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sabato 14 maggio 2011

Rai, Sgarbi recita la parte del censurato e al Fatto dice: “Mi state sui coglioni”

Rai, Sgarbi recita la parte del censurato e al Fatto dice: “Mi state sui coglioni”: "

Vittorio Sgarbi ora recita la parte del censurato. Improvvisa una conferenza stampa a Roma e non manca di insultare nell’ordine: Michele Santoro, Roberto Saviano, Vauro e, immancabili, Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano. La Rai, che paga la serie di 5 puntate del suo programma 1,4 milioni di euro a puntata più un milione di euro per il suo compenso, avrebbe posto al critico d’arte veti e condizioni difficili da accettare. Prima fra tutte quella di non andare più in diretta il 18 maggio con una puntata su Dio e la fede. “Ho saputo – dichiara Sgarbi – telefonando pochi giorni fa al direttore generale, Lorenza Lei, che la puntata dovrebbe essere registrata un giorno prima. Perché non pongono le stesse condizioni a Floris, Santoro, Saviano? Voglio essere trattato come loro, io tra l’altro, a differenza di Saviano, mi occupo di Mafia, lui di letteratura”. Ma non è tutto. L’ex sindaco di Salemi denuncia che il titolo della sua trasmissione, ‘Il mio canto libero’, va cambiato. L’ufficio legale della Rai ha eccepito che potrebbero sorgere problemi sui diritti d’autore con la vedova di Lucio Battisti e col paroliere Mogol.


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A un cronista che gli contesta che Vauro e Travaglio per Annozero non vengono, addirittura, pagati, Sgarbi risponde così: “Santoro e Travaglio fanno la parte delle vittime, io, invece, sono lo stronzo. Vauro? Fanno bene a non pagarlo, vada a scuola di disegno”. Sgarbi, allora, ‘minaccia’: “Sono pronto a lasciare, però, mi devono trattare come hanno fatto con Enzo Biagi che ha avuto una buonuscita di 1,5 milioni di euro, io voglio 3 milioni di euro”. Peccato che Sgarbi non abbia mai ottenuto gli alti ascolti di Biagi.


Che l’ex sindaco di Salemi fosse teso per le sorti del suo programma, lo si era capito fin da mercoledì sera, quando le telecamere de ilfattoquotidiano.it lo avevano sorpreso, insieme al gruppo dei suoi autori ad inseguire il premier Silvio Berlusconi durante il ricevimento organizzato mercoledì pomeriggio dall’ambasciata d’Israele a Villa Miani a Roma, senza, però, riuscire a fermare il Cavaliere. A telecamere spente, ma non le nostre, l’ex sottosegretario ai Beni culturali al termine della conferenza stampa con un giornalista di Repubblica si lascia scappare: “Ah sei di Repubblica, pensavo fossi del Fatto, menomale perché quelli del Fatto Quotidiano mi stanno sui coglioni”.

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mercoledì 27 aprile 2011

A sinistra si odiano: il Riformista morde il Fatto e Travaglio

A sinistra si odiano: il Riformista morde il Fatto e Travaglio: "

L'ultima stilettata nei confronti del Fatto quotidiano arriva dalla sinistra. Una bordata che il Riformista mette in prima pagina nella rubrica "Tre righe". Travaglio cita Montanelli solo quando gli fa comodo"

martedì 26 aprile 2011

lunedì 25 aprile 2011

Ciancimino contro Ciancimino

Ciancimino contro Ciancimino: "

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Oggi, quando va in onda questo Passaparola è pasquetta, io vi sto parlando, invece, sabato sera. Ho registrato questo intervento poco più di un giorno prima di quando va in onda. Non so quindi cosa è successo ieri, domenica, e questa mattina.

In ogni caso mi interessa, più che l’attualità, una ricostruzione: riguarda il caso di Massimo Ciancimino, di cui ci siamo occupati molto spesso in questo spazio, oltre che sul Fatto Quotidiano, ad Annozero etc. Quindi non possiamo assolutamente lasciar passare quello che è successo senza cercare, là dove è possibile, di dare una spiegazione anche se, come vedremo, le spiegazioni in questo momento sono varie, quelle possibili, e non ne possiamo scegliere una sola scartando le altre…Leggi tutto


Fonte: beppegrillo.it"

domenica 24 aprile 2011

Mafia e Stato, basta silenzi

Mafia e Stato, basta silenzi: "Le trattative con Cosa Nostra furono più d'una, a partire dal '92. E i negoziati con i boss stragisti furono avviati sia dal centrosinistra sia da Berlusconi. I pm siciliani ne sono convinti. Ma la politica, tu guarda, non ricorda nulla"

Rai, per Genchi niente diritto di replica?

Rai, per Genchi niente diritto di replica?: "

Genchi, chi era costui? Bene ha fatto Marco Travaglio a sollevare la questione del silenzio, quasi tombale, che ha circondato la notizia del prosciglimento perchè il fatto non sussistedi Gioacchino Genchi, l’uomo che era stato indicato alla pubblica opinione come il nuovo mostro, una sorta di Girolimoni delle intercettazioni, un violentatore della privacy, un mostro che aveva messo sotto controllo 10 milioni di cittadini.


L’incredibile cifra fu sparata, a reti seminunificate, dal solito Berlusconi che pur di proteggere sè stesso non ha mai esitato e mai esiterà a farsi scudo dei connazionali, trasformati in bersagli a sua difesa. In quell’occasione il satrapo di Arcore si presentò in Tv e annunciò che stava per essere rivelato il più grande scandalo della Repubblica, che una banda composta da toghe rosse e da spioni infedeli aveva messo in pericolo le sorti della Repubblica. Le sue allarmate parole furono condivise da un coro trasversale che denunciò il pericolo golpista, non quello rappresentato da Berlusconi ovviamente, ma dal signor Genchi che per altro non conocevamo allora e non conosciamo oggi.


Ebbene, il clamoroso complotto è stato liquidato con un’alzata dispalle dai giudici di Roma, quelli che pure erano stati lodati quando avevano aperto il procedimento. Che fine ha fatto il clamoroso complotto? Dissolto, ridotto in polvere, non resterà traccia neppure negli archivi della procura di Roma. Eppure quegli stessi Tg che diedero la notizia con grande rilievo, talvolta in apertura, con tanto di dichiarazioni sdegnate, hanno quasi cancellato il proscioglimento, non hanno ritenuto di fare un titolo, non hanno dato la parola a Genchi, non hanno ridato memoria delle bufale berlusconiane assunte come verità. Qui non si tratta più di garantire la par condicio tra le forze politiche, ma più semplicemente di rispettare i più elementari principi deontologici, di dare le notizie, anche quelle che non piacciono al padrone.


Per queste ragioni, ci permettiamo di chiedere alle associazioni professionali e sindacali dei giornalisti di sollecitare solo e soltanto che una verità calpestata ed una dignità ferita, quella di Genchi, siano ripristinate. E la stessa cosa chiediamo alle autorità di garanzia, alla commissione di vigilanza, al presidente Garimberti: in questa Rai il diritto di replica spetta solo a Berlusconi e alla sua corte, o è ancora previsto anche per gli altri cittadini? In queste settimane a Berlusconi è stato consentito di insultare a videocassette unificate i suoi giudici e la magistratura in generale, si vorrà ora consentire ad un cittadino imputato, dunque nella situazione di Berlusconi, ma che è stato prosciolto di proclamare la sua verità e la sua innocenza? Tanto più che al cittadino Genchi non è venuto neppure in mente di farsi una prescrizione su misura.

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sabato 23 aprile 2011

Toh, il “mostro” non ha fatto nulla - Genchi: “Vi racconto la mia verità”

Toh, il “mostro” non ha fatto nulla - Genchi: “Vi racconto la mia verità”: "Berlusconi a reti unificate lo definì il “più grande scandalo della storia della Repubblica”. Il caso-Genchi invece era una bufala costruita ad arte. L’ex consulente è stato prosciolto dall’accusa di aver spiato 350 mila persone e di averne schedate 6 milioni. In un’intervista-bomba Genchi ripassa tutti gli attentati, da Falcone a Borsellino, e su Ciancimino [...]"

domenica 13 marzo 2011

Tanto oro quanto pesa

Tanto oro quanto pesa: "

L’intervista di Giuliano Ferrara a Goffredo De Marchis, su Repubblica di ieri, andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo perché ha il raro pregio di sintetizzare chi è Ferrara, cos’è la Rai e cos’è diventato il giornalismo italiano. “L’Italia – esordisce Ferrara – è occupata non da B., ma da una mentalità, da una cultura e da un modo di essere delle élite che mi fa venire l’orticaria”. La palla del pallone pallista giunge all’indomani degli ultimi dati sulle presenze dei politici nei Tg Rai a gennaio: B. ha totalizzato 6 ore e 40 minuti, il doppio di tutti gli altri leader messi insieme. Dev’essere per questo che, da lunedì, avremo Ferrara ogni santo giorno dopo il Tg1: per riequilibrare un po’. De Marchis gli domanda che credibilità può avere un conduttore che è anche consigliere del premier. Ferrara fa l’offeso: “Non sono il consigliere di B. Faccio un giornale, scrivo commenti… se lavorassi per B. il mio nome sarebbe nella lista dei bonifici del ragionier Spinelli”. E qui il giovanotto si sopravvaluta: i bonifici di Spinelli erano per le mignotte, tutte fra l’altro carinissime, mica per ceffi come lui. E poi lui, da B. e famiglia, riceve già tre stipendi: da direttore del Foglio, da rubrichista di Panorama, da editorialista del Giornale (poi ogni tanto arrotonda: ora con la Cia, ora con Tanzi, ora con la diaria di eurodeputato assenteista, ora con quella di ministro e portavoce). Insomma, è un tipo indipendente.


De Marchis gli ricorda le riunioni dei giornalisti della ditta a Palazzo Grazioli. E lui barrisce orripilato: “Di che parliamo? Posso andare a pranzo con chi mi pare? Montanelli non andava a pranzo con Spadolini, coi segretari dei partiti? È assolutamente normale per un giornalista andare dal premier”. Certo che è normale, ma a patto che il premier non stipendi il giornalista. Altrimenti, in un paese serio, il giornalista non deve mai occuparsi del premier. Montanelli incontrava Spadolini (suo ex collega e direttore al Corriere), ma Spadolini non stipendiava Montanelli. Infatti Montanelli criticava spesso Spadolini, mentre Ferrara, quando proprio ha un attacco di temerarietà, scrive che B. ha sbagliato cravatta. Ora annuncia: “Il Cavaliere mi darà mille occasioni per parlare male di lui” (sì, quando sbaglierà i calzini o la tintura del toupet).


Ma eccolo commentare i bunga bunga con minorenni: “Sapevamo cosa faceva Gronchi nella sua vita privata? E quello che combinava Merzagora?”. A parte la bruciante attualità di Gronchi e Merzagora, abbiamo come il sospetto che, se i due avessero telefonato in questura per far rilasciare una ladra marocchina minorenne senza documenti che passava le notti con loro, la cosa si sarebbe saputa e avrebbero dovuto dimettersi. Ma per Ferrara il vero “scandalo è sapere di Berlusconi quello che sappiamo”. Osservazione più che comprensibile, per uno che in vita sua ha fatto il picchiatore comunista, la spia della Cia, la trombetta di Craxi e B., ma mai per un solo istante il giornalista. Solo un paese malato può scambiare per giornalista uno che detesta le notizie a tal punto da desiderare che non si vengano a sapere. De Marchis gli domanda del processo Ruby, e lui: “È un processo stregonesco, messo in piedi da pedinatori, giornalisti e magistrati”. Un processo messo in piedi da magistrati e pedinatori: ma siamo matti? Dove andremo a finire, signora mia. Nel ’93 Ferrara bruciò in tv il bollettino dell’Intendenza di Finanza per l’abbonamento Rai. Poi spiegò di averlo fatto per chiedere le dimissioni dell’allora direttore generale Locatelli, accusato di aver favorito gli affari di sua moglie. Locatelli non aveva condanne, ma per il garantista Ferrara era colpevole lo stesso. Fortuna che gli abbonati non gli diedero retta, altrimenti oggi la Rai non saprebbe come pagargli un milione e mezzo per il nuovo programma. Triste destino, quello di Ferrara. Fonda Il Foglio e non lo compra nessuno. Si candida al Mugello e non lo vota nessuno. Fa Otto e mezzo e non lo guarda nessuno. Però lui insiste. Tanto lo pagano a peso.


Da Il Fatto Quotidiano dell’11 marzo 2011

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sabato 12 marzo 2011

Facci e Travaglio, il confronto sulla riforma della giustizia

Facci e Travaglio, il confronto sulla riforma della giustizia: "

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Il consiglio dei Ministri vara la Riforma costituzionale della Giustizia, definita “epocale” dal premier Silvio Berlusconi. ecco sul tg de La7 di Enrico Mentana, le opinioni a confronto di Filippo Facci e del nostro Marco Travaglio."

SE SOLO SAPESTE LA VERA STORIA DEL PROF TRAVAGLIO

SE SOLO SAPESTE LA VERA STORIA DEL PROF TRAVAGLIO: "

Millanta l'eredità di Montanelli e si diverte a dare le pagelle ai colleghi come Ferrara. Ma intanto colleziona solo errori. Sono già dodici le batoste giudiziarie, da Previti nel 2000 ai casi recenti Socci e Schifani"

venerdì 4 marzo 2011

Un italiano vero

Un italiano vero: "

Marco Travaglio è un diffamatore salvato dalla prescrizione, quella stessa prescrizione contro la quale si è scagliato un sacco di volte: ma alla quale, ora, si guarda bene dal rinunciare nonostante la legge glielo consenta. Ecco, l’abbiamo scritto come avrebbe fatto lui, con la stessa grazia. Anzi neanche: lui forse avrebbe aggiunto cose tipo «Travaglio l’ha fatta franca» o «fatti processare» o qualcosa del genere.


Noi ci limitiamo ad aggiungere che a leggere le motivazioni della sentenza d’appello, per quanto giunte fuori tempo massimo, dubbi non ne restano: la condanna è stata confermata a tutti gli effetti e spiega come Travaglio abbia manipolato un fatto e abbia scritto il falso, per giunta con dolo. E un galantuomo – sempre per rifarci al linguaggio travagliesco – non rischierebbe di essere confuso con un Berlusconi o un D’Alema o un Andreotti, se si reputa innocente: rinuncerebbe alla prescrizione. Perché lui non lo fa?


Ma riassumiamo i fatti, perché sono gustosi. La condanna in primo grado è dell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Cesare Previti. Parentesi: la diffamazione è il reato a mezzo stampa per eccellenza, spesso è fisiologico a chi scrive di cose giudiziarie: nel caso di Travaglio, tuttavia, la condanna lo trasformò in un classico bersaglio del suo stesso metodo, e anche per questo, due anni fa, i media diedero un certo spazio alla notizia. L’articolo di Travaglio comunque era del 2002, e su l’Espresso era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo, poi, era un classico copia e incolla dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».


Una diffamazione bella e buona, non si sa quanto intenzionale o quanto legata a certa sciatteria che i giornalisti spesso associano alla necessità di sintesi. Sta di fatto che il giudice Roberta Di Gioia del Tribunale di Roma, il 15 ottobre 2008, condannava Travaglio ai citati otto mesi. E scriveva: «La circostanza relativa alla presenza dell’onorevole Previti in un contesto di affari illeciti è stata inserita nell’articolo mediante un accostamento indubbiamente insinuante… è evidente che l’omissione del contenuto integrale della frase di Riccio, riportata solo parzialmente nell’articolo, ne ha stravolto il significato. Travaglio ha fornito una distorta rappresentazione del fatto… al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Ma il peggio doveva ancora venire: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione».

In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare.

«Ricorrerò in Appello» aveva annunciato il giornalista dopo la condanna: e pazienza se infinite volte si era detto favorevole all’abolizione dell’Appello. «Vedremo le motivazioni della sentenza» aveva poi commentato. Poi, quando furono rese note, non disse una parola.


La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010. In quel periodo Travaglio stava litigando furiosamente (via web) con Enrico Tagliaferro, un blogger particolarmente scolarizzato che gli aveva fatto le pulci in più circostanze. La sentenza in sostanza confermava la condanna: semplicemente gli era stata concessa, per attenuanti generiche, una riduzione della pena. Ma Travaglio faceva il furbo e così scriveva a Tagliaferro: «La sentenza di primo grado in cui venivo condannato a otto mesi più un paio di multe e ammende è stata appena devastata dalla Corte d’appello, che elimina la pena detentiva e lascia una multina di 1000 euro». Devastata, aveva scritto. «Ora aspetto la motivazione», aggiungeva, «e mi auguro che venga scritta da un giudice che abbia la più pallida idea di che cos’è un articolo di giornale».


Il problema è che la motivazione, per essere depositata, non ha impiegato i consueti sessanta giorni: ha impiegato un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione, orrore. Forse che erano motivazioni particolarmente complesse? Diremmo di no, visto che occupano due sole pagine. Ma che cosa dicono? Non è un dettaglio da poco, visto che lo stesso Travaglio, nella sua disputa telematica con Tagliaferro, era stato tassativo: «Quando parlo di Corti d’appello come “scontifici” mi riferisco a quando mantengono inalterato l’impianto accusatorio e limano qualche giorno sui mesi o qualche mese sugli anni inflitti in primo grado. Quando invece stravolgono le condanne di primo grado, fanno altro: le riformano, le rivedono, le smentiscono. Vedremo se è così anche nel caso mio».


No, ora lo sappiamo: non è il caso suo. La sentenza d’Appello non stravolge, non riforma, non rivede, non smentisce, anzi: «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito», si legge, «in quanto ottimamente motivata, con piena aderenza alle risultanze processuali… con giuste e corrette considerazioni in diritto; il tutto da intendersi qui riportato, senza inutili ripetizioni, come parte integrante della presente motivazione. È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria nei confronti dell’on. Previti… Bastava omettere la frase “in quell’occasione presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti” per evitare qualunque diffamazione, senza togliere alcunché alla notizia… Proprio l’averlo inutilmente nominato, e l’aver totalmente omesso la specifica precisazione circa l’assenza fatta dal teste, è prova del dolo da parte del Travaglio».

Tentiamo una sintesi, possibilmente migliore di quelle diffamatorie azzardate da Travaglio. Allora: Travaglio se la prende coi giornalisti diffamatori, ma è un diffamatore anche lui. Travaglio dice che una prescrizione non equivale a un’assoluzione bensì a una condanna: quindi lui è stato condannato. Travaglio dice che un innocente che si reputasse tale dovrebbe rinunciare alla prescrizione: ma lui alla prescrizione non rinuncia. Travaglio è favorevole all’abolizione dell’Appello: ma poi ricorre in Appello. Travaglio ha scritto che le corti d’Appello sono solo degli «scontifici» che mantengono inalterato l’impianto accusatorio e che limano soltanto la pena: è proprio quello che è successo a lui. Un italiano vero."

sabato 1 gennaio 2011

Gentile Di Pietro, non ci prenda per i fondelli

Gentile Di Pietro, non ci prenda per i fondelli: "

Scrive testualmente, Di Pietro, in una intervista rilasciata a Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di due giorni fa: “…ma se scelgo io i candidati come mi impone questa legge elettorale di merda, non va bene perché sono un dittatore…”. Caro Onorevole io credo che stia abusando della media intelligenza dei lettori e, immagino, anche dei suoi elettori. La legge sarà anche la peggiore legge del mondo, ma non le impone nulla. Lei potrebbe, per scegliere chi rappresenta i suoi elettori, adottare almeno un migliaio di modi diversi rispetto a quelli da lei imposti. Potrebbe affidarsi al Mago Otelma, potrebbe indire una lotteria dove si vince un posto sicuro in lista, potrebbe infine predisporre competizioni interne locali che premino le figure più votate. Non le chiami primarie ma “selezionarie” e si domandi se, anche nel possibile errore e nella indicazione di un uomo che non vale nulla non siano meglio della scelta calata da Roma.


Potrebbe, insomma, organizzare la selezione della classe dirigente del suo partito con modalità molto diverse da quelle adottate dal suo arcinemico Berlusconi e dai suoi quasi amici democratici. Il problema, nella sua semplicità, e che lei non ha mai pensato e, forse voluto, differenziarsi. Il problema è che anche lei, al pari di tutti suoi colleghi segretari di partito, è contro questa legge solo a parole ma non nei fatti. Il problema è che questa legge da a voi, burocrazia politica, un potere enorme a cui è difficile sottrarsi.


I fatti, lo voglio ripetere, fanno sì che questa legge non le imponga una scelta dall’alto. Al contrario lascia libera scelta su cosa fare e come selezionare la classe dirigente. Nel proseguo dell’intervista lei, caro onorevole, non si accorge nemmeno, nella sua ruvida concezione di concetti quale partecipazione e democrazia, di quante contraddittorie castronerie riesce a dire: aggiunge “Si invoca continuamente la base, ma che cosa è la base? Io non conosco nessuna base se non gli iscritti. Poi so benissimo che il De Gregorio di turno si crea più base e porta più gente a votare per lui ai congressi e alla fine vince…”. Si rende conto che questa argomentazione è gemella delle argomentazioni che la destra e il padre legiferatore Calderoli offrono per giustificare questa pessima legge? Si rende conto che lei nega alla radice la possibilità per una comunità locale di sapere scegliere, meglio di quanto ha fatto lei, i propri rappresentanti?


Se è capace e desidera realmente differenziarsi , non solo a parole, dagli altri partiti rifletta sulla lettera, non del tutto esaustiva, dei suoi colleghi De Magistris, Cavalli e Alfano. Se al contrario desidera continuare a tromboneggiare, rilasci ancora pessime interviste come quella sul Fatto Quotidiano.

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domenica 26 dicembre 2010

Belpietro, Porro, eccetera

Belpietro, Porro, eccetera: "

Questo è un post lungo, ma Nicola Porro e Maurizio Belpietro sono due amici – anche col poliziotto dell’attentato sventato ho un discreto rapporto – e allora vorrei spiegare un paio di cose.


Cominciamo con Porro.

Cominciamo col dire che il vero scherzo probabilmente l’ha giocato Renato Arpisella – addetto ai rapporti di Confindustria con la stampa – alla sua capa Emma Marcegaglia: le ha spacciato come minaccia reale quello che appunto era palesemente uno scherzo, l’ha per farsi bello e dimostrare la sua efficienza, forse, o per attestare che era in grado di bloccare una campagna in itinere contro di lei. E’ andata così? Ufficialmente non lo sappiamo, ma è davvero difficile che una vecchia volpe come Renato Arpisella non abbia capito che uno scherzo era uno scherzo, che un cazzeggio era un cazzeggio.

Ma questa non è soltanto la storia di uno scherzo venuto male, o meglio, venuto benissimo: è uno specchio fedele di come siamo messi male a stampa e magistratura e politica in questo Paese, è il riflesso condizionato che ancor’oggi scatta automatico se il giornalista è di centrodestra. Prima il fallito attentato al direttore di Libero, che qualche collega ha definito una patacca ancor prima di comprendere che cosa sia effettivamente successo; ora questo tentativo di ghettizzare uno dei giornalisti più assennati del Giornale (Nicola Porro, che l’altra sera, a Exit, su La 7, è stato oltretutto definito «servo» da Fabio Granata) con modalità che sono tutte da ricostruire.


E allora ricostruiamole. Porro è vicedirettore de Il Giornale e ora è ridicolmente indagato per «violenza privata» sulla base di sue telefonate ed sms. È un signore che ha scritto di Confindustria e di Emma Marcegaglia una tonnellata di volte: peschiamo un suo pezzo dell’8 dicembre 2007 (criticava la quotazione del quotidiano confindustriale, il Sole24Ore) e poi un altro pezzo del 21 maggio 2009 (lamentava che la Marcegaglia aveva rotto le scatole con certi suoi discorsi) e poi un altro del successivo 24 luglio (si compiaceva che un’azienda aveva abbandonato Confindustria) dopodiché il resto del racconto lo si può leggere in data 27 settembre, e non se n’è accorto nessuno, sul suo blog personale che si chiama «Zuppa di Porro»: «Mesi fa chiesi ad un portavoce della sciura, che si lamentava dei miei attacchi, di fare un’intervista alla signora. Lui mi rispose secco: “Non possiamo perché altrimenti apparirebbe ancora più berlusconiana di quanto sia, se parlasse col Giornale il gioco diventerebbe scoperto”. Non potevo credere alle mie orecchie. Ricapitolando: prima si lamentano del trattamento riservato alla Emma, e chiedono di finirla, allora io propongo un’intervista e loro rifiutano perché lei sarebbe troppo berlusconiana».


Ma Porro secondo qualcuno ora è un ricattatore, anzi un coartatore, uno che merita perquisizioni corporali. E perché? Perché il 15 settembre scorso, dopo che la Marcegaglia aveva attaccato il governo e dopo che Porro, come visto, aveva cercato di intervistarla, lui medesimo aveva inviato un sms a Renato Arpisella, il citato addetto ai rapporti di Confindustria, così congegnato: «Ciao, domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia»; poi, ancora, al telefono con lo stesso Arpisella che Porro conosce da una decina d’anni: «Per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia… ho spostato i segugi da Montecarlo a Mantova», che è la città di riferimento della signora. Morale: siccome nelle trascrizioni telefoniche il tono scherzoso non si percepisce, gli inquirenti non hanno compreso la modalità semiseria dell’sms e della telefonata e si sono limitati a registrare le successive pressioni della Marcegaglia (su Fedele Confalonieri e poi su Vittorio Feltri) per bloccare una campagna stampa che neppure esisteva: perché era, appunto, tutto uno scherzo, una boutade. Anche perché, com’è facile appurare, nessuno al Giornale ha spostato «segugi» da Montercarlo a Mantova: è una balla, è chiaro. Ecco perché resta solo da da capire perché Emma Marcegaglia e Rinaldo Arpisella non l’abbiano inteso (subito) ciò che era semplice da intendere: «Dopo il racconto di Arpisella», ha detto infatti la presidente di Confindustria ai magistrati, «ho sicuramente percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi, mi misi personalmente in contatto con Confalonieri… Il Giornale e il suo giornalista hanno tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti de Il Giornale stesso, concedendo interviste che almeno recentemente non avevo fatto». La Marcegaglia ha percepito: siamo alla follia. C’è altro da aggiungere?


Sì. Come appurato, al Giornale o altrove non esistevano né esistono particolari «dossier» sulla Marcegaglia né niente del genere: : c’è Porro che si è permesso di scherzare con un amico-conoscente il quale forse ci ha marciato, come detto. Però, ecco: vien quasi voglia che dossier e inchieste esistano davvero, visto il paradosso a cui siamo giunti. Nei film americani, infatti, fanno vedere che un giornalista, la sera prima di pubblicare un articolo contro un potente, gli telefona e lo avverte: da noi, invece, dicono che volesse coartare la sua volontà. Nei film americani il potente attaccato, se vuole, rilascia una dichiarazione al giornalista che gli ha telefonato; da noi, invece, il potente telefona all’editore per bloccare l’articolo prima ancora che esca. In Italia, peggio ancora, poi intervengono i magistrati che se la prendono col giornalista, mentre le iene dattilografe già parlano di «dossieraggio».


Perché ora il giornalismo si chiama così: dossieraggio. L’archivio e le cartelline che molti aggiornano e conservano possono diventare «dossier» sulla base del semplice uso che se ne faccia. Eppure un conto è osservare che in Italia a farla da padrone, dal caso Boffo in poi, non sono più le notizie di giornata bensì le campagne create attorno a notizie d’accatto, magari vecchie, magari semplicemente archiviate in attesa di costruirci attorno qualcosa; un altro conto, però, è negare legittimità a tutto questo, deprecare o addirittura indagare che un giornale possa fare tutte le campagne che vuole, quando vuole, come vuole, contro chi vuole.


In altri termini: in Italia chi fa delle inchieste che ottengono risultati, tanto che la magistratura è costretta a inseguire, da noi è uno squadrista dell’informazione, soprattutto se di centrodestra; chi invece pubblica solo carte giudiziarie, tipo quei servi di procura che sputtanano a destra e a manca dopo che la magistratura magari ha pure assolto o archiviato, ecco, loro invece sarebbero dei giornalisti investigativi. Questo lo schema, che per fortuna abbatteremo anche ’stavolta. A colpi di dossier, è chiaro.


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Ora due parole sull’attentato sventato a Belpietro. Non vi dico che cosa ne penso di preciso, per ora lo tengo per me. Ma su un certo strabismo nel giudicare, beh, diciamo che ho fatto una modesta ricostruzione di una vecchia faccenda.


«Sinceramente non ci ho mai creduto molto…» ha detto venerdì scorso Gerardo D’Ambrosio, già procuratore aggiunto del Pool di Milano e protagonista, il 14 aprile 1995, di un attentato che fu sventato dallo stesso caposcorta che ha difeso a pistolettate il domicilio di Maurizio Belpietro. Non ci ha mai creduto molto, il senatore del Pd D’Ambrosio: però, allora, ci credettero tutti. Persino lui. Anzi: tutti evocarono dei foschi scenari. Gli attuali dioscuri del Fatto Quotidiano ci videro l’ombra della Cia, mentre il sostituto procuratore Armando Spataro – che ora indaga sull’attentato a Belpietro – lesse un allarmatissimo comunicato. Antonio Di Pietro pure. Insomma, ai tempi dubbi non ve n’erano, non servivano.


Ma ricostruiamo anche questo. Era un venerdì e il casino politico era totale perché Silvio Berlusconi, la sera prima, aveva telefonato a Temporeale di Michele Santoro e aveva parlato del celebre invito a comparire che aveva ricevuto a Napoli nel 1994: «Mi risulta che Di Pietro», parole del Cavaliere in diretta, «non fosse così convinto di quell’atto firmato da tutto il Pool. Ma si tratta di un discorso privato tra me e lui, e quindi non lo voglio divulgare». Non lo voleva divulgare: e infatti aggiunse soltanto che Di Pietro gli aveva parlato il 18 febbraio direttamente ad Arcore, a casa sua, nella tana del lupo. La rivelazione fu paralizzante per tutti. Per la sinistra, certo. Per i tanti, a destra, che corteggiavano Tonino perché scalzasse il Cavaliere. E per chi, pure, vide solo un magistrato (in carica) che era andato a casa di un suo indagato per corruzione. D’Ambrosio, allora 66enne, era furibondo. Francesco Saverio Borrelli montò su tutte le furie: «Lo faccio buttare giù dalle scale a calci nel sedere». Di Pietro, non D’Ambrosio. Ma ogni tentativo dipietresco di districarsi dal ginepraio – che aveva creato lui – non farà che peggiorare le cose.


Ma ecco che poi, sabato mattina, il 15 aprile, i lettori de «La Stampa» appresero che un uomo armato di fucile se n’era rimasto appostato nel giardino di una scuola materna posta proprio dietro l’abitazione di D’Ambrosio. L’asilo era chiuso per Pasqua e l’energumeno era pronto a sparare, ma un poliziotto lo scorse e chiamò D’Ambrosio dall’auto: «Non scenda». Erano le 9 del mattino e pioveva che Di Pietro la mandava. Dopo un po’ il presunto attentatore rifece capolino ed ecco che l’uomo della scorta scese dall’auto e prese a inseguirlo: una cosa da telefilm, col fucile stretto in mano, sinchè l’attentatore raggiunse un complice e sparirono a bordo di una grossa moto. Testimoni: nessuno.


Secondo il Corriere della Sera però non si trattava proprio di un fucile: il poliziotto stringeva in mano «un oggetto scuro e lungo» e non fu lui a telefonare al magistrato, ma un altro. Il 16 aprile, però, La Stampa cambiava versione: il fucile diventò «un’arma… nascosta sotto l’impermeabile grigio». Il Corriere in compenso riportò l’opinione del Questore, secondo il quale l’attentato restava solo un’ipotesi: tuttavia «E’ difficile pensare che l’obiettivo fosse un altro». Chiaro. E l’arma, il fucile? C’era, era «appoggiato contro un muro». Su La Repubblica però diventò «una carabina di precisione». Su l’Unità, «una mitraglietta». Scrisse La Stampa. «C’è l’identikit dell’uomo col fucile». Titolò Repubblica: «Non c’è ancora un identikit del killer».


L’estrema precisione delle cronache si evinse anche da altri preziosi particolari: il poliziotto era descritto elegante come un fotomodello, mentre l’arma era comparsa soltanto durante la fuga. Purtroppo non si era riuciti a prendere il numero di targa della moto, e l’unico indizio lo riportava l’Unità, che descrisse la moto come immancabilmente rossa.


La solidarietà espressa dai magistrati milanesi fu invece puntuale e precisa: in un comunicato, diffuso da Armando Spataro, si leggeva che «I sostituti procuratori si stringono idealmente attorno ai loro capi, Borrelli e D’ Ambrosio, oggetto di inauditi e ripetuti attacchi personali. A Gerardo D’ Ambrosio, che ha ancora una volta rischiato la vita, esprimono solidarietà e affetto smisurati… auspicano che le autorità rafforzino le misure di protezione che lo riguardano. Auspicano altresì che le istituzioni intervengano a tutela dell’ indipendenza della intera Magistratura». Quella non mancava mai. L’agenzia Ansa aggiunse che erano in cantiere «più incisive e clamorose iniziative» della Procura. Insomma, fecero quadrato: evidentemente, doversamente da D’Ambrosio, ci credevano anche loro.


E non solo loro, visto che l’affare fece scattare un piano di rafforzamento della sicurezza del procuratore: fu rafforzata la vigilanza e raddoppiata la scorta; oltre agli agenti di tutela fu predisposto un rafforzamento della sorveglianza attorno alla casa e fu aggiunta un’auto di scorta che in pratica scortava la scorta. «D’Ambrosio», scrissero un po’ tutti i giornali, «in passato era rimasto vittima di episodi dai contorni oscuri: una volta venne narcotizzato e rapinato in casa, successivamente ci fu un’incursione nella sua abitazione, mentre si trovava a palazzo di giustizia». Incredibile. Anzi, detto a D’Ambrosio: credibile.


Poi ci fu la conferenza stampa della Polizia: «L’attentatore si è comportato da professionista», disse il Questore Marcello Carnimeo. E l’agente, il medesimo che ha difeso Belpietro? «Ha fatto bene, ha agito con grande professionalità, un giovane molto affidabile e preparato» disse Carnimeo. Allora lo era, evidentemente. L’ipotesi che il killer volesse davvero sparare fu presa «molto sul serio», e l’attentato a D’Ambrosio fu definito «fallito per un soffio». «Un episodio simile», riportò La Stampa, «si era già verificato nei mesi scorsi ai danni di un altro esponente di Mani pulite, Francesco Greco: alcuni inquilini avevano notato una macchina sospetta parcheggiata nei pressi della sua residenza: alcuni sconosciuti scrutavano con un binocolo le finestre del giudice». Pazzesco. Ci penserà l’agenzia Ansa a essere più precisa: «Le indagini non accertarono nulla. Nemmeno che quello sconosciuto avesse davvero come obiettivo delle sue attenzioni la casa di Francesco Greco ».


L’affare comunque s’ingrossava, altro che «non ci ho mai creduto molto». Il Corriere della Sera rilevava che «Armando Spataro, numero uno dell’antimafia e bersaglio negli ultimi due mesi di due progetti di attentato, è tra i più turbati. “Sì, sono molto allarmato. Questo agguato appare indecifrabile, anche perchè cade in pieno periodo elettorale. Ripeto, per la prima volta in vita mia sono davvero preoccupato». Chissà ora, visto che indaga sul caso Belpietro. Il 16 aprile 1995, del resto, La Repubblica ci aveva aperto la prima pagina: «Un killer per D’Ambrosio. A sette giorni dalle elezioni l’uccisione del giudice avrebbe creato una gravissima tensione politica». Dall’ipotesi un attentato si era già arrivati all’uccisione del magistrato e alle possibili conseguenze politiche.


Sempre il 16 aprile, che poi era la domenica di Pasqua, su Repubblica interveniva anche Di Pietro («Auguri a D’ambrosio») che cercava di spegnere le polemiche sulla sua visita ad Arcore raccontata da Berlusconi. Un paio di giorni dopo, infine, nuovi aggiustamenti nelle cronache: il poliziotto raccontava che era stato suo cugino e ricordargli che le scuole materne rimangono chiuse per Pasqua. Ma secondo il Corriere – particolare decisivo – non era stato il cugino ad avvertirlo, ma il cognato. Sempre di mezzo.

E D’Ambrosio? Diciamo che, se «non ci credeva molto», all’epoca lo tenne ben nascosto per sè. Lo nascose quantomeno a Repubblica: «La polemica tra me e di Pietro serve solo al nemico per isolarci. E’ se è vero che c’è un uomo con un fucile puntato su di me, questo significa che siamo già isolati». Da non crederci, non molto.


Finita? Ma figurarsi. L’elaborazione definitiva dell’attentato a D’Ambrosio è stata successivamente messa al servizio (segreto) di un incredibile ricostruzione dietrologica contenuta nel libro «Mani pulite» di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. In orrenda sintesi: nel 1992 il Pool di Milano fu contattato da presunti emissari di «ambienti americani» che si proponevano di appoggiare i magistrati di Mani pulite e di aiutarli a scovare latitanti; il contatto e la proposta – e questo è vero, è appurato – finirono nella relazione riservata n. 58/92 che il pm Piercamillo Davigo indirizzò a Borrelli. Poi – anche questo è appurato – il Pool decise di parlarne al Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, che però rispedì i magistrati al mittente piuttosto seccato dall’ombrosità della vicenda. Gli svolazzi dei giornalisti de Il Fatto cominciano da qui e arriveranno sino all’attentato a D’Ambrosio. I tre, infatti, a pagina 67 del loro libro, con un giro contorto ricollegano i citati contatti «americani» a un protagonista dell’inchiesta del pm Guido Salvini su Piazza Fontana, il quale tizio, a sua volta, aveva rapporti con un uomo della Cia sotto copertura della Dea (l’agenzia antidroga) che a sua volta aveva contatti con l’ambasciata Usa a Roma e con il Sisde, oltre a essere stato l’ultimo a vedere vivo il banchiere Michele Sindona prima che lo avvelenassero in carcere. Nell’inchiesta di Salvini venne fuori che quest’uomo legato alla Cia, C.R., morto nel 1996, aveva svolto anche missioni in America Latina e in Corea e soprattutto aveva brigato per organizzare un attentato a Gerardo D’Ambrosio. Ci siamo, finalmente: «D’Ambrosio sarà effettivamente al centro di un inquietante episodio», scrivono i giornalisti de Il Fatto, ossia che «il 14 aprile 1995 la sua scorta metterà in fuga un misterioso personaggio appostato, forse con un fucile in mano, nel giardino di una scuola davanti alla sua abitazione. Di piú, su questo intreccio di avvocati, inquisiti, spioni e killer, non si riuscirà a scoprire». Questo per D’Ambrosio. E per Belpietro che cosa hanno scritto?"

martedì 30 novembre 2010

Il linguaggio normale di Saviano

Il linguaggio normale di Saviano: "

(questo articolo è uscito anche su Libero)


È finito Vieni via con me e vorrei difendere Roberto Saviano ancora una volta, se non dispiace. Perché l’errore di noi tutti – la prendo alla larga – resta il cretinismo bipolare, la tentazione cioè di arruolare nell’esercito nemico (esercito e nemico: già queste sono espressioni da cretini) chiunque abbia delle opinioni variegate e non sia una caricatura servile della nostra parte politica o culturale.

In parecchi, quando Saviano commise l’errore di citare solo la Lega associata alla ‘ndrangheta, sentirono probabilmente un qualche sollievo: finalmente era inciampato a dovere, finalmente aveva creato un clamoroso precedente così da poterlo incasellare definitivamente «a sinistra» in compagnia dei vari professionisti anti-sistema e anti-Berlusconi. Saviano? Capitolo chiuso, catalogato: è uno di quelli lì, è smascherato, è un sinistro, magari lo vedremo a qualche Vaffa-day con Beppe Grillo e compagnia sghignazzante, magari lo candiderà il Pd, queste cose.

E invece no, la cretinata sta proprio qui: e caderci è facile, anche perché restiamo una nazione di tifosi. Criticare Saviano per i suoi errori non deve impedire di accorgersi che resta di un’altra pasta: come dimostra l’antipatia malcelata che ormai lo circonda proprio tra gli idoli della sinistra forcaiola, quella che non ammette sfumature e dirime ogni questione senza incertezze. L’ha notato giustamente anche il Riformista: già uno come Beppe Grillo – il Wikileaks di Sant’Ilario – durante uno spettacolo ha detto che Saviano è sostanzialmente colluso perché «non fa nomi e il suo spettacolo lo produce Endemol», ergo «Berlusconi gode come un riccio». E Santoro? Resta su chi vive, però la settimana scorsa si è divertito come un matto mentre il suo Vauro sparava una vignetta contro gli «Interminabili monologhi di Saviano» e citava una sua «Logomorrea». E Travaglio? Forse è il caso più emblematico: non attacca frontalmente Saviano – non può permetterselo – ma non gli ha risparmiato stizzite pagelline settimanali e soprattutto il rimprovero di non affondare i denti sui temi che contano, a suo dire: cioè le inchieste del suo amico Antonio Ingroia, i casi Dell’Utri, Berlusconi, le trattative che non esistono, mica Falcone, mica la n’drangheta o Piergiorgio Welby. È giunto a scrivere, Travaglio, che certi resoconti «saprebbe farli qualunque cronista»: come a non spiegarsi il perché Saviano faccia tuttavia ascolti stratosferici.

Forse è vero, forse c’è di mezzo anche qualche gelosia tra primedonne dell’anti-berlusconismo, robetta, guerricciole di parolame mediatico, attriti tra collaudate fasce di mercato editorial-politico-antipolitico. Ma non può essere tutto qui. Gomorra non è soltanto un’inchiesta coi controfiocchi che ha rivelato al mondo delle cose che neanche tanti giornalisti sapevano, in opposizione a inchieste su trattative e mafie immaginifiche che non sono neppure mai esistite. E Saviano non ne è semplicemente il profeta, colpevole di parlar male della Campania e di non essere ancora stato ammazzato come ha detto quel poveraccio di Pino Daniele.

Il punto è che Saviano ha venduto milioni di copie e ha avuto milioni di spettatori proprio non raccogliendo i dettati di chi a sinistra, avendo gioco facile con una destra imbelle, ha cercato di fagocitarlo culturalmente. Saviano segue la sua strada e per il resto se ne fotte: pubblica con Mondadori perché ha creduto in lui e perché è la miglior casa editrice italiana, fa programmi su Raitre e con Fabio Fazio – ottenendo, comunque la si veda, un successo strepitoso – perché alla fine non si capisce con chi altri avrebbe potuto farli: e il centrodestra guardi e impari, visto che in alternativa non propone mai nulla di serio. Saviano sarà anche tendenzialmente di sinistra, ma non abbastanza perché la destra lo liquidi e la sinistra lo assimili e i cretini lo possano intruppare. E quelli come lui, in questo Paese, o sono dei paraculi sterili o sono degli indipendenti dalla vita durissima: perché parlano un linguaggio tutto sommato normale, non gettano croci addosso a qualcuno ogni tre secondi, spesso raccontano verità scomode e ambivalenti: e sono tacciati, proprio per questo, anche per questo, di collaborazionismo col nemico."

sabato 13 novembre 2010

Caro Roberto datti una spettinata

Caro Roberto datti una spettinata: "

I dati d’ascolto hanno già fatto giustizia delle censure preventive tentate dai Tafazzi della Rai contro Vieni via con me. Sulla qualità del programma nessuno ha avuto nulla da ridire: sarebbe curioso il contrario, in una tv farcita di politicanti, servi, mignotte di regime e silicone. Solo in un Paese ridotto a lazzaretto uno scrittore del calibro di Saviano attenderebbe quattro anni dal trionfo di Gomorra prima di avere in tv uno spazio tutto suo. Ciò premesso, Roberto potrebbe convenire con noi che molti, da uno come lui, si aspettavano qualcosa in più.

Non c’era bisogno di scomodare lui per dire che Falcone era un uomo giusto e per questo fu vilipeso in vita e beatificato post mortem: tutte cose ampiamente risapute. Da Saviano ci si attende che parli dei vivi, non dei morti già santificati: cioè di quei personaggi (magistrati, ma non solo) che oggi rappresentano una pietra d’inciampo per il regime e proprio per questo, come Falcone, vengono boicottati, screditati e infangati appena osano sfiorare certi santuari. Elencarli è superfluo, li conosciamo bene. E conosciamo gli argomenti tabù di cui in tv conviene non parlare, perché chiunque ci abbia provato s’è ritrovato in mezzo a una strada o in un dossier di Pio Pompa e i suoi fratelli.

L’impressione è che, nel programma di Fazio e Saviano, si sia deciso di rinviare ad altra data i temi più scottanti (mafia e Stato, trattative sulle stragi, monnezza e politica camorrista, casi Dell’Utri, Cuffaro, Schifani), lasciando al magnifico Benigni il ruolo del rompighiaccio. Speriamo che vengano recuperati nelle prossime puntate. La critica, dunque, investe non tanto Saviano, quanto i suoi autori, che hanno allestito il perfetto presepe della sinistra politicamente corretta, con tutti i santini, gli angioletti, i pastori, le pecorelle e le altre statuine leccate e laccate, pettinate e patinate. La versione televisiva delle figurine Panini veltroniane. Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline.

E allora, per una malintesa par condicio, ecco l’assurdo parallelo tra la “fabbrica del fango” dei corvi anti-Falcone e chi, magari sbagliando ma mettendoci la faccia, criticò il giudice poi morto ammazzato. Chi scrive pensa che il grande Sciascia, mal consigliato, prese un’epica cantonata accomunando Borsellino ai “professionisti dell’antimafia”, infatti ne fece pubblica ammenda in un incontro con Borsellino. Ma tutt’altro discorso meritano i rilievi che molti suoi amici mossero a Falcone quando andò a lavorare per il ministro Martelli nel governo Andreotti. Saviano ha mostrato l’avvocato Alfredo Galasso mentre, sul palco di Costanzo, invitava l’amico Giovanni a “uscire dal palazzo” maleodorante di cui entrambi conoscevano i padroni di casa e i rapporti con la mafia già immortalati – Leoluca Orlando lo ricordò quella sera, nella staffetta Santoro-Costanzo – nelle relazioni dell’Antimafia. Chi l’ha detto che avesse torto Galasso e ragione Falcone?

Il fatto che Falcone   sia un martire cristallino della lotta alla mafia non significa che non abbia mai sbagliato in vita sua. Il suo primo progetto di Superprocura (assoggettata al governo) disegnato con Martelli suscitò la rivolta di centinaia di magistrati, Borsellino compreso. E in ogni caso Galasso le critiche a Falcone le mosse vis à vis, senza nascondere la faccia o la mano in dossier o lettere anonime. Che c’entra allora Galasso con la fabbrica del fango? Non a torto, Aldo Grasso ha definito gli eccessi di retorica di Vieni via con me come un antipasto del governo di unità nazionale. Lunedì sera il conformismo “de sinistra” che pettina tutti allo stesso modo ha sbaragliato il conformismo berlusconiano del Grande Fratello. Ma c’è da dubitare che sia quello l’antidoto al berlusconismo. Questo sarà pure al tramonto, ma almeno è durato trent’anni. Il presepe del perfetto progressista rischia di stufare molto prima.

da Il Fatto Quotidiano del 11 novembre 2010

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domenica 24 ottobre 2010

Ecco tutte le patacche di Michele e compagni

Ecco tutte le patacche di Michele e compagni

I numeri truffa sulla presenza dei politici nella televisione pubblica sono solo l'ultimo esempio della strategia usata da Santoro e dai quotidiani in guerra con Berlusconi: falsi spacciati per verità pur di colpire l'avversario. Ma a sbugiardarli è l'evidenza

domenica 10 ottobre 2010

Se gli imprenditori italiani si consegnano a Travaglio

Se gli imprenditori italiani si consegnano a Travaglio

La Mar­cegaglia ha trascinato Confindustria nel ridi­colo, è riuscita a trasformare la farsa in una tragedia nazionale per ben due volte nel giro di poche settimane