Articolo del Financial Times del 18 Febbraio 2011, riportato da Pietro Ichino.
As the Arab world’s rolling revolution becomes bloodier and more tragic in Libya and Bahrain, autocrats who seem to have ruled forever are quaking. Perhaps elected autocrats should also be on guard. There is a European country that has many characteristics of the Arab world: a sclerotic economy, a culture worn down by corruption and organised crime, and a growing clash of generations. It is controlled by a gerontocratic ruling class entrenched in politics and business to the exclusion of its youth. Its best and brightest young people roam Europe as economic migrants.
That country is Italy. It is a democracy, so the ageing consistory that runs the country should be replaceable. Yet it never is: the more elections Italy has, the less seems to change. No wonder even the “Borghesi” are taking to the streets. A million women marched last Sunday to protest the antics of Silvio Berlusconi, the increasingly ridiculous prime minister. He was indicted this week on charges of paying for sex with an underage girl and abuse of office. He denies wrongdoing.
There is more. The 74-year-old Mr Berlusconi shares many of the traits of the classic Arab plutocrat. He is immensely rich, controls much of the media, and is surrounded by yes-men. He openly defies the judicial system whenever it finds against him (which it occasionally does). He is best buddies with Muammer Gaddafi, the dictator of Libya (and facing his own sea of troubles).
Mr Berlusconi’s most important quality is also common to autocrats: he’s a survivor until the last minute. Hosni Mubarak, lately the dictator of Egypt, might want to have a word with him about the wisdom of that strategy. All the Italian prime minister has to do to end this particularly unedifying commedia is to call an election. That way, Italians can have the last laugh.
Vorrei tanto essere ottimista verso gli italiani come l'autore dell'articolo ...
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martedì 22 febbraio 2011
domenica 26 dicembre 2010
http://www.pietroichino.it/?p=11883
Biglietto di auguri dell’avvocato Jacopo Pensa - 25 dicembre 2010
Questa volta il piatto è ricco
e pertanto mi ci ficco:
da Scajola al bunga-bunga
la sequenza è molto lunga.
Il Ministro è stato reo
di un acquisto al Colosseo
che, per un destino ingrato,
da un ignoto fu pagato.
“Se mai scopro chi l’ha fatto
io risolvo quel contratto
e sollevo un gran casino!”
(si è dimesso poi il tapino).
Anche in quel di Montecarlo
(scuserete se ne parlo)
si è discusso di un affare
di natura immobiliare:
se l’erede universale
fu Alleanza Nazionale,
a goderne a piene mani
furon solo i due Tulliani:
è il trionfo dell’amor
rafforzato dall’off-shore!
Meditando sul destino
di chi nasce marocchino,
mi è venuto nella mente
un pensiero impertinente:
grazie a una telefonata
Ruby l’hanno liberata
mentre quello di Brembate
l’hanno preso a scudisciate;
lui, parlando con Allah,
ne invocava la bontà,
ma un error di traduzione
gli è costato la prigione,
non essendo egli parente
dell’egizio presidente.
Pensar mal forse è peccato,
ma magari ci ho azzeccato…
Mentre più non si capisce
chi è tradito e chi tradisce,
io, per esser ben compreso
e non essere frainteso;
sarò semplice e diretto,
sarò scarno e molto schietto,
sarò pure un po’ banale:
a voi tutti Buon Natale!
Questa volta il piatto è ricco
e pertanto mi ci ficco:
da Scajola al bunga-bunga
la sequenza è molto lunga.
Il Ministro è stato reo
di un acquisto al Colosseo
che, per un destino ingrato,
da un ignoto fu pagato.
“Se mai scopro chi l’ha fatto
io risolvo quel contratto
e sollevo un gran casino!”
(si è dimesso poi il tapino).
Anche in quel di Montecarlo
(scuserete se ne parlo)
si è discusso di un affare
di natura immobiliare:
se l’erede universale
fu Alleanza Nazionale,
a goderne a piene mani
furon solo i due Tulliani:
è il trionfo dell’amor
rafforzato dall’off-shore!
Meditando sul destino
di chi nasce marocchino,
mi è venuto nella mente
un pensiero impertinente:
grazie a una telefonata
Ruby l’hanno liberata
mentre quello di Brembate
l’hanno preso a scudisciate;
lui, parlando con Allah,
ne invocava la bontà,
ma un error di traduzione
gli è costato la prigione,
non essendo egli parente
dell’egizio presidente.
Pensar mal forse è peccato,
ma magari ci ho azzeccato…
Mentre più non si capisce
chi è tradito e chi tradisce,
io, per esser ben compreso
e non essere frainteso;
sarò semplice e diretto,
sarò scarno e molto schietto,
sarò pure un po’ banale:
a voi tutti Buon Natale!
mercoledì 17 novembre 2010
La Russa, l'Università italiana e la Serie A
Nel corso della trasmissione 8 e mezzo, sulla rete La7, venerdì scorso, a un rilievo di Ignazio Marino che ricordava come nelle prime 200 posizioni del ranking internazionale delle università non ci sia più un solo ateneo italiano, il ministro La Russa replicato: “A me l’unica classifica che interessa è quella della serie A: mi dispiace che l’Inter non sia in testa”.
In un Paese serio nessun ministro si sognerebbe di fare in pubblico una battuta come questa. Ma il vero problema è che, in questo caso, non si tratta soltanto di una battuta: non solo il ministro La Russa, ma anche il premier Berlusconi la pensa esattamente così.
http://www.pietroichino.it/?p=11163&preview=true
In un Paese serio nessun ministro si sognerebbe di fare in pubblico una battuta come questa. Ma il vero problema è che, in questo caso, non si tratta soltanto di una battuta: non solo il ministro La Russa, ma anche il premier Berlusconi la pensa esattamente così.
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venerdì 15 ottobre 2010
Un gruppo di giovani democratici di Napoli: Ichino non sbaglia
Se potessimo, gli stringeremmo la mano. Con la sua analisi, lucida, scevra di condizionamenti e stantii ideologismi ormai non più attuali, Pietro Ichino, per usare una sua stessa espressione, ci ha “reso un servizio prezioso”.
Al di là della retorica partigiana di chi ormai, non consapevole di aver completamente smarrito il contatto con la realtà che lo circonda, le parole del giuslavorista aprono a una nuova visione e a una nuova speranza per il nostro Paese e per i nostri lavoratori.
Non comprendere che il mondo del lavoro, nel suo complesso, sia dal punto di vista “datoriale” che dal punto di vista “subordinato e dipendente”, abbia bisogno di un profondo e radicale cambiamento, equivale a condannare l’Italia a uno scenario di serie B, a quello di comprimario di altri Stati, da terzo mondo del Mediterraneo. Pensare che tutto resti immobile, compresi diritti e doveri di lavoratori e datori di lavoro, mentre nel mondo tutto vive un’irrefrenabile accelerazione verso la globalizzazione generale di ogni settore economico (tessile, automobilistico, metallurgico, chimico, tecnologico…finanziario!) è ciò che di più colpevole il centro-sinistra possa fare!
Ma se Pomigliano avesse davvero chiuso, come altre decine di stabilimenti storici in Italia, quella gente…che fine avrebbe fatto? Quelle famiglie, chi le avrebbe sostenute?
Anche a questo Pietro Ichino ha dato una risposta, forse macabra, ma sensata.
Quali soluzioni prospettano quegli inguaribili critici burloni che, per non aver mai fatto un’ora di lavoro in vita propria, non riescono a vedere che al di là del confine italiano, a pochi chilometri da Udine, è possibile assumere un lavoratore pagandolo circa 50 volte meno, di quanto lo stesso verrebbe pagato se fosse assunto in casa nostra? Per non parlare di ciò accade nell’Est asiatico ed in Sud America…
Il nodo è questo. Punto. Praticità e pragmatismo, ma soprattutto onestà verso i lavoratori, impongono di affrontarlo e scioglierlo.
Di certo la strada non è impedire il cambiamento e barricarsi contro i problemi che realmente ci sono, bensì quella di addolcirli il più possibile, fare in modo che, se costi da pagare ci sono, questi vengano equamente distribuiti sulle spalle di tutti e non solo, appunto, quelle dei lavoratori.
La via giusta ed equilibrata, in altre parole, va trovata con i Marchionne (o Melchiorre, come direbbe il Presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro) e non contro. Né i Marchionne devono essere messi in condizione di poter far da soli…il che sarebbe ancor più grave!
Ben venga la strategia suggerita da Ichino di metter mano in maniera più decisa ad una seria “redistribuzione delle risorse economiche” detassando i redditi più bassi (che gioco forza saranno sempre più numerosi e sempre più bassi, appunto).
La stessa, però non è sufficiente. Alle metodologie classiche, affinché il mondo del lavoro si rimetta in moto, riteniamo che sia imprescindibile porre al centro dell’attenzione:
1) il concetto di “merito”, specie nell’accesso al settore pubblico;
2) la specializzazione della produzione, al fine di “costringere” quelle famose multinazionali a scegliere l’Italia, affinché solo qui e non altrove, trovino le condizioni indispensabili per la produzione di determinati prodotti;
3) la risoluzione dei problemi strutturali ed infrastrutturali, burocratici e normativi, sociali, culturali ed ambientali che scoraggiano gli investimenti nel nostro Paese, affinché chi si trovi a dover scegliere dove dirottare le proprie risorse, prenda in considerazione l’Italia, laddove, a un costo del lavoro magari più alto che altrove, corrispondano condizioni di investimento generali più favorevoli ed appetibili!
E a noi giovani democratici? A noi spetta distinguerci per qualità della discussione ed efficacia della proposta.
Su di noi grava l’onere di abbandonare steccati e pregiudizi e affrontare a viso aperto questo tema, evitando spot elettorali, soluzioni di facciata, ma favorendo, nella maniera più determinata possibile, l’approfondimento e lo studio di soluzioni, possibilmente aprendo il dibattito al nostro interno e verso l’esterno.
Il prima possibile…quanto meno, prima che tutto qui al Sud…si trasformi in Gomorra!
http://www.pietroichino.it/?p=10643
Al di là della retorica partigiana di chi ormai, non consapevole di aver completamente smarrito il contatto con la realtà che lo circonda, le parole del giuslavorista aprono a una nuova visione e a una nuova speranza per il nostro Paese e per i nostri lavoratori.
Non comprendere che il mondo del lavoro, nel suo complesso, sia dal punto di vista “datoriale” che dal punto di vista “subordinato e dipendente”, abbia bisogno di un profondo e radicale cambiamento, equivale a condannare l’Italia a uno scenario di serie B, a quello di comprimario di altri Stati, da terzo mondo del Mediterraneo. Pensare che tutto resti immobile, compresi diritti e doveri di lavoratori e datori di lavoro, mentre nel mondo tutto vive un’irrefrenabile accelerazione verso la globalizzazione generale di ogni settore economico (tessile, automobilistico, metallurgico, chimico, tecnologico…finanziario!) è ciò che di più colpevole il centro-sinistra possa fare!
Ma se Pomigliano avesse davvero chiuso, come altre decine di stabilimenti storici in Italia, quella gente…che fine avrebbe fatto? Quelle famiglie, chi le avrebbe sostenute?
Anche a questo Pietro Ichino ha dato una risposta, forse macabra, ma sensata.
Quali soluzioni prospettano quegli inguaribili critici burloni che, per non aver mai fatto un’ora di lavoro in vita propria, non riescono a vedere che al di là del confine italiano, a pochi chilometri da Udine, è possibile assumere un lavoratore pagandolo circa 50 volte meno, di quanto lo stesso verrebbe pagato se fosse assunto in casa nostra? Per non parlare di ciò accade nell’Est asiatico ed in Sud America…
Il nodo è questo. Punto. Praticità e pragmatismo, ma soprattutto onestà verso i lavoratori, impongono di affrontarlo e scioglierlo.
Di certo la strada non è impedire il cambiamento e barricarsi contro i problemi che realmente ci sono, bensì quella di addolcirli il più possibile, fare in modo che, se costi da pagare ci sono, questi vengano equamente distribuiti sulle spalle di tutti e non solo, appunto, quelle dei lavoratori.
La via giusta ed equilibrata, in altre parole, va trovata con i Marchionne (o Melchiorre, come direbbe il Presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro) e non contro. Né i Marchionne devono essere messi in condizione di poter far da soli…il che sarebbe ancor più grave!
Ben venga la strategia suggerita da Ichino di metter mano in maniera più decisa ad una seria “redistribuzione delle risorse economiche” detassando i redditi più bassi (che gioco forza saranno sempre più numerosi e sempre più bassi, appunto).
La stessa, però non è sufficiente. Alle metodologie classiche, affinché il mondo del lavoro si rimetta in moto, riteniamo che sia imprescindibile porre al centro dell’attenzione:
1) il concetto di “merito”, specie nell’accesso al settore pubblico;
2) la specializzazione della produzione, al fine di “costringere” quelle famose multinazionali a scegliere l’Italia, affinché solo qui e non altrove, trovino le condizioni indispensabili per la produzione di determinati prodotti;
3) la risoluzione dei problemi strutturali ed infrastrutturali, burocratici e normativi, sociali, culturali ed ambientali che scoraggiano gli investimenti nel nostro Paese, affinché chi si trovi a dover scegliere dove dirottare le proprie risorse, prenda in considerazione l’Italia, laddove, a un costo del lavoro magari più alto che altrove, corrispondano condizioni di investimento generali più favorevoli ed appetibili!
E a noi giovani democratici? A noi spetta distinguerci per qualità della discussione ed efficacia della proposta.
Su di noi grava l’onere di abbandonare steccati e pregiudizi e affrontare a viso aperto questo tema, evitando spot elettorali, soluzioni di facciata, ma favorendo, nella maniera più determinata possibile, l’approfondimento e lo studio di soluzioni, possibilmente aprendo il dibattito al nostro interno e verso l’esterno.
Il prima possibile…quanto meno, prima che tutto qui al Sud…si trasformi in Gomorra!
http://www.pietroichino.it/?p=10643
giovedì 5 agosto 2010
Sistema Elettorale...
Pietro Ichino ha presentato una proposta di legge per il sistema elettorale all'australiana.
(http://www.pietroichino.it/?p=9617)
Che ne pensate?
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Che ne pensate?
venerdì 23 luglio 2010
Luca Ricolfi : La fine di una stagione
La fine di una stagione
Come ampiamente previsto, ieri la manovra economica ha ottenuto la fiducia in Senato e, salvo sorprese molto improbabili, entro fine mese otterrà la fiducia anche alla Camera.
È una buona manovra? Dipende...
Ebbene, rispetto a questo ideale, per cui non pochi ministri si sono coraggiosamente battuti in questi anni, le manovre degli ultimi anni rappresentano un mortificante salto all’indietro.
...
Ma forse la verità che sta dietro tutte queste vicende è che - nonostante i benefici di un’opposizione imbarazzante nella sua pochezza - il governo è debole, molto più debole che qualche mese fa. Così debole che basta la fronda dei finiani a costringerlo a una raffica di dimissioni (Scajola, Brancher, Cosentino), che ancora poche settimane fa venivano sdegnosamente escluse. Così debole che ogni alzata d’ingegno della Lega, dalla difesa delle Province alla tutela corporativa degli allevatori, è in grado di condizionare la politica economica. Così debole che non riesce a introdurre tagli veramente selettivi nelle università, nelle Regioni, negli enti locali. Così debole da prendere in seria considerazione sia l’ipotesi di allargare la maggioranza all’Udc, sia l’ipotesi di riportare il Paese al voto nonostante una maggioranza parlamentare senza precedenti.
...
Sulla pochezza dell'opposizione, gli risponde Pietro Ichino, qui.
Come ampiamente previsto, ieri la manovra economica ha ottenuto la fiducia in Senato e, salvo sorprese molto improbabili, entro fine mese otterrà la fiducia anche alla Camera.
È una buona manovra? Dipende...
Ebbene, rispetto a questo ideale, per cui non pochi ministri si sono coraggiosamente battuti in questi anni, le manovre degli ultimi anni rappresentano un mortificante salto all’indietro.
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Ma forse la verità che sta dietro tutte queste vicende è che - nonostante i benefici di un’opposizione imbarazzante nella sua pochezza - il governo è debole, molto più debole che qualche mese fa. Così debole che basta la fronda dei finiani a costringerlo a una raffica di dimissioni (Scajola, Brancher, Cosentino), che ancora poche settimane fa venivano sdegnosamente escluse. Così debole che ogni alzata d’ingegno della Lega, dalla difesa delle Province alla tutela corporativa degli allevatori, è in grado di condizionare la politica economica. Così debole che non riesce a introdurre tagli veramente selettivi nelle università, nelle Regioni, negli enti locali. Così debole da prendere in seria considerazione sia l’ipotesi di allargare la maggioranza all’Udc, sia l’ipotesi di riportare il Paese al voto nonostante una maggioranza parlamentare senza precedenti.
...
Sulla pochezza dell'opposizione, gli risponde Pietro Ichino, qui.
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venerdì 9 luglio 2010
Pomigliano, la clausola di tregua e le lenticchie
Botta e risposta su Pomigliano tra Mariucci, Responsabile Lavoro del PD emiliano, e Pietro Ichino; ovvero, l'ennesima prova (quella definitiva?) che nel PD convivono (almeno) due idee contrastanti, forse inconciliabili, di societa'...
http://www.pietroichino.it/?p=9168
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mercoledì 31 marzo 2010
Appunti sull'etica del Successo
Ragione politica, ragione intellettuale o scientifica, ragione etica, nella tensione al bene comune: rileggendo Bonhoeffer
Un capitolo di Resistenza e Resa di Dietrich Bonhoeffer è dedicato a questo tema, cruciale per chi si impegna nel lavoro politico, o si trova, come egli stesso si è trovato, a vivere in un Paese dominato da una feroce dittatura. In democrazia la buona politica richiede il consenso a breve termine (il “successo”), indipendentemente dal valore intrinseco delle scelte compiute; e quando si tratta di resistenza al nazismo, quello che conta è il risultato pratico dell’azione, indipendentemente dalla qualità dei mezzi usati. Dove il “vero”, il “buono” e ciò che è storicamente efficace divergono, qual è la scelta giusta?
http://www.pietroichino.it/?p=7885
Un capitolo di Resistenza e Resa di Dietrich Bonhoeffer è dedicato a questo tema, cruciale per chi si impegna nel lavoro politico, o si trova, come egli stesso si è trovato, a vivere in un Paese dominato da una feroce dittatura. In democrazia la buona politica richiede il consenso a breve termine (il “successo”), indipendentemente dal valore intrinseco delle scelte compiute; e quando si tratta di resistenza al nazismo, quello che conta è il risultato pratico dell’azione, indipendentemente dalla qualità dei mezzi usati. Dove il “vero”, il “buono” e ciò che è storicamente efficace divergono, qual è la scelta giusta?
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lunedì 8 marzo 2010
Pietro Ichino sulla legge omnibus
Pietro Ichino
La norma “incriminata” è il nono comma dell’articolo 31, dove si attribuisce ai contratti collettivi il compito di regolare la soluzione arbitrale delle controversie, ma si prevede anche che, decorso un anno e mezzo senza intervento della contrattazione collettiva, sia comunque consentito inserire nel contratto individuale di lavoro il vincolo per cui ogni controversia dovrà essere risolta da un collegio arbitrale. Tutto il veleno della questione sta qui: la Cgil e un folto gruppo di giuslavoristi denunciano il rischio che in questo modo, là dove la materia non sarà stata opportunamente regolata da un contratto collettivo, l’imprenditore possa, con l’imposizione dell’arbitrato nel contratto individuale, assoggettare ogni futura controversia a un “giudice privato” disposto sostanzialmente a disapplicare le protezioni inderogabili del lavoratore. In linea teorica, la denuncia è fondata. Sul piano pratico, gli spazi non coperti dal contratto collettivo, nei quali questa elusione potrà essere tentata, saranno molto marginali. Ma, soprattutto, chiunque si avventuri a leggere le dieci astrusissime pagine occupate da questo articolo 31 si convincerà subito che il meccanismo è troppo complicato e disseminato di trappole procedurali per poter avere una apprezzabile diffusione. Potrà forse essere utilizzato da qualche piccolo imprenditore spregiudicato, assistito da qualche altrettanto spregiudicato faccendiere; ma era e resterà infinitamente più semplice e più sicuro, per eludere il diritto del lavoro, far “aprire la partita Iva” al lavoratore e fingere un rapporto di collaborazione autonoma. Come è la “regola” oggi, quando si vuole un rapporto di lavoro senza regole.
...
Ancora più grave è il rischio che l’introduzione dell’arbitrato nelle controversie riguardanti l’impiego pubblico – altra novità di questa legge – spiani la strada alle peggiori malversazioni in materia di immissioni in ruolo e promozioni nelle amministrazioni statali e locali: basterà che il dirigente dell’ufficio e il suo protetto fingano la lite e scelgano insieme l’arbitro compiacente.
La norma “incriminata” è il nono comma dell’articolo 31, dove si attribuisce ai contratti collettivi il compito di regolare la soluzione arbitrale delle controversie, ma si prevede anche che, decorso un anno e mezzo senza intervento della contrattazione collettiva, sia comunque consentito inserire nel contratto individuale di lavoro il vincolo per cui ogni controversia dovrà essere risolta da un collegio arbitrale. Tutto il veleno della questione sta qui: la Cgil e un folto gruppo di giuslavoristi denunciano il rischio che in questo modo, là dove la materia non sarà stata opportunamente regolata da un contratto collettivo, l’imprenditore possa, con l’imposizione dell’arbitrato nel contratto individuale, assoggettare ogni futura controversia a un “giudice privato” disposto sostanzialmente a disapplicare le protezioni inderogabili del lavoratore. In linea teorica, la denuncia è fondata. Sul piano pratico, gli spazi non coperti dal contratto collettivo, nei quali questa elusione potrà essere tentata, saranno molto marginali. Ma, soprattutto, chiunque si avventuri a leggere le dieci astrusissime pagine occupate da questo articolo 31 si convincerà subito che il meccanismo è troppo complicato e disseminato di trappole procedurali per poter avere una apprezzabile diffusione. Potrà forse essere utilizzato da qualche piccolo imprenditore spregiudicato, assistito da qualche altrettanto spregiudicato faccendiere; ma era e resterà infinitamente più semplice e più sicuro, per eludere il diritto del lavoro, far “aprire la partita Iva” al lavoratore e fingere un rapporto di collaborazione autonoma. Come è la “regola” oggi, quando si vuole un rapporto di lavoro senza regole.
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Ancora più grave è il rischio che l’introduzione dell’arbitrato nelle controversie riguardanti l’impiego pubblico – altra novità di questa legge – spiani la strada alle peggiori malversazioni in materia di immissioni in ruolo e promozioni nelle amministrazioni statali e locali: basterà che il dirigente dell’ufficio e il suo protetto fingano la lite e scelgano insieme l’arbitro compiacente.
mercoledì 17 febbraio 2010
Sulla privatizzazione della Protezione Civile...
Intervento sul Corriere della Sera di Pietro Ichino
La “societarizzazione” di questi segmenti della struttura dello Stato mira a renderli più efficienti sottraendoli ai principi di imparzialità e di rendicontazione, al controllo del Parlamento, della Corte dei Conti; e ora anche ai principi di trasparenza totale e di valutazione indipendente sanciti dalla legge Brunetta del marzo scorso. Il risultato, però, è che il solo controllo possibile (poiché si tratta pur sempre di gestione di denaro pubblico) rimarrà quello esercitato dall’autorità giudiziaria contro corruzione, concussione e peculato.
...
Devolvere a un’impresa privata queste funzioni, che più pubbliche di così non potrebbero essere, può essere motivato in un solo modo: con l’idea che sottrarle alle regole del diritto amministrativo sia indispensabile perché esse possano essere svolte in modo efficiente.
...
Se questo è il problema, invece di eluderlo fingendo che gli interessi pubblici siano diventati privati, non sarebbe molto meglio affrontarlo di petto dicendo pane al pane e vino al vino? Non sarebbe, cioè, molto meglio conservare ciò che del pubblico può e deve essere conservato – obblighi di imparzialità, di rendiconto, di trasparenza totale ‑, eliminando invece tutti i vincoli procedurali che sono di troppo, riducendo l’inamovibilità dei dipendenti pubblici, consentendo ai dirigenti pubblici di riappropriarsi per davvero delle prerogative che devono essere proprie di qualsiasi dirigente d’azienda, ma anche responsabilizzandoli severamente per il raggiungimento dei risultati, con controlli oggettivi, premi per chi i risultati li raggiunge davvero e rimozione per chi si rivela incapace?
La costanza é premiata: ho atteso 37 anni per sentire un parlamentare dire cose intelligenti...
La “societarizzazione” di questi segmenti della struttura dello Stato mira a renderli più efficienti sottraendoli ai principi di imparzialità e di rendicontazione, al controllo del Parlamento, della Corte dei Conti; e ora anche ai principi di trasparenza totale e di valutazione indipendente sanciti dalla legge Brunetta del marzo scorso. Il risultato, però, è che il solo controllo possibile (poiché si tratta pur sempre di gestione di denaro pubblico) rimarrà quello esercitato dall’autorità giudiziaria contro corruzione, concussione e peculato.
...
Devolvere a un’impresa privata queste funzioni, che più pubbliche di così non potrebbero essere, può essere motivato in un solo modo: con l’idea che sottrarle alle regole del diritto amministrativo sia indispensabile perché esse possano essere svolte in modo efficiente.
...
Se questo è il problema, invece di eluderlo fingendo che gli interessi pubblici siano diventati privati, non sarebbe molto meglio affrontarlo di petto dicendo pane al pane e vino al vino? Non sarebbe, cioè, molto meglio conservare ciò che del pubblico può e deve essere conservato – obblighi di imparzialità, di rendiconto, di trasparenza totale ‑, eliminando invece tutti i vincoli procedurali che sono di troppo, riducendo l’inamovibilità dei dipendenti pubblici, consentendo ai dirigenti pubblici di riappropriarsi per davvero delle prerogative che devono essere proprie di qualsiasi dirigente d’azienda, ma anche responsabilizzandoli severamente per il raggiungimento dei risultati, con controlli oggettivi, premi per chi i risultati li raggiunge davvero e rimozione per chi si rivela incapace?
La costanza é premiata: ho atteso 37 anni per sentire un parlamentare dire cose intelligenti...
martedì 16 febbraio 2010
Lavoro e Universitá
http://www.pietroichino.it/?p=7138
I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.
Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.
Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.
Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito.
La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.
È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori.
Ed è molto triste pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare.
I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.
Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.
Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.
Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito.
La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.
È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori.
Ed è molto triste pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare.
venerdì 29 gennaio 2010
PD e la riforma del diritto del lavoro - Proposte a confronto
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