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domenica 20 febbraio 2011

Wikileaks, omissioni e travisamenti così Repubblica manipola i dispacci

Wikileaks, omissioni e travisamenti così Repubblica manipola i dispacci: "

Repubblica e L’espresso nascondono i giudizi per loro più scomodi sull’Italia dell’ambasciata americana: "La magistratura? Una casta inefficiente e autoreferenziale". "Il governo Berlusconi alleato sincero e stabile""

WikiLeaks, l'Italia vista dagli Usa "Con Berlusconi paese ormai in declino"

WikiLeaks, l'Italia vista dagli Usa "Con Berlusconi paese ormai in declino"

Le valutazioni della diplomazia statunitense contenute nei nuovi documenti segreti. "La reputazione in Europa è lesa". "Il premier danneggia l'Italia ma ci è utile e non dobbiamo abbandonarlo, alla fine ne trarremo vantaggi"

domenica 6 febbraio 2011

Wikileaks “Come detto da Saviano scarso impegno contro la mafia”.

Wikileaks “Come detto da Saviano scarso impegno contro la mafia”.: "La Repubblica, 13 gennaio 2011.' Quelli che lottano contro la mafia - sottolinea il console
- hanno bisogno di essere considerati come dei modelli reali. E Saviano può ben essere su questa strada'.
'Quando gli abbiamo chiesto come il governo degli Usa, al di là della cooperazione giudiziaria, potrebbe supportare al meglio la lotta al crimine organizzato, Saviano, in aprile, ha risposto: 'Solo parlando della questione, le date una credibilita' che il resto del mondo, italiani inclusi, non può ignorare'."

lunedì 31 gennaio 2011

Dal copyright alla censura - Tutti contro la delibera AGCOM

http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/01/30/news/sequestro_siti_esteri_italia-11841940/

STA PER arrivare in Italia un sistema automatico e diretto per sequestrare siti esteri, di qualsiasi tipo: da Wikileaks a giornali online stranieri; da blog a video amatoriali. E' quanto sostiene una campagna che partirà oggi pomeriggio, firmata da numerose associazioni e inviata in forma di lettera aperta indirizzata al Parlamento. Nel mirino c'è una delibera Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) sul diritto d'autore e ora in consultazione pubblica. Prende forma quindi un allarme che già era nell'aria 1: cioè che quella delibera potrebbe trasformarsi in uno strumento di censura di siti stranieri. Ne sono convinti gli aderenti alla campagna, che con iniziative e spot su vari media: Adiconsum, Agorà Digitale di Marco Cappato (Radicali), Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio. Un sito web 2 consentirà chiunque di aderire alla campagna e di seguirne gli sviluppi. La lettera parla di rischio che nasca un "un sistema di controllo e censura pervasivo". E denuncia come "anticostituzionale" la delibera. Che adesso è in consultazione pubblica e sulla quale in meno di un mese la stessa Agcom - sentiti i pareri - dovrà prendere una decisione.

"Il motivo di questo allarme si scopre tra le righe della delibera Agcom", spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di internet e tra i promotori della
campagna. "Si legge che Agcom si riserva il diritto di sequestrare (cioè di impedirvi l'accesso agli utenti italiani) siti prevalentemente adibiti alla violazione del copyright o i cui server sono posti all'estero. Come si vede, con quella congiunzione "o" si apre un mondo". "Qualunque cosa connessa al diritto d'autore e posta all'estero può finire nel mirino dell'Authority, che deciderebbe il sequestro in autonomia, senza passare dall'autorità giudiziaria. E' una cosa inaudita nei Paesi democratici. Ed è incostituzionale", aggiunge Sarzana. "Addirittura si legge in delibera che nelle intenzioni dell'Authority questo sistema di sequestro dovrebbe diventare automatico".
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domenica 26 dicembre 2010

Massimo D’Alema tra minacce e bugie

Massimo D’Alema tra minacce e bugie: "

Massimo D’Alema, esattamente come avevano fatto in casi analoghi Silvio Berlusconi e i suoi collaboratori, smentisce il contenuto dei cablogrammi dell’ambasciata Usa, pubblicati da Wikileaks. L’ex presidente del Consiglio assicura di non aver mai detto, nel luglio del 2007, all’ambasciatore Ronald Spogli che la ”la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano“.

È molto difficile credergli.

I dispacci tra le ambasciate e Washington vengono redatti ad uso interno. L’amministrazione americana richiede che siano precisi e circostanziati perché anche sulla base di quelle informazioni viene poi decisa la politica estera Usa. La pretesa (di Berlusconi e D’Alema) di dipingere le feluche statunitensi come un gruppo di imprecisi pasticcioni, soliti riassumere a casaccio il contenuto degli incontri con i loro interlocutori, fa quindi sorridere.

Nel caso di D’Alema, poi, basta veramente poco per capire come quelle parole sulla magistratura siano state da lui effettivamente pronunciate.

Nell’estate del 2007 D’Alema, Nicola La Torre e Piero Fassino, dovevano fare i conti con il deposito delle intercettazioni del caso Unipol-scalate bancarie. In quei giorni gli attacchi al gip Clementina Forleo, che come prevede la legge aveva messo il materiale a disposizione delle parti e poi ne aveva richiesto l’autorizzazione all’utilizzo al Parlamento, erano quotidiani.

Il contenuto dei nastri, del resto, dimostrava come tra gli uomini della Quercia ci fosse stato chi era intervento a piedi uniti nella competizione tra banche. Primo tra tutti D’Alema che, tra le altre cose, era arrivato a offrire un aiuto al big boss di Unipol Giovanni Consorte per convincere uno dei protagonisti economici della vicenda (Vito Bonsignore, allora eurodeputato Udc) a non intralciare il suo assalto alla Banca Nazionale del Lavoro. Il tutto in cambio di una mai precisata “contropartita” politica.

Insomma leggendo le carte era facile accorgersi che D’Alema, durante i mesi delle scalate, non si era limitato a fissare le regole del gioco per poi osservare la partita economica da fuori, come dovrebbe fare la politica. E che nemmeno si era limitato a tifare per uno dei contendenti, come per due anni aveva sostenuto. Era invece sceso in campo di nascosto e aveva tentato di dare una mano a Consorte per buttare la palla in rete.

Un comportamento sconcertante che, una volta scoperto, aveva suscitato imbarazzo e rabbia nell’elettorato di centrosinistra. E che aveva portato D’Alema e una parte dei Ds a reagire con toni e argomentazioni speculari a quelle utilizzate da Berlusconi.

Quando le intercettazioni erano state messe a disposizione degli avvocati e le prime indiscrezioni erano state riportate dai giornali, Il Corriere della Sera e La Repubblica avevano, per esempio, pubblicato uno sfogo di D’Alema, in cui l’ex presidente del Consiglio diceva: “La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire. Diciamoci la verità: è una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati. Qualcuno consente che si alimenti un clima da caccia grossa per mettere dei cittadini alla berlina. Allora dico: siamo ancora uno Stato di diritto? Io non vedo alcuna ragione di giustizia in tutto questo, dev’esserci dell’altro sotto… Magari tagliano, incollano, saltano pezzi di frase. Il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura… Quale elemento giustifica la pubblicazione di quel materiale? Quello che succede è intollerabile, dopo questo si apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie. Nel resto del mondo non accadono cose del genere. Il bello è che facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema. Perché qui c’è una questione grande come una casa… “.

Poi D’Alema si era presentato al TG5 e, dopo aver ringraziato Fini, Casini e Berlusconi per “le parole molto misurate” sullo scandalo Unipol, aveva tra l’altro affermato: “Si vuole indebolire il sistema politico e si cerca di colpire la forza più consistente di questo quadro politico“.

Insomma se questo era quello che il leader diessino dichiarava pubblicamente (per poi rincarare la dose qualche settimana dopo, al momento della richiesta di utilizzo delle intercettazioni) ci si può davvero sorprendere se all’ambasciatore Spogli ha detto:La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano?. Ovviamente no.

Su una cosa però D’Alema ha ragione. Una minaccia allo Stato italiano c’era e c’è ancora. È quella rappresentata dal rapporto malato tra politica e affari. Un rapporto che ha sì il suo massimo rappresentante in Silvio Berlusconi, il super imprenditore che si è fatto presidente del Consiglio. Ma che attraversa in varia misura tutti i movimenti politici.

Nel 2007, proprio partendo dallo spunto fornito dalle intercettazioni, all’interno dei Ds ci fu chi tentò di parlarne. Per esempio un padre nobile della Quercia come Alfredo Reichlin o il riformista Andrea Ranieri. Ma nelle direzioni del partito furono entrambi zittiti. “La questione morale non esiste“, dicevano i vertici.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Nonostante la crisi del berlusconismo, nonostante gli scandali che attanagliano il governo, il centrosinistra non riesce a guadagnare consensi. Tra l’originale (Berlusconi) e la copia (le cosiddette opposizioni) gli italiani che ancora votano, continuano a scegliere l’originale.

Gli altri invece restano a casa. Ma per capire il perché non serve Wikileaks. La cronaca, purtroppo, basta.

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Liu Xiaobo e Assange, dissidenti

Liu Xiaobo e Assange, dissidenti: "

Il premio Nobel per la pace è stato consegnato a Liu Xiaobo in absentia. Il dissidente cinese, infatti, sta in carcere per aver ispirato Charta ‘08: un manifesto che chiede la democratizzazione e la riforma della Cina, ed è analogo all’omonima Charta ‘77 cecoslovacca, ispirata all’epoca da Václav Havel e altri.


La Cina naturalmente considera Liu Xiaobo un criminale comune, e in ritorsione ha istituito un anti-premio Nobel per la pace. Gli Stati Uniti, altrettanto naturalmente, lo considerano un eroe del libero pensiero, e il presidente Obama ha chiesto a gran voce la sua liberazione.


Nel frattempo, Julian Assange sta in carcere in Inghilterra, per aver ispirato e diretto Wikileaks: l’ormai famoso sito di controinformazione, che si propone la trasparenza dell’informazione e si oppone alla manipolazione delle notizie ufficiali.


Poichè le ultime rivelazioni di Wikileaks hanno riguardato gli Stati Uniti, questi lo considerano un criminale e chiedono la sua estradizione per poterlo processare per spionaggio. La Russia, altrettanto naturalmente, lo considera un dissidente dell’Occidente, e il premier Putin ha chiesto a gran voce la sua liberazione.


Non è surreale, la simmetria dei leader mondiali, tutti impegnati a vedere le travi negli occhi altrui, senza preoccuparsi di quelle nei propri? E non è terribile, la simmetria dei dissidenti mondiali, tutti perseguiti per aver voluto guardare le travi nei propri occhi, invece di preoccuparsi di quelle negli occhi altrui?


A scanso di equivoci, i dissidenti come Liu Xiaobo ad Assange espongono fatti, senza indulgere nel genere denominato «docu-fiction». In altre parole, non scrivono libri da dieci milioni di copie, nè fanno programmi televisivi da dieci milioni di spettatori.


Se lo ricordino, coloro che inneggiano ai nuovi guru di casa loro, credendo che siano i portabandiera della verità. Purtroppo, come ci insegnava Oscar Wilde, chi dice la verità prima o poi viene scoperto. E finisce in galera, come ci finí lui, e come ci sono finiti Liu Xioabo e Assang. Ma non certo nelle classifiche dei best seller, o in quelle dell’Auditel.

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mercoledì 22 dicembre 2010

Calipari, Wikileaks: “Rapporto fu scritto per evitare indagini aggiuntive”

Calipari, Wikileaks: “Rapporto fu scritto per evitare indagini aggiuntive”: "

Wikileaks torna a diffondere cablogrammi che coinvolgono anche l’Italia. Secondo un dispaccio siglato dall’ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, del maggio 2005, il rapporto italiano sulla tragica morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l’uccisione non intenzionale, era costruito “specificatamente” ad evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana. Inoltre, sempre secondo il cable, il governo Berlusconi voleva “lasciarsi alle spalle” la vicenda, che comunque non avrebbe “danneggiato” i rapporti bilaterali con Washington."

sabato 4 dicembre 2010

Wikileaks, c'è pure Saviano

Wikileaks, c'è pure Saviano: "Un documento dell'ambasciata Usa in Spagna cita lo scrittore italiano sulla penetrazione della mafia in Russia, in Catalogna e in Costa Brava"

venerdì 29 gennaio 2010

Cosentino va arrestato

Cosentino va arrestato: "

La Cassazione ha rigettato il ricorso contro l’ordinanza di cattura verso l’esponente del Pdl. E il Tg1 censura



Nicola Cosentino, se fosse un cittadino normale, domani mattina dovrebbe presentarsi ai carabinieri per farsi accompagnare in carcere.



Lo ha stabilito la Cassazione rigettando il ricorso contro l’ordinanza di cattura nei suoi confronti presentato dai legali del sottosegretario all’economia.

Ora sono 8 i magistrati che concordano nel voler tenere dietro le sbarre l’uomo al quale il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha conferito le deleghe per il Comitato Interministeriale Programmazione economica e per le frequenze radio-tv.



I pm napoletani Giuseppe Narducci e Alessandro Milita, il gip Raffaele Piccirillo, e ora anche i cinque ermellini di lunga esperienza che compongono la prima sezione della Corte di Cassazione concordano nel volere arrestare questo 51enne che mastica pane e politica dal 1978, quando fu eletto consigliere a Casale di Principe.



Alla luce della decisione della Cassazione vale la pena di rileggere gli ultimi due paragrafi dell’ordinanza confermata ieri (ma bloccata nella sua esecuzione il 10 dicembre scorso dalla Camera con il diniego dell’autorizzazione a procedere).



In poche pagine il gip Raffaele Piccirillo, con una chiarezza rara nei documenti giudiziari, elenca gli elementi a carico e, tra parentesi, i nomi dei pentiti che li hanno riferiti. Le 'convergenze' del loro racconto sono 'significative' su questi fatti:



'a) il sostegno offerto dal clan dei Casalesi a Nicola Cosentino in occasione delle elezioni provinciali casertane del 1990 (dichiarazioni dell’imprenditore dei rifiuti Gaetano Vassallo e del cugino del boss dei Casalesi, Nicola Schiavone detto Sandokan, Carmine Schiavone);


b) il sostegno offerto in occasione delle elezioni regionali dell’anno 1995 (tre pentiti: Dario De Simone, Raffaele Ferrara e Domenico Frascogna);


c) il sostegno nelle elezioni politiche del 2001 (ancora Gaetano Vassallo e il suo socio in affari Michele Orsi);


d) la disponibilità esplicitata da Cosentino verso i supporters elettorali di estrazione camorrista (Gaetano Vassallo, Dario De Simone, Domenico Frascogna);


e) il rapporto di protezione e confidenza con il boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ’e mezzanotte, e con il cugino Bernardo Cirillo (dichiarazioni di Gaetano Vassallo, Anna Carrino, Domenico Bidognetti);


f) il sistema di individuazione dall’alto del candidato da sostenere e la diramazione del messaggio ai capizona (dichiarazioni di Domenico Bidognetti, Dario De Simone, Raffaele Ferrara, Domenico Frascogna)'.









In sostanza, secondo il gip e la Cassazione che ne ha confermato il provvedimento, 'è provato – al livello di gravità indiziaria richiesto per l’arresto – lo scambio ‘voti contro favori’' tra i clan e il sottosegretario.



Secondo i giudici, Nicola Cosentino ha stabilito dal 1990 un rapporto con il boss del clan Bidognetti, Francesco, detto Cicciotto ‘ e mezzanotte, ricevendo i voti dei clan in almeno tre elezioni, in cambio del suo aiuto per favorire i loro affari. La carica politica per i giudici, non esclude la pericolosità. Anzi. Cosentino 'risulta essere stato sostenuto dall’organizzazione criminale” in troppe elezioni per non pensare a un “debito di gratitudine'.




Ora che la massima magistratura ha dato ragione ai pm, Cosentino e Berlusconi, dovrebbero prenderne atto con le immediate dimissioni. Invece il Pdl non ha battuto ciglio. E, a parte l’eccezione di un paio di parlamentari più sensibili come Laura Garavini del Pd o Luigi Li Gotti dell’Idv, l’opposizione è stata tiepida.




Eppure per i giudici napoletani e della Cassazione, il problema è concreto e urgente: Cosentino deve andare in carcere perché 'è un politico di caratura medio-alta in costante ascesa che controlla molte delle amministrazioni comunali che (in materia di rifiuti, ndr) conferiscono alla società mista gli affidamenti diretti' e che – secondo i giudici – agli affari dei clan – 'ha prestato il proprio contributo'.



Il problema è talmente attuale che da poco la procura ha presentato una seconda richiesta di arresto, rigettata però dal gip, per corruzione, sempre nel settore rifiuti. A ben vedere, le motivazioni della richiesta di arresto da parte dei magistrati sono le stesse della grande gratitudine del premier che continua a coprire il suo uomo in Campania: Cosentino è stato l’interfaccia tra la malapolitica e i clan nella gestione del problema rifiuti.



Il premier lo premia con il suo appoggio incondizionato perché ricorda con gratitudine le immagini di Napoli liberata dai rifiuti.

I pm lo vogliono in carcere perché pensano di avere scoperto cosa si nasconde dietro le quinte di quel successo mediatico. Sulla sentenza della Cassazione, da segnalare l’ennesimo censura del Tg1 di Minzolini.



Da il Fatto Quotidiano del 29 gennaio

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