni. Inoltre si profila nel Meridione la nascita di un forte movimento autonomista, che è una spina nel fianco del cesarismo berlusconiano ma corrisponde al programma originario di Bossi che è sempre stato quello di isolare Roma, in quanto centro assoluto del parassitismo, del clientelismo e del malaffare come la cronaca di ogni giorno ci dice. È anche vero che negli ultimi anni la Lega ha molto accentuato i suoi atteggiamenti xenofobi. Ma anche questa è una conseguenza dell’alleanza con Berlusconi. Avendo dovuto abbandonare, a causa di quest’alleanza, alcune idee fondanti, come il no alla globalizzazione, che è, in radice, antitetica a ogni localismo, e il no, per le stesse ragioni, all’imperialismo americano (qualcuno ricorderà che quando gli Usa attaccarono la Serbia, alcuni dirigenti leghisti si recarono a Belgrado a fare gli “scudi umani“), è stata spinta, per distinguersi, a pigiare il pedale della xenofobia.

Non era così alle origini. La mitica “Padania” era “di chi ci vive e ci lavora”. Punto. Senza andargli a fare l’esame del sangue. Ma una volta staccatasi da Berlusconi potrebbe, forse, alzare il piede da quel pedale. Infine la Lega è l’unico partito che, in questi anni, ha migliorato i suoi quadri passando dal folklorismo degli Speroni ai Cota, ai Calderoli, mentre Bobo Maroni si sta rivelando un ottimo ministro dell’Interno. E sulla legalità, proprio per la composizione popolana del suo elettorato, non è distante dalla sinistra. È facinorosa a parole, ma molto più moderata e ragionevole nei fatti, come ha dimostrato durante il governo Dini. È un movimento che, ovviamente, può non piacere, ma col quale, a differenza dell’energumeno Berlusconi, si può dialogare in modo serio. Se fossi nei panni dell’opposizione io ci proverei invece di continuare, ottusamente, a demonizzarla.

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sabato 28 agosto 2010

Quando feltri picchiava su Berlusconi

Quando feltri picchiava su Berlusconi: "

A scartabellare vecchi giornali viene il magone, soprattutto se vi si è lavorato, ma si trovano a volte delle cose divertenti oltre che istruttive. Leggete qui: “Diconsi quattordici anni. Durante i quali la Rai ha mantenuto gli antichi privilegi (canone, diretta, deficit ripianato dallo Stato) e la Fininvest ne ha scippati vari per sé, complici i partiti, la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci, con la loro stolida inerzia, e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata ‘decreto Berlusconi’ cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura in un soprassalto di dignità e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Niente. Non soltanto non sono morti, ma sono ancora lì, in piena salute, a far danni alla collettività, col pretesto di curarne gli interessi, interessi che sarebbero gli stessi, secondo loro, del dottor Silvio di Milano due, il quale pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba .Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il Bollettino dei naviganti e la Gazzetta Ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia? Poiché nemmeno il garofano, pur desiderandolo, ha osato chiedere tanto per l’amico antennuto, cosa che avrebbe impedito ogni spartizione per esaurimento del materiale da spartire, eccoci giunti allo sgradito momento della resa dei conti: il varo dei capolavori di Mammì, che non è il titolo di una canzonetta, ma il ministro delle Poste, colui che ha scritto sotto dettatura il testo per la disciplina dell’etere (L’Europeo, 2 agosto 1990).
Di chi è questa prosa scintillante e allegramente e ferocemente antiberlusconiana e anticraxiana? Di Vittorio Feltri. Era quello il Feltri che amavo, anarchico di destra, certamente, ma sul quale non era ancora passato il berlusconismo, col quale ho vissuto due stagioni straordinarie all’Europeo e all’Indipendente. Siamo due calciatori che hanno lo stesso linguaggio tecnico, anche se in ruoli diversi, e che si intendono a meraviglia. Anche quando lasciò l’Indipendente per il Giornale, e io l’avevo trattato ripetutamente da “traditore”, da “canaglia”, da “furfante” (e lui è permalosissimo, come una donna) tutte le volte che ho avuto bisogno di piazzare un pezzo che nessun altro giornale avrebbe osato pubblicare ho chiesto ospitalità a Feltri. Perché tutto si può dire di Vittorio tranne che non abbia l’intuitaccio del giornalista, quello delle Fallaci, dei Montanelli, dei Malaparte, insomma dei grandi e dei grandissimi del nostro mestiere.
La stagione veramente indimenticabile è stata quella dell’Indi. Nel giro di un anno e mezzo, dal marzo del ‘92 all’autunno del ‘93, passammo, sotto la sua direzione, dalle 19500 copie cui l’aveva lasciato l’ectoplasma similanglosassone Ricardo Franco Levi alle 120 mila, una cavalcata che non ha precedenti nella storia del giornalismo italiano (speriamo che il record possa essere superato dal Fatto, che per molti versi, anche se qualcuno storcerà il naso, si apparenta a quell’Indipendente. Travaglio dice che ci siamo vicini, ma sull’entusiasmo di Marco bisogna fare sempre un po’ di tara).
Gli inizi furono difficilissimi. Si diceva che il giornale avrebbe chiuso ad aprile, dopo un mese. Ma vennero le elezioni del 5 aprile con la travolgente avanzata della Lega. E sia Feltri che io, quando stavamo ancora all’Europeo, eravamo stati fra i pochissimi giornalisti, con Giorgio Bocca, a guardare il fenomeno Lega con quell’attenzione che sempre si dovrebbe alla realtà senza pregiudizi e sciocche demonizzazioni, e ci trovammo quindi in “pole position”. La vittoria della Lega scatenò Mani Pulite e Mani Pulite scatenò l’Indi, anche perché gli altri giornali, tutti compromessi col vecchio regime, avevano il freno a mano tirato. Inoltre, con la caduta della Prima Repubblica, molti lettori avevano perso i loro punti di riferimento e venivano da noi. Così potevamo scrivere le cose che gli piaceva sentirsi dire ma anche le cose che non gli piaceva sentirsi dire.
Il giornale era tendenzialmente liberista ma io vi scrivevo i miei pezzi anti-mercato e antindustrialisti e questo portava un altro tipo di lettori. Arrivarono editorialisti da ogni dove, di destra e di sinistra. Fare parte del giro dell’Indi era diventata una moda. Feltri orchestrò magistralmente questa polifonia di voci. Il giornale manteneva una sua fisionomia inconfondibile: quella del suo direttore, che si era inventato il “feltrismo”. Davanti a noi si stendevano praterie. Se Montanelli veniva via dal Giornale (col quale eravamo già in fase di sorpasso), come pareva inevitabile, ci sarebbero arrivati altri 30 o 40 mila lettori senza colpo ferire. Feltri si lamentava che Zanussi non era un vero editore, che non capiva nulla, che non gli dava i rinforzi necessari. Io replicavo che l’assoluta libertà di cui godevamo (quando fu arrestato l’amministratore del nostro giornale sparammo la notizia in testa alla prima pagina) era un “fattore del prodotto” più importante dei rinforzi. Eravamo un po’ sgangherati, certo, ma liberi.
E questo il lettore lo percepiva e ci passava sopra. Insomma, per parafrasare l’Hemingway di Festa mobile, quelli erano “i bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici”. E lo era anche Vittorio che pur, di suo, ha una natura profondamente melanconica.

Ma qualcosa cominciò a scricchiolare già nell’agosto del ‘93 quando Feltri mi invitò a cena e mi pose la terrificante domanda: “Se vado al Giornale vieni con me?”. Cercai di spiegargli che era un errore, sia in termini generali sia per lui (cosa che successivamente, dopo che ad ogni incontro lo ulceravo con questa questione, ha finito, sia pur a denti stretti, per ammettere). Finimmo quella cena un po’ brilli di vino bianco e col suo grido: “In culo al Berlusca, restiamo all’Indi!”. Questa scena si ripeté almeno altre due o tre volte. Il giorno dopo l’ultima, conclusasi con lo stesso rituale, firmava per Berlusconi. Dopo è cambiato tutto. Era stato un fan senza riserve di Antonio Di Pietro (che chiamava affettuosamente “Tonino”) e di Mani Pulite, con eccessi, lui sì, forcaioli, e divenne nemico acerrimo della Magistratura. Non c’era errore, vero o presunto, di magistrato fosse stato commesso pure in Nuova Zelanda (non dico per dire, c’è stato anche questo) che non fosse sbattuto in prima pagina con critiche feroci e sarcastiche. Divenne un “garantista” a 24 carati (salvo dimenticarsi bellamente di ogni garantismo ora che, per ragioni di scuderia, ha scatenato la “caccia all’uomo” nei confronti di Gianfranco Fini). Era stato un sostenitore appassionato della Lega e le voltò da un giorno all’altro le spalle quando Bossi nel ‘94 abbatté il governo Berlusconi con quello che resta il suo miglior discorso in Parlamento. Mi ricordo che dopo quell’avvenimento ci trovammo insieme a un dibattito a Bergamo con una platea zeppa di leghisti che lo attaccavano pesantemente come “traditore” e “voltagabbana”.

Io lo difesi a spada tratta ricordando a quella gente che comunque aveva un debito di riconoscenza con Feltri che aveva difeso la Lega in tempi difficili. E Vittorio, di nascosto, sotto il tavolo, mi prese la mano in segno di riconoscenza. Era anticraxiano e, in omaggio ai trascorsi del Capo, divenne filocraxiano. Insomma nella seconda parte della sua vita ha sconfessato tutta la prima. Uno sfacelo.Io ho affetto per Vittorio Feltri e lo considero il miglior direttore di giornale della sua generazione e anche di un paio precedenti. E mi fa male al cuore vederlo ridotto a un pitbull di Berlusconi, senza una vera ragione (perché Feltri, checché se ne pensi, non è un vero cinico, alla Giuliano Ferrara per intenderci), vederlo sprecare il suo grande talento per un uomo che non lo merita e non lo vale. Ma così è. Così è la vita che ti costringe, via via, a lasciare anche i compagni che ti sono stati più cari.

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venerdì 20 agosto 2010

Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore

Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore: "

Che Francesco Cossiga sia stato “il picconatore” della Prima Repubblica, come hanno titolato ieri tutti i giornali, di destra e di sinistra, è una leggenda metropolitana che non si capisce come si sia potuta creare. Se “picconò” mai qualcosa fra il 1990 e il 1992, quando era Capo dello Stato, fu proprio quello che allora veniva chiamato “il nuovo che avanza”: la Lega, la Rete, Leoluca Orlando, Mani Pulite.

La telefonata a Miglio
Prima delle elezioni del 1990, violando ogni regola di imparzialità imposta dalla sua carica, attaccò pesantemente la Lega allora agli albori e qualche mese dopo definì i leghisti “criminali”. Inaudita è la telefonata intimidatoria che fece a Gianfranco Miglio, il principale consigliere di Bossi, come qualcuno ricorderà, il 26 maggio 1990, pochi giorni dopo le elezioni, e che lo stesso Miglio ha raccontato in un libro: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). E Miglio così proseguiva: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo, avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”.
Cossiga non ha mai querelato Miglio per queste affermazioni gravissime che denunciavano atti (la telefonata intimidatoria con i suoi corollari) che andavano ben oltre la violazione clamorosa del galateo istituzionale ma che non possono essere definiti altrimenti che criminali e che non hanno precedenti, nella pur nebulosa storia dell’Italia repubblicana e che in qualsiasi altro Paese avrebbero provocato l’avvio immediato di un procedimento di impeachment. Ma gli scricchiolanti partiti della Prima Repubblica, che stavano per essere abbattuti dai colpi di maglio della Lega e di Mani Pulite, si guardarono bene dal muovere orecchia, plaudirono anzi alle iniziative antileghiste e anti-magistratura così come oggi altri partiti, diversi nei nomi ma non nella sostanza, e le più alte cariche dello Stato lo beatificano come “Padre della Patria” e definiscono “insigne costituzionalista” un uomo che ha sistematicamente violato, e nei modi più gravi, la Costituzione (sia detto di passata: docente di Diritto Costituzionale Francesco Cossiga non ha mai scritto un rigo in materia se non, nel 1950, una nota sulla Rassegna di diritto pubblico che conteneva un clamoroso errore sulle attribuzioni dei Pubblici ministeri e nel 1969, fatto credo unico, il Consiglio di Facoltà dell’Università di Sassari, su richiesta degli studenti, gli revocò la cattedra dopo che il futuro “Presidente emerito” era stato bocciato due volte agli esami per diventare ordinario, per salvarlo gli inventarono una cattedra di “Diritto costituzionale regionale”).

Il grande difensore
In compenso, se picconava “il nuovo che avanza”, Cossiga difese fino all’ultimo i socialisti che dell’ancien régime e delle sue sozzure, delle sue tangenti, delle sue prevaricazioni erano considerati l’emblema. “Perché li difende?” gli chiesi una volta che mi aveva invitato al Quirinale dolendosi per alcune critiche che gli avevo mosso. “Oh bella – rispose – perché i socialisti difendono me”. Che non mi sembra un bel modo di ragionare per un Presidente della Repubblica. Del resto nella Prima Repubblica, e proprio nel suo centro, la Democrazia Cristiana, aveva fatto tutto il suo “cursus honorum”. Lui stesso ammise, in un momento di rara lucidità, di essere “un puro prodotto dell’oligarchia”.
Forse l’averlo confuso con un “picconatore” deriva dal fatto che negli ultimi due anni del suo settennato si mise a insultare, nel modo più gratuito e sguaiato, uomini politici e non, con cui aveva vecchie e nuove ruggini personali: “piccolo uomo e traditore” (il dc Onorato), “cappone” (il dc Galloni), “zombie con i baffi” (il pds Occhetto), “poveretto” (il dc Flamigni), “analfabeta di ritorno” (il dc Zolla), “mascalzone, piccolo e scemo” (il dc Cabras), “cialtrone e gran figlio di puttana” (Wallis, caporedattore della Reuter) e, infine, un onnicomprensivo “accozzaglia di zombie e di superzombie” appioppato all’intero Parlamento.
Da allora si aprirono le cateratte e furono una serie di messaggi trasversali, cifrati, allusivi, intimidatori, secondo il suo miglior stile. Ricattò il governo con una grottesca e inapplicabile “autosospensione”, minacciò undici volte le dimensioni, minacciò una crisi perché due parlamentari si erano permessi di concedere un’intervista a La Repubblica, giornale a lui sgradito.

Finito il suo mandato si sperò che di Francesco Cossiga non si sarebbe sentito parlare più. E invece ha continuato a mestare, a mandare messaggi trasversali, a creare partitini (l’Udr, l’Upr, l’Associazione XX settembre, il Trifoglio) che otterranno sempre percentuali di albumina, senza però dismettere mai quell’aria di arrogante superiorità che non si capisce bene su che si fondasse se non sul suo delirio narcisistico che tutto riportava a sé, tutto riferiva a sé, come se il mondo intero ruotasse intorno alla sua augusta persona. È stato un vecchio malvissuto. E noi non saremo così ipocriti da scrivere ora, perché è morto, cose diverse da quelle che scrivevamo quando era vivo.

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domenica 11 luglio 2010

Il tumore dell’universo

Il tumore dell’universo: "

Grande deve essere stato il raccapriccio dell’Universo all’apparire della vita. La geometrica perfezione siderale, l’esattezza dell’astratto, la cristallina purezza dell’inorganico venivano improvvisamente sconciate da qualcosa dalle forme indefinite e indefinibili, viscida, sbavante, che invece di starsene al suo posto o di spostarsi per eterne, maestose e immutabili ellissi, si agitava scompostamente, lasciando dietro di sé una scia di disgustose deiezioni. E questa cosa si riproduceva, tendeva a moltiplicarsi, a enfiarsi, a tumefarsi.

Questa vita cui noi diamo tanta importanza dall’attribuirle origini divine e dall’aver costruito su di essa infinite e improbabili cosmogonie, potrebbe essere nient’altro che un tumore dell’Universo, un grumo di atomi impazziti che ha perso la direzione, il proprio telos. Del tumore ha l’andamento. Nacque nelle abissali profondità marine e per molto tempo se ne stette in uno stato di apparente quiescenza, invisibile e inavvertibile. Ma intanto lavorava sordamente, incessantemente. Finché comparve alla superficie. Una cosa da nulla, dapprima, un piccolo neo innocuo. Era invece un melanoma devastante. In un battito, rispetto all’esistenza senza tempo dell’Universo, attaccò l’intera superficie del corpo malato e la occupò. E in breve fu metastasi. Lì per lì l’uomo non sembrò che una delle varianti dell’impazzimento, non più pericolosa di quelle che l’avevano preceduta. Era minuscola e insignificante, ma aveva un’attitudine che si rivelò ben presto assai insidiosa: mentre sin lì la malattia si era limitata a stendersi sull’epidermide inorganica senza intaccarla che molto marginalmente, questa nuova forma era invece particolarmente aggressiva, scavava, penetrava in profondità, manipolava, trasformava e si nutriva dello stesso tessuto malato. Era il tumore di un tumore.

Comunque all’inizio questa forma particolarmente maligna si mosse lentamente, con circospezione. Ma man mano che avanzava, autopotenziandosi, si vide che la sua capacità di moltiplicarsi, e soprattutto di corrompere tutto ciò che la circondava, aveva ritmi esponenziali. Nell’ultimissimo tratto del percorso era avanzata molto di più che nell’intero arco della sua esistenza. Un progresso sbalorditivo, un’eruzione spettacolare che era già visibile anche a distanze siderali.
Se ne accorse persino il distratto Creatore, che stava giocando con lo jo-jo. Riunì i suoi Assistenti. Che fare? Distruggere lo spiacevole inquilino con l’esplosione di un paio di galassie? Uno che aveva particolarmente fretta suggerì di far inghiottire tutto da un buco nero e di non pensarci più. La cura sembrò a molti troppo drastica e pervasiva: bisognava distruggere la malattia, non fare a pezzi il malato. Altri proposero quindi di colpire in modo mirato: una dozzina di grossi meteoriti, ben diretti, sarebbero andati a meraviglia. In tal modo c’era però il rischio di non riuscire a raschiar via completamente l’immondo tessuto ed era evidente che lasciarne anche solo un brandello significava essere punto a capo perché la malattia consisteva proprio nella sua capacità di autoriprodursi. Il Creatore taceva, facendo andare su e giù lo jo-jo con aria annoiata. Detestava le grane. Aveva creato tutto alla perfezione per non averne. Ad un tratto gridò: “Eureka!”. Nella sua infinita sapienza e onniscienza aveva trovato la soluzione. Era, come sempre, la più semplice. Bisognava che la malattia facesse il suo corso fino alle estreme conseguenze. Uccidendo il malato avrebbe ucciso anche se stessa. Non c’era che da lasciar fare. Per fortuna il Caso, benevolo, aveva voluto che il morbo fosse ben isolato, in un campo limitato e circoscritto che non era riuscito a varcare. Avrebbe distrutto una parte infinitesima, ridicola del corpo celeste, un solo, minuscolo, insignificante pianeta. “Quel pianeta si chiamava… si chiamava… Terra” (“Apocalisse di Giovanni”).

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domenica 28 marzo 2010

Uomini, il buio oltre la siepe

Uomini, il buio oltre la siepe: "

In questo spazio, che il sabato ospita la rubrica Battibecco, ieri Massimo Fini ha scritto un’invettiva contro le donne, costituendosi alla prima riga: "Sono una razza nemica". Afflitte, proveremo qui, con indulgenza, a rassicurarlo. Dice che abbiamo "la lingua biforcuta", non accorgendosi delle troppe malvagità che il "maschio scrivens" ci dedica nel suo articolo. E poi: "L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco". Dobbiamo sentirci in colpa perché non siamo banali? "Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole": ma, cher ami, non si può prendersela con il "nemico" se ha affinato meglio l’arte della pugna. Certo: più difficile attrezzarsi per la battaglia, più semplice urlare al raggiro.



Capitolo lacrime: pare si abbia - noi e voi - in dotazione il medesimo apparato di secrezione. Se ne produciamo in quantità maggiore è perché tendiamo a non spaventarci appena si affaccia un’emozione, come se fosse il babau. In più le lacrime migliorano la trasparenza ottica. E non è un male avere sguardi nitidi: così, quando ci guardate negli occhi (quando lo fate) si vede meglio. "Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda". Naturalmente, per una legge economica, non è chi detiene l’offerta a dettare la domanda. Il potere comunque non è un peccato, basta usarlo bene. Le signore che con lo sciopero del sesso fanno finire la guerra del Peloponneso nella "Lisistrata" di Aristofane, insegnano.



Sempre sul tema dell’eros: "La cosa interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale". Sul piacere in effetti sembra sia vero: due fonti di godimento sono più di una (il pontefice massimo della sessualità, il dottor Sigmund, però sosteneva che quello clitorideo è infantile). È sull’interesse che si fatica a condividere l’affermazione, specie se giunge dal rappresentate di un genere che spesso -più che dal cervello - sembra farsi guidare da quell’organo che procura il piacere. É stata una terribile fitta al cuore - causa di un capogiro e conseguente mancamento - scoprire nel seguito dell’articolo che "da quando si sono finalmente 'liberate' sono diventate insopportabili. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli".



Ma no, le carrierucce non sono da segretaria. Ci vengono "concessi" anche ruoli diversi. Talvolta capita anche di avere, nei giornali, la responsabilità di servizi e pagine: tra cui perfino questa, quella dei commenti del "Fatto". E lo facciamo volentieri, perfino quando capita di dover titolare qualche corbelleria. Sul diritto di famiglia che accorda - in caso di separazione - il privilegio di tenersi figli e casa, bisognerebbe scrivere un trattato. Son cose che si sanno (tipo: i figli è bene che non siano costretti a cambiare casa, oltre che dinamiche familiari). Dovremmo davvero essere più generose dopo che lui, tra il filo interdentale e lo spazzolino, accidentalmente ci ha detto: "Scusa cara, volevo dirti che sto con Jessica da due anni. Sai, non ti amo più". Anzi, "non ti amo più" non viene nemmeno proferito: l’amore è scansato come una terribile sfiga. È un sentimento pericoloso, inutile e nocivo: si rischia la "dipendenza". Ma è la conclusione che svela la resa dei Fini: "Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe". Oltre la siepe c’è, notoriamente, il buio.



Da il Fatto Quotidiano del 28 marzo

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sabato 27 marzo 2010

Donne, guaio senza soluzione

Donne, guaio senza soluzione: "Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.



Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.



Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.



Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.



Da il Fatto Quotidiano del 27 marzo"