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mercoledì 11 maggio 2011

Bin Laden e i complotti degli antiamerikanisti

Bin Laden e i complotti degli antiamerikanisti: "

Piazzale loreto, 29 aprile 1945: non ero ancora nato, ma so cosa è accaduto e so che avrei partecipato ai festeggiamenti – barbari, istintivi, giustificati e di popolo – per l’uccisione del Duce e l’esposizione del suo corpo alla folla. Avrei celebrato l’esposizione di quel corpo non per odio personale verso l’uomo Benito Mussolini, quanto per odio politico contro il capo e l’inventore di un regime dittatoriale e sanguinario.


Ecco perché quando il 2 maggio 2011 il presidente Barack Obama ha annunciato l’uccisione del capo di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, ho sentito dentro un moto di soddisfazione, un senso di giustizia fatta. Eppure non sono stato toccato direttamente dalle sue stragi contro le Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001. Ne sono stato toccato indirettamente, attraverso l’esposizione mediatica della televisione. Stavo completando uno stage estivo alla rivista Internazionale, ed ero al lavoro in redazione. Fu un pomeriggio romano surreale quello, con gli automobilisti che mollavano la macchina in mezzo alla strada per entrare nei negozi e guardare alla tv “l’attacco all’America”, le Torri in fuoco, e quei corpi, quei corpi disperati di innocenti che si trovarono a dover scegliere tra una lenta morte fra le fiamme o l’ultimo salto della loro vita dal centesimo piano. Io quelle immagini me le ricordo bene, non c’è bisogno di YouTube per una volta. Me le ricordo e me le ricorderò per il resto dei miei giorni.


Sull’onda emotiva, l’intero mondo non integralista si strinse al fianco degli Stati Uniti d’America. Le teorie cospiratorie del tipo “dietro a tutto c’è la Cia” sarebbero arrivate più tardi.


Quando Barack Obama ha annunciato l’uccisione di Bin Laden sono invece partite subito le teorie dei “complot-tardi”, che se ne sono usciti con immaginifici dubbi del tipo “Secondo me non l’hanno mica ucciso”, “Perché non mostrano le foto del corpo”, “Come mai dicono di averne gettato il cadavere in mare” e via andando. Mentre sentivo alla radio uno dei campioni di queste teorie, il collega Giulietto Chiesa, spiegare i suoi clamorosi dubbi, mi dicevo: “Beh, se davvero alla Casa Bianca sono così fessi da aver diffuso una notizia falsa di queste dimensioni, è l’occasione d’oro per Al-Qaeda per sbugiardarli e fargli perdere ogni credibilità. Basta che Bin Laden compaia in video, con un giornale post-2 maggio 2011 in mano, denunciando la ‘vile menzogna dello stupido presidente americano’”. Puntualmente, Bin Laden in video non si è visto, e a fronte di una serie di pasticci comunicativi da parte della Casa Bianca (col cambio di varie versioni circa quella che con ogni probabilità è stata un’esecuzione sommaria del capo dei nemici), alla fine è arrivato l’annuncio ufficiale proprio di Al-Qaeda: “Bin Laden è morto”. Fine delle teorie dei complot-tardi, uno spererebbe.


E invece no. Giulietto Chiesa – che ora avrà cambiato idea sulla morte di Bin Laden – non si dà per vinto e continua a prendersela con Barack Obama e quegli americani che hanno festeggiato l’uccisione di Bin Laden. Ma diamine, Giulietto: un conto è indignarsi se qualcuno festeggia l’uccisione di 3000 innocenti, un altro è indignarsi se qualcuno festeggia l’uccisione della mente che ha organizzato la strage dei 3000 civili. Come si fa a mettere le due cose sullo stesso piano?


Ezio Mauro ha scritto che noi europei avremmo preferito vedere Bin Laden sottoposto a un giusto processo internazionale. Ma secondo il diritto, un “giusto processo” è quello nel quale si entra con la presunzione di innocenza e non si è colpevoli fino alla dimostrazione del contrario. Solo che non sarebbe esistito un giudice o una giuria neutrale contro Bin Laden in tutti gli Stati Uniti. E forse, azzardo, nemmeno in tutto l’Occidente. Si sarebbe allora dovuto organizzare un processo in Pakistan, o magari in Afghanistan, con una giuria composta anche da talebani integralisti, per essere proprio fair fair. Sono sogni, questi, e forse nemmeno così ideali. Perché Bin Laden era il Duce dei nemici ed è morto durante un’azione di guerra, non si è costituito a New York. È stato cercato per dieci anni, trovato, arrestato e poi ucciso. Proprio come Mussolini. E la gente che lui ha contribuito a far soffrire ha gioito di una felicità barbara, istintiva, giustificata e di popolo, proprio come quella del 29 aprile 1945. Non mi pare d’aver sentito la voce di Giulietto Chiesa levarsi contro i partigiani di Dongo che fucilarono Mussolini, né contro quegli antifascisti che gioirono della sua esposizione per i piedi.


Ne vogliamo parlare?

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La deriva razzista dell’Europa

La deriva razzista dell’Europa: "di Guido Viale, da il manifesto, 10 maggio 2011Volevano liberare il territorio patrio, e quello delle nazioni conquistate - il loro Lebensraum - dalla presenza degli ebrei; per impedire che gli contaminassero razza e costumi; ma non pensavano ancora allo sterminio. Prima avevano cercato di chiuderli nei ghetti: ma «loro» erano troppi e ancora troppo [...]"

domenica 8 maggio 2011

domenica 1 maggio 2011

Caccia a "El Chapo" invisibile boss dei narcos

Caccia a "El Chapo invisibile boss dei narcos

Il suo vero nome è Joaquin Guzmán Loera, ma per tutti è "il tarchiato". Ha preso in mano il mercato della coca, trasformato il Messico in un suo feudo ed è diventato un eroe popolare. Ecco come un giornalista si è messo sulle sue tracce. E perché una storia che si svolge nella lontana Sierra di Sinaloa riguarda anche l'Italia

domenica 24 aprile 2011

'Così Striscia vuole farmi tacere'

'Così Striscia vuole farmi tacere': "La giornalista Barbie Nadeau aveva scritto per 'Newsweek' un'inchiesta sull'immagine sessista proposta da Mediaset. Si è ritrovata con i poliziotti in casa e una denuncia per diffamazione: «Cercano di intimidire i corrispondenti stranieri in Italia»"

lunedì 18 aprile 2011

L'ultima di Tettamanzi: l'omelia ad personam 

L'ultima di Tettamanzi: l'omelia ad personam : "

L’ultima uscita politica dell’arcivescovo dimissionario di Milano: anche se non lo cita direttamente, nella sua predica prende di mira il premier e chi "non vuole che la giustizia giudichi le sue azioni"

"Ingiusti non vogliono essere giudicati" Milano, monito del cardinale Tettamanzi

"Ingiusti non vogliono essere giudicati" Milano, monito del cardinale Tettamanzi

Nell'omelia in Duomo per le Palme, l'arcivescovo di Milano non risparmia riferimenti all'attualità "Viviamo giorni strani". "Perché tanti ricchi si rifiutano di accogliere chi fugge dalla miseria?"

venerdì 25 febbraio 2011

domenica 6 febbraio 2011

Con il Gps alla guida? Più incidenti del cellulare

Con il Gps alla guida? Più incidenti del cellulare: "

In Italia il navigatore scala la classifica delle cause dei sinistri, in Inghilterra il 19% di chi guida è distratto dallo schermo. E poi i suggerimenti sbagliati"

domenica 23 gennaio 2011

Genova, 22 gennaio, Laurea Honoris Causa a Roberto Saviano.

Genova, 22 gennaio, Laurea Honoris Causa a Roberto Saviano.: "La Repubblica, 20 gennaio 2011. L’Università di Genova conferisce a Roberto Saviano la Laurea Honoris causa in Giurisprudenza. 'Il racconto del potere criminale come affermazione del diritto' è il titolo della discorso che Roberto Saviano terrà a Genova, sabato 22 gennaio 2011, durante la cerimonia di conferimento della laurea."

L’inevitabile punizione della storia

L’inevitabile punizione della storia: "

Io e mia moglie siamo entrambi magistrati e prestiamo il nostro servizio da venticinque anni in Sicilia.


In passato accadeva che solo negli ambienti più torbidi del malaffare e della criminalità più odiosa i magistrati (e dunque anche noi) venissimo apostrofati con espressioni ingiuriose – tipo “sbirro”, “curnutu”, e altre – da chi, essendo un criminale, ci teneva a marcare una differenza per così dire ontologica con chi, nel suo universo di riferimento, serviva il nemico: cioè, lo Stato.


E tuttavia, anche questi criminali e anche i peggiori di loro pronunciavano le ingiurie solo quando parlavano fra loro o in ambienti in cui fosse condiviso il loro sistema diciamo così valoriale.


Perché in qualunque altro posto diverso da una suburra anche i più squallidi ceffi si riferivano ai giudici con un rispetto formale magari insincero ma consapevole del fatto che il vivere in una società vagamente civile o almeno aspirante civile o, come direbbe Cetto, qualunquemente civile impone di fingere un certo almeno minimo rispetto per lo Stato.


Da alcuni anni a questa parte, invece, il linguaggio tipico dei più squallidi ceffi delle peggiori suburre è in uso al Capo del Governo e va in onda su tutti i mezzi di comunicazione in tutti gli orari e a preferenza in quelli di punta sulle televisioni generaliste.


Dunque, io e mia moglie ci troviamo costretti a vietare l’uso della televisione – e sommamente negli orari dei vari telegiornali – ai nostri figli adolescenti, per evitare che le loro anime semplici risultino disorientate su una delle idee che i genitori in qualche modo gli hanno inculcato: che i magistrati sono al servizio dello Stato e svolgono un lavoro onorato.


Né sarebbe sensato smentire il Presidente del Consiglio dinanzi ai nostri figli, perché sembra evidente che, se il Presidente del Consiglio, al pari di qualunque incallito criminale, dice che i magistrati sono nemici dello Stato, ogni persona semplice sarà indotta a pensare che non si possa sfuggire all’alternativa consistente nel fatto che, se il Presidente del Consiglio avesse ragione, i magistrati sarebbero davvero l’antistato, ma, se avesse torto, allora senza dubbio l’antistato sarebbe lui. Ed è difficile dire quale delle due alternative sia la peggiore.


Ciò detto, per manifestare una certa – credo legittima – indignazione per ciò che è accaduto e ancora accade, riflettevo ieri sul fatto che un uomo normale è soggetto, nel suo agire, a vari condizionamenti e a diversi freni inibitori, la cui varia efficacia dipende dalle qualità intellettuali e morali della persona.


Dinanzi alla profferta di qualcosa di disonorevole, l’uomo di animo nobile rifiuterà perché ciò che gli si propone non è giusto.


L’uomo moralmente depravato rifiuterà per timore della sanzione penale.


Infine, l’uomo depravato e indifferente alle sanzioni giuridiche rifiuterà per istinto di conservazione quando l’interlocutore non dia garanzie di reggere la necessaria complicità.


Dunque, nessun malavitoso psicologicamente equilibrato accetterebbe proposte criminali da chi si offrisse come complice senza dare le necessarie garanzie di tenuta.


Tanto per dire, nessun lestofante compos sui farebbe accordi con una diciottenne, perché avrebbe la lucidità di rendersi conto che, anche se poi le dicesse: “Ti copro d’oro purché tu taccia”, non sarebbe affatto certo che lei tacesse.


Scoprire che il presidente del Consiglio ha instaurato con una prostituta minorenne un tipo di relazione tale da consentire alla prostituta minorenne di fargli telefonare direttamente mentre è intento in impegni di Stato all’estero (in Francia) per chiedergli di intervenire presso una Questura per farla liberare e che il Presidente del Consiglio ha ritenuto di telefonare direttamente alla Questura chiedendo la liberazione della ragazza, aggiungendo all’inqualificabilità del suo comportamento anche la assurda menzogna di spacciare la prostituta per la nipote di un capo di stato estero (Mubarak) è veramente sconcertante, perché colloca il Presidente del Consiglio in una catalogazione ulteriore e inferiore rispetto ai tre tipi umani sopra illustrati.


L’esistenza di un tipo umano come questo – indifferente ai precetti morali, indifferente ai precetti della legge e indifferente all’evidenza del rischio di un ricatto, prima, e di una svergognatura mondiale, poi, da parte della inverosimile complice prostituta minorenne – è possibile solo in presenza di una condizione psicologica molto gravemente compromessa, ma anche, purtroppo, a una particolare condizione della vita politica, civile e sociale del paese ospitante. Ed è questo che vorrei sottolineare.


In un paese normale, chi si proponga per servire lo Stato, comprende come ovvio il suo dovere di adeguare se stesso alle esigenze del servizio.


Dunque, chi, per esempio, si dedichi a fare il magistrato, comprende da subito di dovere smettere di frequentare – ove mai gli fosse capitato in precedenza di farlo – persone di malaffare, gente coinvolta in crimini e maggiormente in crimini orribili perché connessi a fatti di mafia e/o ad abuso di funzioni pubbliche.


Il caso del nostro presidente del Consiglio e dei suoi sodali da lui collocati nei vari ruoli funzionali alle sue esigenze (direzioni di telegiornali, Consigli Regionali, Parlamento della Repubblica) si caratterizza per il fatto che questi pensano che è lo Stato che, se vuole essere servito da questo “utilizzatore abituale”, deve adeguare le sue leggi alle esigenze dell’utilizzatore.


Dunque, da più di quindici anni, assisto da magistrato al costante mutare delle leggi del mio Paese per adeguarle alle esigenze di una persona che non considera sé stesso onorato dall’incarico ottenuto, ma il Paese beneficiato dal fatto che lui, fra una lap dance di una minorenne e dei consigli sull’autoerotismo da lui dati ad altra prostituta (in quel caso per fortuna almeno maggiorenne: la signora D’Addario, che ha registrato questi preziosi suggerimenti mentre gli venivano dati da Capo del nostro Governo e rappresentante del nostro Paese), dedica un po’ del suo tempo a occuparsi delle cose dello Stato. Senza trascurare, ovviamente, di coltivare il più possibile, nella gestione di quelle, i suoi affari personali.


Il Popolo Italiano ha ritenuto possibile violentare per anni la verità e la giustizia per portare avanti un patto scellerato con una persona che, in cambio della palesemente vana promessa di sogni sempre più mirabolanti per un avvenire radioso e sempre più “futuro”, giorno per giorno esige e ottiene da ogni tipo di cittadino, operaio, professionista, essere umano e, soprattutto, istituzione favori sempre più impegnativi e insostenibili e sempre più deplorevoli e illegali, per soddisfare la sua fame di denaro, di gloria e di sesso.


Applicando l’analisi fatta sopra ai popoli, si deve dire che, dinanzi alla profferta di un millantatore che, in cambio di vane promesse, chiede la consegna di tutto intero lo Stato, delle sue istituzioni e della sua intrinseca dignità, un popolo ricco di valori morali rifiuta perché la cosa è moralmente inaccettabile. Un popolo rispettoso delle leggi rifiuta perché la costituzione non lo consente. Un popolo depravato e irrispettoso di ogni tipo di legge rifiuta perché si rende conto di trovarsi dinanzi a un truffatore bravo solo a fare il piazzista/imbonitore.


Il popolo italiano – come il Capo del suo Governo – appartiene a un quarto tipo inferiore e peggiore rispetto ai tre appena descritti.Lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti e, purtroppo, di tutto il mondo, è l’inizio della punizione che la storia – come ha sempre fatto in tutti i tempi – sta iniziando a dare a un popolo tanto scellerato.


E il paradosso è che tutto ciò che è già sotto gli occhi di tutto non è che una piccolissima parte di ciò che, continuando a trattare così lo Stato e le sue istituzioni, ci toccherà di subire e vedere.


Quanto alla logica che sta dietro alla capacità di un capo di governo di mentire tanto spudoratamente in pubblico su ogni cosa che lo riguarda, essa è certamente quella illustrata da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf: “La Grande Bugia è una bugia così enorme da far credere alla gente che nessuno potrebbe avere l’impudenza di distorcere la verità in modo così infame”.


Ma la tesi non è fondata: perché si creda a bugie tanto squallide e vergognose non è necessario che esse siano “grandi”; è necessario che siano dette a un popolo che, per ragioni meschine e disonorevoli, è disposto a fingere di credere a tutto.


La tragedia epocale di questo Paese non è nel fatto che il Capo del suo Governo sia una persona impresentabile e improponibile, amico intimo e frequentatore abituale di persone che vanno dai Previti (condannato con sentenza definitiva per crimini più che deplorevoli), ai Dell’Utri (condannato in primo e secondo grado per fatti di mafia), alle D’Addario, Ruby, Minetti, Mora, Mangano e altre decine e decine, che in qualunque altro paese non avrebbero non il telefono, ma neppure l’indirizzo di un Capo di Stato, ma nel fatto che l’intero Paese ha costantemente e sistematicamente ridotto se stesso, le sue istituzioni, le sue leggi, le sue strutture culturali, politiche e sociali a una condizione nella quale ciò che sta accadendo può materialmente accadere."

domenica 7 novembre 2010

Pasolini, una storia sbagliata

Pasolini, una storia sbagliata: "

Clicca qui per vedere il video incorporato.

Si definiva un intellettuale. Lo scrisse anche nel 1974, quando il suo celebre “Io so” sul Corriere, divenne il j’accuse italiano, avendo messo a nudo i segreti di una stagione nera della storia d’Italia.

È probabilmente questo uno dei maggiori meriti di Pier Paolo Pasolini: la capacità di schierarsi, individualmente. Un giudizio netto, questo Pasolini desiderava dagli italiani e si doleva che non riuscissero a esprimerlo. Lui ne era capace e chi lo leggeva ne apprezzava la coerenza intellettuale, il coraggio di affermare le sue idee anche se diverse dal sentimento comune.

Forse è ora di chiedersi se su quel giornale, su cui Pasolini scriveva, ci siano ancora intellettuali degni di questo nome, o, almeno, se c’è qualcuno (oltre le lodevoli eccezioni che conosciamo) disposto a schierarsi, se c’è qualcuno che con la penna colpisce davvero e non si limita ad accarezzare, ora a destra, ora a sinistra. Non si pretende che gli editorialisti del Corriere siano come Pasolini, ma essere costretti ad osservare che ogni lunedi un cultore dell’ovvio come Francesco Alberoni (“Sono convinto che l’Italia si riprenderà…”) possa esibire delle banalità spacciate per illuminanti spaccati di sociologia o dover leggere degli editoriali (Pigi Battista per fare un nome, non me ne vogliano gli altri non citati) che hanno la sola peculiarità di essere equilibrati per non scontentare nessuno è, passatemi il termine, deprimente.

A trentacinque anni dalla sua morte, si sente eccome la mancanza di Pasolini. Oggi, che il fascismo come normalità di cui parlava nel ’62 è forte più che mai, oggi, che l’elenco morale dei reati commessi da coloro che ci hanno governato si è allungato, fino a non permetterci di ricordarne alcuni, presi come siamo dalle nuove voci che si susseguono nella lista interminabile, oggi, che alzare la propria puerile voce ha forse ancor meno senso di quando Pasolini scriveva e pensava. Oggi, Pasolini starebbe dalla parte dei vinti, perderebbe ancora, in eterna opposizione con il potere. Lo diceva lui stesso: “Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”.

P.S. Un grazie a Francesco Lucianò per il video.

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domenica 19 settembre 2010

Il marchio più ricco? La Coca Cola

Il marchio più ricco? La Coca Cola: "

Medaglia d’argento per IBM, terzo posto per Microsoft. Nella classifica tre griffe italiane: Gucci, Ferrari e Armani

domenica 5 settembre 2010

I campani non fanno una piega

I campani non fanno una piega: "

Il blog di Marcello Ravveduto/Strozzateci Tutti ospita oggi un testo di Sergio Nazzaro:

I CAMPANI

La camorra, non voglio neanche parlarne,

non mi occupo di buffoni capaci perfino di arruolare

guardie municipali

(Tommaso Buscetta, interrogatorio con Giovanni Falcone)

Sarebbe meglio morire per grande disegno criminale e non per la solita, ma vera, banalità del male. Si muore continuamente a Sud, un colpo in faccia e via. Un’estorsione per ferragosto o natale. Questo attiene all’imbarbarimento della società, non al crimine. Ed anche i flussi finanziari della camorra. Quali? Qualche supermercato? Qualche tratta della TAV? Riciclo in Svizzera? Influenza sulla Borsa di Milano? Forse. Probabilmente ci guadagna il negozio di oggetti per la casa che svuota i suoi magazzini di materiali pacchiani e brutti.

E i Campani? Una piccola parte onesta combatte, stringe i denti, circondati da una massa incolta e borghese. Una massa indifferente che non vede mai il cassonetto di monnezza lato strada o la carcassa di bufala sulla spiaggia e non riesce mai a chiamare un numero di carabinieri o polizia. Una massa spaventata, pigra, inerte piuttosto che inerme. Sempre nel grande calderone dell’unificazione informativa abbiamo la borghesia napoletana che discute del futuro (quale?) della città di Napoli (con barca ormeggiata direzione Capri o Positano le anomalie della Campania) e tanto i boiardi di provincia agro-cementizia. Notai, dottori commercialisti che oggi li trovi a fare i conti o a prescriverti una ricetta e domani fanno i sindaci, gli assessori. Cultura politica pari a zero. Dito puntato contro i fuoriusciti, gli emigranti. Parlano da lontano. Hanno ragione, rimangono solo i figli dei boiardi, dei negozianti, e qualche impiegato statale. Il lavoro nun ce stà. E quindi tocca emigrare. Nessuno è così folle da rimanere in un territorio che non da nessuna prospettiva economica e professionale (non la da l’Italia, immagino il resto) e di poi ti ritrovi ai posti di comando gli ignavi che in una paese decente probabilmente gli toglierebbero anche il diritto di voto.

I Campani, pronti ad agitarsi, ma dopo decenni tutto rimane immutato. E le coste di Caserta e Napoli sono lo specchio della sua società civile: disastro ambientale dopo disastro ambientale. Brutture che si mischiano a schifezze. L’orrido occupa la vista. Nel frattempo, però, ecco anche comparire sulla scena i politici, quelli che siedono a Roma. Complici e colpevoli di una gestione che produce degrado. I Campani li votano, li sostengono, perché non si sa mai che ci esca un lavoro da qualche parte. Questi politici così tronfi e mai nessuno a rinfacciargli la propria pochezza e collusione. Questi politici campani così sottotitolati nei telegiornali perché nun se capisce niente quando cercano di parlare italiano.

I Campani diventano lo specchio di ciò che si vede: tondini di ferro a perdita d’occhio, case scrostate, strade con buche, fogne mal funzionanti. Ma ci sta la camorra! Già quella che arruola anche le guardie municipali. Siamo brutti, sporchi e cattivi. Siamo Campani. Senza una dignità storica da difendere. Una dignità che elevi lo sguardo verso il domani. Giudizio severo? E in quale altra terra sotterrano interi camion piena di merda radioattiva?

I Campani colletti bianchi e politici, società civile e indifferenti felici al pari come un ecologista nel verde della Svezia. Il loro verde è una distesa di cemento, piani urbanistici disegnati da un cieco. Disordine e caos cittadino fatto di vicoli e strade malridotte. Rumore, grida e ostilità. Ogni mattina che si svegliano e vedono il panorama mutare al peggio si sentono sollevati. Sono a casa.

I Campani mortificano se stessi fin quando lasceranno che piccole menti vengano credute criminali, e fin quando lasceranno la gestione del bene pubblico in mano a personaggi che sanno a malapena infilare un congiuntivo dopo l’altro. Non è il caso di offendersi o indignarsi, non più di quando osservando il mare si sente il profumo di uova marcia tipico di una discarica abusiva. I Campani non sono capaci neanche di sistemare la loro spazzatura. Anche gli ominidi sapevano coprire la propria merda. Noi diventiamo scandalo internazionale e lo chiamano problema rifiuti. Qualcuno ha mai pagato? No, e non lo farà mai. Nessuna paga, tutto marcisce, però.

I Campani che non fanno una piega davanti alle classifiche della qualità della vita, ignorando il significato di qualità e di vita: Napoli 106esima su 107, Caserta 103esima su 107, Salerno 95esima su 107, Avellino 93esima su 107, Benevento, 82esima su 107. (fonte Sole 24 Ore Qualità della Vita 2009)

I Campani che rendono fede a ciò che scrisse Piovene: “In nessun altro paese sarebbe permesso assalire come da noi, deturpare città e campagne, secondo gli interessi e i capricci di un giorno. Gli italiani non temano di essere poco futuristi. Lo sono più degli altri, senza avvedersene, sebbene questo non significhi sempre essere più avanzati. In nessun altro paese come da noi tutto il campo sembra occupato dagli attivisti di ogni specie; in nessun altro, quasi per tacito accordo di affaristi e sociologi, è così radicata la convinzione che contino solo i problemi di denaro e di cibo. Il rischio dell’Italia è di entrare nel numero dei paesi di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa”.

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domenica 22 agosto 2010

sabato 21 agosto 2010

Piccola Ketty: ‘o femminiello camorrista


Piccola Ketty: ‘o femminiello camorrista
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«Pronto Ugo?» «Salvato’ mi chiamo Ketty ‘o vuo’ capi’!». Questo potrebbe essere l’inizio di una telefonata tra Salvatore Gabriele, 29 anni, e suo fratello Ugo, di due anni più giovane, detto Ketty, appunto. Salvatore per mestiere fa lo “scissionista” a Secondigliano. Gli “spagnoli” gli hanno offerto l’opportunità di mettersi in proprio e fare i soldi, quelli veri. Salvatore non ci pensa molto, prende la pistola e parte in guerra contro il clan Di Lauro. Dopo la vittoria degli “spagnoli”, Salvatore chiede il conto: vuole entrare nel giro grosso dello spaccio e diventare un rifornitore nazionale per piccoli gruppi di venditori al dettaglio. Naturalmente la base operativa rimane Secondigliano, ma ha bisogno di qualcuno che mantenga il controllo della rete di piccoli spacciatori. Di chi può fidarsi? Non c’è dubbio l’unico è suo fratello Ugo che da quando ha cominciato a prendere gli estrogeni e a depilarsi si fa chiamare Ketty.

Il nome è molto conosciuto dalle parti della stazione centrale di Napoli dove aspetta i clienti seduta in macchina o appoggiata allo sportello. Certo quella voce ancora doppia fa un po’ sorridere ma è molto ricercata anche perché vende la cocaina a poco prezzo. Dopo la “promozione” del fratello anche Ketty ha dovuto rimodellare i suoi “impegni professionali”. In assenza di Salvatore deve tenere d’occhio le piazze di spaccio, tagliare la droga con la “monnezza”, distribuire incarichi e dosi ai corrieri e agli spacciatori, dare le “mesate” ai pali, fare qualche regalo alle famiglie conniventi. Qualcosa lo tiene per sé, così, quando di notte vende “una bustina” al cliente di turno, intasca i soldi con il permesso del fratello.

Quando è stata arrestata (febbraio 2009) i giornali nazionali hanno commentato l’episodio come una modernizzazione delle regole interne alla camorra: fino a quel momento i trans potevano essere solo carne da macello da sfruttare come spacciatori mentre battono il marciapiede. Ora con Ketty si può parlare di “orgoglio trans criminale”. E allora giù commenti sull’omofobia delle mafie e sul machismo simbolo di potere. Solo la stampa gay ha ricordato che già nell’Ottocento a Napoli c’era un fiorente mercato di “carne umana” (così lo definisce Abele De Blasio) a disposizione di chi non poteva esprimere liberamente la propria omosessualità.

A ben vedere l’episodio è uno dei tipici intrecci tra cultura popolare e sentire camorrista, un amalgama tra tradizione partenopea e modernità affaristica. Se i giornalisti fossero scesi nei meandri della cultura comunitaria napoletana si sarebbero accorti che il “femminiello” appartiene all’universo sociale dei vicoli del centro storico, una galassia di atteggiamenti e di figure da cui trae origine anche la camorra e il camorrista. La plebe tollerava l’uno e l’altro, il femminiello e il camorrista: il primo perché imponeva con la violenza un ordine criminale al disordine urbano caratterizzato da mille traffici, il secondo perché portava fortuna. Capite bene che valore potesse avere un simile personaggio nella città più scaramantica d’Italia. Questo forse ha anche aiutato i napoletani a tollerare più di altri la diversità: il femminiello può essere canzonato e ironicamente sbeffeggiato ma non ha mai suscitato alcun rigetto, nessun sarcasmo o, peggio ancora, una violenza mirata. Un esempio significativo di questa ilarità riguarda direttamente la nostra Ketty. Infatti su Facebook è apparso gruppo dal titolo significativo: “i fans di Ketty, la barbie trans e camorrista”. Il fondatore finge di mettere in vendita una versione transessuale e criminale della nota bambola con tanto di accessori: «Stivali pitonati con il doppio fondo per il trasporto di coca; reggiseno con punte acuminate per stringere le Brats infami in un abbraccio mortale; lupara laccata argento per essere fashion anche durante gli agguati».

Insomma il femminiello appartiene alla sacralità della mitologia urbana e, come tale, non può suscitare apprezzamenti di vero dileggio e comportamenti violenti. Anche perché intorno alla sua effige si perpetuano riti antichissimi quale la cosiddetta figliata “d”e femminielli”: una cerimonia derivante dall’antico culto della fecondità. La figliata si svolge segretamente alle pendici del Vesuvio, a Torre del Greco, ed è stata descritta accuratamente da Malaparte nel suo libro “La pelle” e dalla regista Cavani nell’omonimo film. È una originale iniziazione che simboleggia la nascita del “maschio-femmina”, chiamata dagli iniziati “Rebis”, res + bis, cosa doppia. Insomma un ermafrodito che i greci consideravano essere superiore perché figlio della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes). A questi riti antichi e dimenticati si ricollega la credenza che il femminiello sia portatore di «una carica di magico, stando al limite del diverso, in condizione simbolica di ermafroditismo» (Achille della Ragione). Per questa ragione è invalso l’uso di mettergli in braccio il bimbo appena nato fotografandolo oppure farlo partecipare come “chiamante” alla tombola. Senza dimenticare che i femminielli partecipano attivamente a festività religiose come la “Candelora al Santuario di Montevergine” ad Avellino oppure la “Tammurriata” alla festa della Madonna dell’Arco.

La camorra si è radicata negli stessi luoghi in cui si formano queste usanze, per questo le riesce facile piegare il folklore ai suoi scopi criminali conquistando consenso popolare (tant’è che per lungo tempo è stata considerata, anche dagli stessi mafiosi, un fenomeno folkloristico). ‘O femminiello e il camorrista, che vivono nello stesso ambiente promiscuo e illegale, possono agevolmente incontrarsi. La letteratura napoletana è piena di racconti in cui le due figure si sfiorano, si incrociano e si toccano all’interno dell’intricato tracciato dei vicoli. Infine, basta osservare il successo (locale) e l’aurea di speciale ammirazione che circonda la cantante neomelodica transensuale Valentina per comprendere il rispetto che aleggia intorno a questo emblema del “cosmo” napoletano.

Ketty è l’evoluzione di un continuo mescolarsi tra mentalità popolare e mentalità camorrsistica. Il fratello Salvatore non lo allontana dalla famiglia bollandolo come “ricchione”, ma lo usa come “luogotenente portafortuna”. Se il femminiello Ugo/Ketty è latore di una carica energetica misteriosa e positiva, nata dalla duplicità della sua natura, può portare fortuna alla sua nuova carriera di boss, oltre che, in quanto fratello, può assicurare protezione agli affari di famiglia.

La mia interpretazione può sembrare un po’ forzata, ma serve per sottolineare che la camorra, per aver introiettato modelli culturali autoctoni è sempre stata la più tollerante tra le mafie perché ha origine nella comunità del vicolo. Del resto stava filando tutto liscio fin quando le forze di polizia e la magistratura non hanno rotto l’incantesimo. È proprio vero che lo Stato è laico, non crede a niente.

StrozzateciTutti.info

Il gruppo su Facebook: i fans di Ketty, la barbie trans e camorrista http://www.facebook.com/group.php?gid=50792643319&v=info&ref=ts

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Risorse energetiche in rosso: l'umanità ha già speso quello che la Terra produrrà nel 2010: La popolazione mondiale ha già speso tutte le risorse energetiche che il pianeta può generare nel 2010. Così, a partire dal 21 agosto e fino alla fine dell'anno, l'uomo vivrà a...

domenica 15 agosto 2010

Il centro sociale di Berlino [La giornata]

Il centro sociale di Berlino [La giornata]: "

La porta è una lastra di metallo sudicio che promette di aprirsi sul peggior bagno di Berlino. Sopra alla colla secca di centinaia di adesivi staccati ci sono centinaia di adesivi attaccati che parlano di qualunque cosa in qualunque lingua, anche in italiano, idioma letterario finché rimane all’interno dei confini nazionali. Fuori dall’italofonia diventa spesso il dialetto sgarbato di chi tende a esportare solo il peggio di sé. Il bagno del Café Zapata non mantiene le promesse.