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giovedì 26 agosto 2010

Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano

Nei verbali di Spatuzza la storia di Schifani che fece da tramite tra Berlusconi e i Graviano: "

Ci fu un tempo in cui il senatore Renato Schifani non si occupava di politica. Faceva l’avvocato, civilista, e in questo ruolo agganciò spregiudicate conoscenze con uomini vicini a Cosa nostra. Erano i tempi in cui esibiva con orgoglio l’ormai mitico riporto in testa. Anni Ottanta, inizi dei Novanta. Epoca in cui l’allora intraprendente legale, che da lì a poco sarà eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, avrebbe ricoperto un ruolo di prestigio, mediando i rapporti tra i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. La notizia viene riportata sul numero dell’Espresso in edicola domani. A firmare l’articolo è Lirio Abbate, ex cronista dell’Ansa che l’11 aprile 2006 fu il primo a dare la notizia dell’arresto di Bernardo Provenzano. Si parla di “ombre inquietanti” che emergono dal passato. Di “spettri” ripescati dentro a trenta’anni di storia di un uomo che per anni ha girato i tribunali di mezza Italia difendendo i patrimoni dei boss mafiosi.

Ombre e sospetti riportati a galla dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex killer di Brancaccio, scrive l’Espresso, l’ottobre scorso davanti ai giudici di Firenze avrebbe parlato proprio di questo. Frasi messe subito a verbale e girate, per competenza, alla procura di Palermo. Documento top secret. Ma solo a metà. Una parte di queste pagine (le meno compromettenti) sono state messe agli atti del processo al senatore Marcello Dell’Utri (condannato a sette anni per concorso esterno).

Lo spunto, dunque, esiste. Saranno i magistrati a sviscerare il tema. Il procuratore Francesco Messineo ha già dato l’incarico agli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci e ai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Secondo quanto riporta l’Espresso, i magistrati hanno già messo a punto una strategia segnandosi le persone da sentire. Non c’è dunque solo Spatuzza. Ma anche Francesco Campanella, ex segretario dei giovani dell’Udeur, già delfino di Mastella, ma soprattutto colletto bianco in nome e per conto della famiglia Mandalà. Quello stesso Campanella che grazie ai suoi appoggi nel comune di Villabate ha falsificato la carta d’identità con cui Provenzano è andato a Marsiglia per sottoporsi a esami clinici. L’elenco, però, prosegue e spunta il nome, per ora top secret, di un imprenditore condannato per riciclaggio che nominò lo stesso presidente del Senato socio in una sua impresa.

Insomma, l’ennesima gatta da pelare per Berlusconi e il suo stato maggiore. Nulla, ovviamente, è ancora stato scritto. Tantomeno Schifani risulta indagato. Ma su di lui pesa un’inchiesta (poi archiviata nel 2002) per associazione mafiosa. Indagato per tre volte, e per tre volte archiviato. Eppure le carte restano e come ha rivelato il Fatto, incastrano Schifani quantomeno a precise responsabilità politiche. A tirarlo in ballo è infatti il pentito Salvatore Lanzalaco per un appalto pilotato dalla mafia. Il sistema, come spiega Abbate, era semplice: “Lo studio di progettazione di Lanzalaco preparava gli elaborati per le gare, i politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano, la mafia eseguiva i subappalti”.

Per Schifani, quindi, la situazione non è delle migliori. Con nuovi elementi d’accusa l’inchiesta potrebbe essere riaperta. E in questo caso gli elementi d’accusa pesano e non poco. Visto che Giuseppe Graviano è lo stesso che nel 1993 orgnizzò le stragi di Romna, Firenze e Milano e che subito dopo confidò a Spatuzza di essersi “messo il paese nelle mani” grazie alla colaborazione di Berlusconi e Dell’Utri.

La trinagolazione Graviano-Schifani- Berlusconi, a quanto scrive l’Espresso, parte, poi, da molto lontanto. Dagli anni Ottanta. Periodo in cui il presidente del Senato tra i suoi assisti aveva Giovanni Bontate, fratello di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981 e che poco prima di morire era salito a Milano per investire 20 miliardi di lire. Denaro dei clan, di cui però si sono perse le tracce. E sotto la Madonnina, stando alla fonte anonima citata dal settimanale, Schifani ci veniva già a metà degli anni Ottanta vedendo Dell’Utri e il premier. Incontri cordiali in cui Berlusconi aveva il vezzo di chiamarlo “contabile”. Chissà perché?

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martedì 3 agosto 2010

Inchiesta sulle bombe del ’93, Berlusconi e Dell’Utri indagati per strage

Inchiesta sulle bombe del ’93, Berlusconi e Dell’Utri indagati per strage: "

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze. Per strage. Lo scrive oggi il quotidiano l’Unità, rivelando che il presidente del Consiglio e il senatore Pdl compaiono nel fascicolo numero 11531 del 2009 con generalità protette, “Autore Uno” e “Autore Due”, come già successe nella prima indagine sulle stragi del 1993, poi archiviata nel 1998. “Da settimane, forse da mesi”, scrive sull’Unità Claudia Fusani, “risultano iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze che da 17 anni indaga senza sosta sui mandanti occulti di quelle bombe che hanno ucciso sette persone, ne hanno ferite decine e messo in ginocchio l’Italia, che in quella primavera, dopo le bombe che nel 1992 avevano ucciso Falcone e Borsellino, si trovò a un passo dall’abisso e dal golpe”.
Il salto di qualità dell’inchiesta è stato determinato innanzitutto dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il boss di Brancaccio, vicino ai fratelli Graviano, poi diventato collaboratore di giustizia. “I Graviano mi dissero che gli attentati di Firenze, Milano e Roma non ci appartenevano. Quello era terrorismo. Ma mi dissero anche che era bene portarsi dietro questi morti, così chi si doveva muovere si sarebbe mosso”. E ancora: “Giuseppe Graviano mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Mi parlò di Berlusconi e Dell’Utri: con loro ci eravamo messi il paese nelle mani”.
Ora l’indagine di Firenze, coordinata dai sostituti procuratori Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini e dal procuratore Giuseppe Quattrocchi, dopo un anno di lavoro, ha ottenuto una proroga di altri sei mesi. Dovrà trovare riscontri alle dichiarazione “de relato” di Spatuzza sulle bombe del 1993 agli Uffizi, al Pac di Milano, a due basiliche romane e sul fallito attentato allo stadio Olimpico della capitale.

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martedì 29 giugno 2010

Il bicchiere mezzo pieno (di mafia)

Il bicchiere mezzo pieno (di mafia): "

Se a una persona che stimo moltissimo e considero di specchiata moralità dessero sette anni per mafia sarei furibondo per l’ingiustizia, non mi verrebbe neanche in mente di festeggiare perché non gli hanno aggiunto altri quattro anni per mafia successiva. Nel partito-salamelecco di Berlusconi, invece, per la condanna del senatore Dell’Utri circola grande soddisfazione: solo (!) sette anni, mentre per le stragi successive al ’92, e altre mafiosità dopo quella data, “il fatto non sussiste”.

Ora, se sei contento per una sentenza del genere, l’unica spiegazione è che avevi fondati motivi per aspettarti di peggio. E se ti aspettavi di peggio, malgrado una corte giudicante che tutti i “rumors” e “gossip” di Sicilia davano come la sorte – diciamo così – meno ostile, allora l’unica spiegazione logica è che sai qualcosa che noi non sappiamo, quel qualcosa che il pubblico ministero ha ricostruito con grande impegno almeno per alcuni episodi, anche se le testimonianze a riscontro non sono state considerate tali dalla corte. Se poi il telegiornale minzolino biascica in due parole velocissime la notizia della condanna, e concentra tutto il servizio sulla “assoluzione”, hai la conferma che il vertice che ci governa ricorda sempre di più un suo sinonimo: la cupola.

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giovedì 15 aprile 2010

Per candidarsi 200mila euro

Per candidarsi 200mila euro: "

Politiche 2008: il socio di Dell'Utri, Aldo Micciché, parla al telefono di richieste di soldi per diventare deputato. Uno dei suoi interlocutori: "In listà c'è chi è entrato grazie ai casalesi"





Marcello Dell'Utri (foto Ansa)



"In democrazia lo stronzo vale quanto un genio”. Così parlò Aldo Micciché, il faccendiere calabrese trapiantato in Venezuela. Alle ultime elezioni politiche si occupò con successo della raccolta di voti a favore del Pdl in Venezuela. Generoso, rifiutò addirittura una proposta di candidatura offertagli direttamente da un emissario di Forza Italia, Filippo Fani, braccio destro di Barbara Contini. Amico e socio di Marcello Dell'Utri e di uno dei suoi figli, settori petrolio e medicinali, è l'uomo che in una notte di tensione brucia le schede elettorali degli italiani residenti nel paese sudamericano. Di questo suo gesto informa anche Filippo Fani. Micciché, che fa da tramite tra Marcello Dell'Utri e alcuni emissari della cosca Piromalli, una delle più potenti della Piana di Gioia Tauro, è una “piovra”. “Micciché in Italia ha contatti con i capezzuni”. Gente che conta. Nomi altisonanti che colpiscono gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria che intercettano le sue conversazioni. “Ciò che ha colpito questi investigatori – si legge nel fascicolo inviato dalla Procura antimafia reggina alla Procura generale di Palermo – è la quantità, ma soprattutto la qualità delle conoscenze che Micciché ha sia in Italia che all'estero”. Il faccendiere conosce tutti e parla con tutti. Dell'Utri, la sede di An, quella di Forza Italia, la segretaria di Mastella, Mastella stesso, l'onorevole Tassone, oggi vicepresidente dell'Antimafia, e poi esponenti della massoneria, uomini d'affari e servizi segreti venezuelani.



Ma a tempestarlo di telefonate alla vigilia delle elezioni è Filippo Dinacci, avvocato napoletano e cugino omonimo dell'avvocato romano legale di Previti, Berlusconi e Bertolaso. L'avvocato Dinacci in quel periodo è consulente della società che Micciché, Dell'Utri e Massimo De Caro hanno messo in piedi per il business del petrolio e del gas in Venezuela. Ma il pallino della politica non lo abbandona mai, ha fondato con Armando Pizza la nuova Dc, ha partecipato alla querelle sul simbolo. E ora, elezioni politiche del 2008, pretende un posto in Parlamento. “Mercoledì – dice Dinacci in una telefonata alle 3 del pomeriggio del 18 febbraio 2008 – vado a Roma per la candidatura in Forza Italia”. Micciché gli dice di stare tranquillo: “Per quanto riguarda Forza Italia se riusciamo a fare l'operazione del petrolio speriamo che vada, quindi non dico ricattare, ma insomma quasi”. Petrolio e politica, in ballo ci sono gli interessi di una grande società russa. “I rapporti con il russo – dice a Filippo Dinacci – sono di Marcello (Dell'Utri, ndr) perché Berlusconi ha dato a lui questo rapporto. Chiaro?”. Chiarissimo, ma l'avvocato napoletano vuole una candidatura, grazie alla mediazione di Micciché è riuscito ad avere un incontro con Dell'Utri.



Micciché: “Tu devi apprezzare la chiarezza con la quale ti ha parlato Marcello, poi ti spiegherò tutto e che tra l'altro praticamente da parte di chi eventualmente eccetera, si pensava che ti dava una candidatura e che dovevi pure pagare. Parliamoci chiaro”. “La verità – è la replica di Dinacci – è che ci sono candidature vergognose. E poi i soldi, ma è vero che volevano 200mila euro?”. “Forse c'è bisogno di una somma superiore”, risponde il faccendiere calabrese . Danaro per candidarsi nel partito di Berlusconi? I due ne parlano. Ma la candidatura di Dinacci non arriva, si perde tempo e l'avvocato napoletano perde la pazienza. Un giorno, il 18 marzo 2008, sbotta. “Ho detto a Dell'Utri tante cose riservate, Marcello è rimasto interdetto, perché gli ho parlato pure delle situazioni con dei flash di rapporti che il Cavaliere aveva e che tiene anche dall'altra parte del Continente”. Parla troppo, l'avvocato, e Micciché risponde a monosillabi. Ma Dinacci non si tiene: “Anch'io ho le mie carte che posso giocare, gli ho detto a Marcello che ho anche gli estremi da portare in Procura per quelle schifezze che hanno fatto per le candidature in lista, i signori Nicola Cosentino e Luigi Cesaro, gli ho detto pure questo, va bene?”.



Micciché non ne può più e invita Dinacci a calmarsi, cerca di interrompere la telefonata (il faccendiere è informato del fatto che il suo telefono è intercettato, è lo stesso Dinacci a chiedergli di verificare se i telefoni sono sotto controllo). L'avvocato Dinacci, però, non resiste: “Nelle liste elettorali sono entrate persone perché ci sono i casalesi. Ma che vuoi che ti dica? Che ci sono delle carte che stanno... ci stanno le carte in mano a certe persone che sono pronte ad andare in Procura... che cazzo vuoi che ti dica?”. Sono giorni durissimi, l'avvocato Dinacci è impegnato nella trattativa sul petrolio, con i russi che pongono difficoltà, e l'ansia per una candidatura che non arriva. Micciché tenta di convincerlo ad accettare un posto in lista a Genova, dove lui può manovrare un po' di voti dei portuali, ma l'avvocato vuole la Campania. Ipotesi che sfuma sempre più. E allora Dinacci ritelefona a Micciché, manca poco alle tre del pomeriggio del 6 aprile 2008, e gli prospetta una soluzione: “Ora devi essere tu a intercedere con lei (parlano di Barbara Contini, oggi deputata, ndr), io le ho prospettato anche la possibilità di inserirmi nell'impiantistica dei rifiuti perché dall'America hanno degli impianti altamente sicuri”. Poi i due passano a discutere di altro. L'avvocato chiede a Micciché: “Quello strumento è uno dei tanti perché sono a tagli da uno, oppure sono a più tagli? Comunque il totale complessivo riusciamo a coprirlo per quello che è l'esigenza, no?”. E Micciché: “Eh, almeno tre milioni, un casino quanto ne vuoi!” L'avvocato partenopeo: “Questo volevo sapere, va bene, perché verrebbero assegnati alla fondazione, giusto? Comunque io mi attivo subito, vediamo in pochi giorni di avere una risposta positiva”.



da Il Fatto Quotidiano dell'11 aprile 2010

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domenica 11 aprile 2010

'Guai a Santoro e a Travaglio
se toccano ancora Dell'Utri'

'Guai a Santoro e a Travaglio<br>se toccano ancora Dell'Utri': "

Le elezioni del 2008 e le minacce di Aldo Micciché, socio del senatore e 'consigliori' della 'ndrangheta: 'Se mi rompono...'



Aldo Miccichè, il faccendiere calabrese riparato in Venezuela, amico e socio di Marcello Dell’Utri in business petroliferi e in commercio di medicinali, era ossessionato dai giornali e dai giornalisti. Soprattutto da chi scriveva contro il 'suo senatore', Dell’Utri, ovviamente. 'Travaglio, quello di Annozero. Guarda che se mi rompe i coglioni sul senatore, veramente gli faccio s... un petardo nel culo'. Miccichè è al telefono – un'ossessione pure quella, assieme al computer e Internet, il suo contatto fisso con l’Italia – e parla con Massimo De Caro, amico pure lui di Dell’Utri e interessato al business del petrolio e del gas in Venezuela. Parlano di Marco Travaglio e dei suoi libri su Berlusconi & soci. Pagine evidentemente sgradite al mondo che circonda Miccichè. De Caro lo tranquillizza. "È tanto che non ne parla più (di Dell’Utri, evidentemente, ndr)". Miccichè: "Ah, e già, lo hai capito, no? Io gliel’ho detto al senatore oggi, non mi deve rompere i coglioni, gli ho mandato un messaggio, non a lui, al suo capo. Che non rompa le palle...cercherà soldi, dai, te lo dico io". Massimo De Caro: "Quel libro che ha fatto è veramente assurdo". Ma non era solo Travaglio a disturbare i sonni dell’uomo che aveva contatti quotidiani con la famiglia Arcidiaco, Lorenzo, il padre, e Gioacchino, suoi soci in affari, e imparentati con i Piromalli, una delle cosche più ricche e potenti della Piana di Gioia Tauro.


 


C’è posto anche per Michele Santoro e Annozero. Primo giorno dell’anno del 2008, Marcello Dell’Utri chiama Miccichè. Si fanno gli auguri. Ma Miccichè ha la testa rivolta agli affari e alla politica: 'Questo, caro Marcello, deve essere il tuo anno. L’ho fatto sapere anche a un mio nobile amico di Annozero (Santoro, annotano i poliziotti che trascrivono l’intercettazione telefonica, ndr)'. I due amiconi ridono. Miccichè, però, diventa serio e continua il discorso sul giornalista tv: 'Gli ho detto che non deve rompere le palle, gli ho mandato un messaggio al quale non può dire di no'. Il senatore, notano i poliziotti trascrittori, 'acconsente a tutto quello che dice Aldo'. 'Guarda che ce li ho veramente sulle palle quei due di Annozero, guarda che io ho mandato una nota che non mi rompano i coglioni con Marcello Dell’Utri, gliel’ho mandata direttamente a chi di dovere, proprio ai suoi personalmente...hai capito, no?'. Dell'Utri: 'Sì, sì, il giornalista”. Miccichè: 'Quello mi ha rotto i coglioni, gli faccio succedere qualcosa di brutto, io sono buono e caro, però non mi toccano le cose mie e io non tocco loro, a me non interessa come si guadagnano da vivere, basta che non rompano i coglioni a me. Quindi gliel’ho detto chiaro, vedi che è difficile che Annozero ripeta il tuo nome...se no vedrai che gli succede...'.



Il senatore, notano i poliziotti che trascrivono le registrazioni telefoniche, annuisce. E come può fare diversamente? Il rapporto tra Dell’Utri e il faccendiere calabrese è strettissimo. Di affari per sé e per uno dei suoi figli, e politico, per i voti in Venezuela, nel collegio di Milano e tra Calabria e Sicilia, Miccichè e le sue relazioni mafiose potevano muovere. E’ prodigo di attenzioni il caro Miccichè quando parla del futuro del suo senatore. Parlando con Dell'Utri il 2 dicembre 2007, esprime tutto il suo dissapore per l’atteggiamento di Berlusconi. Marcello ha i suoi guai giudiziari e al faccendiere calabrese l'atteggiamento di Forza Italia sembra tiepido. “Non hanno capito le dimensioni tue e vanno dietro a quello che vanno dicendo questi uomini di merda, la magistratura, le cose ecc. È chiaro? Ricordati che l’amicizia è la vera sincerità. A te non si può negare una certa crescita e questo lo deve capire soprattutto Silvio, parliamoci chiaro... a me non è piaciuto l’atteggiamento di Berlusconi nei tuoi confronti'. Dell’Utri è quasi commosso: “Sì, ma non lo so, io non lo vedo, è più facile che la vedano dall’esterno. Però la politica è così'.



Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile



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domenica 7 marzo 2010

Ma Dell'Utri che c'entra?

Ma Dell'Utri che c'entra?: "L'inedito di Pasolini, l'Eni e quei misteriosi legami siciliani

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Palermo - E adesso ?lo scoop letterario di Marcello Dell’Utri può diventare un input giudiziario, provocando la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. E’ l’avvocato Stefano Maccioni (che un anno fa, assieme alla criminologa Simona Ruffini, depositò alla Procura di Roma un’istanza per riaprire le indagini sulla morte del poeta) a chiedere oggi ai magistrati il sequestro del misterioso dattiloscritto in possesso del senatore bibliofilo. Secondo Dell’Utri, si tratta di quindici pagine che costituirebbero un sunto di “Lampi sull’Eni'”: il capitolo scomparso del romanzo “Petrolio”, l’ultima opera letteraria di Pasolini, pubblicata postuma da Einaudi nel 1992.

E’ il romanzo che per la prima volta denuncia con illuminante chiarezza le origini della strategia della tensione in Italia, culminata nella stagione delle stragi impunite, orchestrata e finanziata – secondo Pasolini – da potentati economici, in un gioco perverso tollerato persino dai più alti rappresentanti delle istituzioni. Un romanzo che Pasolini non riuscì a terminare proprio perché fu assassinato e che potrebbe costituire addirittura la ragione della sua eliminazione. “Riterrei necessario – annuncia Maccioni – che il pm Diana De Martino provvedesse al sequestro del manoscritto, poiché tale documento potrebbe costituire il movente dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini”. Un omicidio, con ogni probabilità, di chiara matrice “politica”. Perché il capitolo misteriosamente scomparso è così importante?
 
“Lampi sull’Eni” potrebbe costituire proprio il cuore di “Petrolio”, spiegando tutti i retroscena della morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, precipitato nelle campagne di Bascapé in seguito a un attentato camuffato da incidente aereo nel 1962. Quell’incidente che Amintore Fanfani definì “il primo gesto terroristico del nostro paese”. Sostiene ora Dell’Utri, l’unico che ha in mano quelle pagine e che le ha lette in attesa, come dice, di ricevere l’intero capitolo di 78 pagine: “Parlano dell’Eni, di loschi intrecci, di particolari sulla morte di Mattei. Contengono feroci accuse a Cefis. E’ più di un giallo, perché si collega ad altri enigmi. La morte di Mauro De Mauro, quella dello stesso Pasolini”. Che significa tutto ciò? Per l’ex pm di Pavia Vincenzo Calia, che negli anni passati ha indagato sulla fine di Mattei, l’attentato di Bascapé sarebbe il frutto di un complotto tutto italiano, orchestrato “con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato” e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.

Per questo motivo sarebbe morto, nel 1970, Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora di Palermo, impegnato a scavare sulla morte del presidente dell’Eni mentre scriveva la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sul caso Mattei. Per lo stesso motivo, Pasolini, ucciso ufficialmente in un’assurda lite tra “froci”, potrebbe essere rimasto vittima di un agguato studiato a tavolino. In “Petrolio”, infatti, lo scrittore alludeva a pesanti responsabilità di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e poi presidente di Montedison, nella scomparsa del suo predecessore. Alle stesse conclusioni, a quanto pare, era giunto pure De Mauro, che, per raccogliere notizie sulla fine di Mattei si era rivolto all’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia. Ma chi era Cefis? Dal dopoguerra in poi è stato il grande vecchio della finanza italiana, protagonista di un sistema che, secondo Massimo Teodori, componente radicale della Commissione sulla Loggia P2, “diviene progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Ma non solo. Secondo una nota del Sismi, “la loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis, che l’ha gestita fino a quando è rimasto presidente della Montedison”. Nelle pagine di “Petrolio”, proprio Cefis appare come un protagonista. Nel romanzo, infatti, compaiono sia Mattei sia Cefis, rispettivamente con i nomi di fantasia di Bonocore e Troya. E, in un appunto, Pasolini è più che esplicito: “Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni, e ciò implica la soppressione del suo predecessore”. Ecco perché, nella sua complessa inchiesta giudiziaria sulla fine di Mattei (conclusa con un’archiviazione), il pm Calia ipotizza un legame tra le morti del presidente dell’Eni, di De Mauro e di Pasolini. Ed ecco perché le quindici pagine affidate a sorpresa a Marcello Dell’Utri possono fare paura a molti. Da dove provengono?

Il senatore del Pdl, dopo aver svelato che è stato “un privato” a mettere a disposizione il capitolo mancante di “Petrolio”, si è affrettato a precisare: “Sia chiaro che questo documento riguarda un periodo lontano, quindi parla di un Eni che non c’entra con l’attuale. Dico questo perché non si pensi a manovre”.

Ma Gianni D’Elia, autore de “Il petrolio delle stragi” (Edizioni Effigie), tra i massimi studiosi dell’opera di Pasolini, non ci crede: “Quel capitolo, ritenuto un documento storico sulle stragi in Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo del reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come ?lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. E ancora: “Ho scritto che c’era una continuità tra il potere proto-piduista di Cefis e il potere attuale, ma mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte”.

D’Elia ricorda che “una delle tante società offshore della Edilnord era intestata al padre dell’avvocato Previti e si chiamava, con poca fantasia, Cefinvest”. E conclude: “Mi chiedo: chi vogliono colpire? Quali traffici ci sono ora con l’Eni? Questa è una storia che non finisce qui”. Sono molti, infatti, i punti da chiarire sulla improvvisa ricomparsa del capitolo mancante di “Petrolio”: perché spunta proprio adesso? Chi ?lo ha tenuto nascosto fino ad oggi? E perché arriva proprio a Dell’Utri, il cui padre Alfredo, deceduto nel 1971, fu socio di Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia (come è scritto nella scheda biografica dell’avvocato palermitano redatta dalla Dia e agli atti del processo De Mauro in corso a Palermo) dal 1948 al 1950 nella società per azioni Ra.Spe.Me. per la vendita di prodotti medicinali?

da il Fatto Quotidiano del 4 marzo"

giovedì 25 febbraio 2010

Fiorani al pm: "Ecco i politici che ho pagato"

Fiorani al pm: "Ecco i politici che ho pagato": " Da Dell’Utri a Calderoli; da Brancher a Grillo: 100-200mila euro elargiti dal banchiere imputato a Milano nel processo Antonveneta

Il banchiere che nel 2005 diede l’assalto alla finanza italiana è rilassato, nel suo completo gessato grigio. Gianpiero Fiorani, allora amministratore delegato della Popolare di Lodi, oggi imputato nel processo Antonveneta, si è lasciato alle spalle l’euforia del banchiere vincente, ma anche la disperazione dello sconfitto che tenta due volte il suicidio. 'Dopo le vicende che mi hanno coinvolto, si diventa come degli appestati. Prima ero centrale nel sistema, poi c’è la morte civile, tutti quelli che hanno avuto a che fare con me e che sono stati beneficiati da me sono spariti. Come fossi un lebbroso e avessero paura del contagio'. Interrogato in aula, a Milano, dal pubblico ministero Eugenio Fusco, racconta la sua verità. Il legame fortissimo con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. I rapporti incrociati tra il suo assalto ad Antonveneta e l’assalto dell’Unipol di Giovanni Consorte a Bnl ('Io do una mano a te, tu dai una mano a me'). Ma soprattutto gli intrecci con la politica, con gli uomini dei partiti informati sulle scalate e 'oliati' con i soldi della banca.

Il politico più interno all’operazione è il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, vicinissimo a Fazio e ufficiale di collegamento tra il governatore e Fiorani. 'Gli ho dato 100 mila euro, poi altri 200 mila, poi altro ancora. Su un conto aperto alla Popolare di Lodi per operazioni finanziarie sui derivati. Un aiuto per le sue spese elettorali'. Una parte dei soldi finisce al senatore Marcello Dell’Utri. 'Sì, 100 mila euro: Grillo me li chiese espressamente per il senatore'. Ma poi, chiede Fusco, gli sono effettivamente arrivati? 'Certamente, perché Dell’Utri mi ha ringraziato'.

Altri soldi vanno al deputato di Forza Italia Aldo Brancher: 'Mi chiese un contributo perché aveva perso dei soldi investiti in un’azienda. Gli diedi 100 mila euro, su un conto corrente intestato alla moglie. Altri 100 mila glieli diedi per Roberto Calderoli, l’esponente della Lega nord'.

I soldi servivano a rinsaldare il trasversale 'partito del governatore' contro i nemici di Fazio (Giulio Tremonti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa...) che volevano far passare in Parlamento il mandato a termine per il governatore della Banca d’Italia. 'Anche la Lega era acerrima nemica del governatore', ha ricordato Fiorani, 'ma poi ha cambiato idea': dopo che Fazio e Fiorani portarono a termine il salvataggio di Credieuronord, la banca della Lega che era 'sull’orlo del fallimento'. Altri soldi, ricorda Fiorani, sono arrivati a un personaggio a cavallo tra la politica e la finanza: Fabrizio Palenzona, massiccio esponente della Margherita e banchiere di Unicredit: 'Due bonifici, più versamenti in contanti. Sul conto Radetzky, presso la filiale di Montecarlo della Banca del Gottardo'.

Fiorani prova a tirare le somme della sua esperienza: 'Cosa non rifarei nella vicenda Antonveneta? Non ho nulla da rimproverarmi. Come si poteva rinunciare a un progetto così importante?'. Il banchiere lo racconta come una grande operazione finanziaria compiuta sotto l’ala di Fazio, fautore dell’'italianità delle banche' da strappare ai compratori stranieri: 'Gli ho sempre detto tutto, se mi avesse comunicato che c’erano problemi, avrei subito consegnato le azioni Antonveneta agli olandesi, realizzando una bella plusvalenza da 280 milioni di euro. Sarei diventato il banchiere con la più alta liquidità in Italia. Invece Fazio mi ha usato e adesso scarica tutte le responsabilità su di me'. Informato di ogni passaggio, secondo il banchiere di Lodi, anche il presidente della Consob, l’agenzia di controllo della Borsa, Lamberto Cardia. E gli scalatori avevano dalla loro parte anche un giudice del Tar del Lazio, Pasquale De Lise.

Alleato prezioso, perché proprio il Tar doveva decidere su un esposto degli olandesi di Abn-Amro, che i “concorrenti” di Lodi volevano a ogni costo bloccare. A un certo punto, nell’estate 2005 tra gli scalatori si diffuse la paura di essere intercettati. Chi li avvisò che i telefoni erano sotto controllo? Segnali arrivarono a un alleato di Fiorani, Stefano Ricucci, 'messo in allarme dal senatore Giuseppe Valentino', di An, ex sottosegretario alla Giustizia. Ma si allarmò anche la moglie di Fazio, Cristina Rosati. Racconta Fiorani: 'Mi rivelò che il suo telefono era sotto controllo, e mi disse che gliel’aveva riferito Paolo Cirino Pomicino, che era in contatto in ambienti romani con esponenti dei servizi segreti'.



Da il Fatto Quotidiano del 25 febbraio"