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sabato 22 gennaio 2011

Caso Ruby in tv, Sgarbi da del mafioso a Gomez a “L’ultima parola”

Caso Ruby in tv, Sgarbi da del mafioso a Gomez a “L’ultima parola”: "

Clicca qui per vedere il video incorporato.


Vittorio Sgarbi e Peter Gomez ieri sera erano ospiti negli studi di ‘L’Ultima Parola’, su Raidue. Il programma di terza serata condotto da Gianluigi Paragone. Tema della puntata: il caso Ruby. Sgarbi accenna al caso Fiorillo: “…lo stesso Csm ha dato torto alla Fiorillo e ragione al governo sul caso Ruby”. A quel punto il direttore de ilfattoquotidiano.it replica: “Questo non è vero”. E Sgarbi comincia con le sue consuete aggressioni verbali: “Vuoi lasciarmi finire mafioso. Mafioso che sei!”. Gomez poco dopo risponde: “Questo atteggiamento mi pare non contribuisca a niente. La volgarità di Sgarbi è davvero straordinaria. Di quello che ha detto nei miei confronti ne risponderà in tribunale”. Ecco l’estratto della puntata di ieri 21 gennaio 2011, tratta dal canale youtube di TrarcoMavaglio."

domenica 26 dicembre 2010

Massimo D’Alema tra minacce e bugie

Massimo D’Alema tra minacce e bugie: "

Massimo D’Alema, esattamente come avevano fatto in casi analoghi Silvio Berlusconi e i suoi collaboratori, smentisce il contenuto dei cablogrammi dell’ambasciata Usa, pubblicati da Wikileaks. L’ex presidente del Consiglio assicura di non aver mai detto, nel luglio del 2007, all’ambasciatore Ronald Spogli che la ”la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano“.

È molto difficile credergli.

I dispacci tra le ambasciate e Washington vengono redatti ad uso interno. L’amministrazione americana richiede che siano precisi e circostanziati perché anche sulla base di quelle informazioni viene poi decisa la politica estera Usa. La pretesa (di Berlusconi e D’Alema) di dipingere le feluche statunitensi come un gruppo di imprecisi pasticcioni, soliti riassumere a casaccio il contenuto degli incontri con i loro interlocutori, fa quindi sorridere.

Nel caso di D’Alema, poi, basta veramente poco per capire come quelle parole sulla magistratura siano state da lui effettivamente pronunciate.

Nell’estate del 2007 D’Alema, Nicola La Torre e Piero Fassino, dovevano fare i conti con il deposito delle intercettazioni del caso Unipol-scalate bancarie. In quei giorni gli attacchi al gip Clementina Forleo, che come prevede la legge aveva messo il materiale a disposizione delle parti e poi ne aveva richiesto l’autorizzazione all’utilizzo al Parlamento, erano quotidiani.

Il contenuto dei nastri, del resto, dimostrava come tra gli uomini della Quercia ci fosse stato chi era intervento a piedi uniti nella competizione tra banche. Primo tra tutti D’Alema che, tra le altre cose, era arrivato a offrire un aiuto al big boss di Unipol Giovanni Consorte per convincere uno dei protagonisti economici della vicenda (Vito Bonsignore, allora eurodeputato Udc) a non intralciare il suo assalto alla Banca Nazionale del Lavoro. Il tutto in cambio di una mai precisata “contropartita” politica.

Insomma leggendo le carte era facile accorgersi che D’Alema, durante i mesi delle scalate, non si era limitato a fissare le regole del gioco per poi osservare la partita economica da fuori, come dovrebbe fare la politica. E che nemmeno si era limitato a tifare per uno dei contendenti, come per due anni aveva sostenuto. Era invece sceso in campo di nascosto e aveva tentato di dare una mano a Consorte per buttare la palla in rete.

Un comportamento sconcertante che, una volta scoperto, aveva suscitato imbarazzo e rabbia nell’elettorato di centrosinistra. E che aveva portato D’Alema e una parte dei Ds a reagire con toni e argomentazioni speculari a quelle utilizzate da Berlusconi.

Quando le intercettazioni erano state messe a disposizione degli avvocati e le prime indiscrezioni erano state riportate dai giornali, Il Corriere della Sera e La Repubblica avevano, per esempio, pubblicato uno sfogo di D’Alema, in cui l’ex presidente del Consiglio diceva: “La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire. Diciamoci la verità: è una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati. Qualcuno consente che si alimenti un clima da caccia grossa per mettere dei cittadini alla berlina. Allora dico: siamo ancora uno Stato di diritto? Io non vedo alcuna ragione di giustizia in tutto questo, dev’esserci dell’altro sotto… Magari tagliano, incollano, saltano pezzi di frase. Il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura… Quale elemento giustifica la pubblicazione di quel materiale? Quello che succede è intollerabile, dopo questo si apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie. Nel resto del mondo non accadono cose del genere. Il bello è che facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema. Perché qui c’è una questione grande come una casa… “.

Poi D’Alema si era presentato al TG5 e, dopo aver ringraziato Fini, Casini e Berlusconi per “le parole molto misurate” sullo scandalo Unipol, aveva tra l’altro affermato: “Si vuole indebolire il sistema politico e si cerca di colpire la forza più consistente di questo quadro politico“.

Insomma se questo era quello che il leader diessino dichiarava pubblicamente (per poi rincarare la dose qualche settimana dopo, al momento della richiesta di utilizzo delle intercettazioni) ci si può davvero sorprendere se all’ambasciatore Spogli ha detto:La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano?. Ovviamente no.

Su una cosa però D’Alema ha ragione. Una minaccia allo Stato italiano c’era e c’è ancora. È quella rappresentata dal rapporto malato tra politica e affari. Un rapporto che ha sì il suo massimo rappresentante in Silvio Berlusconi, il super imprenditore che si è fatto presidente del Consiglio. Ma che attraversa in varia misura tutti i movimenti politici.

Nel 2007, proprio partendo dallo spunto fornito dalle intercettazioni, all’interno dei Ds ci fu chi tentò di parlarne. Per esempio un padre nobile della Quercia come Alfredo Reichlin o il riformista Andrea Ranieri. Ma nelle direzioni del partito furono entrambi zittiti. “La questione morale non esiste“, dicevano i vertici.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Nonostante la crisi del berlusconismo, nonostante gli scandali che attanagliano il governo, il centrosinistra non riesce a guadagnare consensi. Tra l’originale (Berlusconi) e la copia (le cosiddette opposizioni) gli italiani che ancora votano, continuano a scegliere l’originale.

Gli altri invece restano a casa. Ma per capire il perché non serve Wikileaks. La cronaca, purtroppo, basta.

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Belpietro, Porro, eccetera

Belpietro, Porro, eccetera: "

Questo è un post lungo, ma Nicola Porro e Maurizio Belpietro sono due amici – anche col poliziotto dell’attentato sventato ho un discreto rapporto – e allora vorrei spiegare un paio di cose.


Cominciamo con Porro.

Cominciamo col dire che il vero scherzo probabilmente l’ha giocato Renato Arpisella – addetto ai rapporti di Confindustria con la stampa – alla sua capa Emma Marcegaglia: le ha spacciato come minaccia reale quello che appunto era palesemente uno scherzo, l’ha per farsi bello e dimostrare la sua efficienza, forse, o per attestare che era in grado di bloccare una campagna in itinere contro di lei. E’ andata così? Ufficialmente non lo sappiamo, ma è davvero difficile che una vecchia volpe come Renato Arpisella non abbia capito che uno scherzo era uno scherzo, che un cazzeggio era un cazzeggio.

Ma questa non è soltanto la storia di uno scherzo venuto male, o meglio, venuto benissimo: è uno specchio fedele di come siamo messi male a stampa e magistratura e politica in questo Paese, è il riflesso condizionato che ancor’oggi scatta automatico se il giornalista è di centrodestra. Prima il fallito attentato al direttore di Libero, che qualche collega ha definito una patacca ancor prima di comprendere che cosa sia effettivamente successo; ora questo tentativo di ghettizzare uno dei giornalisti più assennati del Giornale (Nicola Porro, che l’altra sera, a Exit, su La 7, è stato oltretutto definito «servo» da Fabio Granata) con modalità che sono tutte da ricostruire.


E allora ricostruiamole. Porro è vicedirettore de Il Giornale e ora è ridicolmente indagato per «violenza privata» sulla base di sue telefonate ed sms. È un signore che ha scritto di Confindustria e di Emma Marcegaglia una tonnellata di volte: peschiamo un suo pezzo dell’8 dicembre 2007 (criticava la quotazione del quotidiano confindustriale, il Sole24Ore) e poi un altro pezzo del 21 maggio 2009 (lamentava che la Marcegaglia aveva rotto le scatole con certi suoi discorsi) e poi un altro del successivo 24 luglio (si compiaceva che un’azienda aveva abbandonato Confindustria) dopodiché il resto del racconto lo si può leggere in data 27 settembre, e non se n’è accorto nessuno, sul suo blog personale che si chiama «Zuppa di Porro»: «Mesi fa chiesi ad un portavoce della sciura, che si lamentava dei miei attacchi, di fare un’intervista alla signora. Lui mi rispose secco: “Non possiamo perché altrimenti apparirebbe ancora più berlusconiana di quanto sia, se parlasse col Giornale il gioco diventerebbe scoperto”. Non potevo credere alle mie orecchie. Ricapitolando: prima si lamentano del trattamento riservato alla Emma, e chiedono di finirla, allora io propongo un’intervista e loro rifiutano perché lei sarebbe troppo berlusconiana».


Ma Porro secondo qualcuno ora è un ricattatore, anzi un coartatore, uno che merita perquisizioni corporali. E perché? Perché il 15 settembre scorso, dopo che la Marcegaglia aveva attaccato il governo e dopo che Porro, come visto, aveva cercato di intervistarla, lui medesimo aveva inviato un sms a Renato Arpisella, il citato addetto ai rapporti di Confindustria, così congegnato: «Ciao, domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia»; poi, ancora, al telefono con lo stesso Arpisella che Porro conosce da una decina d’anni: «Per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia… ho spostato i segugi da Montecarlo a Mantova», che è la città di riferimento della signora. Morale: siccome nelle trascrizioni telefoniche il tono scherzoso non si percepisce, gli inquirenti non hanno compreso la modalità semiseria dell’sms e della telefonata e si sono limitati a registrare le successive pressioni della Marcegaglia (su Fedele Confalonieri e poi su Vittorio Feltri) per bloccare una campagna stampa che neppure esisteva: perché era, appunto, tutto uno scherzo, una boutade. Anche perché, com’è facile appurare, nessuno al Giornale ha spostato «segugi» da Montercarlo a Mantova: è una balla, è chiaro. Ecco perché resta solo da da capire perché Emma Marcegaglia e Rinaldo Arpisella non l’abbiano inteso (subito) ciò che era semplice da intendere: «Dopo il racconto di Arpisella», ha detto infatti la presidente di Confindustria ai magistrati, «ho sicuramente percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi, mi misi personalmente in contatto con Confalonieri… Il Giornale e il suo giornalista hanno tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti de Il Giornale stesso, concedendo interviste che almeno recentemente non avevo fatto». La Marcegaglia ha percepito: siamo alla follia. C’è altro da aggiungere?


Sì. Come appurato, al Giornale o altrove non esistevano né esistono particolari «dossier» sulla Marcegaglia né niente del genere: : c’è Porro che si è permesso di scherzare con un amico-conoscente il quale forse ci ha marciato, come detto. Però, ecco: vien quasi voglia che dossier e inchieste esistano davvero, visto il paradosso a cui siamo giunti. Nei film americani, infatti, fanno vedere che un giornalista, la sera prima di pubblicare un articolo contro un potente, gli telefona e lo avverte: da noi, invece, dicono che volesse coartare la sua volontà. Nei film americani il potente attaccato, se vuole, rilascia una dichiarazione al giornalista che gli ha telefonato; da noi, invece, il potente telefona all’editore per bloccare l’articolo prima ancora che esca. In Italia, peggio ancora, poi intervengono i magistrati che se la prendono col giornalista, mentre le iene dattilografe già parlano di «dossieraggio».


Perché ora il giornalismo si chiama così: dossieraggio. L’archivio e le cartelline che molti aggiornano e conservano possono diventare «dossier» sulla base del semplice uso che se ne faccia. Eppure un conto è osservare che in Italia a farla da padrone, dal caso Boffo in poi, non sono più le notizie di giornata bensì le campagne create attorno a notizie d’accatto, magari vecchie, magari semplicemente archiviate in attesa di costruirci attorno qualcosa; un altro conto, però, è negare legittimità a tutto questo, deprecare o addirittura indagare che un giornale possa fare tutte le campagne che vuole, quando vuole, come vuole, contro chi vuole.


In altri termini: in Italia chi fa delle inchieste che ottengono risultati, tanto che la magistratura è costretta a inseguire, da noi è uno squadrista dell’informazione, soprattutto se di centrodestra; chi invece pubblica solo carte giudiziarie, tipo quei servi di procura che sputtanano a destra e a manca dopo che la magistratura magari ha pure assolto o archiviato, ecco, loro invece sarebbero dei giornalisti investigativi. Questo lo schema, che per fortuna abbatteremo anche ’stavolta. A colpi di dossier, è chiaro.


***


Ora due parole sull’attentato sventato a Belpietro. Non vi dico che cosa ne penso di preciso, per ora lo tengo per me. Ma su un certo strabismo nel giudicare, beh, diciamo che ho fatto una modesta ricostruzione di una vecchia faccenda.


«Sinceramente non ci ho mai creduto molto…» ha detto venerdì scorso Gerardo D’Ambrosio, già procuratore aggiunto del Pool di Milano e protagonista, il 14 aprile 1995, di un attentato che fu sventato dallo stesso caposcorta che ha difeso a pistolettate il domicilio di Maurizio Belpietro. Non ci ha mai creduto molto, il senatore del Pd D’Ambrosio: però, allora, ci credettero tutti. Persino lui. Anzi: tutti evocarono dei foschi scenari. Gli attuali dioscuri del Fatto Quotidiano ci videro l’ombra della Cia, mentre il sostituto procuratore Armando Spataro – che ora indaga sull’attentato a Belpietro – lesse un allarmatissimo comunicato. Antonio Di Pietro pure. Insomma, ai tempi dubbi non ve n’erano, non servivano.


Ma ricostruiamo anche questo. Era un venerdì e il casino politico era totale perché Silvio Berlusconi, la sera prima, aveva telefonato a Temporeale di Michele Santoro e aveva parlato del celebre invito a comparire che aveva ricevuto a Napoli nel 1994: «Mi risulta che Di Pietro», parole del Cavaliere in diretta, «non fosse così convinto di quell’atto firmato da tutto il Pool. Ma si tratta di un discorso privato tra me e lui, e quindi non lo voglio divulgare». Non lo voleva divulgare: e infatti aggiunse soltanto che Di Pietro gli aveva parlato il 18 febbraio direttamente ad Arcore, a casa sua, nella tana del lupo. La rivelazione fu paralizzante per tutti. Per la sinistra, certo. Per i tanti, a destra, che corteggiavano Tonino perché scalzasse il Cavaliere. E per chi, pure, vide solo un magistrato (in carica) che era andato a casa di un suo indagato per corruzione. D’Ambrosio, allora 66enne, era furibondo. Francesco Saverio Borrelli montò su tutte le furie: «Lo faccio buttare giù dalle scale a calci nel sedere». Di Pietro, non D’Ambrosio. Ma ogni tentativo dipietresco di districarsi dal ginepraio – che aveva creato lui – non farà che peggiorare le cose.


Ma ecco che poi, sabato mattina, il 15 aprile, i lettori de «La Stampa» appresero che un uomo armato di fucile se n’era rimasto appostato nel giardino di una scuola materna posta proprio dietro l’abitazione di D’Ambrosio. L’asilo era chiuso per Pasqua e l’energumeno era pronto a sparare, ma un poliziotto lo scorse e chiamò D’Ambrosio dall’auto: «Non scenda». Erano le 9 del mattino e pioveva che Di Pietro la mandava. Dopo un po’ il presunto attentatore rifece capolino ed ecco che l’uomo della scorta scese dall’auto e prese a inseguirlo: una cosa da telefilm, col fucile stretto in mano, sinchè l’attentatore raggiunse un complice e sparirono a bordo di una grossa moto. Testimoni: nessuno.


Secondo il Corriere della Sera però non si trattava proprio di un fucile: il poliziotto stringeva in mano «un oggetto scuro e lungo» e non fu lui a telefonare al magistrato, ma un altro. Il 16 aprile, però, La Stampa cambiava versione: il fucile diventò «un’arma… nascosta sotto l’impermeabile grigio». Il Corriere in compenso riportò l’opinione del Questore, secondo il quale l’attentato restava solo un’ipotesi: tuttavia «E’ difficile pensare che l’obiettivo fosse un altro». Chiaro. E l’arma, il fucile? C’era, era «appoggiato contro un muro». Su La Repubblica però diventò «una carabina di precisione». Su l’Unità, «una mitraglietta». Scrisse La Stampa. «C’è l’identikit dell’uomo col fucile». Titolò Repubblica: «Non c’è ancora un identikit del killer».


L’estrema precisione delle cronache si evinse anche da altri preziosi particolari: il poliziotto era descritto elegante come un fotomodello, mentre l’arma era comparsa soltanto durante la fuga. Purtroppo non si era riuciti a prendere il numero di targa della moto, e l’unico indizio lo riportava l’Unità, che descrisse la moto come immancabilmente rossa.


La solidarietà espressa dai magistrati milanesi fu invece puntuale e precisa: in un comunicato, diffuso da Armando Spataro, si leggeva che «I sostituti procuratori si stringono idealmente attorno ai loro capi, Borrelli e D’ Ambrosio, oggetto di inauditi e ripetuti attacchi personali. A Gerardo D’ Ambrosio, che ha ancora una volta rischiato la vita, esprimono solidarietà e affetto smisurati… auspicano che le autorità rafforzino le misure di protezione che lo riguardano. Auspicano altresì che le istituzioni intervengano a tutela dell’ indipendenza della intera Magistratura». Quella non mancava mai. L’agenzia Ansa aggiunse che erano in cantiere «più incisive e clamorose iniziative» della Procura. Insomma, fecero quadrato: evidentemente, doversamente da D’Ambrosio, ci credevano anche loro.


E non solo loro, visto che l’affare fece scattare un piano di rafforzamento della sicurezza del procuratore: fu rafforzata la vigilanza e raddoppiata la scorta; oltre agli agenti di tutela fu predisposto un rafforzamento della sorveglianza attorno alla casa e fu aggiunta un’auto di scorta che in pratica scortava la scorta. «D’Ambrosio», scrissero un po’ tutti i giornali, «in passato era rimasto vittima di episodi dai contorni oscuri: una volta venne narcotizzato e rapinato in casa, successivamente ci fu un’incursione nella sua abitazione, mentre si trovava a palazzo di giustizia». Incredibile. Anzi, detto a D’Ambrosio: credibile.


Poi ci fu la conferenza stampa della Polizia: «L’attentatore si è comportato da professionista», disse il Questore Marcello Carnimeo. E l’agente, il medesimo che ha difeso Belpietro? «Ha fatto bene, ha agito con grande professionalità, un giovane molto affidabile e preparato» disse Carnimeo. Allora lo era, evidentemente. L’ipotesi che il killer volesse davvero sparare fu presa «molto sul serio», e l’attentato a D’Ambrosio fu definito «fallito per un soffio». «Un episodio simile», riportò La Stampa, «si era già verificato nei mesi scorsi ai danni di un altro esponente di Mani pulite, Francesco Greco: alcuni inquilini avevano notato una macchina sospetta parcheggiata nei pressi della sua residenza: alcuni sconosciuti scrutavano con un binocolo le finestre del giudice». Pazzesco. Ci penserà l’agenzia Ansa a essere più precisa: «Le indagini non accertarono nulla. Nemmeno che quello sconosciuto avesse davvero come obiettivo delle sue attenzioni la casa di Francesco Greco ».


L’affare comunque s’ingrossava, altro che «non ci ho mai creduto molto». Il Corriere della Sera rilevava che «Armando Spataro, numero uno dell’antimafia e bersaglio negli ultimi due mesi di due progetti di attentato, è tra i più turbati. “Sì, sono molto allarmato. Questo agguato appare indecifrabile, anche perchè cade in pieno periodo elettorale. Ripeto, per la prima volta in vita mia sono davvero preoccupato». Chissà ora, visto che indaga sul caso Belpietro. Il 16 aprile 1995, del resto, La Repubblica ci aveva aperto la prima pagina: «Un killer per D’Ambrosio. A sette giorni dalle elezioni l’uccisione del giudice avrebbe creato una gravissima tensione politica». Dall’ipotesi un attentato si era già arrivati all’uccisione del magistrato e alle possibili conseguenze politiche.


Sempre il 16 aprile, che poi era la domenica di Pasqua, su Repubblica interveniva anche Di Pietro («Auguri a D’ambrosio») che cercava di spegnere le polemiche sulla sua visita ad Arcore raccontata da Berlusconi. Un paio di giorni dopo, infine, nuovi aggiustamenti nelle cronache: il poliziotto raccontava che era stato suo cugino e ricordargli che le scuole materne rimangono chiuse per Pasqua. Ma secondo il Corriere – particolare decisivo – non era stato il cugino ad avvertirlo, ma il cognato. Sempre di mezzo.

E D’Ambrosio? Diciamo che, se «non ci credeva molto», all’epoca lo tenne ben nascosto per sè. Lo nascose quantomeno a Repubblica: «La polemica tra me e di Pietro serve solo al nemico per isolarci. E’ se è vero che c’è un uomo con un fucile puntato su di me, questo significa che siamo già isolati». Da non crederci, non molto.


Finita? Ma figurarsi. L’elaborazione definitiva dell’attentato a D’Ambrosio è stata successivamente messa al servizio (segreto) di un incredibile ricostruzione dietrologica contenuta nel libro «Mani pulite» di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. In orrenda sintesi: nel 1992 il Pool di Milano fu contattato da presunti emissari di «ambienti americani» che si proponevano di appoggiare i magistrati di Mani pulite e di aiutarli a scovare latitanti; il contatto e la proposta – e questo è vero, è appurato – finirono nella relazione riservata n. 58/92 che il pm Piercamillo Davigo indirizzò a Borrelli. Poi – anche questo è appurato – il Pool decise di parlarne al Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, che però rispedì i magistrati al mittente piuttosto seccato dall’ombrosità della vicenda. Gli svolazzi dei giornalisti de Il Fatto cominciano da qui e arriveranno sino all’attentato a D’Ambrosio. I tre, infatti, a pagina 67 del loro libro, con un giro contorto ricollegano i citati contatti «americani» a un protagonista dell’inchiesta del pm Guido Salvini su Piazza Fontana, il quale tizio, a sua volta, aveva rapporti con un uomo della Cia sotto copertura della Dea (l’agenzia antidroga) che a sua volta aveva contatti con l’ambasciata Usa a Roma e con il Sisde, oltre a essere stato l’ultimo a vedere vivo il banchiere Michele Sindona prima che lo avvelenassero in carcere. Nell’inchiesta di Salvini venne fuori che quest’uomo legato alla Cia, C.R., morto nel 1996, aveva svolto anche missioni in America Latina e in Corea e soprattutto aveva brigato per organizzare un attentato a Gerardo D’Ambrosio. Ci siamo, finalmente: «D’Ambrosio sarà effettivamente al centro di un inquietante episodio», scrivono i giornalisti de Il Fatto, ossia che «il 14 aprile 1995 la sua scorta metterà in fuga un misterioso personaggio appostato, forse con un fucile in mano, nel giardino di una scuola davanti alla sua abitazione. Di piú, su questo intreccio di avvocati, inquisiti, spioni e killer, non si riuscirà a scoprire». Questo per D’Ambrosio. E per Belpietro che cosa hanno scritto?"

mercoledì 20 ottobre 2010

Sgarbi, gli insulti e la partitocrazia

Sgarbi, gli insulti e la partitocrazia: "

Su Il Giornale Vittorio Sgarbi difende la lottizzazione Rai. L’altra sera durante l’Ultima parola è esploso, dandomi per dieci volte del fascista, quando ho fatto notare che l’attuale consiglio di amministrazione della tv pubblica, esattamente come i precedenti, è fuorilegge. La legge Gasparri, articolo 20, prevede infatti che “Possono essere nominati membri del consiglio d’amministrazione della Rai [...] persone di riconosciuto prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinte in attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze manageriali”.

Sebbene la norma sia chiarissima, tra i sette membri del cda scelti dalla commissione parlamentare di vigilanza siedono ben quattro ex parlamentari, un ex manager Fininvest e un ex direttore di un giornale di partito. Il consiglio di amministrazione infatti è composto, tra gli altri, da Giovanna Clerici Bianchi, per due volte parlamentare della Lega, Rodolfo De Laurentis, ex parlamentare dell’Udc, Alessio Gorla, ex funzionario del Biscione e organizzatore della campagne di Forza Italia del ’94, Guglielmo Rositani, più volte parlamentare missino e di Alleanza Nazionale, Antonio Verro, ex parlamentare di Forza Italia ed ex manager Edilnord, Nino Rizzo Nervo, ex direttore di Europa, il quotidiano del Pd, e Giorgio Van Straten, uno scrittore amico di Walter Veltroni.

A mio avviso, a prescindere dall’eventuale valore dei singoli, la composizione dimostra ancora una volta come il Parlamento sia ormai abituato ad approvare leggi che poi vengono immediatamente violate da chi le ha fatte. Nessuno dei membri del cda può infatti essere considerato di “notoria indipendenza di comportamenti” e solo alcuni di loro si sono “distinti in attività economiche, scientifiche e giuridiche”.

Per Sgarbi però questo non è vero. Secondo lui “appartenere a un partito fa parte della dialettica democratica ed è una manifestazione di libertà e indipendenza”. Perché, scrive, “solo in una dittatura, con un partito unico, non si è liberi, non si è indipendenti”. Chi ne ha voglia può leggere qui il suo articolo.

Dirò subito che con Sgarbi sono d’accordo su un paio di punti.

Il primo: davvero, come ammette egli stesso, lui è ormai diventato un manierista (anzi una macchietta) che ripete all’infinito la stessa scena (l’aggressione verbale verso chi non la pensa come lui). Il secondo: Sgarbi ha ragione quando dice che mi sono divertito mentre lo vedevo urlare contro di me.

Ho infatti sempre pensato che quel tipo di toni e di parole, soprattutto se utilizzate a freddo, dimostrino meglio di ogni altra cosa la povertà di argomenti a disposizione di chi cerca di contrastarti. Come diceva Paul Valèry, quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore.

Ma veniamo ai partiti e alla lottizzazione (che con buona pace di Sgarbi sono due cose diverse).

È vero: i partiti sono il sale della democrazia. Senza partiti, preferibilmente diversi e migliori dei nostri, i cittadini non possono portare e le loro istanze nelle istituzioni.

Ma in Rai, come nel resto della vita pubblica italiana, la democrazia è ormai degenerata in partitocrazia. Sia perché i nostri partiti (quasi tutti) non rappresentano più gli elettori, ma esclusivamente le proprie classi dirigenti: cioè un’oligarchia che occupa (abusivamente) ogni ganglio della società. Sia perché i cittadini possono contare nella cosa pubblica e far valere la loro voce anche senza il tramite dei partiti.

Ai vertici della tv pubblica, per esempio, potrebbe benissimo esserci un consiglio di amministrazione i cui membri vengono scelti dai lavoratori della Rai, dai rappresentanti degli abbonati, delle università, delle associazioni dei consumatori, dei sindacati degli artisti e tante altre realtà.  Oppure ci potrebbe essere una fondazione indipendente come accade in Inghilterra e in altri paesi del nord Europa.

I partiti sono infatti il sistema con cui i cittadini dovrebbero farsi rappresentare in parlamento, nei comuni e nelle regioni. Non in tutto il resto. Negli ospedali conta (o meglio dovrebbe contare) la bravura dei manager e dei medici. Non la loro casacca politica. Nelle tv la qualità dei programmi e la loro indipendenza. Non il colore della tessera.

Del resto anche i partiti sanno benissimo che la partitocrazia è fautrice di ingiustizie, favoritismi e inefficienze. Proprio per questo pubblicamente dicono di aborrirla. E anche la (pessima) legge Gasparri specifica che membri del cda Rai devono diventare persone “di notoria indipendenza di comportamenti”. Affermare apertamente che quelle poltrone sono invece riservate agli iscritti ai vari movimenti politici sarebbe stato decisamente brutto. Anche per loro.

In altri momenti storici, comunque, i partiti avrebbero almeno tentato di rispettare le regole che essi stessi si sono dati nominando non degli ex parlamentari, o degli ex dipendenti di Berlusconi (premier e proprietario del maggior concorrente della Rai), ma intellettuali o manager considerati d’area. Una soluzione tutt’altro che bella, ma non poi così ipocrita, come sostiene Sgarbi. La nomina di persone di questo tipo almeno non sarebbe stata apertamente in contrasto con la lettera della legge Gasparri. Infatti si può essere di destra o di sinistra ed essere indipendenti. Perché il problema non è chi si vota, ma dove e con chi si milita.

Guardando cosa è diventata oggi la Rai, sia dal punto di vista dei contenuti che dei bilanci, si capisce invece quale disegno sia stato seguito. Nel cda era necessario mettere dei consiglieri a cui si potessero dare ordini con la certezza che venissero eseguiti. Non per niente proprio Berlusconi, al telefono con Agostino Saccà, definisce la Clerici Bianchi “la soldatessa” della Lega.

Del resto, il motivo per cui, almeno la maggioranza, ha scelto figure di questo tipo non è solo politico. È anche economico. Una Rai forte e indipendente può danneggiare Mediaset.

Sgarbi le sa queste cose? Certamente. Ma durante buona parte della sua vita ha messo il suo talento (la sua cultura classica e la sua capacità dialettica) al servizio dei potenti. È diventato quel che è diventato non solo perché aveva delle doti, ma anche dei protettori. E così, fin dall’epoca di “Sgarbi quotidiani” (una violentissima trasmissione abolita quando smise di essere funzionale ai disegni di Berlusconi) ha finito per contribuire a far crescere nel nostro Paese il cancro della partitocrazia.

Per questo oggi vorrei solo che fosse più educato. E non certo che arrivi a rinnegare una parte di se stesso.

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sabato 16 ottobre 2010

Sgarbi dà del “fascista” a Gomez

Sgarbi dà del “fascista” a Gomez: "

Il punto di partenza era la sospensione inflitta a Santoro e ad Annozero dal gran giurì capeggiato dall’ottavo nano (qui il video di Trarco Mavaglio sulle dichiarazioni rese da Masi a Paragone all’”Ultima Parola”), ma il punto di non ritorno si è incarnato nel consueto trash pecoreccio e sguaiato dall’inconfondibile copyright. La location è il salottino di Gianluca Paragone, che ha adunato svariati ospiti di tutto rispetto, dal gazzettiere d’assalto Sallusti fino all’abbaiante Vittorio Sgarbi.

Stavolta l’occhio orbo ed immaginifico del ciuffo più forforoso del cubetto televisivo nostrano (dopo quello di Filippo Facci), non pago della condanna comminatagli per aver insultato Travaglio nel 2008 e non sazio delle sue stantie e imbolsite prezzemolinate nel tinello delle barbaradurso e delle pupe e secchioni, è tornato a sagomare un altro erede di Benny con tanto di fez, gagliardetti e divisa d’orbace: nientepopodimeno che Peter Gomez. Quest’ultimo, che ha tutta l’aria di un frate francescano finito per sbaglio nel gineceo di palazzo Grazioli, spiega in modo superlativo una nota legge (presumibilmente) scritta da Gasparri, ma il suo intervento pian piano si rivela, a dir poco, letale. Scoperchia irrimediabilmente i vasi pandoriani del nostro tricomane criticone e apre le danze al collaudato rituale del canovaccio sgarbesco: urla ferine, ringhio corredato di bava, avvitamento della pupilla bovina, appannamento degli occhiali, anatemi vomitati a baionetta, insulti a vagonate. Tutta roba che avrebbe reso felici i compianti figli della lupa, ma che non sfiorano tangenzialmente la suscettibilità di Gomez.

L’epitome di questo butale “esprit de vulgaritè“ è racchiusa in questo video. Non ci resta che dire: alalà.

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sabato 28 agosto 2010

Sputtanopoli

Sputtanopoli: "

Fino a ieri nel centrodestra a confessare con chiarezza come stavano le cose ci avevano provato, inutilmente, più o meno tutti. Persino Silvio Berlusconi che già a inizio del 1994 aveva spiegato a Indro Montanelli: “Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti”. Un concetto semplicissimo. Facile da comprendere. Ribadito sei anni dopo, in un’intervista a La Repubblica, anche da Fedele Confalonieri. “La verità”, diceva il miglior amico del premier, “è che se Silvio non avesse fondato Forza Italia noi oggi saremmo sotto un ponte o in prigione con l’accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel lodo Mondadori”.

Ma ci sono voluti 16 anni perché tutti capissero che, dietro la sedicente rivoluzione liberale del leader del Pdl, non c’era altro che il desiderio di difendere i privilegi e la roba. E sono state necessarie decine, anzi centinaia, di dichiarazioni, leggi ad personam e di plateali violazioni del principio della separazione dei poteri, tutte regolarmente prese sotto gamba.

Così adesso, mentre volano gli stracci e i capi popolo di quella che fu l’invincibile armada del Cavaliere si accusano a vicenda di aver partecipato alla vita pubblica solo per concludere al meglio i propri affari, viene da chiedersi come sia stato possibile tutto questo. Viene da domandarsi perché nessuna voce (o quasi) si sia levata quando l’ex ministro del primo governo Berlusconi, Giuliano Ferrara, rivelava inverecondo che “in Italia per far politica bisogna essere ricattabili. Visto che nell’ambiente politico devono sapere qual è il tuo prezzo e quanto è lungo il tuo guinzaglio: se non sei ricattabile, non sei controllabile”. O perché quando Claudio Magris, dalle colonne de Il Corriere della Sera, scriveva che “spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia”, nessuno si sia ribellato.

Certo, come ha spiegato il sociologo Vilfredo Pareto, “le oligarchie cadano di schianto”. E quella che ha governato quasi ininterrottamente il Paese a partire dalla fine di Mani Pulite è stata senza dubbio un’oligarchia. Lo dimostrano le facce e i volti gonfi e lividi dei suoi protagonisti (di destra e di sinistra) ai quali non basta nemmeno più il lifting per nascondere l’impietoso incedere degli anni.

Eppure nessuna delle accuse che oggi si rinfacciano i signori della Casta era un vero segreto. Di tanto in tanto sui giornali e su qualche libro si leggeva che davvero, come ulula oggi Pierferdinado Casini, “Umberto Bossi trafficava in banche e quote latte”. La storia della Crediteuronord, la banca della Lega salvata dal crac dalla Banca Popolare di Lodi in cambio dell’appoggio del Carroccio alla scalata Antonveneta, è stata scritta. E è anche stato scritto (senza che nessuno sporgesse denuncie per calunnia) come il big boss Bpl Gianpiero Fiorani, una volta in manette, abbia raccontato di aver versato centinaia di migliaia di euro al ministro, Roberto Calderoli, poi uscito dalla vicenda giudiziaria solo perché il presunto tramite, l’ex ministro a tempo Aldo Brancher, non ha confermato le sue parole. Perfettamente noti sono pure i molti scandali, conditi di mafia, mazzette ai giudici e ai testimoni, che hanno coinvolto il Cavaliere e i suoi uomini. Come pure è noto che il motivo, per cui Berlusconi vuole restare inchiodato alla poltrona, è uno solo: evitare di venir processato e condannato. Tanto che da mesi, il suo ventriloquo Giorgio Straquadanio, spiega senza infingimenti: “Va detto chiaramente noi siamo favorevoli alle leggi ad personam”.

Una posizione che trova proseliti convinti anche nell’Udc. Un partito nel quale si sostiene che una legge scudo per il premier (e magari per tutti gli altri parlamentari) si può fare a condizione che venga inserita nella Costituzione. Nulla di sorprendente per un movimento che basa buona parte della sua forza elettorale sui voti raccolti da Totò Cuffaro, un ex Dc a un passo dalla galera dopo due condanne in primo e secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia. Una vicenda giudiziaria che (nonostante le smentite) potrebbe ora spingere Cuffaro e una dozzina di parlamentari a lui fedeli a sostenere il moribondo esecutivo del Cavaliere.

Gianfranco Fini, infatti, non tornerà indietro. Non vuole e non può. Ha fatto della legalità il suo grido di battaglia. E non importa che le cronache di settimanali e giornali siano ricche di episodi dai quali emerge come pure per lui le accuse di nepotismo e favoritismo non siano certo una novità. Degli appalti in Rai della famiglia Tulliani (piccoli per la verità) scriveva Dagospia nel 2009. Mentre i rapporti dei suoi fedelissimi con il mondo oscuro delle offshore caraibiche che controllano in Italia migliaia di slot machine sono al centro di articoli de L’espresso già del 2004. La differenza è che allora (e fino a ieri) nessuno ci faceva caso. E il perché è semplice. Queste e altre storie emergevano – se andava bene – di tanto in tanto sulla carta stampata. O al massimo facevano capolino sulla Rete, quando ancora il Web era una faccenda quasi da iniziati. In tv, nei telegiornali invece non passava nulla. E la Casta, poteva mentire sempre, senza temere di essere smentita. Perché, come ha scritto Giovanni Sartori, “dove la tv è libera le bugie hanno gambe corte, mentre da noi hanno le gambe lunghissime”. Oggi la tv non è cambiata. Il controllo sull’informazione resta ferreo. Ma è stata la Casta a cominciare ad andare in pezzi. Forse per una congiura di palazzo. Forse perché alla fine, anche da quello parti, qualche uomo vero c’è. E ciò che prima non veniva detto, non può più essere nascosto. Lo chiamano sputtanamento. Ma, a ben vedere, è la via – tutta italiana – verso un brandello di verità e un simulacro di democrazia.

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giovedì 19 agosto 2010

Berlusconi, dove c’è la P3 c’è casa

Berlusconi, dove c’è la P3 c’è casa: "

In Sardegna, ha raccontato Emilio Pellicani, il segretario del faccendiere Flavio Carboni, l’affare a prezzi di saldo glielo aveva fatto fare un cronista parlamentare, poi condannato per traffico di droga, Antongiulio Lo Prete. Eravamo negli anni Ottanta. E, come vedremo, dopo un’oscura a compraventida Villa La Certosa era passata dalle mani di Carboni, oggi in carcere per la nuova P2, a quelle di Silvio Berlusconi, oggi a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.

Una storia straordinaria? Mica tanto perchè dietro a molti acquisti di immobili e terreni siglati anche in anni recenti dal Cavaliere spuntano pregiudicati, società off shore, avvocati senza scrupoli, o aste dai contorni mai chiariti. Sì perchè il leader del partito che oggi, in nome della trasparenza, domanda le dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera per l’affaire monegasco dell’appartamento di AN, venduto per soli 300mila euro una società caraibica e poi affittato a suo cognato, in fatto di opacità nelle transazioni immobiliari non è secondo a nessuno. E per rendersene conto basta un necessariamente breve promemoria.

La Villa di Arcore
Silvio Berlusconi entra a Villa San Martino ad Arcore nel 1974. La villa è composta da 145 stanze, un grande parco, ed è arredata con quadri e mobili di inestimabile valore. È di proprietà della marchesa Annamaria Casati Stampa, una giovane ereditiera rimasta orfana dopo l’omicidio-suicidio del padre, della madre e di un amante. Cesare Previti, 36 anni, nella contesa ereditaria assiste la famiglia della madre, ma in breve tempo riesce anche a collaborare con la controparte: il senatore Giorgio Bergamasco, legale dei Casati Stampa, e tutore della ragazza. Insomma diventa vice-tutore. La ragazza si sposa e si trasferisce in Brasile. Il problema è che sul patrimoni ereditato deve pagare molte tasse. Così nel ‘73, quando ha ormai 21 anni, conferisce un mandato per vendere villa San Martino “con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere”, A quel punto entra in scena Berlusconi. Previti chiama la giovane donna in Brasile e le annuncia, senza averla mai consultata prima, di aver venduto tutto per 500 milioni lire al futuro Cavaliere. Il prezzo, come stabilirà anche la magistratura in una causa per diffamazione, è irrisorio. E oltretutto Berlusconi non salda subito il dovuto. Paga a rate, man mano che il fisco bussa alla porta giovane marchesa. Inoltre l’allora costruttore di Milano 2 s’impadronisce di ogni quadro, mobile e suppellettile contenuto nella villa. Il tutto senza nemmeno esserne il proprietario, visto che il rogito verrà effettuato solo nel 1980. Giusto in tempo per dare la nuova proprietà in garanzia a due banche e farsi erogare in cambio un finanziamento di circa 8 miliardi di lire. Roba da lasciare allibiti tanto che la marchesa Casati Stampa revoca il mandato a Previti (anche perchè nel frattempo molti altre proprietà della sua immensa eredità erano passate nelle mani di Berlusconi).

Villa La Certosa
L’11 luglio dalla cella del carcere in cui è richiuso per l’inchiesta sulla nuova P2, Flavio Carboni, secondo il Corriere della Sera, lancia al premier un non troppo oscuro messaggio: “Sono io che ho coperto la testa di Silvio Berlusconi. Sono io che gli ho dato anche una delle case dove sta”. Il riferimento è in buona parte per villa La Certosa, il buen ritiro sardo che il Cavaliere acquistò proprio da Carboni. Il rogito ufficiale parla di un miliardo e mezzo di lire. Ma dietro alla compravendita c’è una storia tutta da raccontare. Emilio Pellicani, infatti, sostiene che la vicenda inizia quando Carboni fa prestare molti soldi da Antongliulio Lo Prete (un conoscente di Marcello Dell’Utri poi arrestato per traffico di stupefacenti) e dal piduista, amico di Berlusconi, Attilio Capra de Carré. In garanzia Carboni da loro le quote della società che controlla La Certosa. Un grave errore. Il faccendiere infatti non riesce a rientrare dal debito. La villa viene così offerta da Lo Prete a Berlusconi. Pellicani protesta e invia, dice, un telegramma ai vertici Fininvest avvertendo che il bene “proveniva da una vera e propria estorsione ai danni di Carboni”. Ne nasce così una causa civile “contro Berlusconi, Lo Prete e Capra” chiusa con una transazione “a soli 800 milioni perché Carboni aveva bisogno di soldi”.

Il parco
Anche 30 ettari del parco della Certosa sono stati acquistati, secondo i periti della procura di Milano, intorno al 2000 con un forte sconto: il 50 per cento del loro valore reale (risparmio di 12 miliardi di lire). Tutto comincia quando i terreni vengono messi in vendita da una società in liquidazione. Tra chi segue la procedura vi è però anche un’importante commercialista milanese che verrà poi condannata per una serie di ruberie sui fallimenti. Viene così bandita un asta che secondo i consulenti dei pm “presenta aspetti critici o persino oscuri”. Tutti i concorrenti, tranne uno, sono infatti uomini di Berlusconi e l’asta è congegnata per evitare un vero e proprio gioco al rialzo. Alla fine vince la Pan Europe Finance, una società off shore dietro la quale c’è un manager di Fininvest, attualmente imputato col Cavaliere per i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite di Mediaset: Daniele Lorenzano. L’amico del Cavaliere fa un affarone: paga tutto a circa sette euro al metro quadro. Dopo tre anni però entra in scena l’Immobiliare Idra di Berlusconi che acquista a 22 euro al metro. Il risultato è che molti milioni di euro prendono la via dei caraibi e che comunque il premier risparmia una sacco di soldi visto che i terreni sono valutati circa 50 euro al metro.

La Villa alle Bermuda
Anche alle Bermuda dove Berlusconi possiede da anni una villa entrano in scena le off- shore. Tra le società gestite dall’avvocato inglese David Mills, il testimone corrotto per dire il falso nei processi contro il Cavaliere, ve ne è una proprietaria della casa e di uno yacth. Si chiama Bridgeston Ltd, ma cosa abbia fatto esattamente non si sa. Mills quando viene perquisito perchè tiene in mano le società del premier non dichiarate al fisco, prende tutte le carte e le consegna a un altro professionista straniero. Si chiama Maurizio Coen. È un avvocato e, proprio come il cognato di Fini, ha uno studio a Montecarlo. Perché in fondo, finché nessuno fa domande, anche per i Berlusconi non c’è posto migliore per operare con discrezione del vecchio e amatissimo principato di Monaco.

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2010

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domenica 15 agosto 2010

Berlusconi, i fondi neri e le off shore di Marina e Piersilvio

Berlusconi, i fondi neri e le off shore di Marina e Piersilvio: "

Adesso il Pdl e Il Giornale chiedono all’unisono le dimissioni di Gianfranco Fini dalla presidenza della Camera. È una svolta epocale. Se davvero anche nel centrodestra passa il principio che chi si trova coinvolto in vicende poco chiare deve gettare la spugna, le prossime dimissioni toccano a Silvio Berlusconi.
Infatti la storia  dell’appartamento di Montecarlo di An venduto a due società off shore e affittato al cognato del leader dei ribelli del Pdl per ora va ancora tutta scritta al condizionale. Certa, perché certificata dalle sentenze,  è invece è quella delle  società off shore create dal Cavaliere per regalare ai propri figli Marina e Piersilvio i fondi neri creati dal suo gruppo con compravendite di programmi televisivi.

Ecco come Peter Gomez e Antonella Mascali l’hanno raccontata nel loro libro “Il regalo di Berlusconi. Comprare un testimone, vincere i processi e diventare premier. La vera storia del caso Mills”.
Domenica 18 luglio 2004 i magistrati convocano in gran segreto David Mills a Milano. Per la prima volta l’avvocato viene sentito non nelle vesti di testimone, com’era accaduto negli anni precedenti, ma in quelle di indagato. Le carte recuperate all’estero dimostrano infatti come l’avvocato avesse avuto un ruolo attivo nella falsificazione dei bilanci del gruppo. E soprattutto come avesse mentito quando, ascoltato sotto giuramento a Milano, aveva sostenuto di non sapere nulla o quasi di Century One e Universal One, due società off shore, utilizzate per accantonare fondi neri, dai conti correnti delle quali un collaboratore del Cavaliere aveva prelevato più di 100 miliardi di lire in contanti.

Nel 1998, durante la sua testimonianza in aula sul caso All Iberian, Mills, per esempio, aveva risposto così alle domande dei magistrati:

PM. … Lei sa che cosa sono queste società?
M. No. Precisamente no, perché lei deve capire che io non ho seguito le società da vicino e in dettaglio. Era la Maynard [Tania, una collaboratrice di Mills ndr] che aveva il lavoro di seguire le società giorno per giorno. Io sicuramente ho saputo, ho sentito parlare di queste società, ho sentito dire i nomi, ma dalle ricerche che feci a suo tempo mi risultava,
quelle due società mi risultavano di essere di proprietà di Arner, cioè mi han detto che erano di Arner allora. [...]

PM. Lei sa che tipo di attività hanno condotto queste due società?
M. Io, come dicevo, ho sentito che commercializzavano dei diritti, ma non so precisamente cosa.

Adesso però i pubblici ministeri hanno in mano dei nuovi documenti, scoperti in febbraio durante una rogatoria all’isola di Guernsey, allegati a un grafico che descrive la catena di controllo di Accent e di Timor, le due offshore poi ribattezzate Century One e Universal One. Dal disegno risulta che le due società, utilizzate per incassare i fondi neri provenienti dalla compravendita di film sono controllate da due trust: il Volcameh Trust e il Muesta Trust, accanto ai nomi dei quali sono annotate due sigle: «M.B.» e «P.S.B.».

Chi si nasconda dietro a quelle iniziali emerge poi chiaramente da un secondo documento intitolato Proposed Holding Structure, nel quale, tra l’altro, si legge:

1. Devono essere create due strutture identiche, una per il figlio A e una per il figlio B.
2. Ogni struttura sarà composta da una società residente alle Isole Vergini Britanniche (che acquisterà le azioni delle società italiane) posseduta al 100 per cento da una società irlandese non residente. Le azioni di ogni società irlandese verranno detenute da una trust company separata residente in Guernsey. Le «trust companies» verranno create ad hoc. Le azioni di ogni società saranno detenute nella forma di uno «strict trust» per X, per l’intera durata della sua vita, e successivamente per un figlio.
3. Il direttore di ogni società BVI sarà la Sig.ra T. Ghazvini, un’impiegata  di Carnelutti e capo del dipartimento dei servizi societari (che non potrà vendere alcuna partecipazione senza l’approvazione della società irlandese). Un Power of Attorney [procura] verrà dato a Carlo Bernasconi per lo scopo di fare attività commerciale per procurare gli introiti necessari per la società.

Quando nel 2004 l’incartamento viene mostrato a Mills durante il suo interrogatorio, l’avvocato inglese sbianca. Poi, dopo un lungo sospiro, confessa:

I beneficiari economici delle società Accent e Timor erano rispettivamente Marina e Pier Silvio Berlusconi, come è scritto chiaramente nel documento. I nuovi nomi Century One e Universal One ci sono stati suggeriti da persone della Fininvest, a memoria di Candia Camaggi, perché si volevano nomi che avessero a che fare con il mondo del cinema.

È la svolta. Proprio Candia Camaggi aveva sostenuto fin dal 1994 che quelle due società appartenevano a «ex dirigenti delle major». A suo dire, insomma, erano state le grandi case cinematografiche statunitensi a imporre le due intermediarie offshore. E da allora tutti i difensori di Berlusconi avevano ripetuto la stessa versione: «Sono società del tutto estranee a Fininvest e Mediaset ». Di fronte all’appunto intitolato Proposed Holding Structure, invece, l’avvocato Mills mette a verbale tutta un’altra storia:

Io sapevo che Livio Gironi [il tesoriere della Fininvest, ndr] era direttamente legato a Silvio Berlusconi, che era l’uomo che gli amministrava il patrimonio personale. Ho avuto conferma di questo fatto in un incontro per me importante, avvenuto a Milano in quella che credo fosse la casa di Berlusconi: era una villa con un bellissimo giardino e una biblioteca a due piani, in legno [via Rovani a Milano, ndr]. Fu in quell’occasione che Gironi mi disse che bisognava fare un’operazione: lo scopo fondamentale era destinare una parte del patrimonio privato di Silvio Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio. L’idea era costruire due veicoli societari che dovevano fare trading (intermediazione) sui diritti e quindi ottenere profitti, che si voleva fossero destinati a Marina e Pier Silvio. [...] Il documento l’ho scritto con le indicazioni che mi ha dato Gironi: fu lui a dirmi che la cosa doveva restare assolutamente riservata e quindi era necessaria una banca fuori d’Italia. Fu sempre Gironi a sottolineare che i figli sarebbero stati i beneficiari, ma la gestione pratica doveva essere sempre soggetta al consenso di Silvio Berlusconi, che nel documento viene denominato «X». Il punto 5 [del documento] serve a spiegare in modo semplice cosa sia un «trust»: era necessario perché Berlusconi comprendesse anche l’aspetto legale. Ovviamente nella famiglia hanno fatto le loro valutazioni e poi Vanoni [un manager indagato, ndr] mi ha riferito alcune modificazioni. Prima di tutto il documento non sarebbe stato firmato da Silvio Berlusconi, ma dai due figli, che così avrebbero assunto il doppio ruolo di costituente («settlor») e di beneficiario. Inoltre si voleva legare la possibilità di compiere atti di disposizione al consenso di alcune persone di fiducia di Silvio Berlusconi: intendo dire Gironi, Foscale e Confalonieri, che rappresentavano la volontà di Berlusconi.

Per la procura, le parole di Mills sono la conferma di come l’allora leader di Forza Italia gestisse personalmente la gran parte dei fondi neri che venivano creati con la compravendita dei diritti.

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I Fini a senso unico

I Fini a senso unico: "

L’insistenza con cui tutti giornali italiani chiedono spiegazioni a Gianfranco Fini sull’affaire monegasco è una cosa positiva. È un bene che pure in questo Paese chi fa politica cominci finalmente ad abituarsi all’idea di dover rispondere alle domande poste dall’opinione pubblica. Ed è un bene che anche i Tg, per una volta, seguano con attenzione un caso controverso che riguarda un potente eletto in parlamento.

Del resto, come si fa a non essere d’accordo persino con il Corriere della Sera quando, dopo aver letto l’articolato comunicato firmato presidente della Camera sulla questione dell’appartamento di Montecarlo, abbandona la sua proverbiale prudenza e scrive che, nonostante tutto, “i dubbi restano”.

E poi, almeno in linea di principio, sempre il quotidiano di via Solferino, ha pure ragione quando ricorda che vendere una casa come ha fatto Alleanza Nazionale “a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco (due società off shore ndr) non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo”.

Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio.

Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell’avvocato inglese David Mills).

Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei.

Anche sulle tasse c’è poi solo l’imbarazzo della scelta. Per essere assolto – con la formula “perché il fatto non costituisce più reato” – dall’accusa di aver accantonato, sempre all’estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi.

Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di “appropriazione indebita” e “frode fiscale” per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009.

Ovviamente l’elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo.

Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l’avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l’accusa mossa al coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell’Utri) come Flavio Carboni.

Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all’anno e la stampa italiana è sempre più in crisi. I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: “Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.

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domenica 25 luglio 2010

La salute dei cittadini, lo sporco della politica

La salute dei cittadini, lo sporco della politica: "

La storia della falsa bonifica di Santa Giulia a Milano è emblematica dei rischi che corrono i cittadini quando la politica si trasforma in un comitato di affari.

Se davvero saranno dimostrate le accuse che hanno portato al sequestro di parte dell’area dove la società Risanamento (sic!) dell’immobiliarista Luigi Zunino ha costruito – anche con soldi pubblici – un intero quartiere, si arriverà alla plastica e terrificante rappresentazione di come i reati non convengano alla collettività.

Oggi l’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, che pure invita i residenti a non farsi prendere dal panico, ci dice che molti metalli pesanti, potenzialmente cancerogeni, sono finiti nella falda. E i magistrati ci spiegano che da lì arriva l’acqua che finisce nei rubinetti dei milanesi.

Non è un caso. Perché a bonificare la zona, che un tempo ospitava gli stabilimenti della Montedison, sono state le aziende di Giuseppe Grossi, un imprenditore diventato multimiliardario nel giro di una ventina d’anni, in ottimi rapporti di amicizia con tutti i vertici della politica lombarda.

Sulla sua agenda figuravano i nomi di Paolo e Silvio Berlusconi, quello del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e di Roberto Formigoni, quello di Mario Resca – il super consulente del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi – e quelli di alcuni amministratori pubblici del centrosinistra. Tutta gente che Grossi frequentava abitualmente e che, a volte, portava con sé in memorabili battute di caccia o faceva salire sul suo elicottero per volare con loro sino ad esclusive piste di sci.

Grossi è stato arrestato per la prima volta nell’ottobre del 2009. Grazie agli appalti per la bonifica di Santa Giulia aveva accumulato all’estero molti milioni di euro di fondi neri. E, seguendo le tracce del denaro, gli investigatori hanno fatto due scoperte.

La prima: il re delle bonifiche ha acquistato orologi per 6 milioni di euro poi regalati a politici di cui non ha mai voluto rivelare il nome.

La seconda: parte del tesoro di Grossi è stato riciclata a Montecarlo su un conto di Rosanna Gariboldi, la moglie del potente deputato pavese, Giancarlo Abelli. L’onorevole Abelli è uno dei candidati sostenuti dalla ‘ndrangheta (lui dice a sua insaputa) alle ultime elezioni regionali. E sul deposito (non dichiarato al fisco) aperto dalla moglie a Montecarlo, aveva pure lui la firma.

Nonostante tutto questo, nessuno nel suo partito lo ha chiamato a rapporto o ha avviato la procedura per la sua espulsione.

Da oggi però gli elettori possono rendersi conto a quali rischi per la loro salute questa mala-politica li abbia sottoposti.

È evidente, infatti, che se gli amministratori pubblici vanno a braccetto con chi fa affari sul territorio, e accettano favori o regali, molto difficilmente sapranno esercitare fino in fondo i loro poteri di controllo. È così  i tipi come Grossi avranno mani libere. Sempre.

Perchè a dover essere  bonificati non sono solo i terreni.  A Milano, ma non solo, c’è un’intera classe politica da ripulire. Prima che sia troppo tardi.

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martedì 20 luglio 2010

‘Cesare’ è sempre più solo

‘Cesare’ è sempre più solo: "

E adesso tra i fedelissimi del Cavaliere arriva il tempo della grande paura. Sempre più debole, sempre più preoccupato dalle iniziative dei finiani e dagli articoli di tutti gli opinionisti che lo invitano a sbattere fuori dal centro-destra affaristi e corrotti, Silvio Berlusconi non riesce più a garantire i suoi.

Oggi tocca a Nicola Cosentino difeso ad oltranza per mesi – sebbene avesse portato i propri legami familiari con la camorra sino al cuore del governo – ma alla fine costretto alla dimissioni. Ieri era toccato ad Aldo Brancher, per il quale il premier aveva inventato un dicastero solo per metterlo al riparo da un complicato processo per ricettazione e appropriazione indebita. Qualche settimana fa era stata la volta del potentissimo Claudio Scajola: il ministro apparentemente ladro che prima si era fatto comprare casa a sua “insaputa” e che poi se l’era fatta ristrutturare – a insaputa dei contribuenti – con fondi del Sisde.

L’elenco dei caduti sul campo, insomma, non è breve. E ben presto potrebbe allungarsi ancora. Tra chi trema c’è l’ex uomo immagine dell’esecutivo, Guido Bertolaso, che non protetto da immunità parlamentare prima o poi dovrà decidersi a spiegare esattamente ai magistrati e all’opinione pubblica quale tipo di rapporti ha intrattenuto con la cricca.

E poi c’è lui. Il mito. Denis Verdini, il banchiere toscano che considera gli affari e la politica una cosa sola. Verdini: la prova vivente di come avesse ragione Tacito quando scriveva: “Il crimine una volta scoperto non ha altro rifugio che nella sfrontatezza”.

Verdini nelle copiose interviste ha ammesso di tutto. Ha detto di aver davvero richiesto al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli la nomina di un provveditore alle opere pubbliche (poi finito in manette) gradito a un suo amico imprenditore che era interessato a un appalto da 280 milioni di euro. Ha raccontato di aver pure fatto nominare direttore dell’Arpa Sardegna un altro funzionario, solo perché così gli era stato richiesto dal pluri-pregiudicato Flavio Carboni, grande elettore sardo del Pdl. E, tanto che c’era, ha pure ricordato di aver ricevuto da Carboni (non però da lui direttamente, ma dal suo autista ndr) 800mila euro poi finite nelle casse di un giornale legato al centro-destra.

Certo, lui assicura che i cittadini e i contribuenti non hanno nulla da temere. “Perché”, spiega, “non ho fatto niente di illegale”. Ma è chiaro che anche la sua sorte è (politicamente) segnata. Si tratta solo di aspettare.

E qui nascono i veri problemi per Berlusconi. L’idea, a lungo accarezzata, di far cadere il proprio governo e di chiedere al presidente Napolitano di sciogliere le Camere per andare al voto, appare di giorno in giorno più balzana. Dalla ordalia elettorale, è vero, il Cavaliere uscirebbe probabilmente vittorioso.

Ma la questione al momento è arrivarci al voto. Non vincerlo.

Da una parte, man mano che la pattuglia dei finiani aumenta di numero, la prospettiva di un esecutivo tecnico sostenuto da tutti i parlamentari anti-Berlusconi prende quota. Dall’altra c’è l’incognita dei possibili traditori. Dei fedelissimi che il Cavaliere si è visto costretto ad allontanare, i quali, da oggi in poi, hanno molti buoni motivi per accoltellarlo alle spalle.

A loro abbandonare le comode e immuni poltrone di deputati e senatori, dietro la promessa di essere nominati un ‘altra volta, non conviene. Il rischio è di uscire da Montecitorio e Palazzo Madama per poi non rientrarci più.

A causa della crisi, infatti, sale per la prima volta nel Paese la disapprovazione sociale per i comportamenti che alla lunga danneggiano la collettività. Anche agli elettori di centro-destra i furbi piacciono sempre meno. E i primi ad accorgersene sono i direttori di quotidiani come Libero e Il Giornale sempre più sommersi da e-mail di protesta.

Per i Cosentino, per i Dell’Utri, per i Verdini, per gli Scajola è ormai persino complicato farsi vedere in giro. Loro lo sanno. E Berlusconi lo sa. Come sa che, in caso di elezioni anticipate, ripresentare in lista certa gente diventa un pericolo. Anzi un assist per l’odiato Fini che a tutti dice di brandire la bandiera della legalità.

Per questo l’Imperatore, anzi Cesare, come chiamavano Berlusconi quelli della nuova P2, è triste e sempre più solo. Sbraita, urla, medita la rivincita, ma è costretto a giocare in difesa. E intanto quando cammina sta bene attento a tenere le spalle al muro. Le avventure come la sua, dice la Storia, hanno un unico epilogo. La congiura di Palazzo. E, a volte, persino il regicidio.

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giovedì 22 aprile 2010

La Cassazione conferma: Mills fu corrotto per proteggere Berlusconi

La Cassazione conferma: Mills fu corrotto per proteggere Berlusconi: "

di Peter Gomez e Antonella Mascali



E adesso "restituitemi l’onorabilità calpestata": questo scriveva Silvio Berlusconi in una lettera al Corriere , il 21 ottobre del 2001, ottenendo prontamente le scuse di Massimo D’Alema. Due giorni prima i giudici della sesta sezione della Cassazione lo avevano assolto "per insufficienza probatoria" nel processo per le mazzette versate dalla Fininvest alla Guardia di Finanza. E quel verdetto era così diventato la prova del complotto. L’attuale capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, aveva chiesto una "commissione parlamentare sull’uso politico della giustizia". L’avvocato Carlo Taormina, allora sottosegretario, aveva domandato "l’arresto dei pubblici ministeri". Mentre Maurizio Gasparri, oggi capogruppo degli azzurri al Senato, con la consueta moderazione si era limitato a parlare di una sentenza che era la dimostrazione della "persecuzione giudiziaria del premier su cui bisognerà fare piena luce". Oggi la luce è finalmente arrivata. Il complotto c’era, ma non era stato ordito dai magistrati di Milano. Il presidente del Consiglio quella celebre assoluzione, trasformata nel leit-motiv di tante interviste e di tante campagne elettorale, se l’era infatti conquistata a suon di mazzette. Perché davvero l’avvocato inglese David Mills, testimone chiave nel processo per le tangenti versate dal Biscione alle Fiamme Gialle, è stato corrotto con 600 mila dollari. E la sua deposizione reticente è stata decisiva per far ottenere a Berlusconi la patente di perseguitato.



A dirlo sono le sezioni unite della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza, depositate ieri, con cui il 25 febbraio hanno confermato la condanna di Mills al pagamento di 250 mila euro di risarcimento dei danni allo Stato e, per soli tre mesi, hanno considerato prescritto il reato da lui commesso. Nel documento si spiega come "il fulcro della reticenza di Mills...s’incentra in definitiva nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off shore" da lui create. E come questa bugia abbia avuto delle conseguenze importanti. I giudici del dibattimento Guardia di Finanza, si legge a pagina 27 delle motivazioni, erano infatti stati costretti "a procedere in via induttiva, con la conseguenza che proprio la carenza di prova certa sul punto aveva determinato, nel processo Arces ed altri (mazzette Fininvest, ndr), l’assoluzione di Silvio Berlusconi in secondo grado e, definitivamente, in sede di giudizio di Cassazione".



La faccenda diventa più chiara se si va rileggere che cosa accadde. Berlusconi, allora accusato di quattro diverse tangenti alle fiamme gialle, insieme al direttore centrale dei servizi fiscali Fininvest Salvatore Sciascia (poi condannato e oggi nominato parlamentare), esce con le ossa rotte dal primo grado. In appello però c’è il primo colpo di scena. Grazie alla concessione delle attenuanti generiche il Cavaliere ottiene la prescrizione per tre capi d’imputazione e viene assolto ai sensi dell’articolo 530 secondo comma (la vecchia insufficienza di prove), da un quarto. Quello che riguarda una bustarella versata da Sciascia a una pattuglia che stava indagando sulla reale proprietà di Telepiù, la prima pay tv italiana, fondata proprio da Berlusconi. Quei soldi infatti erano sì stati allungati nel 1994 perchè gli investigatori chiudessero gli occhi. Ed era altrettanto certo che se l’indagine avesse dimostrato come Berlusconi, attraverso una complicata rete di società off shore e prestanome, controllava la maggioranza dell’emittente, per lui il rischio di essere sanzionato con la revoca delle concessioni di Canale 5, Italia 1, e Rete 4, sarebbe stato altissimo. Ma dopo aver ascoltato Mills ai giudici di appello era rimasto un’incertezza: la "fittizia" intestazione delle quote di Telepiù a Berlusconi per loro, non era dimostrata al 100 per cento.



Nella pay tv erano infatti presenti pure altre soci e quindi, almeno in via d’ipotesi, anche loro e potevano avere l’interesse a un indagine poco approfondita. Nel dubbio era così scattata l’assoluzione che, a cascata, aveva portato la Cassazione a pronunciarsi allo stesso modo sulle altre tangenti. Oggi però la motivazione delle sezioni unite sul caso Mills rimette lecose a posto. E ricorda pure come il premier, solito ripetere "sono sempre stato assolto", in realtà si sia salvato grazie alla prescrizione dalla condanna per i 21 miliardi di lire versati estero su estero nel 1991 all’allora segretario del Psi, Bettino Craxi. In attesa della minacciata riforma della giustizia, un bello smacco per un leader politico che ancora lo scorso 9 dicembre, davanti all’assemblea del Ppe, spiegava così la sua fin qui fortunata parabola giudiziaria: "In Italia solo una parte dei giudici sta con la sinistra, mentre i giudici soprattutto del secondo e terzo livello sono giudici veri come negli altri Paesi". Oggi i "giudici veri" si sono pronunciati. Il leader del Pdl è uno che l’ha fatta franca. Pagando, s’intende.



Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile



LEGGI: Le motivazioni della sentenza della Cassazione sul caso Mills (pdf, 300 Kb)

sabato 17 aprile 2010

La polpa di Telecom ha riempito le loro pance

La polpa di Telecom ha riempito le loro pance: "

La compagnia, privatizzata nel 1997, ha chiuso i conti nel 2009 con 34 miliardi di euro di debiti. Fronteggia lo stesso rosso di 10 anni fa ma ha dimezzato i dipendenti e ha ceduto asset e patrimonio immobiliare



Per capire come si è arrivati a questo punto più che gli esperti di bilanci servono quelli di linguistica. Bisogna infatti consultare il dizionario per comprendere l’esatto significato di spolpare - cioè ridurre all’osso - il verbo che meglio descrive la parabola di Telecom. Quella che un tempo era la più grande multinazionale italiana, undici anni dopo la scalata dei "capitani coraggiosi", guidata dall’attuale patron di Piaggio e presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, nei fatti non esiste più. Due giorni fa i conti del 2009 si sono chiusi con 34 miliardi di debiti. Il nuovo amministratore delegato Franco Bernabè promette che la (spaventosa) cifra diminuirà di altri 6 miliardi entro il 2012. Ma anche se così fosse un fatto è certo: Telecom oggi fronteggia più meno lo stesso indebitamento di due lustri fa, solo che ha dimezzato i dipendenti - ora sono circa 60.000 - ha ceduto tutto il suo patrimonio immobiliare, non ha ammodernato la rete rimasta ferma al 1994, ha ridotto il numero di clienti e ha venduto società e partecipazioni per più di 15 miliardi di euro. Insomma è stata a poco a poco spolpata.



Non è un caso, perché questa storia di predatori e prede nasce col trucco: una scalata a debito - quella di Colaninno - che ha causato un enorme buco nel bilancio finora impossibile da ripianare, anche perché la società ha continuato a distribuire sontuosi dividendi. Privatizzata nel 1997 dal governo Prodi, che era alla disperata ricerca di 26mila miliardi di lire per entrare nell’euro, Telecom a partire dal 1999 è stata un continuo teatro di scorribande e battaglie. Non solo finanziarie. Ma anche - e soprattutto - politiche.



La prima scoppia quando al governo c’è Massimo D’Alema. È in quel momento che Colaninno, il finanziere bresciano, Emilio Gnutti, e Giovanni Consorte, patron di Unipol, con 180 piccoli imprenditori padani, lanciano l'assalto a Telecom tramite una società lussemburghese: la Bell. Chi mette i soldi? Pochissimi gli imprenditori, moltissimi le banche: la sola Chase Manhattan presta 50 mila miliardi di lire. L’Opa (offerta pubblica di acquisto) viene lanciata il 20 febbraio ‘99: 24 ore prima D’Alema, scende in campo in favore degli scalatori, col celebre elogio dei "capitani coraggiosi". La nuova rude "razza padana" così audace da sfidare l’establishment dell’asfittico ed esangue capitalismo italiano.



La scalata si conclude in tre mesi. L’appoggio del governo e della Banca d’Italia si rivela decisivo. Il 10 aprile, infatti, Bernabè - già allora amministratore delegato - convoca un’assemblea straordinaria per deliberare un’opa di Telecom sulla controllata Tim: una mossa che manderebbe alle stelle il prezzo di Telecom, rendendo impossibile l’assalto dei “capitani coraggiosi”. Per la validità dell’assemblea, però, devono essere presenti i titolari di almeno il 30 per cento del capitale sociale. Si registrano invece azionisti soltanto per il 28 per cento. Chi manca all’appello? Oltre a molti fondi internazionali, non ci sono il Tesoro (maggiore azionista con il 3,46 per cento) e il fondo pensioni della Banca d’Italia. Cioè gli azionisti pubblici. Perché? Il direttore generale del Tesoro è Mario Draghi, futuro governatore di Bankitalia. Vorrebbe partecipare all’assemblea. Ma D’Alema gli ordina di astenersi. Il ministro Ciampi si allinea. Draghi allora chiede al premier di mettere il suo ordine nero su bianco. D’Alema prende carta e penna e invia al Tesoro una lettera "d’indirizzo" attorno alla quale nasce un giallo: il documento scompare in seguito dagli uffici del ministero. Guido Rossi, ex presidente di Telecom, commenta acido: “Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese". E definisce "gravissima" la condotta del governo.



La Telecom diventa un castello di scatole cinesi. Al vertice c’è Hopa, la finanziaria di Gnutti in cui siedono Fininvest, Unipol e Montepaschi: una specie di Bicamerale della finanza, con Silvio Berlusconi alleato dei "rossi". Hopa controlla Bell, che controlla Olivetti, che controlla Tecnost, che ha la maggioranza di Telecom. A render ancora più oscura la storia è la scarsa chiarezza sui veri soci di Bell. Il presidente è Raffaello Lupi, fiscalista collaboratore del ministro Visco. Ma il regno di Colaninno dura poco. Nel 2001 torna Berlusconi e Telecom cambia padrone. Arriva Marco Tronchetti Provera. Nel luglio 2001, Colaninno, Gnutti e Consorte vendono a Tronchetti il 23% di Olivetti-Telecom posseduto da Bell, intascando una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro. Alla faccia dei tanti piccoli azionisti che restano a bocca asciutta. Per i magistrati di Milano, Bell sottrae al fisco 680 milioni, ma poi la partita con le tasse viene chiusa con una transazione di "soli" 156 milioni. Anche Consorte e il suo braccio destro Sacchetti, hanno comunque da gioire. Per loro alla fine dell’avventura di Telecom ci sono 43 milioni ufficialmente versati come consulenze. A quel punto il problema del gigantesco debito accumulato per la scalata passa nelle mani di Tronchetti. Dal punto di vista politico il numero uno di Pirelli si mette a posto con Berlusconi chiudendo prima ancora che nascessero tutti i programmi de La7 che potevano far concorrenza a Mediaset (per questo vengono dati molti milioni di euro a Gal Lerner e Fabio Fazio), sponsorizzando il Milan con Pagine Gialle e tentando l’acquisto di Pagine Utili (operazione che si concluderà con il pagamento di una penale a Fininvest di 55 milioni di euro). Sul fronte dei bilanci si ricorre invece alle vendite di società e partecipazioni e a una dissennata politica commerciale condotta dall’ad Renato Ruggiero che sul momento aumenta i ricavi, ma che poi farà perdere molta clientela.



Un esempio su tutti: Aladino il videotelefono spinto a suon di spot che poi si rivelerà ben poco funzionante e spingerà chi può a cambiare gestore. Così nel giro di pochi anni, mentre si continuano a distribuire dividendi, prima Colaninno e poi Tronchetti vendono società su società, come l’assicurazione Meie, l’Italtel, la Sirti, Telespazio, l’operatore mobile venezuelano Digitel, la software-house Finsiel, Tim Hellas, Alice France e altre partecipazioni. Anche il patrimonio immobiliare scompare. A partire dal 2000, ma l’accelerazione più grande si verifica con Tronchetti, a poco a poco tutto, o quasi, passa a Pirelli Real estate. Un'operazione supportata da perizie e pareri legali, ma da più parti criticata perché considerata in evidente conflitto d'interessi. Mille-duecento cespiti cambiano così padrone solo nel 2005-06. Alla fine Telecom incassa molti soldi, ma si trova anche sul groppone una spesa per affitti di 400 milioni l’anno. Che sommati agli interessi sull’indebitamento e al buco da ridurre, spiega bene perché la società ogni anno trovi il denaro necessario per pagare i dividendi e non quello per fare investimenti.



LEGGI



La versione di Colaninno di Roberto Colaninno



Quello che non torna di Peter Gomez







Da il Fatto Quotidiano del 15 aprile

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giovedì 11 marzo 2010

Così a Roma venne insabbiata l'inchiesta sul G8

Così a Roma venne insabbiata l'inchiesta sul G8: "

I verbali dei pm e le dichiarazioni del Noe che inchiodano Toro



di Peter Gomez e Marco Lillo



Continui inviti alla prudenza. "Obiezioni di opportunità politica". Considerazioni, estranee al codice di procedura penale, sul rischio di nuocere "all'immagine del paese". Eccola qui la magistratura davvero politicizzata. Eccola qui, tutta raccontata in quattro verbali depositati a Perugia, dove la parte più consistente dell'indagine sulla cricca della Ferratella è stata spostata quando l'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, è finito sotto inchiesta per rivelazione del segreto d'ufficio, corruzione e favoreggiamento.



Dal 16 febbraio, infatti, i pm del capoluogo umbro sono al lavoro non solo per capire se davvero Toro, come sembra emergere intercettazioni, ha avvertito gli uomini del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, dell'inchiesta del Ros dei Carabinieri in corso a Firenze e degli imminenti arresti. Ma anche per stabilire perché, e in che modo, nella Capitale, un fascicolo analogo a quello toscano, tutto incentrato sui lavori per il G8 (mancato) alla Maddalena, sia stato di fatto insabbiato.



È la storia di un'altra indagine del'Arma. Quella del Nucleo operativo ecologico (Noe) che nell'estate di due anni fa incappa in Sardegna in una serie di imprenditori in contatto con Angelo Balducci, l'allora braccio destro di Bertolaso. Gli imprenditori parlano tra loro di "appalti e di buste" e fanno un quasi esplicito riferimento a un plico definito di "ringraziamento". Per ragioni di competenza (Balducci sta a Roma) i primi risultati dell'inchiesta vengono trasferiti dalla procura di Sassari a quella della Capitale. Qui nel luglio del 2008 l'indagine viene assegnata dal procuratore Giovanni Ferrara al pm Assunta Cocomello e subito dopo viene ibernata. Come? Ferrara (non indagato) e Toro consigliano di procedere coi piedi piombo. Dicono di no alle richieste di intercettazioni telefoniche avanzate dai carabinieri e soprattutto decidono che l'inchiesta sia tolta al Noe e venga assegnata alla Guardia di Finanza, alla quale verranno dati solo compiti di verifica contabili. Il tutto quando, grazie a un lungo articolo pubblicato da L'Espresso nel dicembre 2008, era ormai chiaro che alla Maddalena i lavori per il G8 si stavano risolvendo in un gigantesco spreco di denaro per i contribuenti.



A Perugia, il capitano Pasquale Starace racconta di aver redatto un appunto in cui esprimeva la sua "sorpresa" e informava i superiori dell'accaduto. "I motivi del mancato accoglimento della nostra richiesta, che - spiega l'ufficiale - secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica tra la polizia giudiziaria e magistratura, erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti, ma che gli esiti da noi richiesti, e ripeto apparentemente condivisi dalla dottoressa Cocomello, non venivano adottati per dei contrasti con i vertici della procura, segnatamente il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di opportunità politica, non di discrezionalità giudiziaria".



Altrettanto "sorprendente" era poi la decisione di estromette il Noe dall'indagine. Quello che succede è insomma chiaro. Si cambiano in corsa gli investigatori per rallentare tutto. Da una parte, come racconta il tenente Francesco Ceccaroni, i vertici della procura sostengono che "mancano i presupposti giuridici per contestare la corruzione" contro Balducci e i suoi amici. Dall'altra la "dottoressa Cocomello" spiega che le ipotesi investigative del Noe non erano state accolte "per il nocumento che all'immagine del paese sarebbe potuta derivare da un'indagine penale su un avvenimento di taler portata, quale quello del G8".



Valutazioni che, secondo il tenente, la pm non sembrava condividere, ma alle quali comunque si adegua. Le direttive, del resto, lo ricorderà lei stessa nella sua deposizione, sono inequivocabili. Ogni atto, ogni iniziativa riguardante l'inchiesta sulla Maddalena deve essere concordata e discussa con il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro. Sono loro due che suggeriscono di sfilare, l'indagine al Noe e di affidarla al Nucleo di polizia tributaria che era "apparso come l'organo di pg più consono ad effettuare gli approfondimenti investigativi che avevamo richiesto". E sono sempre loro due a dire no alle richieste d'intercettazioni. Un fatto quasi normale. "Anche in altre circostanze", spiega la pm, "Toro è stato molto cauto nel ricorso a tale attività d'investigazione". Mentre Ferrara appare più che altro terrorizzato dalle eventuali fughe di notizie. "Se ne è parlato più volte tra noi", ricorda il magistrato, "Ferrara mi ha responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell'indagine. I fatti erano oggetto di dossier giornalistici e se si fosse saputo in quel particolare momento storico dell'esistenza dell'inchiesta romana, sicuramente avrebbe avuto vasta eco".



Così si arriva sino a fine del 2009 quando il fascicolo viene assegnato anche a un altro sostituto, Sergio Colaiocco, che già si occupava degli abusi edilizi legati ai lavori seguiti dalla protezione civile per i mondiali di nuoto. La connessione tra le storie è evidente. Ma Ferrara e Toro vogliono anche che tutto sia seguito da un magistrato considerato prudente e di piena fiducia. Siamo però ormai a poche settimane dagli arresti fiorentini (10 febbraio). Circolano già molte voci e i due pm, a quel punto, tentano di accelerare di nuovo. Colaiocco e Cocomello propongono ancora di ricorrere alle intercettazioni. Ma Toro continua a opporsi. Poi scattano le manette. E per i vertici della procura della Capitale inizia il tempo della vergogna.



Da il Fatto Quotidiano dell'11 febbraio

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lunedì 1 marzo 2010

Il Complice

Il Complice: "natangelo


Da Il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2010


Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Davvero il testimone inglese David Mills è stato corrotto dal premier, Silvio Berlusconi, per mentire in tribunale. Per questo Mills dovrà versare 250.000 euro allo Stato e non andrà in prigione solo perché la prescrizione (abbreviata da una legge approvata dal centrodestra nel 2005) ha cancellato il suo reato.
La sentenza potrebbe avere effetti imprevedibili sul processo in corso a Milano, dopo lo stop dovuto al Lodo Alfano, contro il solo Berlusconi. Il dibattimento rischia infatti diventare brevissimo. I giudici potrebbero far proprio il contenuto del verdetto definitivo sulla corruzione giudiziaria di Mills (che ha valore di prova) e chiudere tutto, o almeno il primo grado, entro il prossimo gennaio 2011, il mese in cui la prescrizione scatterà anche per il Cavaliere.

Un esito paradossale che spiega bene l’ondata d’insulti rivolti in ottobre contro la Corte costituzionale, da quasi tutto il centrodestra, quando il Lodo fu bocciato. Ieri, il presidente della Consulta, Francesco Amirante, ha definito quelle contumelie una “bizzarria” di una classe politica che finge di meravigliarsi se i giudici della Corte fanno il loro lavoro e dichiarano illegittime norme in contrasto con i principi fondanti della Repubblica. Per Amirante si tratta di un gioco pericoloso. Perché “quando si delegittima un’istituzione, a lungo andare si delegittima lo stesso concetto di istituzione e, privo di istituzioni rispettate, un popolo può anche trasformarsi in una massa amorfa”.

Tutto vero. Anche se in Italia la situazione è ancora peggiore. Le istituzioni qui da noi si delegittimano da sole. Prendete, ad esempio, il Senato. Due anni fa i magistrati scoprono che Nicola Di Girolamo, il parlamentare Pdl oggi accusato di essere un uomo della 'Ndrangheta, è un abusivo. Per farsi eleggere all’estero aveva falsificato il suo certificato di residenza. Bè, cosa fanno i suoi (momentanei) colleghi? Dicono di no al suo arresto. E poi, sebbene le prove della truffa elettorale siano documentali, non lo fanno nemmeno decadere. Tutto viene rimandato all’eventuale sentenza definitiva. Poi arriva la seconda richiesta di manette, spuntano le sue foto abbracciato a un boss, e il presidente del Senato, Renato Schifani, ha una trovata: non pronunciamoci sull’ordinanza di custodia, dice, ma limitiamoci a togliere a Di Girolamo la poltrona abusivamente occupata a Palazzo Madama. Il tutto con due anni di ritardo, mentre il disgusto per la Casta cresce e le istituzioni si trascinano da sole nel fango. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni 

Il tappo e la toga - L'articolo di Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 26 febbraio 2010. 
Per un disguido tecnico, su alcune edizioni si trova un articolo diverso da questo.


popolo violaLa legge è uguale per tutti Sabato 27 febbraio 2010 dalle ore 14.30 manifestazione del Popolo Viola a Roma, piazza del Popolo.

Manifestazione nazionale contro il legittimo impedimento ed a sostegno degli organi di garanzia costituzionale.
Leggi l'appello.




il regalo di berlusconiMercoledì 3 marzo, ore 18, Milano - Peter Gomez e Antonella Mascali presentano Il regalo di Berlusconi (edizioni Chiarelettere) nell'ambito della rassegna "Il mestiere di scrivere" promossa dal Sindacato nazionale Scrittori.
c/O Spazio Scopricoop, via Arona 15, Milano.





Commento del giorno
di lucas - lasciato il 25/2/2010 alle 18:30 nel post E' stato tutto uno scherzo
'Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza, quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. I corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare loro solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti. Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. La legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano'
Sandro Pertini - Presidente della Repubblica 1978 - 1985

 

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domenica 28 febbraio 2010

Mister B. "incassa"

Mister B. "incassa": "Grazie a tre leggi ad personam evita la galera. La condanna di Mills lo avrebbe coinvolto

di Peter Gomez e Marco Travaglio

Senza tre leggi ad personam, fatte apposta per lui e per Cesare Previti, ieri Silvio Berlusconi sarebbe stato prelevato dalle forze dell’ordine e accompagnato a San Vittore per scontare la pena dopo la condanna definitiva per corruzione giudiziaria di David Mills. Stessa sorte sarebbe toccata, con le opportune procedure di estradizione, per il legale (si fa per dire) inglese. E’ questa – checché ne dicano i tg e i giornali di regime – la traduzione in italiano della sentenza della Cassazione che l’altroieri ha confermato irrevocabilmente la colpevolezza di Mills per essere stato corrotto da Berlusconi con 600 mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi All Iberian e Guardia di finanza, e dichiarando il reato prescritto da un paio di mesi. Basta riavvolgere il nastro del processo per immaginarne l’esito finale e definitivo, al netto della legge ex Cirielli (2005), dell’indulto extra-large (2006) e del “lodo” Alfano (2008).

Nel 2004 la Procura di Milano scopre, da una lettera di Mills al suo commercialista, che il legale è stato ricompensato con 600 mila dollari da “Mr.B.” per le sue testimonianze reticenti. Il 26 novembre 2005 Mr.B. fa approvare in tutta fretta l’ex Cirielli, che taglia la prescrizione per gli incensurati (cioè anche per lui e per Mills): quella per la corruzione giudiziaria scende da 15 a 10 anni. E, siccome la tangente a Mills risale al 1999-2000, il reato si prescriverà non più nel 2014-2015, ma nel 2009-2010. Nell’ex Cirielli c’è anche una norma che tutti definiscono salva-Previti, ma è anche salva-Berlusconi: quella che consente agli ultrasettantenni di scontare la pena agli arresti domiciliari. Norma approvata quando Previti ha 71 anni e Berlusconi 69. Nel 2006 la Procura di Milano chiede e ottiene il rinvio a giudizio di Berlusconi e Mills.
L’Unione vince le elezioni e, come primo atto in materia di giustizia, pensa bene di varare l’indulto più ampio della storia d’Italia, con la scusa del sovraffollamento delle carceri.

Nessuno dei trenta provvedimenti di clemenza varati in 50 anni di storia repubblicana includeva la corruzione. Il buonsenso consiglierebbe di escluderla anche stavolta, anche perché in carcere non c’è nessuno che sconti la pena per quel delitto. Ma il diktat di Forza Italia è chiaro: o si include la corruzione (anche giudiziaria) o niente. Altrimenti Previti, condannato a 6 anni per corruzione giudiziaria nel processo Imi-Sir e a 1 anno e mezzo nel processo Mondadori, dovrebbe scontarne almeno 4 e mezzo ai domiciliari: invece, con lo sconto di 3 anni per l’indulto, uscirebbe subito in affidamento ai servizi sociali. Mastella e i vertici dei partiti “liberi tutti” – Ds, Margherita, Verdi, Sdi, Rifondazione e Udc – cedono all’istante a Forza Italia e a fine luglio del 2006 approvano l’indulto extra-large.

Previti esce dai domiciliari e torna libero. Tutti i condannati per delitti commessi fino al 2 maggio 2006 avranno da spendere un buono-sconto di tre anni. Nel 2008 il processo Berlusconi-Mills è agli sgoccioli. Ma il 12 aprile l’imputato principale torna per la terza volta a Palazzo Chigi e vara subito la legge Alfano che immunizza le quattro alte cariche dello Stato, cioè lui. Il Tribunale di Milano stralcia la sua posizione in un processo separato, che viene congelato a settembre in attesa che la Consulta esamini l’eccezione sull’incostituzionalità del “lodo”, e seguita a processare il solo Mills. Che viene condannato a 4 anni e 6 mesi in primo e in secondo grado per essere stato corrotto da Berlusconi.

Nell’ottobre 2009 la Corte costituzionale cancella il lodo Alfano e il Tribunale di Milano rimette in pista il processo a Berlusconi (che ricomincia oggi dinanzi a un collegio diverso da quello che ha condannato Mills). Tutti attendono il verdetto della Consulta perché, se assolvesse Mills, anche Berlusconi sarebbe salvo e non dovrebbe più ricorrere ad altre leggi ad personam già in gestazione (processo breve e/o legittimo impedimento come “ponte” verso la soluzione finale: lodo Alfano costituzionale per alte cariche e ministri o, in alternativa, ripristino dell’immunità parlamentare ). L’altro ieri la Corte ha invece confermato che Mills (e dunque Berlusconi) il reato l’ha commesso, tant’è che l’ha condannato a risarcire la presidenza del Consiglio con 250 mila euro per i danni arrecati all’imparzialità della giustizia. Quanto alla pena, non ha potuto applicarla perché il processo è durato tre mesi di troppo: il reato si è estinto a fine 2009.

Ora, senza la ex Cirielli il reato si estinguerebbe nel 2014. Dunque Mills sarebbe stato condannato a 4 anni e 6 mesi. Senza il lodo Alfano, anche Berlusconi sarebbe stato condannato a una pena almeno equivalente, se non addirittura superiore in quanto corruttore. Senza l’indulto esteso alla corruzione giudiziaria, entrambi i condannati non beneficerebbero dello sconto di un terzo e sarebbero finiti in carcere. E, senza la norma salva-ultrasettantenni contenuta nell’ex Cirielli, Berlusconi finirebbe in carcere senza nemmeno poter chiedere i domiciliari. In più, dall’altroieri, sarebbe interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, pena accessoria obbligatoria per legge in caso di condanna per questo tipo di reato. Dunque la giunta per le elezioni e poi l’aula della Camera dovrebbero dichiararlo decaduto da deputato e ineleggibile per sempre, come hanno fatto tre anni fa per Previti. Mai come in questo momento, Mr.B. deve rivolgere un pensiero riconoscente alla sua maggioranza e anche al grosso della cosiddetta opposizione che, ciascuna secondo le proprie possibilità, l’hanno salvato dalla galera. Segui la diretta dell'evento in web streaming (Rainews 24) 



da il Fatto Quotidiano del 27 febbraio"