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lunedì 31 gennaio 2011

Uranio: ancora per quanto?

Uranio: ancora per quanto?: "

Lo svolgimento del referendum sulle centrali nucleari è l’occasione per riconsegnare sovranità ai cittadini su una politica energetica nazionale requisita dalle lobbies e preclusa agli orizzonti della sostenibilità e della democrazia. Una consultazione popolare evoca partecipazione, impossibile se non c’è rigore nell’informazione, se non si dà spazio al pluralismo di opinioni e se le opzioni contrapposte non sono chiaramente leggibili. Questo richiede di capire che le scelte in discussione, comprese le alternative, devono reggere ad un esame di ragionevolezza e quindi che il gioco vale la candela. Nel caso dell’energia nucleare, l’esaurimento assai prossimo e inevitabile dell’uranio decreta di per sé l’insensatezza di approntare ex novo una filiera di reattori nel nostro Paese.


Di fronte alla presa di coscienza dell’imminenza del picco del petrolio, la prima reazione emotiva è “allora useremo l’uranio”. In effetti, l’energia nucleare è spesso presentata come il toccasana che risolverebbe tutti i malanni e che ci permetterebbe di superare senza danni la crisi energetica ormai in corso da qualche anno. Tuttavia, i fautori dell’energia nucleare glissano sulla questione della disponibilità di uranio, il quale è una risorsa minerale limitata, così come lo è il petrolio. Quanto uranio abbiamo, realmente? È possibile che siamo vicini al “picco dell’uranio”, allo stesso modo in cui ci stiamo avvicinando al picco del petrolio?


In effetti, si tratta di fonti e di forme di conversione di energia molto diverse: mentre petrolio, gas e carbone hanno a che vedere con la combustione istantanea di forme di vita alimentate dal sole migliaia di secoli fa e accumulate nelle viscere della terra, per l’uranio si tratta di trasformazione per via artificiale e controllata di massa in energia. L’uranio è un “combustibile” che non brucia e che si è formato indipendentemente dall’esistenza di forme vitali e in tempi ben più remoti, relativamente più vicini alla grande esplosione iniziale, il big bang. Per capirne l’origine, le miriadi di stelle che vediamo sono il motore della costruzione incessante, nel processo di fusione nucleare, di atomi sempre più complessi a partire dal più leggero idrogeno, fino a quelli stabili come il ferro e a quelli assai più instabili con numero di massa alto, come l’uranio 235. Un elemento non rinnovabile che, proprio per la lunga sequenza di fusioni nucleari da cui proviene, è abbastanza diffuso, ma relativamente scarso e perciò drammaticamente esauribile sul nostro pianeta.


Come dirò di seguito, tutti i fattori che agiscono sul picco del petrolio, compresi quelli di natura economica, determinano il rapido esaurimento anche del “combustibile” dei reattori. È solo l’idea di superpotenza e di enorme densità energetica dei processi atomici che avvengono nel nocciolo del reattore o nel cuore di una bomba che fa pensare a tempi illimitati di durata. Ma se parliamo del minerale di uranio – ossia la roccia estratta dalla miniera che va successivamente purificata e trattata per essere utilizzata nel reattore – dobbiamo pensare ad una densità energetica dello stesso ordine di grandezza dei combustibili fossili di cui si profila il picco nei prossimi anni. Cioè, quantità equivalenti in peso (ad esempio tonnellate di roccia contenente uranio e tonnellate di carbone) producono effetti energetici analoghi e si consumano in tempi confrontabili. Anzi, essendo più scarso, il minerale di uranio che è in gioco da poco più di 50 anni avrà alla fine una durata complessiva sulla scena inferiore a quella del carbone o del petrolio, che sono in uso da qualche secolo in più.


Di conseguenza, le riserve di minerale convenienti e utili e la loro durata sono tutt’altro che illimitate e sono determinate dal costo del combustibile sul mercato (che non deve essere superiore a 130 $/Kg per competere con il costo dei fossili), dalla percentuale di uranio presente nelle rocce, dalla potenza totale dei reattori funzionanti, dal ciclo di arricchimento (7 Kg di uranio purificato danno luogo solo ad 1 Kg di uranio arricchito). Tenendo conto di tutti questi fattori e per essere utilizzato economicamente nella fabbricazione del combustibile da destinare alle centrali nucleari, il minerale deve possedere delle concentrazioni di ossidi di uranio che non possono scendere al di sotto della soglia dello 0,01%. Tenendo presente che il consumo annuale di uranio arricchito nel mondo è oggi di 11.521 tonnellate (circa 70.000 t. di uranio “purificato”) e che si stima che sia possibile estrarre a meno di 130 $/kg al massimo 5,5 milioni di tonnellate di uranio “purificato”, di cui 3,3 milioni sono rappresentate da quelle ragionevolmente sicure, si va da una disponibilità di 46 anni ad un massimo di 78 anni. Questi calcoli ipotizzano che il consumo rimanga costante, ovvero che non entri in funzione nessuna nuova centrale se non per sostituire impianti chiusi.


Un’ultima osservazione: sembrerebbe che anche l’uranio abbia già passato il proprio picco di estrazione, dato che già oggi vengono in soccorso le scorte militari (provenienti dallo smantellamento delle testate atomiche), che oggi costituiscono il 33% della produzione per soddisfare la domanda di reattori esistenti. Comunque, nemmeno l’impiego di tutto l’uranio contenuto nelle armi nucleari disponibili sposterebbe di molto la fine del minerale. Si può fare un rapido calcolo. Il totale delle bombe atomiche costruite da Russia e Stati Uniti insieme ha raggiunto qualcosa come 70.000 unità negli anni ’80. La maggior parte di queste bombe sono però già state demolite. Ci sono volute 15.000 bombe atomiche Russe per generare 375 tonnellate di uranio ad alto arricchimento. Questo uranio è stato poi trasformato in uranio a basso arricchimento (utile per le centrali) per un totale di circa 11.000 tonnellate.


Dai dati riportati, sembra di poter dedurre che questa quantità è equivalente a circa 80-100 mila tonnellate di uranio minerale “purificato”. Non è una quantità enorme. Oggi rimangono circa 6000 testate nucleari negli Stati Uniti, mentre pare che la Russia, secondo l’ultimo trattato Salt, ne abbia poco meno di 1500, il che significa che si potranno smantellare circa 7000 testate. Fatti i dovuti conti, queste testate corrispondono a più o meno 50.000 tonnellate di uranio minerale. Se il gap tra l’estrazione corrente e il consumo è oggi intorno alle 20.000 tonnellate, entro meno di dieci anni, l’uranio proveniente dalle bombe nucleari si esaurirà. Da quel momento per l’uranio per le centrali nucleari dovremo dipendere unicamente dalle risorse minerarie.


In definitiva, i calcoli più accurati e più ottimistici dicono che, arsenali militari compresi, avremo a disposizione uranio ancora per un minimo di 55 e un massimo di 85 anni, sempre che il parco reattori non aumenti (e il prezzo non scoraggi l’estrazione). Tenuto conto che le prime nostre centrali non entrerebbero in produzione prima di un decennio, non riesco a capire quale sia la convenienza di un “ritorno lampo” dell’atomo, come invece vorrebbe darci a intendere lo scacchista dello spot del Forum Nucleare Italiano in onda su tutti i media in queste settimane. Credo che in base a queste considerazioni fatte, allo scacchista non resti che abbandonare sconfitto la partita.

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domenica 9 gennaio 2011

Fiat: innovazione o mediocrità? (Parte 2)

Fiat: innovazione o mediocrità? (Parte 2): "

Nel post precedente ho portato argomenti per sostenere che l’attacco di Marchionne alla Fiom ha natura espressamente politica: si muove sul piano aziendale per cancellare il sindacato conflittuale e sul piano generale per far accettare come indiscutibile la supremazia dell’economia sulla politica. Da questo punto di vista, impedire ai lavoratori di autorappresentarsi nei reparti con libere elezioni e di ricorrere al diritto individuale di sciopero, è un’azione propedeutica all’espulsione definitiva della Costituzione dalle fabbriche. Nessun patto – tantomeno quello di democrazia sociale cui si ispira la Carta Italiana – può essere tollerato da un’ideologia eversiva che si fonda sul primato assoluto dell’impresa globale sul lavoro, a prescindere dalla storia, dalla cultura e dal contesto in cui si applica.


Mi domando: a chi tocca fare un bilancio ampio costi-benefici del ricatto cui sono sottoposti i lavoratori torinesi, chiamati a barrare una casella sulla scheda da cui dipenderà l’imposizione di nuovi rapporti di forza da estendere all’intera società nazionale? Non vorrei esagerare, ma trovo un po’ codardo il comportamento dell’“uomo dell’anno” quando prescrive che l’investimento e i diktat sulle condizioni di lavoro facciano un tutt’uno, giocando così una partita truccata, da cui sono esclusi a priori i giocatori di diritto. In effetti, la gran parte delle rappresentanze degli interessi sociali, civili, ambientali – che saranno condizionati dall’esito obbligato del referendum – non partecipano in alcun modo alla decisione che verrà ratificata a metà gennaio dai cassintegrati(!) di Mirafiori.


È bene che queste si sentano comunque coinvolte, innanzitutto sostenendo la Fiom che vuole riaprire la partita e partecipando alla riuscita della giornata di mobilitazione del 28 gennaio. Una giornata campale, che potrà dare la misura della parzialità degli interessi che stanno dietro Marchionne. Di questo vorrei parlare, perché troppo poco si è discusso di come un’uscita dalla crisi attuale con tali metodi metta a repentaglio, se applicata su scala mondiale, sia la sopravvivenza della convivenza civile che i limiti biofisici del pianeta. Questo perché ancora una volta le scelte politiche sono a vantaggio della voracità dei rappresentanti di un capitalismo finanziario anonimo – che “accumula ricchezza e distribuisce povertà” (Ratzinger!) – a scapito di una collettività che dovrebbe semplicemente prostrarsi al loro servizio.


Non ci si può limitare a pretendere nuovi paradigmi per affrontare una crisi definita epocale. Né tanto meno poi ripiegare senza conflitto ad accettare l’emergenza che ci viene propinata in casa. In questo senso, è intollerabile che non solo questo governo, ma la maggioranza delle forze politiche, gran parte del mondo sindacale e chi orienta l’opinione pubblica, consegnino il timone delle politiche industriali e il futuro dei diritti del lavoro dipendente di un Paese di grande rilievo europeo ad un manager che ha come unica bussola il successo che il mercato decreterà alla sua avventura.


Allora, che fare oltre a resistere? Penso che l’arroganza e l’inadeguatezza delle nostre classi dirigenti possa mascherare un declino, ma non impedire a una resistenza ostinata di tramutarsi in un’alternativa desiderabile. Da qui traggo la certezza che non accettare il terreno dei ricatti di Pomigliano e Mirafiori – qui occorre stare da subito con Landini “senza se e senza ma” – sia la condizione per tracciare un percorso di proposta. Un progetto che parta dai poteri oltre che dai diritti, dal piano strategico d’impresa mai comunicato finora, dai nessi tra finalità della produzione, organizzazione del lavoro e qualità sociale e ambientale che ne derivano. Tutti temi da cui Marchionne e la sua “claque” vogliono distogliere l’attenzione, costringendoci a una battaglia difensiva e forse disperata. Ma anche temi che la Cgil, il sindacato oggi da battere per la sua natura confederale e non aziendalista, non ha mai cessato di elaborare per non subire passivamente gli effetti della globalizzazione e per non essere costretta a scegliere tra precarietà e disoccupazione.


A proposito del referendum, sono molti coloro che gradirebbero una “firma tecnica” che giustamente Cofferati giudica “surreale” per un accordo dove il sindacato è scelto dall’azienda stessa. Pertanto: se non si firma? Ecco, a mio avviso, alcuni scenari possibili. I rapporti tra libertà-politica, libertà-civile e libertà-sociale posti alla base, questi sì, di un’ideologia che è quella della nostra Costituzione, prevedono poteri anche nei luoghi di lavoro, che vanno oltre i diritti individuali e che senza il sindacato dei lavoratori non si potrebbero esercitare.


Il capitalismo di Marchionne vorrebbe abolire questo potere conquistato in anni di lotte e di prove democratiche ed escluderlo a priori e definitivamente, abbandonando, se occorre, il sistema confindustriale che lo vincola. La rinuncia a questo ruolo da parte del sindacato costituirebbe un’uscita di scena senza ritorno, una trasformazione della confederalità e dell’autonomia in funzioni pro-azienda, come il controllo delle assunzioni, il raffreddamento complice del conflitto, l’applicazione burocratica dell’organizzazione del lavoro non contrattata. Il controllo democratico dell’economia sarebbe negato nel suo snodo fondamentale a contatto diretto con le forme di produzione. Una negazione tanto più gravida di conseguenze nella fase cruciale in cui si rende necessaria la riconversione ecologicamente sostenibile del settore industriale.


Meglio allora tenere la Fiom fuori dalla trappola e riorganizzare da lì tutte le alleanze necessarie a riposizionare dentro i luoghi di lavoro un diritto che non si può pretendere senza potere. Un atto, quello deciso con lucidità dall’organizzazione di Landini, che allude a quale possa essere il ruolo dei lavoratori organizzati nel perseguire con successo obiettivi di cambiamento: più giustizia sociale, secondo la tradizione del movimento operaio, ma anche giustizia ambientale nell’esigere modalità e finalità di produzione in maggiore armonia con la natura.


Qui siamo al piano strategico della Fiat che, secondo Sacconi, è offensivo richiedere al suo Ad, visto che lo si dovrebbe prendere in parola e che l’unica responsabilità sociale l’avrebbero i lavoratori che gliene chiedono conto. Ma chi meglio del sindacato è titolato a esercitare la sua autonomia culturale e politico-sociale per contribuire all’elaborazione e alla riscossione del piano d’impresa? Soprattutto in una situazione dove le incognite sono tantissime: dalla cattura di Fiat da parte di Chrysler, allo spezzatino delle produzioni del settore auto, all’acquisizione e vendita di marchi (Alfa Romeo in particolare, che in questa situazione sarebbe un gran bene se fosse prelevato e rivalutato dalla Volkswagen!). Come pure l’impatto ecologico delle produzioni, in una fase in cui tutta la ricerca investe in quella direzione e si parla di mobilità sostenibile addirittura come alternativa all’auto individuale. A questo proposito, qual è il senso della messa in produzione a Torino della Jeep e della Panda, due modelli che probabilmente Obama per primo non desidererebbe si producano a Detroit perché di nessun contributo alla “green economy”?


Tutto fa pensare che sia l’intera società a rimetterci. Questo perché Marchionne vuole privare i lavoratori di un ruolo partecipativo-conflittuale e relegarli a terminali di decisioni in assoluta continuità con le scelte che hanno provocato la crisi in cui ci dibattiamo. Se questo accadesse, cambierebbe natura anche il sindacato e la Cgil in particolare. Perché la rinuncia alle elezioni dei rappresentanti lo priverebbe della conoscenza diretta dei processi, che può venire solo da uno scambio continuo con i delegati in produzione. Inoltre sarebbe interrotta quella relazione fra il sindacato-istituzione e il sindacato organizzatore diretto delle lotte che è stata la grande innovazione democratica iniziata dal ’69. Lotte indispensabili per chi ha a cuore l’avvenire industriale del Paese e l’avvio di una riconversione che assicuri occupazione buona e rigenerazione delle risorse dei territori in cui viviamo. Unica soluzione? Fare cerchio intorno alla Fiom!

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sabato 8 gennaio 2011

Fiat: innovazione o mediocrità? (Parte 1)

Fiat: innovazione o mediocrità? (Parte 1): "

Se un’intera generazione si schiaccia sul presente e non produce visione del futuro, si mantengono e giungono ai posti di comando i mediocri. Questi sanno circondarsi di fedeltà acritica e garantire ricompense alla piaggeria che li encomia. In fondo, la continuità e la propensione all’esclusione sono quanto gli studenti rinfacciano senza sconti agli attuali gruppi dirigenti. Elite appiattite su un pensiero unico, che si riproducono da trent’anni e vorrebbero oggi rivestirsi di modernità al prezzo della demolizione del dissenso e dell’abolizione del conflitto. Una “modernità” che ha dato pessima prova nella crisi in corso e che si vorrebbe rilanciare sulla pelle dei giovani, del lavoro e delle classi popolari.


Allora, non deve far specie che a un Cavaliere (Berlusconi), che usa le cariche pubbliche per coprire i suoi affari personali e per assicurarsi impunità, venga data sponda da due Cardinali (Bagnasco e Bertone), che in cene poco evangeliche benedicono un governo agli antipodi della testimonianza cristiana. E nemmeno che un imbolsito predicatore della superiorità del Nord (Bossi) sguazzi nella “palude romana” e da lì approvi l’abbattimento della dignità del lavoro operaio nostrano a livelli da terzo mondo, così come lo impone un manager (Marchionne), rappresentante di un capitalismo anonimo che scorrazza spietato per il mondo.


La stampa e i media nazionali sembrano attratti dagli atteggiamenti muscolari e dall’arroganza di queste classi dirigenti, anche quando non sono palesemente all’altezza dei compiti. Ne celebrano i fasti sotto la luce inverosimile dell’innovazione anche quando si tratta di un ritorno deprimente a 50 anni addietro. Naturalmente i comprimari si sprecano: ministri bacchettoni, economisti promotori e difensori delle ricette più fallimentari, sindacati ormai privi di autonomia e perfino politici “di sinistra”. Sono tutti incredibilmente loquaci e alla rincorsa, alla loro non più giovane età, di una restaurazione classista, dopo aver combattuto invano per quarant’anni allo smantellamento delle “casematte” del ’68. Già, trovare un giornalista che andasse a chiedere, ad esempio, cosa pensano di Mirafiori e Pomigliano gli studenti del movimento sceso in piazza in questi giorni! Pareri certo meno scontati dei ritriti Gelmini o Giavazzi, Pansa o Ichino, Manghi o Fassino…


Sulla scorta della mia esperienza sindacale parto dal “picconatore” Marchionne, plenipotenziario in Fiat, per smontare la tesi di un suo ruolo “riformatore”. I maggiori quotidiani nazionali sostengono che la globalizzazione implichi lo scambio inevitabile tra diritti e occupazione. Lo sosterrebbero mai Bill Gates o Steve Jobs o, perfino, Martin Winterkorn, presidente di Volkswagen? Perché, allora, accettare da un uomo della finanza internazionale, abituato a giocare con soldi non suoi, il luogo comune classista per cui sicurezza, condizioni di lavoro, dignità e salario non sono prerequisiti per far funzionare una linea di produzione, come possono dimostrare molti altri casi? Perché accettare che il declino storico del ciclo auto individuale-petrolio dia spunto solo in Italia per una regressione di tutto il mondo del lavoro, quando negli altri paesi dove si ristruttura o rilocalizza (Germania, Brasile, Serbia o Cina) si mantengono o addirittura migliorano le condizioni locali dei salariati nel settore? E che dire della panzana per cui, per risanare l’impresa in cui lavorano, sarebbero i sindacati americani, “comproprietari” della Chrysler a pretendere il livellamento delle fabbriche italiane alle normative statunitensi, quando, per lo stesso fine, non si sono mai posti il problema di arretrare loro per primi al dislivello degli stabilimenti di Brasile e Polonia? La realtà è che per gli inossidabili sostenitori del manager italo-canadese la globalizzazione funge da copertura per una negazione di autonomia della vita sociale anche nei luoghi e nei momenti in cui più acute si presentano le contraddizioni di questo sistema. In fondo molti hanno accostato Mirafiori e la legge Gelmini solo per esorcizzare una presa di contatto fra due realtà – lavoro e studio – che impongono di ridiscutere il futuro rivendicando insieme un potere democraticamente legittimato.


Si smetta con questa ricerca dell’ineluttabilità della ricetta avanzata e si ammetta che per Fabbrica Italia non si tratta di una proposta industriale, ma di un ricatto cui piegare tutto il sistema. Si riconosca che non c’è piano d’impresa, ma solo la volontà di imporre un metodo, sovvertendo radicalmente i rapporti di potere tradotti fin qui dalle leggi e dai contratti in vigore. Si cerchi di capire perché, alla luce di quanto sta accadendo, gli operai e il sindacato tedeschi hanno chiuso la porta di Opel in faccia a Marchionne.


Ha ben ragione la Fiom a cogliere nel referendum che si terrà a Torino un ricatto inaccettabile che, se fosse legittimato come espressione di democrazia, sancirebbe davvero che la nostra Costituzione non può varcare i cancelli delle fabbriche. Infine, perché non è mai stato preso in considerazione l’esito di un referendum che ho vissuto direttamente nella mia esperienza sindacale all’Alfa di Arese? In quell’occasione, gli operai avevano votato all’unanimità per riconvertire lo stabilimento auto a prodotti per la mobilità sostenibile e la Fiat invece aveva fatto deserto su due milioni di metri quadrati (si veda la testimonianza del video), dove dal 2011 sorgeranno villette e supermercati.


Francamente non capisco perché, in una fase così facilmente leggibile, la Cgil si perda sui giornali in una irritante polemica sul massimalismo di una sua componente o sull’estremismo di Marchionne. Come se il disegno in atto sparisse d’incanto e ci fosse una terza via che dipende tutta dalla maggiore o minore ragionevolezza dei rispettivi leader (Camusso o Landini, Marcegaglia o Marchionne). Credo che anche a livello sindacale il problema non sia per niente quello di isolare i metalmeccanici della Cgil, ma di riconquistare attorno ad essi l’intero mondo del lavoro, portato alla spaccatura dai comportamenti di Cisl e Uil. Dobbiamo convincerci che la trasformazione che si cerca di imporre partendo da Pomigliano e Mirafiori ha a che fare con la distribuzione del potere e con i conseguenti diritti democratici in fabbrica. Che il piano strategico d’impresa e un patto sociale includente sono la posta da perseguire nella discussione e nel conflitto in corso. Altro che la vista a breve di Marchionne! Ma su questo ritornerò in un prossimo post."