Siamo sempre in attesa che il questore di Milano ci faccia sapere se accetta o rifiuta la nostra richiesta di incontro. Ormai è passato più di un mese dal momento in cui un suo collaboratore ci aveva promesso al telefono una risposta in tempi rapidi. Un mese in cui ulteriori abusi contro il dissenso si sono ripetuti. Intanto abbiamo appreso dai giornali che in un comissariato di Milano, in zona Città Studi, faceva bella mostra di sè una bandiera con la croce celtica. Si notava da una finestra aperta. L’ha fotografata un passante dalla strada. Insieme all’amico Dario Parazzoli abbiamo deciso di inoltrare un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Milano per verificare se in quel gesto sia ravvisabile, oltre che un segnale inquietante, un’ipotesi di reato."
sabato 14 maggio 2011
Apologia di fascismo
Peculato, Minzolini indagato per le spesecon la carta di credito aziendale Rai
La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, per l’ipotesi di reato di peculato. L’inchiesta è quella sulle spese sostenute con la carta di credito aziendale a lui affidata dalla Rai ed è nata da due esposti: uno dell’Idv e l’altro presentato da un’associazione dei consumatori. Per gli inquirenti, comunque, l’iscrizione è un “atto dovuto”, alla luce di alcuni accertamenti che sono stati svolti, dei documenti acquisiti dagli investigatori della Guardia di finanza e degli atti relativi ad una indagine interna svolta dall’azienda di viale Mazzini. “E’ l’ennesimo attacco” ha commentato Minzolini, che ha ricordato come si tratti di un ‘atto dovuto’. Dalla “strumentalità politica più che evidente”, aggiunge, considerate le imminenti elezioni e che “l’indagine penale prende spunto dall’esposto di un partito politico, quello di Antonio Di Pietro”. Il direttore del Tg1 si dice “più che tranquillo” e precisa di aver “già ridato indietro alla Rai l’intera somma in questione” e aver “avviato nel contempo un’azione legale di rivalsa nei confronti dell’azienda”.
Per rappresentare la Rai, il direttore del Tg1 avrebbe spesso in quindici mesi 68mila euro, quasi il doppio del direttore generale e del presidente. Un eccesso che l’allora direttore Mauro Masi aveva tentato di limitare con una circolare che tagliava le spese del 30 per cento, ma che non ha potuto evitare un’indagine della Corte dei Conti. Il direttore della testata potrebbe essere convocato prossimamente in procura a Roma per fornire la sua versione dei fatti. Secondo la sua versione, Minzolini avrebbe ricevuto dall’azienda un benefit in cambio dell’esclusiva sul suo lavoro giornalistico. “A contratto già firmato il presidente Rai mi chiese di interrompere una collaborazione con il settimanale ‘Panorama’”, ne motiva l’origine il direttore. “Un benefit di cui ho goduto fino a quando, dopo 18 mesi e dopo aver approvato un bilancio – continua – il vertice Rai ha scoperto, per usare un eufemismo, che quel benefit non era compatibile con la politica aziendale”.
Un esempio delle spese sostenute da Minzolini - e della fattura presentata alla Rai – è un weekend che il direttore del Tg1 ha trascorso, tra agosto e settembre, in provincia di Grosseto. Alle terme di Saturnia Resort, dormendo in una ‘grand suite’ a 550 euro a notte. Una tariffa scontata di un terzo e decisa con l’amministrazione della struttura, raccontavano dall’albergo. Che, il 20 aprile, era stato ospite di un servizio del Tg1.
"domenica 8 maggio 2011
Crescent, quella coincidenza di date nei carteggi tra sindaco e sopraintendente
Salerno – Ci sono curiose coincidenze di date dietro la contorta procedura di approvazione per silenzio-assenso del Crescent, il progetto di edificio alto più di 25 metri ed esteso circa 300 a firma dell’architetto spagnolo Ricardo Bofill. Una ‘mezza luna’ di cemento di fronte al mare di Salerno, una nuova Punta Perotti in salsa campana secondo i detrattori, che dovrebbe caratterizzare e delimitare la costruenda ‘Piazza della Libertà’ di fronte al mare e alla spiaggia di Santa Teresa. Un palazzone da destinare quasi interamente ai privati per appartamenti, negozi, aree di sosta. Per questa vicenda sono indagate tre persone, tra cui il sindaco Pd Vincenzo De Luca e l’ex soprintendente Giuseppe Zampino (Leggi l’articolo). Le coincidenze, per l’appunto. Il 10 dicembre 2008, data in cui il Comune di Salerno inoltra il progetto definitivo alla Soprintentenza di Salerno ed Avellino, è lo stesso giorno in cui Zampino trasmette alla stessa amministrazione comunale di organizzare un convegno e di allestire un archivio dell’architettura contemporanea. Il 2 marzo 2009, De Luca accoglie la richiesta e mette per iscritto che c’è una delibera di giunta con più di 500.000 euro pronti all’uopo. Proprio lo stesso giorno in cui Zampino dà il via libera definitivo al Crescent comunicando che le integrazioni richieste al progetto “sono arrivate”. “E’ normale – commentarono gli esponenti del Comitato No Crescent, il cui esposto ha avviato l’inchiesta della Procura di Salerno – che il soprintendente giudichi il progetto e intanto riceva i finanziamenti dal Comune”?
Forse sì, forse no. Comunque sono diverse le anomalie sulle quali gli inquirenti stanno lavorando. I pm Rocco Alfano e Guglielmo Valenti hanno in mano due informative della Compagnia dei Carabinieri, l’ultima risale al 22 febbraio scorso. Ma gli accertamenti proseguono e puntano anche a chiarire le dichiarazioni dell’organo regionale della Soprintendenza, secondo la quale, scrive il Comitato No Crescent, “solo le difficoltà operative proprie del periodo estivo avevano impedito l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica comunale da parte della Soprintendenza locale”. La pratica, insomma, sarebbe spuntata fuori nel periodo meno adatto per essere esaminata, quando gli uffici erano vuoti per ferie.
Ma è l’intero iter che lascia più di un dubbio e il sospetto che un progetto di simile portata, che vede in ballo investimenti da decine di milioni di euro all’interno di un’area di 27.500 metri nel cuore della città, avrebbe meritato un’analisi più attenta e non un’approvazione per ‘silenzio-assenso’.
Febbraio 2008. La giunta De Luca approva il progetto della piazza e invia gli atti alla Soprintendenza territoriale competente. La quale deve esprimersi entro due mesi. Ma non lo fa. Perché mancano sia una relazione sulla tipologia architettonica scelta che i rendering, ovvero i modelli fotografici realistici.
Aprile 2008. L’amministrazione comunale invia la relazione ma non i rendering. La Soprintendenza a giugno invia tutto a un comitato tecnico scientifico del ministero. E’ in pratica il silenzio-assenso: bisognerebbe decidere entro due mesi, il comitato di solito ne impiega molti di più, e peraltro non produrrà alcun parere sul caso.
Dicembre 2008. Il Comune di Salerno approva il progetto definitivo di Bofill. Nuovo viaggio delle carte in Soprintendenza. E anche stavolta mancano i rendering, sostituiti da qualche foto di un plastico. La Soprintendenza si accontenta e dice sì nel marzo 2009.
Luglio 2009. Il neonato Comitato No Crescent fa ricorso alla giustizia amministrativa. In seguito proporrà ricorso anche Italia Nostra.
Novembre 2009. La Provincia di Salerno, guidata dal Pdl Edmondo Cirielli, si schiera contro il progetto del Comune e affianca il Comitato No Crescent nel ricorso al Tar.
2010. Il Comune di Salerno mette a gara il primo lotto funzionale del Crescent. La gara il 9 giugno è vinta dalla Co.Ge.Fer. spa di Ferrara con un’offerta pari ad € 15.015.000,00. Sconfitta l’ATI NewCo (Kla, Rcm costruzioni Rainone, Ritonnaro costruzioni srl e Favellato) che aveva offerto € 14.700.000,00. Ma il Comune nei mesi successivi non stende la convenzione per l’esecuzione dei lavori, poi assegnati all’Ati in un primo momento sconfitta.
2011. In un putiferio di ricorsi e controricorsi, sono 5 le liti giudiziari pendenti sull’operazione Crescent. Al Tar di Salerno ci sono i due ricorsi di Italia Nostra, quello del No Crescent e quello della Cogefer. Al Tribunale Civile di Salerno inoltre giace la citazione della Sist srl, la società milanese proprietaria dell’ex Jolly Hotel che andrebbe demolito per dare il via ai lavori. La Sist chiede 13 milioni di euro di danni al Comune per la mancata previsione nel bando del diritto di prelazione a favore dei soggetti privati presenti nel sub comparto relativo alla costruzione del Crescent.
Un gomitolo inestricabile. Ed ora l’inchiesta della Procura che, va specificato, al momento riguarda solo fatti commessi fino a tutto il 2008.
"Salerno, indagato il sindaco De Luca Al centro l’inchiesta sull’ecomostro marino
SALERNO – C’è chi ne canta le lodi per la modernità e perché trasformerà la città in una delle capitali europee dell’urbanistica d’avanguardia. Chi invece lo definisce senza mezzi termini ‘ecomostro’ in fieri. E’ il Crescent. Il progetto di edificio a mezzaluna alto 28 metri ed esteso per circa 300 firmato dall’archistar catalano Ricardo Bofill, che in un prossimo futuro dovrebbe delimitare Piazza della Libertà a Salerno, in quella che sarà la piazza di mare più grande d’Europa. Ma la Procura di Salerno ha aperto un fascicolo su una vicenda assai controversa che ha spaccato in due la città e gli esperti. E’ notizia di queste ore che risulta indagato il sindaco Vincenzo De Luca, che in questi giorni è in campagna elettorale alla ricerca del secondo mandato consecutivo, il quarto negli ultimi 18 anni. Il primo cittadino, esponente del Pd, è sotto inchiesta insieme all’ex soprintendente di Salerno, l’architetto Giuseppe Zampino, e al direttore del settore opere pubbliche del Comune di Salerno, l’ingegnere Lorenzo Criscuolo. L’ipotesi di reato per i tre è concorso in abuso d’ufficio. Il Gip Elisabetta Boccassini ha accolto la richiesta dei pm Rocco Alfano di una proroga delle indagini, che proseguiranno almeno fino ad ottobre. Il procedimento penale è nato dalla denuncia del Comitato No Crescent presentata il 12 ottobre 2010, successivamente accompagnata da numerose osservazioni.
Gli esponenti del comitato nato per ostacolare la realizzazione del progetto puntano il dito sulla tempistica del silenzio-assenso fatto formare dalla Soprintendenza, sull’assenza di validi foto-inserimenti, sulle perplessità in merito alla soluzione progettuale mostrate dalla Direzione Regionale dell’ente di tutela. “L’organo regionale della Soprintendenza – afferma il Comitato No Crescent in una nota – aveva sottolineato come soltanto le difficoltà operative proprie del periodo estivo avevano impedito l’annullamento dell’autorizzazione paesaggistica comunale da parte della Soprintendenza locale”. Mentre anche l’attuale soprintendente, Miccio, avrebbe espresso dubbi sull’opera.
La denuncia riguarda anche profili di ordine urbanistico, come l’assenza di un accordo di programma con la Regione Campania, una presunta carenza della Valutazione d’Impatto Ambientale, l’incompleta sdemanializzazione dell’area. “Abbiamo fiducia nella Giustizia sia penale che amministrativa”, è il commento dei legali del Comitato. “Stiamo battendo tutte le possibili strade giudiziarie per evitare la costruzione dell’ecomostro. A breve il tribunale amministrativo fisserà l’udienza nella quale avremo l’opportunità di discutere le molteplici illegittimità le quali, a nostro avviso, inficiano l’intera procedura”.
di Vincenzo Iurillo e Ferruccio Sansa
"domenica 1 maggio 2011
ARCHIVIATA la querela di Pecorella
Una buona notizia: la querela sporta dall’avvocato-deputato Pdl Gaetano Pecorella nei confronti dei nostri amici Dario Parazzoli e Alessandro Didoni è stata ARCHIVIATA dal Tribunale di Milano.
Qualcuno forse ricorderà la storia, di quasi due anni fa. I due malcapitati furono querelati per “violazione della privacy” per aver chiesto in strada un chiarimento a Pecorella sulla figura di don Peppe Diana, dopo che il deputato, in una pausa pubblicitaria di una trasmissione di Telelombardia appena conclusasi, in risposta a una domanda di Didoni, aveva manifestato i suoi dubbi sull’integrità del sacerdote ucciso dai clan di camorra, addirittura indicandolo come uno che deteneva le armi dei malviventi.
La dichiarazione di Pecorella suscitò una forte polemica giornalistica e politica che tenne banco per diversi giorni e alla fine costrinse il deputato, isolato perfino dal suo partito, a chiedere pubblicamente scusa ai genitori di don Diana.
Forse nel tentativo di evitare un esito così inglorioso, Pecorella aveva sporto querela e chiesto e ottenuto in un paio di giorni il sequestro della cassetta della telecamera dietro la quale era stato interpellato. A firmare l’ordine di sequestro (eseguito all’alba a casa di Parazzoli) uno zelante sostituto procuratore di Milano, Sergio Raimondi, lo stesso magistrato che poi ha chiesto l’archiviazione della pratica.
Da non dimenticare il fatto che - mentre era presidente della Commissione Giustizia della Camera - l’avvocato Pecorella sostenne la difesa del camorrista Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell’omicidio di don Diana.
Prima o poi ricapiterà di incontrarlo e di rinnovargli quella richiesta di chiarimenti che tentò invano di zittire con una querela.
"mercoledì 27 aprile 2011
Chi si è fidato di Ciancimino
L’arresto di Massimo Ciancimino suona quasi come una rivendicazione di proprietà, come una mossa possessiva da parte della stessa procura di Palermo che per anni (più di tre) l’aveva vezzeggiato e ritenuto più che attendibile. Lo si capisce da mille cose, soprattutto dalla velina comparsa ieri sul Fatto dove si tenta di far passare per buoni degli schemi puerili come questo: vedete?, noi pm di Palermo siamo gente seria, noi siamo come Falcone quando arrestò il pentito Pellegriti che aveva calunniato Salvo Lima: perciò, adesso che non possiamo farne a meno, arrestiamo Ciancimino e continuiamo a gestirlo come abbiamo sempre fatto, purché sia chiaro che tutte le cose che lui ha detto sinora noi continuiamo a ritenerle buone e a usarle per avvalorare le nostre cervellotiche istruttorie.
Questo lo schema, per buona pace della procura di Caltanissetta che – assieme al resto del mondo – aveva capito da un pezzo che Massimo Ciancimino era uno sparaballe matricolato, nonché un nuovo genere di star mediatica dell’antimafia: il superteste trendly, di casa nei salotti romani come in quelli di Annozero, gradita presenza alle feste dell’Unità come a quelle di Cortina, sempre vestito come un gagà e sempre in procinto – a sentir lui – di riscrivere la storia d’Italia a mezzo di clamorose rivelazioni dimenticate in un qualche foglietto nascosto nella giacca lasciata in lavanderia.
E infatti era da mesi che le procure di Caltanissetta e Palermo si scannavano senza complimenti ma alla siciliana, bisbigliando, coi pm nisseni a osare indagare Massimo Ciancimino dopo che l’aveva sparata troppo grossa sul prefetto Gianni De Gennaro, ritenuto pedina fondamentale di quella «trattativa» tra Stato e mafia che ormai è diventata un trattato psichiatrico. Quell’incriminazione di Ciancimino, a Palermo, non l’avevano gradita per niente: e sta di fatto che l’indagato a Caltanissetta si avvalse della facoltà di non rispondere, mentre a Palermo continuò a straparlare come sempre. Continuò cioè a riempire dei verbali che gli stessi uomini che l’hanno arrestato ora cercano di salvaguardare: «Non è detto che Ciancimino abbia mentito su tutto», dicono ora. Come a dire: mica possiamo ammettere che da oltre tre anni disegniamo fantasmagorici scenari di cazzate.
Detto questo, le differenze tra Giovanni Falcone e i pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo e Paolo Guidi – altro che pentito Pellegriti – restano alcuni milioni, e se ne può enumerare solo qualcuna. Sicuramente Giovanni Falcone non avrebbe permesso che un proprio teste-chiave divenisse una star dell’antimafia mondana circolando con una scorta nutritissima che persino il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso – dopo un’intercettazione in cui Ciancimino parlava con un tizio in odore di ‘ndrangheta – aveva invano cercato di levargli; un teste che, ospite all’hotel Brufani-Raffaello di Perugia (cinque stelle) una settimana fa partecipava al Festival del giornalismo per presentare un libro che «riscrive la nostra storia» e di passaggio la ritocca in photoshop, come ha fatto con il documento galeotto che l’ha spedito in carcere. Sicuramente Giovanni Falcone non avrebbe mai scritto libri imbarazzanti come quello in cui Antonio Ingroia diceva di Ciancimino: «Dal primo incontro ho capito subito che era di tutt’altra pasta… oggi è arrivato a diventare quasi un’icona dell’antimafia».
Giovanni Falcone, che non credeva nel Terzo livello mafioso come scrisse chiaramente sulla Stampa il 30 luglio 1989, difficilmente avrebbe cercato di avvalorare un quarto livello come ha fatto Antonio Ingroia nella sua introduzione appunto a «Il quarto livello», libro di Maurizio Torrealta in cui magistrato tra l’altro scrive: «Le ricostruzioni e interpretazioni sul Quarto livello derivano tutte dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino… mi sono occupato e mi occupo professionalmente della valutazioni delle sue dichiarazioni… (che sono) ancora oggetto di verifica». Bene, abbiamo verificato, anzi, ha verificato lui: ma questo non ha impedito ad Antonio Ingroia di scrivere un autentico «saggio introduttivo» imperniato interamente sulle dichiarazioni di un pataccaro, questo dopo aver dichiarato, poco tempo fa, che «l’attuale equilibrio politico e istituzionale è fondato sulle stragi del 1992».
Ma non toccategli tutto il resto. Massimo Ciancimino in oltre tre anni ha sputtanato uomini e galantuomini, centellinato accuse sull’universo mondo – da Berlusconi alla strage di Ustica, dalla cattura di Riina alla latitanza di Provenzano, da Milano 2 a Dell’Utri al caso Moro – senza risparmiare uomini delle istituzioni come il prefetto Gianni De Gennaro e il generale Mario Mori e il procuratore nazionale Pietro Grasso: ed è una fortuna che nessuno, tra costoro, fosse in eccellentissimi rapporti coi pm di Palermo: così siamo sicuri che i pm non avranno avuto problemi a indagare.
Detto questo, pare che alla procura di Palermo si stiano specializzando in pataccari da sfruttare soltanto sinché servono, salvo arrestarli o farli sparire quando la situazione si compromette. È stato così per Massimo Ciancimino ed è stato così – per chi non lo sapesse – per il pentito Vincenzo Scarantino, già protagonista di balle clamorose e purtroppo accreditate nel processo per la strage via D’Amelio: il pm Antonio Ingroia ha dapprima raccolto alcune deposizioni ai danni di Bruno Contrada e Silvio Berlusconi, ma poi puf, quando si è accorto che mancava ogni possibile riscontro non ha riversato i verbali dai fascicoli processuali e soprattutto non li ha riversati neppure nel fascicolo del pubblico ministero, sottraendolo così a ogni valutazione della difesa e omettendo ogni indagine a riguardo.
Il bello è che è lo stesso Ingroia a raccontare l’episodio. Nel suo recente libro «Nel Labirinto degli Dei», a pagina 81, si legge questo: «Avevo interrogato Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato di avere organizzato il furto della Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio. Indagini più recenti della Procura di Caltanissetta sembrano, comunque, aver definitivamente smascherato Scarantino come depistatore e falso pentito». Esattamente come per Massimo Ciancimino, individuato come mistificatore a Caltanissetta ma dapprima sfruttato a Palermo per più di tre anni. Ingroia continua: «Interrogai Scarantino una sola volta… era stato lui a mettere sul piatto due temi di prova apparentemente appetitosi: nuove accuse a carico di Bruno Contrada, all’epoca già inquisito e in custodia cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa; e, addirittura, dichiarazioni che coinvolgevano il già allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in oscure vicende di traffico di stupefacenti».
Roba pesante, dunque: c’era da indagare, dato il calibro dei personaggi interessati, sia per verificare la fondatezza delle dichiarazioni e sia per verificare, se infondate, quale manovra o depistamento fosse in corso. Ma la procura di Palermo si fermò al primo caso: «Le dichiarazioni a carico di Contrada erano apparentemente riscontrabili, quelle che riguardavano Berlusconi, invece, erano generiche e sostanzialmente indimostrabili… L’esito fu sconfortante… Non era stato acquisito alcun riscontro che si potesse considerare individualizzante a carico di Contrada». E di Berlusconi, ovviamente. Che fare? Ingroia nel parlò col contitolare del processo Contrada, il pm Alfredo Morvillo, e poi anche col capo della Procura Gian Carlo Caselli: «Decidemmo di non servirci delle sue dichiarazioni accusatorie. Esse pertanto non furono mai utilizzate né per il processo Contrada né nei confronti di Berlusconi».
Una buona ragione, evidentemente, per farle sparire. Al punto che anche Bruno Contrada e il suo legale, Giuseppe Lipera, nel gennaio scorso hanno appreso l’esistenza dell’interrogatorio di Scarantino direttamente dal libro di Ingroia: «Quanto ho letto mi ha destato stupore e sbigottimento», ha dichiarato Contrada, «poiché nel processo che mi riguarda non si parlò mai di accuse che Scarantino avrebbe rivolto nei miei confronti, né mai seppi di questa circostanza; ricordo benissimo che nel fascicolo del pm non c’era alcun atto riguardante un interrogatorio a Scarantino né successivi accertamenti della polizia giudiziaria». Ecco perché i due hanno deciso di presentare un esposto.
Nel libro di Ingroia oltretutto si legge che quelle dichiarazioni «non erano convincenti, come non lo era il teste», ma a quanto pare non fu fatta nessuna indagine per capire il motivo delle false accuse: chi le suggerì, e perché? A quando risalgono queste dichiarazioni? Perché non furono riversate nel fascicolo? Ingroia, nel libro, scrive di accertamenti negativi «sconfortanti» operati dalla polizia giudiziaria: che fine hanno fatto? E perché – come fece Falcone col pentito Pellegriti – non si è proceduto per calunnia contro il ballista? Senza contare che, nel caso di Contrada, stiamo parlando di un iter processuale che ha ribaltato di continuo sentenze di condanna e di assoluzione, laddove non c’è dichiarazione o testimonianza che non abbia pesato complessivamente sul piatto della bilancia: «Sarebbe stato un tassello importante per scoprire chi complottava nei miei confronti», si legge nell’esposto, «ma così si ha impedito alla difesa di esercitare tutte le azioni che avrebbero potuto chiarire il contesto in cui è maturata la vicenda giudiziaria che mi riguarda». Probabile che Ingroia avesse troppo da fare, in quel periodo: perso com’era nel «labirinto degli dei» prima ancora di perdersi in quello di Ciancimino.
martedì 26 aprile 2011
Piroette su Ciancimino, Travaglio si fa garantista pur di difendere Ingroia
Per difendere il procuratore di Palermo, Travaglio si veste da garantista e guarda con benevolenza a Ciancimino ("accuse ancora tutte da provare") e taccia il Giornale di giustizialismo"
Mafia, Cassazione: “Cuffaro sapeva di aiutare l’intera organizzazione di Cosa Nostra”
Totò Cuffaro sapeva di aiutare i boss. E’ questa la tesi di fondo delle 80 pagine di motivazione della sentenza emessa lo scorso 22 gennaio, con cui la Cassazione confermava la condanna a sette anni di reclusione dell’ex presidente della regione Sicilia. Rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale, con l’aggravante di aver favorito l’intera organizzazione mafiosa di Cosa Nostra. Questi i reati addebbitati a Cuffaro. Per la Cassazione, è accertata “la sussistenza di ripetuti contatti” fra l’ex governatore della Sicilia e “vari esponenti” mafiosi, con i quali “aveva stipulato un accordo politico-mafioso”.
Il rapporto con il boss di Brancaccio e le elezioni. Cuffaro ha aiutato Cosa Nostra non solo inserendo nelle liste elettorali personaggi graditi ai boss, ma anche rivelando più volte ad esponenti mafiosi l’esistenza di indagini nei loro confronti. La Cassazione ricorda l’accordo stretto tra l’ex presidente della regione siciliana e il boss-medico Giuseppe Guttadauro, capomandamento di Brancaccio. Una mobilitazione elettorale dell’intera famiglia mafiosa, in cambio di un aiuto per ottenere un ammorbidimento del regime carcerario del 41 bis e il controllo sulle attività economiche – anche pubbliche – del territorio.
Come Cuffaro ha intralciato l’inchiesta. Per i giudici, inoltre, l’ex governatore è colpevole di aver provocato la “fine sostanziale” delle indagini sui rapporti tra mafia e politica, rivelando al boss Guttadauro l’esistenza di una microspia in casa sua. Una mossa non casuale, messa in atto nove giorni prima delle elezioni per il Parlamento siciliano. Secondo la Cassazione – considerati gli elementi emersi nell’indagine fino a quel momento – se Cuffaro non avesse fatto il doppio gioco, altri dettagli avrebbero potuto essere raccolti sugli stessi Guttadauro e Cuffaro, ma anche sugli altri dieci indagati.
I rapporti con il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Nelle 215 pagine della sentenza, i giudici analizzano la posizione di tutti i coindagati. Fanno riferimento in particolare alle elezioni regionali del 1991, in cui Totò-vasa-vasa – com’è stato definito l’ex governatore – era candidato. “In tale occasione Cuffaro”, scrive la Cassazione, “Ammetteva di essersi recato, insieme a Saverio Romano, dal Siino per chiedergli sostegno alla propria candidatura”. L’attuale ministro dell’Agricoltura, Romano, e il boss affarista – adesso collaboratore di giustizia – Angelo Siino. Lo stesso che, ricordano ancora i giudici, “ha riferito della visita degli allora giovani Cuffaro e Romano nella quale entrambi gli chiedevano apertamente sostegno elettorale”. Incontro che l’ex governatore non ha mai smentito, pur negando di essere a conoscenza della “mafiosità di Siino”. Eppure sia Franco Bruno – che la Corte definisce di “elevatissima attendibilità” – sia Calogero Mannino, ex ministro Dc dell’Agricoltura, avevano più volte sconsigliato a Cuffaro di incontrare il ‘ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra‘ – com’era soprannominato Siino –, spiegandogli “quale fosse il ruolo e la dimensione criminale di costui”. E ancora, sempre la Cassazione ricorda l’episodio delle elezioni regionali del 2001, quando il collaboratore di giustizia Francesco Campanella racconta di aver trattato con l’attuale ministro Romano la candidatura di Giuseppe Acanto, uomo della famiglia mafiosa di Villabate e del suo boss Antonino Mandalà, e vicino a Bernardo Provenzano. Romano ”aveva immediatamente assicurato l’inserimento di detto soggetto tra i candidati, chiedendogli (a Campanella ndr) di fargli avere al più presto i documenti e mandandogli i saluti per Mandalà Antonino stesso”, scrive la Cassazione, citando la Corte d’Appello. Al momento delle elezioni verrà però eletto solo il maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, come deciso da Cuffaro. Il militare, infatti, era la talpa del governatore, colui che lo informava delle inchieste su mafia e politica. Nonostante questo – secondo i giudici evidentemente cosciente degli appoggi di Acanto – Cuffaro gli trova comunque un posto, con la nomina a liquidatore di due cooperative."
lunedì 25 aprile 2011
Ciancimino contro Ciancimino
Clicca qui per vedere il video incorporato.
Oggi, quando va in onda questo Passaparola è pasquetta, io vi sto parlando, invece, sabato sera. Ho registrato questo intervento poco più di un giorno prima di quando va in onda. Non so quindi cosa è successo ieri, domenica, e questa mattina.
In ogni caso mi interessa, più che l’attualità, una ricostruzione: riguarda il caso di Massimo Ciancimino, di cui ci siamo occupati molto spesso in questo spazio, oltre che sul Fatto Quotidiano, ad Annozero etc. Quindi non possiamo assolutamente lasciar passare quello che è successo senza cercare, là dove è possibile, di dare una spiegazione anche se, come vedremo, le spiegazioni in questo momento sono varie, quelle possibili, e non ne possiamo scegliere una sola scartando le altre…Leggi tutto
Fonte: beppegrillo.it"
Stato ladrone!
Oltre 4 miliardi di euro: è questa la cifra che lo Stato ha illegittimamente preteso dai cittadini italiani a titolo di tassa di concessione governativa sui telefonini cellulari. 5,16 euro al mese per ogni utenza consumer e 12,91 per ogni utenza business, e così centinaia di milioni di euro all’anno (oltre 700 milioni nel solo 2010) addebitati ai cittadini direttamente attraverso le bollette delle compagnie telefoniche.
La tassa di concessione governativa, in realtà, stando a quanto si legge in una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Veneto avrebbe dovuto considerarsi implicitamente abrogata sin dal lontano 2003 per effetto dell’entrata in vigore del codice delle comunicazioni elettroniche e della liberalizzazione del mercato. La privatizzazione del mercato, infatti – scrivono i giudici tributari – ha avuto “come principale conseguenza il passaggio dalla concessione (che è un atto amministrativo emanato nell’ambito di un rapporto pubblicistico con una posizione di preminenza della Pubblica Amministrazione sui privati) al contratto, cioè ad uno strumento di diritto privato che presuppone una posizione di parità tra i contraenti. Bisogna perciò concludere – proseguono i Giudici – che con il D.lgs. 259 [il Codice delle Comunicazioni elettroniche del 2003, ndr] è stata abrogata tacitamente tutta la normativa basata sul presupposto di un rapporto concessionario di tipo pubblicistico ed è venuto quindi meno il presupposto per l’applicazione della Tassa di concessione Governativa”.
Lo Stato, dunque, dopo aver liberalizzato il mercato ha continuato a pretendere centinaia di milioni di euro come se nulla fosse cambiato fingendo di non essersi accorto che il balzello che continuava ad esigere dagli italiani era, evidentemente, incompatibile con il nuovo assetto di mercato. Come se non bastasse, l’Agenzia delle Entrate, nel corso del giudizio che ha poi dato origine alla decisione della Commissione Tributaria regionale del Veneto ha strenuamente provato a difendere la propria posizione con argomentazioni ed eccezioni da azzeccagarbugli che, fortunatamente, non hanno fatto presa sui Giudici Tributari.
E’, d’altra parte, comprensibile – ma non per questo condivisibile – che, specie in tempo di crisi, lo Stato non abbia avuto alcuna intenzione di rinunciare ad un tesoretto di centinaia di milioni di euro l’anno incassato dai cittadini, tassando il telefonino cellulare, che in Italia è più diffuso rispetto ad ogni altro Paese europeo.
E pensare che dall’aprile del 2008, giace in Parlamento, un disegno di legge presentato dall’onorevole Stucchi (Lnp) attraverso il quale si proponeva, appunto, di abrogare la disciplina impositiva della tassa di concessione governativa. L’esame del disegno di legge, tuttavia, ad oltre tre anni dalla sua presentazione non è ancora neppure iniziato.
E ora? I cittadini e le imprese che hanno versato indebitamente alle compagnie telefoniche centinaia di milioni di euro poi rigirati all’erario hanno, evidentemente, diritto a riaverli indietro almeno limitatamente agli ultimi tre anni (oltre, sfortunatamente, non sono ammesse istanze di ripetizione di trubuti ancorché indebitamente versati). Si tratta di circa 186 euro per i titolari delle utenze consumer e di circa 465 euro per i titolari di utenze business. Sarebbe auspicabile che lo Stato, a questo punto, facesse almeno il bel gesto di dichiararsi disponibile alla restituzione del maltolto senza costringere cittadini ed imprese ad avviare lunghe e costose iniziative giudiziarie.
La montagna di soldi incassata tra il 2003 ed il 2007, ovvero almeno un paio di miliardi di euro, sembra, invece, destinata a rimanere nelle casse dell’Erario. In un Paese normale e capace di guardare al futuro, probabilmente, qualcuno proporrebbe di investirne una parte – non ha importanza sottraendola a cosa – per dotare, finalmente, il Paese dell’infrastruttura di telecomunicazione a banda larga che merita. In questo modo un fiume di denaro dragato indebitamente dal mercato delle telecomunicazioni mobili, verrebbe, almeno, utilmente reimpiegato per promuovere Internet e la comunicazione del futuro. Difficile, tuttavia, credere che questo possa avvenire nel nostro Paese. Ma nessuno può negarci il diritto di chiederlo.
"domenica 24 aprile 2011
Ciancimino jr tra rivelazioni e menzogne
Dopo l'arresto per le calunnie a De Gennaro, cerchiamo di capire veramente chi è e che credibilità può avere il figlio del sindaco mafioso di Palermo negli anni Settanta
Mafia e Stato, basta silenzi
La truffa Ciancimino Ecco tutti i complici del grande imbroglio
Ha taroccato "pizzini" per infangare premier e capo della Polizia. Ma Csm e Quirinale fanno finta di non vedere. È un attentato agli organi costituzionali, avallato dal pm Ingroia. Che non può più rimanere al suo posto
'Così Striscia vuole farmi tacere'
Rai, per Genchi niente diritto di replica?
Genchi, chi era costui? Bene ha fatto Marco Travaglio a sollevare la questione del silenzio, quasi tombale, che ha circondato la notizia del prosciglimento “perchè il fatto non sussiste” di Gioacchino Genchi, l’uomo che era stato indicato alla pubblica opinione come il nuovo mostro, una sorta di Girolimoni delle intercettazioni, un violentatore della privacy, un mostro che aveva messo sotto controllo 10 milioni di cittadini.
L’incredibile cifra fu sparata, a reti seminunificate, dal solito Berlusconi che pur di proteggere sè stesso non ha mai esitato e mai esiterà a farsi scudo dei connazionali, trasformati in bersagli a sua difesa. In quell’occasione il satrapo di Arcore si presentò in Tv e annunciò che stava per essere rivelato “il più grande scandalo della Repubblica“, che una banda composta da toghe rosse e da spioni infedeli aveva messo in pericolo le sorti della Repubblica. Le sue allarmate parole furono condivise da un coro trasversale che denunciò il pericolo golpista, non quello rappresentato da Berlusconi ovviamente, ma dal signor Genchi che per altro non conocevamo allora e non conosciamo oggi.
Ebbene, il clamoroso complotto è stato liquidato con un’alzata dispalle dai giudici di Roma, quelli che pure erano stati lodati quando avevano aperto il procedimento. Che fine ha fatto il clamoroso complotto? Dissolto, ridotto in polvere, non resterà traccia neppure negli archivi della procura di Roma. Eppure quegli stessi Tg che diedero la notizia con grande rilievo, talvolta in apertura, con tanto di dichiarazioni sdegnate, hanno quasi cancellato il proscioglimento, non hanno ritenuto di fare un titolo, non hanno dato la parola a Genchi, non hanno ridato memoria delle bufale berlusconiane assunte come verità. Qui non si tratta più di garantire la par condicio tra le forze politiche, ma più semplicemente di rispettare i più elementari principi deontologici, di dare le notizie, anche quelle che non piacciono al padrone.
Per queste ragioni, ci permettiamo di chiedere alle associazioni professionali e sindacali dei giornalisti di sollecitare solo e soltanto che una verità calpestata ed una dignità ferita, quella di Genchi, siano ripristinate. E la stessa cosa chiediamo alle autorità di garanzia, alla commissione di vigilanza, al presidente Garimberti: in questa Rai il diritto di replica spetta solo a Berlusconi e alla sua corte, o è ancora previsto anche per gli altri cittadini? In queste settimane a Berlusconi è stato consentito di insultare a videocassette unificate i suoi giudici e la magistratura in generale, si vorrà ora consentire ad un cittadino imputato, dunque nella situazione di Berlusconi, ma che è stato prosciolto di proclamare la sua verità e la sua innocenza? Tanto più che al cittadino Genchi non è venuto neppure in mente di farsi una prescrizione su misura.
"sabato 23 aprile 2011
La sentenza esemplare del caso Thyssen
È giunta la pronuncia tanto attesa della Corte d’Assise di Torino sul caso Thyssen e la sentenza è davvero durissima. Non lo si può negare. In linea di principio, sembra sproporzionato considerare come “dolo eventuale” la decisione della società di posticipare i lavori di messa in sicurezza dell’impianto. La decisione della società può apparire biasimevole, ma non fino al punto di considerare i suoi amministratori alla stregua di consapevoli assassini. Per esprimere qualsiasi tipo di giudizio sul caso concreto vanno però letti gli atti processuali e soprattutto la motivazione della sentenza. Certo è che essa non riporterà in vita quei lavoratori caduti vittime nell’incidente.
La prima impressione è che si sia puntato su una sentenza tanto esemplare per ovviare all’inefficacia e agli evidenti limiti delle leggi e del sistema generale di tutela. Questo è quanto si può desumere anche dalle parole dello stesso Guariniello, che ha parlato di svolta epocale che potrà significare molto per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Questo punto di vista non è condivisibile e, anzi, la morte dei sette operai va vista piuttosto come un fallimento dell’impianto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro e dell’attività di vigilanza sulla sua applicazione, che spetta ad organismi pubblici; insomma, è anche un fallimento del sistema.
Non si può facilmente prevedere il seguito che questa sentenza avrà, ma quello che è parso molto chiaro è che si vuole continuare a mantenere un approccio repressivo al tema della sicurezza sul lavoro. Un approccio sbagliato e inefficace, che trascura l’importanza della prevenzione. Che sia inefficace è sotto gli occhi di tutti; basti pensare al numero di morti bianche e incidenti sui luoghi di lavoro che si verificano ancora oggi in Italia, nonostante le tantissime e dettagliatissime leggi in materia.
Ci si dovrebbe invece domandare perché le imprese non investono in sicurezza. Le ragioni sono ovviamente di ordine economico. Le leggi prescrivono sempre nuovi obblighi, che si rivelano particolarmente onerosi per le imprese, a volte insostenibili; le imprese, quando e come possono, cercano di svincolarsi da questi obblighi e approfittano anche delle ispezioni eseguite in modo non esattamente capillare.
La strada da percorrere è diversa: si dovrebbe creare un sistema in cui ci sia la convenienza a investire in sicurezza. In altre parole, si dovrebbe abolire l’Inail e introdurre la logica di mercato nel sistema di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Ciò indurrebbe gli imprenditori alla prevenzione, attraverso l’incentivo più forte, che è ovviamente quello di natura economica. Inoltre vi sarebbe un controllo più efficiente ed effettivo della sicurezza degli impianti e dei sistemi di produzione, poiché sarebbero le stesse compagnie assicurative ad assumersene l’onere, in quanto direttamente interessate alla gestione del rischio da parte delle imprese loro clienti. Le compagnie assicurative non sarebbero ovviamente disposte ad assicurare imprese in cui gli impianti sono mal funzionanti, in cui l’organizzazione della produzione implica per i lavoratori situazioni di eventuali rischi e in cui i lavoratori possono entrare in contatto con sostanze pericolose, senza che siano adottate le dovute precauzioni. Potrebbero eventualmente essere disposte ad accettare di assicurarle, ma a fronte di alti premi assicurativi. Sul mercato rimarrebbero soltanto quelle imprese davvero efficienti e in grado di sostenere economicamente l’onere della sicurezza.
Ma è una prospettiva che difficilmente sarà presa in considerazione…
"Toh, il “mostro” non ha fatto nulla - Genchi: “Vi racconto la mia verità”
domenica 17 aprile 2011
Firme false, il racconto della vicenda giudiziaria
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Dopo un anno dalle prime accuse nei confronti del governatore Roberto Formigoni per le firme false a sostegno della lista “Per la Lombardia”, le indagini della procura di Milano danno ragione ai radicali della Lista Bonino Pannella. L’avvocato Simona Viola, che ha seguito dall’inizio la vicenda, racconta il percorso giudiziario che ha portato alle prove della falsificazione di almeno 800 firme. “Adesso attendiamo che il Consiglio di Stato faccia giustizia – dichiara l’avvocato Viola – perché l’arroganza del potere non rimanga impunita” di Franz Baraggino
"Feltri: “Processo breve è legge ad personam”
Sull’ennesimo scudo giudiziario a favore del presidente del Consiglio, la prescrizione breve votata dalla Camera dei Deputati, il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri la pensa così: “Il processo breve è un’altra legge ad personam”. Ma subito precisa: “Una legge contro dei processi che sono anch’essi ad personam”. di Franz Baraggino
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