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sabato 16 aprile 2011

I dissidenti a Cuba

I dissidenti a Cuba: "

Per i turisti, Miramar è il quartiere dell’Avana dove si trova la Casa della Musica, il Diablo Tun Tun (dopo-disco pieno di prostitute) e altre realtà – parallele e stridenti rispetto alla marcia che, ogni domenica mattina, fanno le Damas de blanco nella stessa zona, partendo dalla chiesa di Santa Rita, patrona delle “cause disperate”.


Le donne vestite di bianco hanno iniziato i cortei per ottenere la liberazione dei familiari arrestati nella “Primavera negra” del 2003, quando sembrava che Bush, alla vigilia dell’intervento in Iraq, volesse regolare i conti anche con Fidel Castro e il Comandante (o Coma-andante, come cantano i Porno para Ricardo, band dissidente) diede un segnale di forza.


Nel libro Adiós Fidel (appena pubblicato dalle edizioni Lindau), Lucia Capuzzi e Nello Scavo, giornalisti dell’«Avvenire», danno voce alla Cuba sommersa da fulgori da cartolina e indulgenze ideologiche occidentali. E repressa da Castro. Tra i metodi persecutori impressionano gli “atti di ripudio”, aggressioni organizzate di fanatici che urlano slogan rivoluzionari, riempiono di botte i dissidenti e imbrattano d’insulti i muri delle loro case. Ma ben più grave fu la morte per sciopero della fame dell’umile muratore nero e prigioniero politico Orlando Zapata, nel 2010.


O la fucilazione nell’89 del comandante Arnaldo Ochoa, accusato di narcotraffico e tolto di mezzo perché troppo popolare… Chi se ne ricorda? Fidel e il fratello Raúl hanno legato il loro destino (anche biologico) a quello del popolo e non ci sarà cambiamento se non usciranno di scena. Oggi licenziano in massa concedendo, in cambio, licenze per piccole attività. Fioriscono così professioni incredibili, come il “forrador de botones” (rivestitore di bottoni).


L’alternativa è sempre quella: emigrare o restare, vivere l’alienazione quotidiana dei tardivi esperimenti socialisti o andarsene. I turisti dai palati meno sbrigativi dovrebbero sentire il retrogusto repressivo del Cuba libre fatto con la Tropicola al posto della Coca Cola, informandosi su quel che non si vede nel controluce dello sfondo caraibico: il bianco delle damas o l’ennesimo sciopero della fame, in un paese dove si mangia comunque poco e hanno convertito l’avviso dello zoo: «non date da mangiare agli animali» in «non mangiate gli animali».


Saturno, Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2011

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domenica 10 ottobre 2010

Liberi, davvero?

Liberi, davvero?: "

Mi chiedo, a volte, se in Italia e nelle democrazie europee esiste ancora la libertà di espressione.

La comunità ebraica per una frase infelice, ma non più che infelice, sulla kippah detta in Senato dall’onorevole del Pdl Ciarrapico – che ben più sostanziali magagne ha sul groppone – ne ha chiesto l’espulsione dal Parlamento. Daniele Nahum, presidente dei Giovani ebrei italiani, ha dichiarato: “L’espulsione è un atto dovuto perché in quelle parole sono intesi comportamenti antisemiti che devono essere puniti” (ci si è dimenticati che un parlamentare è irresponsabile per ciò che dice nell’esercizio delle sue funzioni).

Il pm di Varese ha incriminato 22 giovani, che nel 2007 avevano festeggiato, in una birreria di Buguggiate, il compleanno di Hitler e intonato cori nazisti, “per incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi etnici e razziali”. La Digos ha poi seguito questi ragazzi e ha potuto appurare che non fanno parte di nessuna organizzazione e che non hanno commesso, né in quella occasione né in altre, alcun atto di violenza per cui è caduta l’imputazione di “ricostituzione del partito nazista”. Sono stati incriminati quindi solo per aver espresso il loro credo politico, in base alla “legge Mancino”.

Se fosse viva, Oriana Fallaci sarebbe sotto processo in Francia “per incitamento all’odio razziale”, a causa dei suoi pamphlet antislamici. Sotto processo ad Amsterdam è Geert Wilders, il deputato anti-islam che alle recenti elezioni ha ottenuto un milione e mezzo di voti, per aver paragonato il Corano al Mein Kampf. In Francia è proibito indossare il burqa nei luoghi pubblici in nome della laicità dello Stato. In Italia è proibito con l’escamotage che il viso deve essere scoperto (e allora proibiamo anche i caschi da moto sotto cui si mascherano spesso i killer, mentre una donna in burqa è molto meno insidiosa proprio per l’evidenza del suo vestire).

Nelle democrazie baltiche è punita “l’apologia del   comunismo”. A Vienna lo storico inglese David Irving si è fatto due anni di carcere perché nei suoi libri ridimensiona le cifre dell’Olocausto (sia chiaro che, per quanto mi riguarda, questi macabri conteggi sono totalmente privi di senso, l’orrore non cambierebbe di un ette se gli ebrei sterminati fossero 4 milioni invece di 6 e nemmeno se un solo bambino ebreo o palestinese o malgascio fosse stato o fosse ucciso solo perché ebreo o palestinese o malgascio).

Una democrazia, se è tale, deve accettare tutte le opinioni anche quelle anti-democratiche o che paiono più aberranti. È il prezzo che paga a se stessa e che la distingue dai regimi totalitari. L’unico discrimine è che nessuna idea, giusta o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza. L’odio, anche razziale, è un sentimento e non si possono mettere le manette ai sentimenti. Io ho diritto di odiare chi mi pare. Ma se gli torco anche un solo capello devo andare in gattabuia. Se in una democrazia, pur con le migliori intenzioni, si limita, anche solo parzialmente, la libertà di espressione su cui si basa si sa da dove si comincia ma non dove si va a finire.

Non per nulla il più deciso avversario della legge Scelba, che puniva come reato “la ricostituzione del partito fascista”, fu Togliatti che, da quell’uomo intelligente che era, capiva benissimo che si inizia con i fascisti e si finisce con i comunisti. Oggi si puniscono le espressioni razziste, anti-semite, anti-islamiche e in tal modo si è imboccata, in Italia, una strada scivolosa per cui domani potrebbero essere considerati reati manifestazioni di anti-americanismo, di anti-nazionalismo, il parteggiare per i talebani e così via. La “legge Mancino”, diciamo le cose come stanno, è una legge liberticida, degna di un regime fascista.

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