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sabato 14 maggio 2011

Chi pagherà la multa di Minzolini?

Chi pagherà la multa di Minzolini?: "

Chi pagherà i 1oo mila euro di multa che l’Autorità di garanzia ha inflitto al Tg1 per manifesta faziosità? Non si tratta di una domanda capziosa, perchè il Tg1, o meglio il suo direttore, l’ha cercata, l’ha pretesa quasi fosse una medaglia al merito. L’Autorità, infatti, aveva già ammonito, tra gli altri, proprio quel Tg per una eccessiva presenza, sotto molteplici vesti, del presidente del Consiglio, e per aver oscurato i suoi avversari. Quel cartellino giallo è stato ignorato, anzi l’ex direttore Masi spese parole di elogio per il direttorissimo, e il medesimo Minzolini rivendicò la sua “imparzialità”. La multa, dunque, è stata cercata, bramata, quasi invocata, e finalmente guadagnata sul campo.


A questo punto, perché non completare l’opera e fargliela pagare di tasca sua? La nuova Rai potrebbe accogliere questo desiderio di martirio, questo sacrificio estremo ed invitare il sor Augusto a provvedere personalmente, del resto perchè mai si dovrebbero usare soldi pubblici per una sanzione scientificamente ricercata?


Quanto all’Autorità di garanzia, ci fa piacere che sotto la pressione di decine e decine di esposti, tra i quali quelli di Articolo 21, abbia finalmente deciso qualcosa, ma le sanzioni e i tempi compensativi sono arrivati a pochi giorni dal voto e dopo mesi e medi di violazioni conclamate e clamorose. Speriamo che sia il segnale di una svolta, anche perché lo stesso scempio è già in atto nei confronti dei quesiti referendari oscurati, resi incomprensibili, confinati in orari impossibili.


La stessa Rai non sta onorando gli impegni assunti. L’Autorità di garanzia e la Commissione di vigilanza vorranno far sentire, ora e subito la loro voce, o i tempi compensativi saranno disposti all’ultimo istante, quando il broglio politico e mediatico si saranno già consumati?

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Peculato, Minzolini indagato per le spesecon la carta di credito aziendale Rai

Peculato, Minzolini indagato per le spesecon la carta di credito aziendale Rai: "

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, per l’ipotesi di reato di peculato. L’inchiesta è quella sulle spese sostenute con la carta di credito aziendale a lui affidata dalla Rai ed è nata da due esposti: uno dell’Idv e l’altro presentato da un’associazione dei consumatori. Per gli inquirenti, comunque, l’iscrizione è un “atto dovuto”, alla luce di alcuni accertamenti che sono stati svolti, dei documenti acquisiti dagli investigatori della Guardia di finanza e degli atti relativi ad una indagine interna svolta dall’azienda di viale Mazzini. “E’ l’ennesimo attacco” ha commentato Minzolini, che ha ricordato come si tratti di un ‘atto dovuto’. Dalla “strumentalità politica più che evidente”, aggiunge, considerate le imminenti elezioni e che “l’indagine penale prende spunto dall’esposto di un partito politico, quello di Antonio Di Pietro”. Il direttore del Tg1 si dice “più che tranquillo” e precisa di aver “già ridato indietro alla Rai l’intera somma in questione” e aver “avviato nel contempo un’azione legale di rivalsa nei confronti dell’azienda”.


Per rappresentare la Rai, il direttore del Tg1 avrebbe spesso in quindici mesi 68mila euro, quasi il doppio del direttore generale e del presidente. Un eccesso che l’allora direttore Mauro Masi aveva tentato di limitare con una circolare che tagliava le spese del 30 per cento, ma che non ha potuto evitare un’indagine della Corte dei Conti. Il direttore della testata potrebbe essere convocato prossimamente in procura a Roma per fornire la sua versione dei fatti. Secondo la sua versione, Minzolini avrebbe ricevuto dall’azienda un benefit in cambio dell’esclusiva sul suo lavoro giornalistico. “A contratto già firmato il presidente Rai mi chiese di interrompere una collaborazione con il settimanale ‘Panorama’”, ne motiva l’origine il direttore. “Un benefit di cui ho goduto fino a quando, dopo 18 mesi e dopo aver approvato un bilancio – continua – il vertice Rai ha scoperto, per usare un eufemismo, che quel benefit non era compatibile con la politica aziendale”.


Un esempio delle spese sostenute da Minzolini - e della fattura presentata alla Rai – è un weekend che il direttore del Tg1 ha trascorso, tra agosto e settembre, in provincia di Grosseto. Alle terme di Saturnia Resort, dormendo in una ‘grand suite’ a 550 euro a notte. Una tariffa scontata di un terzo e decisa con l’amministrazione della struttura, raccontavano dall’albergo. Che, il 20 aprile, era stato ospite di un servizio del Tg1.

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Rai, Sgarbi recita la parte del censurato e al Fatto dice: “Mi state sui coglioni”

Rai, Sgarbi recita la parte del censurato e al Fatto dice: “Mi state sui coglioni”: "

Vittorio Sgarbi ora recita la parte del censurato. Improvvisa una conferenza stampa a Roma e non manca di insultare nell’ordine: Michele Santoro, Roberto Saviano, Vauro e, immancabili, Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano. La Rai, che paga la serie di 5 puntate del suo programma 1,4 milioni di euro a puntata più un milione di euro per il suo compenso, avrebbe posto al critico d’arte veti e condizioni difficili da accettare. Prima fra tutte quella di non andare più in diretta il 18 maggio con una puntata su Dio e la fede. “Ho saputo – dichiara Sgarbi – telefonando pochi giorni fa al direttore generale, Lorenza Lei, che la puntata dovrebbe essere registrata un giorno prima. Perché non pongono le stesse condizioni a Floris, Santoro, Saviano? Voglio essere trattato come loro, io tra l’altro, a differenza di Saviano, mi occupo di Mafia, lui di letteratura”. Ma non è tutto. L’ex sindaco di Salemi denuncia che il titolo della sua trasmissione, ‘Il mio canto libero’, va cambiato. L’ufficio legale della Rai ha eccepito che potrebbero sorgere problemi sui diritti d’autore con la vedova di Lucio Battisti e col paroliere Mogol.


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A un cronista che gli contesta che Vauro e Travaglio per Annozero non vengono, addirittura, pagati, Sgarbi risponde così: “Santoro e Travaglio fanno la parte delle vittime, io, invece, sono lo stronzo. Vauro? Fanno bene a non pagarlo, vada a scuola di disegno”. Sgarbi, allora, ‘minaccia’: “Sono pronto a lasciare, però, mi devono trattare come hanno fatto con Enzo Biagi che ha avuto una buonuscita di 1,5 milioni di euro, io voglio 3 milioni di euro”. Peccato che Sgarbi non abbia mai ottenuto gli alti ascolti di Biagi.


Che l’ex sindaco di Salemi fosse teso per le sorti del suo programma, lo si era capito fin da mercoledì sera, quando le telecamere de ilfattoquotidiano.it lo avevano sorpreso, insieme al gruppo dei suoi autori ad inseguire il premier Silvio Berlusconi durante il ricevimento organizzato mercoledì pomeriggio dall’ambasciata d’Israele a Villa Miani a Roma, senza, però, riuscire a fermare il Cavaliere. A telecamere spente, ma non le nostre, l’ex sottosegretario ai Beni culturali al termine della conferenza stampa con un giornalista di Repubblica si lascia scappare: “Ah sei di Repubblica, pensavo fossi del Fatto, menomale perché quelli del Fatto Quotidiano mi stanno sui coglioni”.

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mercoledì 11 maggio 2011

Bin Laden e i complotti degli antiamerikanisti

Bin Laden e i complotti degli antiamerikanisti: "

Piazzale loreto, 29 aprile 1945: non ero ancora nato, ma so cosa è accaduto e so che avrei partecipato ai festeggiamenti – barbari, istintivi, giustificati e di popolo – per l’uccisione del Duce e l’esposizione del suo corpo alla folla. Avrei celebrato l’esposizione di quel corpo non per odio personale verso l’uomo Benito Mussolini, quanto per odio politico contro il capo e l’inventore di un regime dittatoriale e sanguinario.


Ecco perché quando il 2 maggio 2011 il presidente Barack Obama ha annunciato l’uccisione del capo di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, ho sentito dentro un moto di soddisfazione, un senso di giustizia fatta. Eppure non sono stato toccato direttamente dalle sue stragi contro le Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001. Ne sono stato toccato indirettamente, attraverso l’esposizione mediatica della televisione. Stavo completando uno stage estivo alla rivista Internazionale, ed ero al lavoro in redazione. Fu un pomeriggio romano surreale quello, con gli automobilisti che mollavano la macchina in mezzo alla strada per entrare nei negozi e guardare alla tv “l’attacco all’America”, le Torri in fuoco, e quei corpi, quei corpi disperati di innocenti che si trovarono a dover scegliere tra una lenta morte fra le fiamme o l’ultimo salto della loro vita dal centesimo piano. Io quelle immagini me le ricordo bene, non c’è bisogno di YouTube per una volta. Me le ricordo e me le ricorderò per il resto dei miei giorni.


Sull’onda emotiva, l’intero mondo non integralista si strinse al fianco degli Stati Uniti d’America. Le teorie cospiratorie del tipo “dietro a tutto c’è la Cia” sarebbero arrivate più tardi.


Quando Barack Obama ha annunciato l’uccisione di Bin Laden sono invece partite subito le teorie dei “complot-tardi”, che se ne sono usciti con immaginifici dubbi del tipo “Secondo me non l’hanno mica ucciso”, “Perché non mostrano le foto del corpo”, “Come mai dicono di averne gettato il cadavere in mare” e via andando. Mentre sentivo alla radio uno dei campioni di queste teorie, il collega Giulietto Chiesa, spiegare i suoi clamorosi dubbi, mi dicevo: “Beh, se davvero alla Casa Bianca sono così fessi da aver diffuso una notizia falsa di queste dimensioni, è l’occasione d’oro per Al-Qaeda per sbugiardarli e fargli perdere ogni credibilità. Basta che Bin Laden compaia in video, con un giornale post-2 maggio 2011 in mano, denunciando la ‘vile menzogna dello stupido presidente americano’”. Puntualmente, Bin Laden in video non si è visto, e a fronte di una serie di pasticci comunicativi da parte della Casa Bianca (col cambio di varie versioni circa quella che con ogni probabilità è stata un’esecuzione sommaria del capo dei nemici), alla fine è arrivato l’annuncio ufficiale proprio di Al-Qaeda: “Bin Laden è morto”. Fine delle teorie dei complot-tardi, uno spererebbe.


E invece no. Giulietto Chiesa – che ora avrà cambiato idea sulla morte di Bin Laden – non si dà per vinto e continua a prendersela con Barack Obama e quegli americani che hanno festeggiato l’uccisione di Bin Laden. Ma diamine, Giulietto: un conto è indignarsi se qualcuno festeggia l’uccisione di 3000 innocenti, un altro è indignarsi se qualcuno festeggia l’uccisione della mente che ha organizzato la strage dei 3000 civili. Come si fa a mettere le due cose sullo stesso piano?


Ezio Mauro ha scritto che noi europei avremmo preferito vedere Bin Laden sottoposto a un giusto processo internazionale. Ma secondo il diritto, un “giusto processo” è quello nel quale si entra con la presunzione di innocenza e non si è colpevoli fino alla dimostrazione del contrario. Solo che non sarebbe esistito un giudice o una giuria neutrale contro Bin Laden in tutti gli Stati Uniti. E forse, azzardo, nemmeno in tutto l’Occidente. Si sarebbe allora dovuto organizzare un processo in Pakistan, o magari in Afghanistan, con una giuria composta anche da talebani integralisti, per essere proprio fair fair. Sono sogni, questi, e forse nemmeno così ideali. Perché Bin Laden era il Duce dei nemici ed è morto durante un’azione di guerra, non si è costituito a New York. È stato cercato per dieci anni, trovato, arrestato e poi ucciso. Proprio come Mussolini. E la gente che lui ha contribuito a far soffrire ha gioito di una felicità barbara, istintiva, giustificata e di popolo, proprio come quella del 29 aprile 1945. Non mi pare d’aver sentito la voce di Giulietto Chiesa levarsi contro i partigiani di Dongo che fucilarono Mussolini, né contro quegli antifascisti che gioirono della sua esposizione per i piedi.


Ne vogliamo parlare?

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Fotomontaggio e offese (irripetibili) a Rosy Bindi da un candidato leghista

Fotomontaggio e offese (irripetibili) a Rosy Bindi da un candidato leghista: "

Rosy Bindi in abito da suora, affiancata da una scritta a doppio senso sulla cremazione. Con questo post pubblicato sul suo profilo Facebook, il candidato leghista Francesco Bellentani, in corsa per il Consiglio comunale di Finale Emilia, nel modenese, inciampa a pochi giorni dal voto, e fa sprofondare i toni di una campagna elettorale che – a detta di tutti – fino ad ora era stata “civile”.


Il post, che risale a lunedì scorso, giorno in cui il ministro della Difesa Ignazio La Russa a Modena a fare campagna per i candidati del centrodestra (si voterà in sei Comuni della provincia), non è sfuggito al Pd locale, che ha fotografato e diffuso privatamente la pagina tra gli iscritti. Finché non è scoppiata l’indignazione. “Sono parole vergognose che si commentano e squalificano da sole. Mi aspetto che non solo il diretto interessato, ma anche il candidato sindaco a Finale e il segretario provinciale della Lega nord, Riad Ghelfi, prendano le distanze da questo gesto e si scusino pubblicamente”, afferma il segretario regionale del Pd, Stefano Bonaccini, riferendosi alla frase (irripetibile) che accompagna il fotomontaggio della presidente del Pd. “Chi fa politica o si candida per avere un ruolo politico o istituzionale, non dovrebbe mai abbandonare il rispetto per gli avversari”, osserva.


Bellentani, oltre ad essere candidato a Finale nella lista del candidato sindaco Maurizio Poletti (appoggiato anche dal Pdl), è il segretario della Lega nord di Nonantola. “La politica ha bisogno di confronti sui problemi delle persone, e non sugli insulti gratuiti“, replica Bonaccini. Ma sotto a Ghirlandina, il post ha destato ancora più scalpore. “La volgarità del fotomontaggio messo in circolazione sulle pagine di Facebook da Francesco Bellentani non merita commenti: si commenta da sé”, tuona il segretario provinciale dei democratici, Davide Baruffi.


“Sbaglierebbe però chi pensasse che si tratti di un’intemperanza isolata, del solito folklore leghista. E’ invece sintomo di quel degrado della politica e del dibattito pubblico al quale ci ha abituati in questi anni la destra”, avverte, e poi spiega: “Quando dalle bocche dei suoi leader nazionali escono solo barzellette, oscenità e insulti nei confronti delle istituzioni, della sinistra, di chiunque osi criticare l’operato del Governo, è evidente che anche le ‘truppe’ si sentano autorizzate ad adottare lo stesso stile greve e fintamente popolare”.


Più in generale, a proposito di amministrative, “siamo impegnati in una campagna elettorale dura nei contenuti ma serena nei toni, a Finale come altrove – prosegue Baruffi – mi aspetto non solo che Bellentani si scusi pubblicamente di questa volgarità, ma che anche il candidato della destra, Maurizio Poletti, in questi giorni così impegnato a raccogliere il voto cattolico, prenda le distanze da questa improvvida sortita che strumentalizza l’abito religioso per offendere un avversario politico”. Secondo il coordinatore Pd di Finale Emilia, Andrea Ratti, si tratta di “un attacco vigliacco che dimostra in quale abisso culturale stia sprofondando la Lega. A questo punto, le scuse di Maurizio Poletti sono doverose: ma ha visto che personaggi candida nella sua lista?”.


Elena Boromeo

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martedì 10 maggio 2011

Oscar Giannino elogia il sistema Parma Ma dimentica il buco da 500 milioni

Oscar Giannino elogia il sistema Parma Ma dimentica il buco da 500 milioni: "

Dicono che coi bilanci in mano faccia miracoli. Dice di saper leggere i conti economici meglio di qualunque altro giornalista al mondo, ha competenze che spaziano dall’economia globale all’ambiente: memorabile il suo articolo di fondo dopo il terremoto in Giappone uscito sul Messaggero, come ricorda Marco Travaglio nel suo ultimo spettacolo. “Il Giappone ha retto, le sue centrali sono così sicure da sopportare il peggiore dei terremoti”. Stampata la prima pagina del giornale era già iniziata l’evacuazione da Fukushima nell’arco di trenta chilometri.


Per non smentirsi, Oscar Giannino, l’economista di riferimento del centrodestra, arriva a Parma ed elogia la macchina amministrativa parmense, una delle più disastrate d’Italia, con 500 milioni di buco (destinati a crescere) e il rischio di dichiarare bancarotta. Ma Giannino questo non lo reputa importante: recrimina l’utilizzo della spesa pubblica per coltivare il consenso (invitando, al contrario, a seguire la scia del modello tedesco); spara contro la politica, incapace di riformarsi; ma si dichiara anche tifoso dell’esperienza politica dell’amministrazione guidata da Pietro Vignali (in quota Popolo delle libertà).


Un economista di fama nazionale, Giannino, con una preparazione, dice lui, da far invidia ai più accreditati studiosi, nell’elogiare il sistema Parma, dimentica nel modo più assoluto che la città emiliana corre sul filo della bancarotta. Sembra non essere informato Giannino nemmeno dei guai giudiziari che passa l’amministrazione comunale con assessori indagati, il pericolo imminente di chiusura della Banca del Monte, rea di aver sborsato troppi soldi alle partecipate del Comune senza vedere mai il rientro, e una serie di iniziative discutibili, come il finanziamente da parte delle casse pubbliche di un film girato in loco e che ancora non ha visto le sale cinematografiche. Un dettaglio, questo. Al procuratore della Repubblica, Gerardo Laguardia, che ha l’indagine, non interessa se esca o meno nelle sale, il problema è con quale pretesto il Comune ordini di dare soldi a una società di Rita Rusic per un film girato a Parma, protagonisti vigili urbani, quelli che pochi mesi prima avevano massacrato scambiandolo per un pusher un giovane immigrato ghanese, Emmanuel Bonsu.


“Sono tifoso della vostra esperienza politica – ha avuto modo di affermare Giannino a Parma – che spero si diffonda anche in altre città. Iniziative come il quoziente familiare meritano pieno supporto. Meno Stato più società è uno dei cavalli di battaglia del sindaco. E regole fiscali che vadano a premiare il terzo settore, il volontariato, perché l’ambito pubblico non è più in grado di rispondere da solo a bisogni sociali crescenti”.


E ancora: “Gli elettori – ha detto – di centro destra aspettano da diciassette anni che Berlusconi intervenga sul fisco”. Lo afferma davanti al patrone di casa, organizzatore dell’iniziativa, Vignali, pur sempre uomo di Berlusconi. A dover dare credito alle parole di Giannino, che parla di estensione del modello civico parmense anche in altre città della penisola, rischieremo di trovarci con le amministrazioni tutte a rischio di default.


Ma i guai giudiziari non finiscono qui per Parma. Non si dimentichi che sono ben sette gli iscritti nel registro degli indagati, tra i quali figura anche l’assessore all’urbanistica Francesco Manfredi, per l’area dell’ex scalo merci di Parma, dove si stava costruendo il nuovo polo pediatrico della città. Secondo il giudice per le indagini preliminari Alessandro Conti la società proprietaria dell’ex scalo merci, la Stu Stazione e il Comune, non hanno provveduto a bonificare l’area pur sapendo dei livelli di inquinamento fuori legge. Cadmio, piombo, zinco e in particolare “rilevanti quantità di mercurio” oltre i limiti fissati dalla legge, sono infatti, le sostanze tossiche trovate nell’area del cantiere dai periti incaricati dalla procura dei rilevamenti.


E ancora di poche settimane successive l’inchiesta sull’area del Botteghino 2, per la concessione edilizia rilasciata dal Comune all’imprenditore edile Alfonso Cappetta, già indagato per truffa.


Senza contare le cupe prospettive di Banca del Monte di Parma, il cui buco si è allargato di 15 milioni di euro rispetto allo scorso anno, raggiungendo quota 55 milioni. Tra le cause del tracollo, è opportuno ricordarlo, ci sarebbero una serie di finanziamenti a società private, ma anche un prestito di 14 milioni alla società Alfa, partecipata del comune di Parma, mai tornato indietro."

domenica 8 maggio 2011

Bossi scippa piazza Maggiore: “Vinceremo” Tremonti: “Merola? Non siamo a Napoli”

Bossi scippa piazza Maggiore: “Vinceremo” Tremonti: “Merola? Non siamo a Napoli”: "

Accolto sulle note di Guccini, salutato dall’inno di Mameli, fatto commuovere da un Va pensiero assordante, arrivato in tutto il centro storico. E’ la serata di Umberto Bossi, arrivato a Bologna per lanciare Manes Bernardini, il candidato a sindaco leghista.


Contestato da trecento persone dei centri sociali e dei collettivi, osannato dai duemila e più che hanno affollato la piazza Maggiore fino dalle sette di sera, il ministro per le Riforme è arrivato e si è seduto accanto ai suoi nella piazza che fu il tempio esclusivo della sinistra. A seguire lo ha raggiunto, comparso da una strada secondaria, Giulio Tremonti, il più leghista del Pdl. Canti, abbracci, fischi. “Ma sono i pagliacci di Bersani”, dice il senatur dal palco, come se fosse in una Pontida qualsiasi invece che al centro di quello che era l’ultimo avamposto della sinistra, piazza Maggiore, appunto, Bologna.


“Ridiamo Bologna ai bolognesi” è il leit motiv della serata leghista. La piazza è circondata dalla polizia per l’occasione, soprattutto per il timore di proteste e contestazioni.


Bossi prima di trasformarsi in tribuno parla coi giornalisti. “Vinceremo al primo turno, il segreto è crederci ed essere costanti”. A chi gli domanda se il suo passaggio in città porterà 80 mila voti in più, come aveva detto due giorni fa Roberto Maroni, il senatur risponde schietto: “Io non ho purtroppo quelle capacità. Mi ricordo però l’ultima volta che venni qui, i centri sociali mi tirarono bottiglie di vetro piene d’acqua. Questo lo so bene, speriamo non accada questa volta”. Ne è passato di tempo dal 1994, diciassette anni, ma le contestazioni restano: “Tutta invidia, è cambiato il Paese grazie alla Lega”. “Il mondo cambia – continua – il problema è non cambiare di colpo, ma piano piano si può fare, come con il federalismo”.


Torna sul suo candidato, Manes Bernardini. “Dai dati che abbiamo Bernardini riuscirà a vincere, la sensazione è quella. Manes è un bravo ragazzo, quello che conta di più è avere a che fare con brave persone, con le quali la gente si può identificare. Lui può mantenere quello che dice è questa la forza della Lega Nord. La Lega è al governo e questo può essere utile per avere dei mezzi per portare avanti un progetto”. Impossibile espugnare la Rossa Bologna? “Non c’è niente che dura per sempre, a un certo punto bisogna cambiare”. E il ministro è convinto che sia questo il momento giusto, per “far tornare la politica del fare a Bologna”.


Se si guarda alla politica nazionale, invece, Bossi ha parole di stima per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un gentiluomo dice il senatur, che proprio oggi ha detto “no alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma”. E il leader del Carroccio appoggia le parole di Napolitano: “Se non difendi la legalità ti impantani. Non riesci più a capire dove vai. La legalità è fondamentale”. E poi, “dobbiamo anche ringraziare lui, il vecchio (riferito a Napolitano ancora ndr) se il Federalismo l’abbiamo conquistato”. Sulle parole di fuoco lanciate ieri dal premier Berlusconi nei confronti dei magistrati, afferma: “Se i magistrati sono un cancro da estirpare bisogna chiederlo a lui (Berlusconi, ndr). Io non penso quella roba lì. Penso che ogni tanto c’è qualcuno che rompe le scatole, ma non sono tutti uguali”.


È l’ora di salire sul palco. Le bandiere della Lega si alzano tra i tremila presenti, mosse anche da un vento che si abbatte improvvisamente sulla piazza. Tutti sul palco quindi: Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Rosi Mauro, Anna Maria Bernini, Giuliano Cazzola, Angelo Alessandri e Filippo Berselli che, da buon ex missino, intona Fratelli d’Italia a squarcia gola, mentre gli altri tacciono. Sul palco anche il governato del Veneto in trasferta, Luca Zaia.


Tocca a Tremonti, e il ministro ci va giù pesante: “Merola è un cognome del sud, e se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i Baba’ se li porter à via Merola. Quando ho sentito parlare di primarie e mi hanno detto che aveva vinto un certo Merola pensavo di essere a Napoli, non a Bologna”.


“Manes sindaco di Bologna. Dopo 14 anni Bossi a Bologna, perchè la città deve tornare ai bolognesi”, debutta Rosi Mauro. Parte l’inno, sì, ma quello nazionale, fra i mugugni dei leghisti presenti: “Per come è messa l’Italia oggi mi vergogno di questo inno e di questo Paese”. Nessuno lo canta. Ma terminato l’Inno di Mameli il Va pensiero, per la gioia dei leghisti, suona in Piazza Maggiore. Mano sul cuore questa volta e fiato alle trombe per il senatur.


Appena la musica finisce prende parola, dopo 17 anni davanti ai bolognesi, Umberto Bossi. Non fa in tempo a parlare che già in sottofondo si sentono i fischi dei 300 contestatori tenuti a distanza dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa. Non oltrepasseranno le transenne, la serata finisce con una leggera carica per disperderli. Bossi la sua personalissima sfida con Bologna la rossa l’ha vinta, più difficile sarà il compito di Bernardini.

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Napoli, “una munnezza di miracolo”

Napoli, “una munnezza di miracolo”: "

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Nel capoluogo campano ci sono 3800 tonnellate di rifiuti a terra che ingombrano strade, parchi e panchine. Anche negli ‘ecopunti’, le aree per la raccolta di prodotti derivanti dal petrolio, si accumulano decine di sacchetti di ogni tipo. “Anche la spazzatura di quei cittadini che fanno la raccolta differenziata nei giorni prestabiliti – spiega Tommaso Sodano, consigliere provinciale di Napoli – finirà in discarica”. Non l’incuria dei napoletani quindi, ma l’inefficienza dei suoi amministratori porta al collasso il sistema delle discariche. Il presidente del Consiglio ha mandato di nuovo l’esercito per affrontare quella che continua a essere chiamata “emergenza” anche se dura da anni. Una mossa che serve più a salvare la faccia al candidato sindaco del Pdl, Gianni Lettieri, che a salvare la città. Video di Lorenzo Galeazzi

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Crescent, quella coincidenza di date nei carteggi tra sindaco e sopraintendente

Crescent, quella coincidenza di date nei carteggi tra sindaco e sopraintendente: "

Il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca (Pd)


Salerno – Ci sono curiose coincidenze di date dietro la contorta procedura di approvazione per silenzio-assenso del Crescent, il progetto di edificio alto più di 25 metri ed esteso circa 300 a firma dell’architetto spagnolo Ricardo Bofill. Una ‘mezza luna’ di cemento di fronte al mare di Salerno, una nuova Punta Perotti in salsa campana secondo i detrattori, che dovrebbe caratterizzare e delimitare la costruenda ‘Piazza della Libertà’ di fronte al mare e alla spiaggia di Santa Teresa. Un palazzone da destinare quasi interamente ai privati per appartamenti, negozi, aree di sosta. Per questa vicenda sono indagate tre persone, tra cui il sindaco Pd Vincenzo De Luca e l’ex soprintendente Giuseppe Zampino (Leggi l’articolo). Le coincidenze, per l’appunto. Il 10 dicembre 2008, data in cui il Comune di Salerno inoltra il progetto definitivo alla Soprintentenza di Salerno ed Avellino, è lo stesso giorno in cui Zampino trasmette alla stessa amministrazione comunale di organizzare un convegno e di allestire un archivio dell’architettura contemporanea. Il 2 marzo 2009, De Luca accoglie la richiesta e mette per iscritto che c’è una delibera di giunta con più di 500.000 euro pronti all’uopo. Proprio lo stesso giorno in cui Zampino dà il via libera definitivo al Crescent comunicando che le integrazioni richieste al progetto “sono arrivate”. “E’ normale – commentarono gli esponenti del Comitato No Crescent, il cui esposto ha avviato l’inchiesta della Procura di Salerno – che il soprintendente giudichi il progetto e intanto riceva i finanziamenti dal Comune”?


Forse sì, forse no. Comunque sono diverse le anomalie sulle quali gli inquirenti stanno lavorando. I pm Rocco Alfano e Guglielmo Valenti hanno in mano due informative della Compagnia dei Carabinieri, l’ultima risale al 22 febbraio scorso. Ma gli accertamenti proseguono e puntano anche a chiarire le dichiarazioni dell’organo regionale della Soprintendenza, secondo la quale, scrive il Comitato No Crescent, “solo le difficoltà operative proprie del periodo estivo avevano impedito l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica comunale da parte della Soprintendenza locale”. La pratica, insomma, sarebbe spuntata fuori nel periodo meno adatto per essere esaminata, quando gli uffici erano vuoti per ferie.


Ma è l’intero iter che lascia più di un dubbio e il sospetto che un progetto di simile portata, che vede in ballo investimenti da decine di milioni di euro all’interno di un’area di 27.500 metri nel cuore della città, avrebbe meritato un’analisi più attenta e non un’approvazione per ‘silenzio-assenso’.


Febbraio 2008. La giunta De Luca approva il progetto della piazza e invia gli atti alla Soprintendenza territoriale competente. La quale deve esprimersi entro due mesi. Ma non lo fa. Perché mancano sia una relazione sulla tipologia architettonica scelta che i rendering, ovvero i modelli fotografici realistici.


Aprile 2008. L’amministrazione comunale invia la relazione ma non i rendering. La Soprintendenza a giugno invia tutto a un comitato tecnico scientifico del ministero. E’ in pratica il silenzio-assenso: bisognerebbe decidere entro due mesi, il comitato di solito ne impiega molti di più, e peraltro non produrrà alcun parere sul caso.


Dicembre 2008. Il Comune di Salerno approva il progetto definitivo di Bofill. Nuovo viaggio delle carte in Soprintendenza. E anche stavolta mancano i rendering, sostituiti da qualche foto di un plastico. La Soprintendenza si accontenta e dice sì nel marzo 2009.


Luglio 2009. Il neonato Comitato No Crescent fa ricorso alla giustizia amministrativa. In seguito proporrà ricorso anche Italia Nostra.


Novembre 2009. La Provincia di Salerno, guidata dal Pdl Edmondo Cirielli, si schiera contro il progetto del Comune e affianca il Comitato No Crescent nel ricorso al Tar.


2010. Il Comune di Salerno mette a gara il primo lotto funzionale del Crescent. La gara il 9 giugno è vinta dalla Co.Ge.Fer. spa di Ferrara con un’offerta pari ad € 15.015.000,00. Sconfitta l’ATI NewCo (Kla, Rcm costruzioni Rainone, Ritonnaro costruzioni srl e Favellato) che aveva offerto € 14.700.000,00. Ma il Comune nei mesi successivi non stende la convenzione per l’esecuzione dei lavori, poi assegnati all’Ati in un primo momento sconfitta.


2011. In un putiferio di ricorsi e controricorsi, sono 5 le liti giudiziari pendenti sull’operazione Crescent. Al Tar di Salerno ci sono i due ricorsi di Italia Nostra, quello del No Crescent e quello della Cogefer. Al Tribunale Civile di Salerno inoltre giace la citazione della Sist srl, la società milanese proprietaria dell’ex Jolly Hotel che andrebbe demolito per dare il via ai lavori. La Sist chiede 13 milioni di euro di danni al Comune per la mancata previsione nel bando del diritto di prelazione a favore dei soggetti privati presenti nel sub comparto relativo alla costruzione del Crescent.


Un gomitolo inestricabile. Ed ora l’inchiesta della Procura che, va specificato, al momento riguarda solo fatti commessi fino a tutto il 2008.

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Salerno, indagato il sindaco De Luca Al centro l’inchiesta sull’ecomostro marino

Salerno, indagato il sindaco De Luca Al centro l’inchiesta sull’ecomostro marino: "

SALERNO – C’è chi ne canta le lodi per la modernità e perché trasformerà la città in una delle capitali europee dell’urbanistica d’avanguardia. Chi invece lo definisce senza mezzi termini ‘ecomostro’ in fieri. E’ il Crescent. Il progetto di edificio a mezzaluna alto 28 metri ed esteso per circa 300 firmato dall’archistar catalano Ricardo Bofill, che in un prossimo futuro dovrebbe delimitare Piazza della Libertà a Salerno, in quella che sarà la piazza di mare più grande d’Europa. Ma la Procura di Salerno ha aperto un fascicolo su una vicenda assai controversa che ha spaccato in due la città e gli esperti. E’ notizia di queste ore che risulta indagato il sindaco Vincenzo De Luca, che in questi giorni è in campagna elettorale alla ricerca del secondo mandato consecutivo, il quarto negli ultimi 18 anni. Il primo cittadino, esponente del Pd, è sotto inchiesta insieme all’ex soprintendente di Salerno, l’architetto Giuseppe Zampino, e al direttore del settore opere pubbliche del Comune di Salerno, l’ingegnere Lorenzo Criscuolo. L’ipotesi di reato per i tre è concorso in abuso d’ufficio. Il Gip Elisabetta Boccassini ha accolto la richiesta dei pm Rocco Alfano di una proroga delle indagini, che proseguiranno almeno fino ad ottobre. Il procedimento penale è nato dalla denuncia del Comitato No Crescent presentata il 12 ottobre 2010, successivamente accompagnata da numerose osservazioni.


Gli esponenti del comitato nato per ostacolare la realizzazione del progetto puntano il dito sulla tempistica del silenzio-assenso fatto formare dalla Soprintendenza, sull’assenza di validi foto-inserimenti, sulle perplessità in merito alla soluzione progettuale mostrate dalla Direzione Regionale dell’ente di tutela. “L’organo regionale della Soprintendenza – afferma il Comitato No Crescent in una nota – aveva sottolineato come soltanto le difficoltà operative proprie del periodo estivo avevano impedito l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica comunale da parte della Soprintendenza locale”. Mentre anche l’attuale soprintendente, Miccio, avrebbe espresso dubbi sull’opera.


La denuncia riguarda anche profili di ordine urbanistico, come l’assenza di un accordo di programma con la Regione Campania, una presunta carenza della Valutazione d’Impatto Ambientale, l’incompleta sdemanializzazione dell’area. “Abbiamo fiducia nella Giustizia sia penale che amministrativa”, è il commento dei legali del Comitato. “Stiamo battendo tutte le possibili strade giudiziarie per evitare la costruzione dell’ecomostro. A breve il tribunale amministrativo fisserà l’udienza nella quale avremo l’opportunità di discutere le molteplici illegittimità le quali, a nostro avviso, inficiano l’intera procedura”.


di Vincenzo Iurillo e Ferruccio Sansa

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Il Fatto insulta Wojtyla con una vignetta blasfema Ma i lettori si arrabbiano

Il Fatto insulta Wojtyla con unhttp://www.blogger.com/img/blank.gifa vignetta blasfema Ma i lettori si arrabbiano

Nel giorno della beatificazione, l'inserto satirico pubblica una vignetta di Manara in cui Wojtyla è ritratto in mezzo a donne nude. I lettori: "Indecente". Ma la redazione non si scusa

sabato 7 maggio 2011

“La Grecia uscirà dall’Euro” Atene smentisce le voci dello Spiegel

“La Grecia uscirà dall’Euro” Atene smentisce le voci dello Spiegel: "

Ci mancava solo Der Spiegel: il settimanale tedesco, che in questi mesi si è dimostrato sempre ben informato sugli sviluppi della crisi finanziaria europea, scrive che la Grecia è pronta a uscire dall’euro. E scoppia un comprensibile panico. Lo Spiegel parla di una riunione d’emergenza e segreta prevista in Lussemburgo tra Eurogruppo ed esponenti dell’Unione europea per discutere dell’intenzione del governo di Atene di uscire dall’area dell’euro e tornare all’originaria valuta del Paese, la dracma. Sul tavolo ci sarebbe anche il dossier su una possibile ristrutturazione del debito di Atene, che è un modo garbato per dire bancarotta. Il governo di Atene ha smentito subito: “Non ha senso, è impossibile”. Ma i mercati ci hanno creduto e l’euro è crollato subito dell’1 per cento sul dollaro.


Questa mattina sulle prime pagine dei giornali si sono riempite di smentite. Georgos Papaconstantinou, ministro delle Finanze greco, lo dice in una lunga intervista a La Stampa. Uscire dall’Eurozona e’ un evento impossibile, spiega, prima di tutto “perché non esiste il meccanismo per far uscire un paese dell’euro” e poi perché “le conseguenze sarebbero catastrofiche: il debito pubblico raddoppierebbe, il potere d’acquisto crollerebbe, le banche collasserebbero e precipiteremmo in una recessione da guerra. Non ha senso politicamente, socialmente, economicamente. Sarebbe un disastro che nessuno vuole davvero”.


La Grecia, aggiunge, si trova ora “nel mezzo del tunnel. E’ il momento piu’ complicato: troppo buio per ricordarsi dell’inizio, quando eravamo sull’orlo della bancarotta, ma anche per intravvedere l’uscita. Ma ci stiamo muovendo verso la luce”. Per raggiungere l’uscita non ci sono alternative “al piano di risanamento e alle privatizzazioni”. Se nel prossimo futuro non si centreranno gli obiettivi fissati e se i mercati non si saranno “tranquillizzati”, sottolinea, “c’è sempre una via d’uscita: la possibilità di chiedere che il Fondo europeo di salvetaggio Efsf compri i nostri titoli sul mercato primario. Quindi il problema dei 25 miliardi di euro di cui avremo bisogno nel 2012 potrebbe essere coperto dal Efsf. Noi ce la faremo. Ma altrimenti c’e’ un paracadute”."

Libero e lo scoop bufala su Fini tanto amato da Belpietro

Libero e lo scoop bufala su Fini tanto amato da Belpietro: "

Emanuele Catino è un piccolo imprenditore di Andria, provincia triangolare – la famosa Barletta Andria Trani – a nord di Bari. Fino al 13 dicembre 2010 la sua vita è fatta di edilizia, olive e vino. Oltre a un’insana passione per la politica, con dichiarate simpatie berlusconiane.


In quei giorni di avvicinamento alle forche caudine della fiducia alla Camera, il bravo Catino vuole dare una mano a Silvio. Legge preoccupato i titoli dei giornali: governo in bilico e caduta del premier ormai possibile. Tutta propaganda e inutili allarmismi, si convince, decidendo di dimostrare all’Italia intera quanto sia facile manovrare i media per raggiungere un certo obiettivo. Ed ecco il piano: inventare una bufala colossale anti Berlusconi spacciandola a un giornale particolarmente reattivo.


La storia è da noir delle Murge, il destinatario un attento Maurizio Belpietro che ascolta prima al telefono e poi di persona la grande rivelazione: qualcuno sta organizzando un attentato contro Fini, da tenersi in caso di sfiducia alla Camera e prima delle – probabili – elezioni anticipate. Scopo ultimo dell’azione: far ricadere la colpa (e l’onta) su Berlusconi assicurando a Fini&nuovi alleati il successo alle urne.


La storia piace a Belpietro, che però non la pubblica subito. Il governo ottiene la fiducia, Catino pensa di aver fallito la missione, ma la sorpresa arriva il 27 dicembre quando Libero spara l’inghippo, associandolo a ‘strane notizie’ di frequentazioni di una maitresse modenese da parte del presidente della Camera. Quanto al fattaccio pugliese, l’editoriale di Belpietro aggiunge dettagli mai forniti dallo stesso inventore della favola: “Non avevo detto che l’attentato sarebbe stato organizzato ad Andria – ha spiegato l’altra sera Catino ad Annozero –. Ero stupefatto, mi sembrava impossibile che il direttore avesse pubblicato tutto fidandosi solo delle mie parole. Perché mi aveva chiesto un riscontro con la fonte, ma io gli avevo spiegato che la soffiata arrivava dalla moglie dell’attentatore, una mia amante. Che non avrebbe mai parlato”.


Insomma un feuilleton in piena regola, con puntata bis. Chiede Roberto Pozzan all’imprenditore: ma Belpietro l’ha più risentito dopo la pubblicazione? Risposta: “Certo, e mi sono inventato pure che questa donna era stata picchiata dal marito, che era successo un macello. E lui, anche lì, non ha battuto ciglio. Tanto che a me la storia cominciava a sembrare perfino vera”.


Un tocco di realismo ce l’hanno messo i procuratori di Bari, Milano e Trani, che si sono concentrati sull’episodio. Bari, raccolto il fascicolo di Trani, ha deciso di archiviare, mentre a Milano, il pm Armando Spataro, ha chiesto una condanna per procurato allarme . Forse anche l’Ordine dei Giornalisti vorrà dire qualcosa sui doveri di verifica delle polpette avvelenate, mentre Catino spera di uscire indenne dalla sua fantastica avventura: “Volevo solo dimostrare quanto sia facile montare un caso giornalistico e ingenerare nell’opinione pubblica diffidenza, sconcerto e alle volte anche odio nei confronti di Berlusconi” ha spiegato il malcapitato.

Certo, per Belpietro, proprio un periodo sfortunato con gli attentatori d’accatto. Prima la guardia del corpo che organizza una finta sparatoria giusto davanti al portone di casa sua. Poi l’amico sconosciuto di Silvio che si rivolge proprio a lui per smascherare i tragici limiti del Libero arbitrio giornalistico. Un colpo che Belpietro ha subito rilanciato di sponda contro Fini: tiro da maestro, rimbalzo sul muso a parte.


Da Il Fatto Quotidiano del 7 maggio 2011

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Ci mancavano solo il trota e le aspiranti Miss Padania. Ora Bologna le ha viste tutte

Ci mancavano solo il trota e le aspiranti Miss Padania. Ora Bologna le ha viste tutte: "

Renzo Bossi è tornato a Bologna. In una settimana speciale per la Lega Nord, dopo l’arrivo del ministro Roberto Maroni e l’attesa per il ministro Tremonti e il leader del Carroccio Umberto Bossi, il Trota ha passato una serata di divertimento e allegria in una discoteca della città, dove si sono tenute le selezioni di Miss Padania.


Al Giostrà di via Mattei, infatti, erano tanti i leghisti presenti, sia per “ammirare le quattordici ragazze in gara”, ma soprattutto per sostenere il candidato a sindaco del centrodestra, il leghista Manes Bernardini.


A dire il vero all’interno del locale il colore leghista, il verde, e i simboli del partito, che solitamente campeggiano sui muri o nei taschini delle giacche, non erano tanti. Qualche camicia, poche cravatte, meno di dieci bandiere appese e un inno, il “Va, pensiero”, che non prende proprio tutti. Solo la metà delle persone a cena si alza ad omaggiare il coro di Giuseppe Verdi, i restanti invece continuano a mangiare o chiacchierare amabilmente.


Le quattordici ragazze, per lo più studentesse dai 17 ai 24 anni, sfilano sul palco, che si trova al centro di una specie di arena. Prima con un vestito interamente verde, in seguito con un abito elegante. Poi “casual”, e per finire in bikini. Insomma, quattro giri di passerella che permettono ai presidenti di giuria, tra cui Renzo Bossi, Angelo Alessandri, Rosi Mauro, Lucia Borgonzoni, Stefano Ruozzi e Alessandro Marzocchi, di poter scegliere Miss Padania Provincia di Bologna, che poi correrà per la finale nazionale.


Sono quattro le ragazze prime classificate a pari merito. Ma prima di scoprire la vincitrice è il turno di Renzo Bossi: “siamo qui perché supportiamo il nostro partigiano Manes. Vogliamo una nuova Bologna. La ricordo come la città della cultura e dell’Università e il nostro è un progetto di rinascita”. Poi cambiando argomento invoca “il rilancio per la cinematografia del Nord. Chi vuole fare televisione e cinema non deve per forza andare a Roma, ma può trovare lavoro anche a Bologna”. E infine il federalismo fiscale: “Soldi da gestire nel modo migliore, per la nostra gente e la nostra città”.


Dopo gli applausi al Trota prende il microfono la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, che vuole “restituire Bologna ai bolognesi. Manes è giovane, bello e bravo, la persona giusta per questo compito”.


La parola poi passa al protagonista di queste giornate in salsa leghista, Manes Bernardini: “tra sette giorni giochiamo una partita fondamentale a Bologna. Per il futuro dei giovani, per una città più competitiva. Da una parte c’è Merola – attacca Bernardini – che ha amministrato per vent’anni. Dall’altro c’è un progetto innovativo. Da questo voto dipende il nostro futuro!”.


Finalmente la giuria riesce a scegliere la vincitrice del concorso Miss Padania, pescando fra le quattro prime classificate a pari merito la bionda Veronica Burgoni, sommersa dai flash dei fotografi in compagnia del Trota e di Bernardini.


Dopo Roberto Maroni e Renzo Bossi, il prossimo appuntamento sarà quello di domani sera, quando in piazza Maggiore alle 20.30 saliranno sul palco il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e il leader del Carroccio Umberto Bossi.

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In Italia gli irriducibili del nucleare

In Italia gli irriducibili del nucleare: "

Gli “ultimi giapponesi” del nucleare. Sull’atomo il governo italiano e l’Enel sono irriducibili, come quel gruppetto di soldati nipponici nell’isola di Guam che, decine di anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, con i capelli bianchi e i fucili arrugginiti, ancora non sapevano della resa ed erano pronti a combattere per l’ultima battaglia. Se da un lato Silvio Berlusconi annuncia candidamente che il programma nucleare è solo rimandato per evitare l’impatto dei referendum, dall’altro Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, fa sapere che “sul nucleare la macchina non si ferma”: il progetto è sospeso in Italia, ma si continuerà a investire all’estero per migliorare le tecnologie.


Nel frattempo le politiche energetiche di molti stati europei sono in fase di ridiscussione e alcune grandi corporation sarebbero pronte a fare un passo indietro sul nucleare. Come il colosso tedesco dell’elettronica e delle infrastrutture Siemens, che all’inizio di aprile ha espresso i primi dubbi sull’alleanza con la compagnia Rosatom (controllata dal governo di Mosca) per lo sviluppo di nuove centrali in Russia. “Il problema principale rimane quello di trovare un modo per salvare la faccia alla Russia e a Peter Löscher (amministratore delegato di Siemens)”, ha dichiarato al Financial Times un dirigente del gruppo tedesco. Una decisione formale non è ancora stata presa, ma nella sostanza Siemens sarebbe pronta ad uscire dalla joint venture con i russi non appena le condizioni fossero favorevoli per entrambi i partner.


La frenata di Siemens avrebbe un forte significato simbolico anche perché, solo due anni fa, il colosso tedesco aveva deciso di abbandonare lo storico alleato francese Areva per passare con Mosca, con l’ambizione di diventare il “leader di mercato nell’energia nucleare”. Ora le cose sono cambiate e il “rinascimento nucleare” che Siemens pensava di realizzare sulla sponda russa rischia di essere bloccato prima ancora di iniziare a concretizzarsi.


Intanto in Germania il cancelliere Angela Merkel preme sull’acceleratore dell’Energiewende, l’attesa svolta energetica che traghetterà il paese fuori dall’atomo. Secondo quanto riportato martedì dal quotidiano economico Handelsblatt, il governo tedesco sarebbe pronto a fissare una data precisa per l’uscita dal nucleare. Horst Seehofer, segretario della Csu (l’Unione Cristiano Sociale che fa parte della coalizione di governo), parla espressamente del 2020, mentre la Merkel per il momento preferisce pensare a tutte le possibili soluzioni per colmare il buco – pari al 23% del fabbisogno energetico – che deriverebbe dalla dismissione di tutti e 17 gli impianti attualmente funzionanti nel paese. La ricetta – secondo quanto riporta Handelsblatt – sarebbe già stata elaborata: nuove centrali a gas in Baviera e Nordreno-Vestfalia, in prossimità di impianti industriali, e investimenti crescenti nelle energie rinnovabili.


Mentre la Germania si prepara a smantellare, l’Italia rimane aggrappata con tutte le forze al piano governativo sul nucleare e ai pochi progetti che Enel è riuscita a portare a casa negli ultimi anni. Come la centrale di Cernavodă in Romania, fiore all’occhiello di Ceauşescu. Concepita negli anni ottanta, Cernavodă è composta da cinque reattori, di cui solo due sono stati effettivamente completati: uno nel 1996 e uno nel 2007. Il progetto per il completamento della centrale è stato rilanciato nel novembre del 2008 dal governo rumeno attraverso il consorzio Energonuclear, che inizialmente comprendeva l’agenzia nucleare nazionale Nuclearelectrica e grandi imprese come ArcelorMittal, ČEZ, GDF Suez, Enel, Iberdrola e RWE. Poi poco a poco il consorzio si è sfaldato. Nel settembre del 2010 il gruppo ceco ČEZ ha annunciato l’uscita dal progetto, mentre il 20 gennaio del 2011 sono usciti i francesi di Gdf Suez, i tedeschi di Rwe e gli spagnoli Iberdrola, spiegando che “le incertezze economiche e del mercato che circondano il progetto, relative in gran parte alla crisi finanziaria, non sono conciliabili con gli investimenti richiesti per lo sviluppo di un nuovo impianto nucleare”. In poche parole il gioco non vale la candela: troppe le incognite, troppo elevati i costi. Ma nonostante tutto Enel ha deciso di restare, mantenendo la sua partecipazione del 9% nel consorzio assieme agli indiani di ArcelorMittal (6,2%) e all’agenzia di Stato. Una scelta coraggiosa, ma non isolata.


Sempre in Europa dell’est, a Mochovce (Slovacchia), Enel, che dal 2006 controlla con il 66% l’operatore elettrico slovacco Slovenské Elektràrne, è impegnata nella realizzazione di due nuovi reattori in un impianto di progettazione sovietica, approvato nel 1987. Il 13 gennaio di quest’anno il Comitato di Conformità della Convenzione di Aarhus delle Nazioni Unite sull’Accesso all’informazione e la partecipazione dei cittadini in materia ambientale, ha rilevato “un’inadeguata partecipazione e consultazione delle comunità locali nel processo di costruzione dei due nuovi reattori”, che avrebbe comportato la violazione della Convenzione da parte della Slovacchia. La raccomandazione del Comitato, se recepita dalla Commissione Europea, potrebbe comportare la sospensione del progetto in attesa dell’elaborazione di una nuova valutazione d’impatto ambientale. Per Enel si tratterebbe di un ulteriore ostacolo sul fronte della “rinascita” nucleare.


E infine c’è la Russia, dove a Kaliningrad la compagnia elettrica italiana sta completando uno studio di fattibilità per valutare una possibile partecipazione a una nuova centrale in collaborazione con Rosatom: il Baltic Nuclear Power Plant. Le autorità russe hanno chiesto ripetutamente alle corporation europee di partecipare al progetto, offrendo il 49% delle azioni. Alla fine nessuno ha manifestato un vero interesse. Nessuno tranne Enel. Che, “se ci saranno le condizioni tecnologiche e di mercato sarebbe felice di investire nel nucleare in Russia”. L’ha dichiarato l’ad Conti nel corso dell’ultima assemblea degli azionisti, ricordando il memorandum siglato con Rosatom. La stessa compagnia russa dalla quale Siemens starebbe cercando di staccarsi.

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I nuovi beneficiati dal premier Berlusconi

I nuovi beneficiati dal premier Berlusconi: "

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Domenico, detto Mimmo Scilipoti, deputato di Iniziativa Responsabile, raggiunge la Camera alla chetichella, mentre un gruppo di ‘suoi’ Reponsabili insieme ad ex finiani, ex democratici e pidiellini, celebrano le nomine a sottosegretari a Palazzo Chigi con il premier Silvio Berlusconi. Scilipoti ha un tono dimesso: “Responsabili, vorrei tutti più responsabili”, ripete ai microfoni de ilfattoquotidiano.it. I nove sottosegretari si dividono, c’è chi fa lo spavaldo come il sottosegretario all’Economia Bruno Cesario (deputato di IR), il diplomatico come l’on. Roberto Rosso (Pdl) finito all’Agricoltura e chi come l’on. Catia Polidori (IR), anche lei all’Economia, ci risponde: “Con voi del Fatto non parlo dopo quello che avete scritto”.

Servizio di Carlo Tecce, riprese e montaggio Paolo Dimalio

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Scilipoti-show a “Mi manda Raitre”

Scilipoti-show a “Mi manda Raitre”: "

Nuovo exploit mediatico di Scilipoti, stavolta negli studi di “Mi manda RaiTre”. I temi affrontati sono la medicina non tradizionale e la tragica morte di Manuela Trevisan, una donna di Casarsa della Delizia (Pordenone), morta di linfoma di Hodgkin nel 2008, all’età di 46 anni.


Manuela era paziente di Danilo Toneguzzi, psichiatra di Pordenone, presidente del “comitato scientifico” dell’associazione ALBA (Associazione Leggi Biologiche Applicate), che divulga in Italia le teorie di medicina alternative propugnate da Hamer.  Ryke Geerd Hamer è un medico tedesco noto per essere il papà di Dirk Hamer, il ragazzo ucciso da Vittorio Emanuele di Savoia. Radiato dall’albo dei medici, pluricondannato, tuttora latitante e dichiaratamente antisemita, Hamer è altresì famoso per essere il fondatore della “Nuova Medicina Germanica”, disciplina condannata in Europa e additata come causa di un numero considerevole di decessi.


Ma che attinenza c’è tra Scilipoti, Toneguzzi e Hamer? Il deputato dei Responsabili, medico ginecologo, è un alfiere della medicina olistica e in occasione dello strombazzato convegno da lui organizzato il 15 aprile scorso a Palazzo Marini, presso la Camera dei Deputati, (“La medicina della natura, l’approccio olistico alla malattia e alla salute”) ha invitato come relatore proprio Danilo Toneguzzi. E’ in questa sede che lo psichiatra spiega agli astanti le famigerate cinque leggi biologiche scoperte dal dottor Hamer e “la prospettiva psiconeurobiologica nella comprensione della genesi e della natura della malattia”.


La trasmissione “Mi manda RaiTre” mostra uno stralcio della conferenza tenuta da Toneguzzi, che così sentenzia mentre un trafelato Scilipoti zompetta alle sue spalle: “Un’ultima conclusione cui è giunto Hamer è che la malattia, espressione di una serie di fenomeni con una logica ben precisa, non rappresenta un difetto della natura, ma una risposta di adattamento biologica ad una situazione percepita come straordinaria. (…) Le cinque leggi biologiche scoperte dal dottor Hamer si rivelano pertanto un modello psiconeurobiologico estremamente utile non soltanto per colmare le numerose lacune della medicina accademica, ma anche nell’approcciare il paziente in maniera personalizzata. E’ dunque una medicina centrata sul paziente”. Ma c’è dell’altro: Toneguzzi nel 2009 è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo e truffa ai danni di Manuela Trevisan. Il processo è ancora in corso. Secondo la ricostruzione della sorella della vittima, che ha querelato Toneguzzi, Manuela sarebbe stata convinta dal medico a rinunciare alla chemioterapia e all’iter terapeutico tradizionale e a seguire cure legate alla Nuova medicina germanica. Le motivazioni addotte dallo psichiatra, così come riferiscono il Messaggero Veneto e Il Gazzettino, erano di questo tenore: i tumori non esistono, fumare non fa male, mangiare un dolce avrebbe potuto essere d’aiuto ai malati terminali, mangiare un budino può aiutare anche a guarire una malattia terminale di cancro”.


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Durante la trasmissione, la mamma di Manuela racconta gli ultimi giorni di vita della figlia, che, seguita da Toneguzzi, ha sempre pervicacemente rifiutato di sottoporsi alla chemioterapia, perchè, secondo il verbo di Hamer, “il 98% delle persone che si sottopongono alla chemio muoiono poco dopo”. Soltanto quando era in fin di vita, lo psichiatra le ha concesso di fare una seduta. Ma ormai era troppo tardi. Scilipoti, con una incredibile arrampicata sugli specchi, tenta di svicolare alle domande precise di Edoardo Camurri ( perchè ha invitato Toneguzzi al convegno alla Camera?”) e del giornalista Ilario D’Amato, autore del sito Dossier Hamer e appellato dal deputato con un elegante “come si chiama lei”. E, come è nel suo conclamato stile, sbraita, urla, vanta la sua sapienza scientifica in un italiano maccheronico (“in questa sala che lei mi ha invitato…”“lei conosce di quello che parlo”, frasi che evocano i famosi “300 dii” del suo show alla Zanzara).  Scilipoti pronuncia anche qualche bugia grossolana, quando rimprovera Camurri per aver definito ”convegno” il suo simposio sulla medicina olistica del mese scorso. Scilipoti lo bacchetta polemicamente, dandogli dell’incompetente perchè in realtà quella del 15 aprile era una “conferenza”. Eppure sul sito del Movimento di Responsabilità Nazionale la connotazione dell’evento è chiara: trattasi proprio di un “convegno” ( http://www.mrnonline.it/?p=402). Qualche secondo dopo, Scilipoti si rimangia la parola e, durante il suo delirio, gli sfugge la parola “convegno”. In definitiva, si scatena un diverbio accesissimo tra il deputato “responsabile” e il conduttore, omaggiato con svariati improperi ripetuti fino allo sfinimento (“lei si deve vergognare”, “lei è un mascalzone”, “lei sta strumentalizzando”). E non basta una voce implorante dal pubblico che grida “buoni” a placare la bagarre.

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venerdì 6 maggio 2011

Forse neanche sotto Pinochet...

...almeno, li le domande le facevano; preparate; ma le facevano!

Oggi nei palazzi, specie a Palazzo Chigi, è di gran voga un altro sistema che pochi conoscono: il comunicato stampa vivente dei ministri. Veri e propri soliloqui dell’esponente di governo di turno o della maggioranza – a dire il vero anche l’opposizione è maestra in questo – dove spesso non c’è replica dell’altro schieramento e dove, è la regola, non è prevista nessuna domanda del giornalista. O se c’è, talvolta è anche suggerita. Oggi nei palazzi, specie a Palazzo Chigi, è di gran voga un altro sistema che pochi conoscono: il comunicato stampa vivente dei ministri. Veri e propri soliloqui dell’esponente di governo di turno o della maggioranza – a dire il vero anche l’opposizione è maestra in questo – dove spesso non c’è replica dell’altro schieramento e dove, è la regola, non è prevista nessuna domanda del giornalista. O se c’è, talvolta è anche suggerita.



http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/05/il-teatrino-dellinformazione-al-servizio-della-brambilla/109191/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/11/il-pdl-a-gubbio-backstage-tra-i-giornalisti-assist-e-occhiolini-al-politico-di-turno/59583/

Post Scriptum: anche questa di Tremonti e le "domande normali" (normali=preparate?) è significativa: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/05/tremonti-a-feltri-il-fatto-per-una-volta-faccia-domande-normali/109219/

domenica 1 maggio 2011

Diritti calpestati? La colpa è di noi lavoratori

Diritti calpestati? La colpa è di noi lavoratori: "

Questa mattina, dopo una corsetta al parco, sono passata davanti al piccolo supermarket vicino a casa: aperto di domenica 1° maggio. Sono rientrata ieri dopo una settimana all’estero, quindi non ho seguito le ultime polemiche attorno alla «santificazione» che la Cgil e Susanna Camusso avrebbero fatto di questa che molti considerano una ricorrenza obsoleta. Dunque mi sono un po’ stupita, ma non troppo, di trovare aperto il piccolo supermarket. Avevo solo tre euro nella tasca della tuta, quanto bastava per un litro di latte e una busta d’insalata. Mi servivano entrambi (frigo vuoto dopo la settimana via), ma mi sono posta il problema se entrare, comprare e giustificare, in un giorno così carico di significato per i lavoratori di tutto il mondo, l’apertura di quella piccola filiale del grande colosso francese che controlla ormai gran parte della grande distribuzione di prodotti alimentari in Italia.


Soppesando lo scarso valore delle tre monete, ho capitolato: sono entrata, ho fatto il mio acquisto e, al momento di pagare, ho commentato con il cassiere: «Ma anche di Primo maggio vi fanno lavorare!». Mi aspettavo un mugugno o un sospiro, invece il signore con gli occhiali ha risposto: «Questo succede quando non si tengono più in conto i diritti dei lavoratori. E la colpa è soprattutto nostra, cioè dei lavoratori».


Naturalmente aveva, ha ragione. Ma mi chiedo quanta colpa abbia lui e la sua generazione di lavoratori e quanta noi che abbiamo festeggiato tanti 1° maggio: noi «vecchi» lavoratori che abbiamo lottato per i nostri diritti, ma non abbiamo saputo conservarli per chi è venuto dopo. O meglio, non abbiamo saputo trasmettere il valore di quei diritti, e dunque la necessità di tutelarli e conservarli.


Vi invito ad ascoltare questo contributo sonoro di Adriano Sofri, Il valore del Primo maggio, che condivido pienamente.


Buon Primo maggio a tutti.

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sabato 30 aprile 2011

Nucleare, Enel prosegue il progetto “Nostri ingegneri lavorano all’estero”

Nucleare, Enel prosegue il progetto “Nostri ingegneri lavorano all’estero”: "

Se il governo Berlusconi si rimette in tasca la partita nucleare, causa referendum ed elezioni, Enel rilancia il progetto atomico. A farlo è l’amministratore delegato Fulvio Conti:  ”Non smontiamo la macchina nucleare”. Dopodiché ha aggiunto che l’intenzione dei gruppo è di “continuare a lavorare all’estero nell’ipotesi che il tema dovesse tornare d’attualità nel prossimo futuro”. Un progetto, ha poi ricordato il dirigente “attualmente è sospeso, perché il governo ha deciso la moratoria di un anno e c’è la proposta di legge che abroga la possibilità di costruire impianti nucleari”. Quindi, ha proseguito, “al momento non possiamo andare avanti”, ma “i nostri ingegneri continueranno a lavorare all’estero”. Quindi a chi ventila la possibilità di un investimento in Russia, Conti risponde in questo modo: “Se ci fosse un’opportunità alle giuste condizioni di mercato saremmo molto felici di farlo”. Il riferimento è alla collaborazione con la Inte Rao, che prevede la costruzione di una centrale nucleare a Kaliningrad. “In ogni caso – ha spiegato – aspettiamo il progetto di fattibilita’”.

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