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domenica 24 aprile 2011

Come ti scoraggio la lettura

Come ti scoraggio la lettura: "

Due ricette infallibili per scoraggiare il libro e la cultura. La prima viene da un intellettuale di sinistra. In un’intervista a “Tuttolibri”, Stefano Rodotà racconta di avere scoperto la lettura «nella grande casa dei nonni a Cosenza». Una stagione da favola, quando i mulini erano bianchi.


«Magari non si avevano soldi per tante altre cose ma mai si rinunciava al volume che si andava a ordinare alla cartolibreria… Leggevo di tutto: da Balzac a Dostoevskij, Walter Scott, Rabelais, Mann, Cervantes, Melville… Ferenc Körmendi, Alberto Moravia e i poeti, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pasolini: veramente non mi sono mai fatto mancare nulla».


Beh, qualcosa forse sì: le partite di calcio all’oratorio, tanto per dirne una. Mentre i coetanei si facevano indottrinare dal parroco, il piccolo Stefano temprava la sua dura scorza di laico integrale sulle pagine di Delitto e Castigo. Splendido esempio per le nuove generazioni, anche perché Rodotà di strada ne ha fatta parecchia.


Ma proviamo a far leggere l’intervista a un sedicenne con l’ipod conficcato nelle sinapsi e una cronica allergia alla carta stampata. Ne ricaverà la conferma che il libro è oggetto obsoleto, il retaggio di un’epoca di stenti senza tivù né motorini, dove gli adolescenti si annoiavano a morte a casa dei nonni.


Perché regredire a quel mondo trogloditico? E rottamato il book si ritufferà in Facebook.


Seconda ricetta: dalle colonne del “Giornale” l’intellettuale di destra Giorgio Israel se la prende coi “pedagogisti progressisti” che starebbero smantellando la scuola italiana: videogiochi al posto dei libri, insegnanti trasformati in “facilitatori”.


Una vera e propria Caporetto educativa, voluta e pianificata dalla sinistra. Fortuna che gli austeri pedagogisti di centrodestra stanno provvedendo a riportare la serietà negli studi: televisivi e odontoiatrici, s’intende. Nessuna facilitazione per le igieniste dentali.

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venerdì 22 aprile 2011

I cittadini calpestati

I cittadini calpestati

Ogni giorno ha la sua pena istituzionale. Davvero preoccupante è l'ultima trovata del governo: la fuga dai referendum. Mercoledì si è voluto cancellare quello sul nucleare.

sabato 1 gennaio 2011

Rodotà, Gallino e altri: Appello a sostegno della Fiom

Rodotà, Gallino e altri: Appello a sostegno della Fiom: "da il Manifesto, 29 dicembre 2010
Abbiamo deciso di costituire un’associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.La prima ragione della nostra indignazione nasce dall’assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di [...]"

sabato 11 dicembre 2010

Rodota' propone, Senato dispone

Rodota' propone, Senato dispone: "Presentato in aula il DDL2485, che vorrebbe inserire nel dettato costituzionale l'articolo 21-bis. Tutti i cittadini avrebbero pari accesso ad Internet. 16 i senatori che hanno firmato la proposta"

sabato 4 dicembre 2010

Internet come diritto costituzionale

Internet come diritto costituzionale: "

“Basta con i blog, sono solo pieni d’insulti” titolava, in prima pagina “il Giornale” del 4 gennaio 2009 al quale, il 15 dicembre del 2009, facevano eco le parole del presidente del Senato Renato Schifani, secondo il quale “Facebook è più pericoloso dei gruppuscoli degli anni Settanta” [le annotazioni sono di Alessandro Gilioli e Arturo di Corinto ne 'I nemici della Rete', ndr].

Nelle stesse ore, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, sconfessando e sbugiardando gli annunci e le promesse fatte sino a qualche istante prima dal ministro Brunetta e dall’allora vice-ministro alle comunicazioni Paolo Romani, annunciava – con l’aria dello statista che guarda lontano e frena l’entusiasmo dei miopi – che il programmato (forse, ndr) investimento di 800 milioni di euro per la diffusione della banda larga nel nostro Paese sarebbe stato preso in considerazione solo dopo l’uscita del Paese dalla crisi (chissà come e chissà quando, ndr) perché al momento vi erano altre priorità.

Nei giorni scorsi il ministro Paolo Romani, che ha frattanto fatto carriera, ha comunicato, quasi si attendesse un’ovazione, che l’Italia farà la Bulgaria digitale: ottima notizia, se l’impegno fosse a condizioni di reciprocità e la Bulgaria si fosse, contestualmente, impegnata a fare l’Italia digitale.

Sin qui, per stare agli annunci ed ai proclami.

Lo scenario non cambia e, anzi, peggiora se si prova a porre mente alla pioggia di iniziative legislative attraverso le quali per ignoranza, tecnofobia o volontà di supportare l’oligopolio dei vecchi media del pensiero unico, negli ultimi anni, si è tentato e rischiato, a più riprese, di limitare, burocratizzare o impedire l’accesso alla Rete ed il suo utilizzo da parte dei cittadini, senza mai preoccuparsi di promuoverlo.

L’emendamento D’Alia attraverso il quale si sarebbe voluto riconoscere al ministro dell’Interno il potere di ordinare l’oscuramento di interi siti internet, il ddl intercettazioni con il quale si è, tra l’altro, minacciato di imporre all’intera blogosfera l’obbligo di rettifica, che avrebbe probabilmente comportato la chiusura di decine di migliaia di voci libere dell’informazione diffusa italiana o, piuttosto, il ddl Pecorella con il quale il senatore ed ex avvocato del premier, suggerisce addirittura di estendere a tutti i gestori di siti internet gli obblighi previsti dalla vecchia legge sulla stampa, ivi inclusi quelli relativi agli adempimenti burocratici ed allo speciale regime di responsabilità, costituiscono solo qualche esempio dell’approccio, almeno disincentivante, della politica italiana all’accesso alla Rete.

Questo elenco potrebbe proseguire ancora per bit e bit ma, per chiuderlo, basterà ricordare l’ormai famigerato decreto Pisanu, del quale, nonostante gli annunci propagandistici del ministro Maroni, non riusciamo ancora a liberarci, e attraverso il quale, in nome di fantomatiche esigenze antiterroristiche – non dimostrate né dimostrabili – si è limitato e ristretto per anni il diritto dei cittadini italiani di accedere a Internet in modalità wifi.

È in questo contesto storico e politico, che non può e non deve essere dimenticato, che si colloca la recente proposta di Stefano Rodotà di inserire nella nostra Carta Costituzionale un articolo 21-bis ai sensi del quale “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Internet diritto costituzionale per tutti i cittadini italiani non è come qualcuno ha voluto affrettatamente concludere uno spot o un’operazione promozionale ma, piuttosto, un’aspirazione, un’ambizione, un obiettivo concreto per un Paese nel quale la Rete potrebbe rappresentare la prima grande opportunità di liberare i cittadini dal giogo del tele-comando e, invece – o forse proprio per questo – continua ad essere trattata da Cenerentola, brutto anatroccolo del sistema mediatico ed è tenuta nell’ombra, frenata nella sua diffusione e, ove possibile, bollata come nemico da combattere.

Il diritto di accesso a Internet – al di là di ogni sofismo – è una libertà fondamentale il cui esercizio è strumento per l’esercizio di altri diritti e libertà costituzionali: non solo la libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 ma anche il diritto al “pieno sviluppo della persona umana” e “all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” di cui all’art. 3 della Costituzione, o piuttosto la libertà di impresa di cui all’art. 41.

Oggi, nel secolo della Rete, nella società dell’informazione o, se si preferisce, nell’era dell’accesso come la definisce Jeremy Rifkin, non avere accesso a Internet, significa vedersi precluso l’esercizio della più parte dei diritti di cittadinanza.

In molti, all’indomani dell’annuncio della proposta di Stefano Rodotà, hanno sollevato dubbi e perplessità sulla sua utilità e opportunità, rilevando come il diritto di accesso a Internet dovrebbe intendersi già presente nella nostra costituzione o, piuttosto, come Internet sia solo uno strumento “contigente” destinato ad essere superato dai tempi e dalla tecnologia e, per questo, non meritevole di essere inserito addirittura nella nostra Costituzione.

Sono dubbi legittimi e, forse, in una dimensione “accademica e speculativa”, persino condivisibili, ma si sgretolano o dovrebbero sgretolarsi, se solo si pone mente alle peculiarità della stagione socio-economica e politica che il nostro Paese sta attraversando. Le leggi non sono principi filosofici o teoremi astratti avulsi dallo spazio e dal tempo ma, rispondono – o dovrebbero rispondere – alle esigenze ed ai problemi della comunità che attraverso esse si intendono governare, garantendo ai cittadini i diritti e le libertà dei quali si avverte maggiore bisogno o che si ritengono più a rischio.

Se la nostra carta costituzionale, solo per fare un esempio, non fosse stata scritta nel 1948, in un Paese nel quale l’informazione su carta aveva subito e sofferto la censura fascista, probabilmente, la stampa avrebbe avuto nell’art. 21, assai minor rilievo o, magari, non l’avrebbe avuto affatto perché, in fondo, si trattava “solo” di uno strumento “contigente”, anch’essa destinata ad essere superata dai tempi e dalla tecnologia, proprio come oggi si dice di Internet.

L’Italia ha più bisogno di internet che la più parte dei Paesi occidentali perché in Italia l’informazione è meno libera è più dipendente da pochi grandi centri di potere economico-politico che altrove. L’accesso alla Rete, in Italia può rappresentare una straordinaria opportunità per restituire ai cittadini il governo del Paese. Internet, nel 2010, significa – o può significare – democrazia elettronica, promozione della cultura, del sapere e della creatività ma anche nuove opportunità di lavoro e di fare impresa per giovani e meno giovani.

Chiedere il riconoscimento del diritto di accesso a Internet come diritto costituzionale significa, quindi, chiedere, con formula sintetica, il riconoscimento di tutti i diritti e le libertà di cittadinanza digitale. La proposta di Stefano Rodotà rappresenta una grande occasione di aprire un dibattito ampio e diffuso sul tema della cittadinanza digitale nel XXI secolo e soprattutto per chiedere, finalmente, che lo Stato si faccia carico di guardare alla Rete in una logica di promozione dell’informazione, della cultura, della creatività, della concorrenza e del diritto di tutti i cittadini a vedere, finalmente, attuate tutte le proprie libertà fondamentali.

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venerdì 22 gennaio 2010

La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione

La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione: "di Stefano Rodotà, "la Repubblica", 22 gennaio 2010
È bene chiamare le cose con il loro nome: stiamo vivendo una crisi di regime. Dalla quale si esce con una rifondazione della Repubblica secondo una lettura dinamica dei principi della Costituzione o, al contrario, abbandonando quei principi, con una rottura che porta, appunto, a un mutamento di [...]"