venerdì 31 dicembre 2010

L’Avvocato, quanti disastri senza mai pagare il conto

L’Avvocato, quanti disastri senza mai pagare il conto

Con la solita spregiudicatezza, una certa sinistra evoca il delicato fantasma di Gianni Agnelli per contrapporlo alla brutale figura di Sergio Marchionne. L’uno, ai suoi giorni, padrone illuminato della Fiat, padre soccorrevole dei dipendenti, garante di relazioni industriali a misura d’uomo. L’altro, manager superstipendiato, sordo alle tradizioni solidaristiche dell’azienda torinese, che ha imposto le intese antidemocratiche di Pomigliano e Mirafiori.

Con il 2010 è finito l'anno dell'escort e di Nichi

Con il 2010 è finito l'anno dell'escort e di Nichi

Il 2010 verrà ricordato come la stagione delle squillo, speranza dei poteri loschi per sovvertire il voto. Altro protagonista, un meteorite dell’altro mondo: Bocchino. E poi i dodici mesi di Napolitano: dignitoso, equilibrato e portatore sano di comunismo

Lavoratori, tiè!

Lavoratori, tiè!: "

Più che un capitano d’industria, Marchionne sembra Sordi ne I vitelloni di Fellini: uno strafottente che, quando passa vicino agli operai, fa loro il gesto dell’ombrello e urla “Lavoratori, tiè”! Ma coi tempi che corrono, con comparse come Fassino e Chiamparino a fargli da spalla, e capipopolo come Berlusconi e Obama ad applaudirlo, c’è poco da sperare che l’auto su cui viaggia Marchionne si fermi di botto e lui sia costretto a scappare come Sordi.


Che Berlusconi lo applauda, non stupisce. Basta leggere Giovanni Agnelli, la biografia che Valerio Castronovo ha dedicato anni fa al fondatore della Fiat, per capire come nacque la sua industria e come egli fece i suoi soldi: esattamente come Mediaset e Berlusconi, appunto. Cioè, con aggiottaggi, denunce, processi, corruzioni di giudici, tangenti ai partiti, speculazioni edilizie (Bardonecchia vs. Milano Due), controllo di una stampa addomesticata (La Stampa vs. il Giornale), fiancheggiamenti dell’uomo forte (Mussolini vs. Craxi), e infine discesa in campo: da primo senatore a vita nominato dal Duce l’uno, e da presidente del Consiglio l’altro.


Dopo la guerra la nascente democrazia trovò insostenibile che un tale malfattore mantenesse la proprietà di un’azienda che era prosperata sulla pelle dei lavoratori, e nel collaborazionismo coi fascisti. Agnelli e Valletta furono spogliati della presidenza e dell’amministrazione della Fiat, ma la sporca realpolitik ebbe presto il sopravvento sui puri ideali. Agnelli ebbe la compiacenza di morire, e Valletta fu reintegrato nel suo ruolo. Vent’anni dopo sarebbe stato nominato senatore a vita dal socialdemocratico Saragat, così come l’erede del vecchio senatore, il rampollo Gianni, lo sarebbe stato nel 1991 dal democristiano Cossiga.


E fu proprio l’avvocato a dichiarare una volta che “la Fiat è governativa”. Cioè, pronta a scendere a patti con qualunque governo, pur di continuare a praticare la politica del capitalismo d’accatto che ha dissanguato l’Italia: gli utili agli imprenditori, le perdite allo stato (e dunque, ai lavoratori). Se la Fiat ha prosperato nel dopoguerra, è stato grazie a una dissennata politica di privilegio dell’auto privata a scapito dei servizi pubblici. A una vergognosa assimilazione degli operai alle macchine, sfruttati quando serve e parcheggiati in cassaintegrazione altrimenti. A una compiacente concessione di incentivi e rottamazioni, per sostenere artificialmente un mercato terminale e inutile.


Naturalmente, i privilegi concessi dal governo venivano doverosamente pagati dalla Fiat. La sua corruzione dei partiti politici dovette essere ecumenica, visto che misteriosamente fu solo sfiorata da Tangentopoli. E quando servì, come già aveva fatto il nonno col vecchio fascismo, così rifece il nipote col nuovo. Da senatore a vita, insieme agli ex-presidenti Leone e Cossiga, fornì un voto determinante per la fiducia al primo governo Berlusconi, nel 1994: anche se poi, durante il secondo governo Prodi, la destra finse di dimenticarsi di aver già essa stessa giocato questo gioco.


E fu lo stesso Agnelli a sdoganare una seconda volta Berlusconi nel 2001, quando rispose alle perplessità internazionali dichiarando che l’Italia non era una repubblica delle banane, e mandando un suo uomo al ministero degli Esteri. In precedenza, quello stesso ministero era stato ricoperto da sua sorella, sempre all’insegna del conflitto di interessi: di nuovo, un’altro motivo di compiacimento per Berlusconi, che non ha mai negato di avere per l’avvocato una vera e propria venerazione, tanto da tenerne la foto sul tavolo come esempio, nei primi tempi della sua carriera.


Marchionne dovrebbe semplicemente avere la decenza di riconoscere la storia dell’azienda che si trova ad amministrare. Perchè, invece di accettare la sua carità di 360 euro lordi l’anno in cambio della rinuncia ai diritti sindacali, non lo si obbliga a restituire il maltolto e non lo si rimanda da dove viene? E, soprattutto, perchè quando si lamenta in tv che la Fiat non guadagna un euro in Italia, il conduttore non gli fa il gesto dell’ombrello e non gli urla: “Marchionne, tiè”?"

Fotovoltaico nell'Amazzonia lo sviluppo è rinnovabile

Fotovoltaico nell'Amazzonia lo sviluppo è rinnovabile

Dal governo di Quito un investimento di 53 milioni di dollari per favorire l'emancipazione della zona più arretrata del paese attraverso la diffusione dell'energia verde

La Posta del Futuro o un Pacco del Presente? Ecco "EcoPost"

Abolire la posta tradizionale per salvare le foreste. Se il nostro indirizzo di casa fosse sostituito da un omologo virtuale, il mittente risparmierebbe carta, soldi e francobolli senza rischiare che il messaggio arrivi in ritardo o, peggio ancora, non giunga a destinazione. E anche in caso di calamità naturale, quando vie e abitazioni sono difficili da raggiungere, la posta non andrebbe smarrita. Marco Pellegrini, 45 anni e professionista ict (Information and Communication Technology) ha creato EcoPost.org, la piattaforma che consente agli iscritti di fare a meno di postini e buste.

Basta localizzare la propria abitazione sulla mappa per creare la relativa mail EcoPost (nazione.regione.provincia.comune.via.civico@EcoPost.org), dove arriveranno i messaggi. La casella, proprio come quella reale, è solo ricevente e chi vuole inviare posta, conoscendo già città e via, non deve fare altro che spedire una email all’indirizzo virtuale corrispondente. Nel caso in cui il destinatario non l’avesse ancora attivato il mittente sarà avvisato e nessuna comunicazione digitale andrà persa.

Il vantaggio rispetto all’email tradizionale è che chiunque, per esempio un’amministrazione pubblica, potrà raggiungere il destinatario attraverso un dato già conosciuto e pubblico, cioè l’indirizzo di casa.
...
Visto che lettere e raccomandate sono solo la punta dell’iceberg dell’universo cartaceo, Pellegrini ha già in mente modifiche che consentiranno di associare la casella virtuale a codice fiscale, patente o passaporto. Utopia difficile da realizzare? Niente affatto: “Troviamo esempi nella vita di tutti i giorni”, prosegue. “Un cittadino potrà registrare la sua carta di identità su EcoPost con il numero che la identifica, e lì ricevere gli avvisi del Comune. E ancora: ogni auto è identificata da una targa e tra pochi anni l’assicurazione invierà un messaggio direttamente sul cruscotto del guidatore. Lo stesso avverrà per le multe o le notifiche di revisione. E’ solo questione di tempo, ma il paradigma si applicherà a tutti gli oggetti che siamo soliti usare quotidianamente”.
...
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/31/lindirizzo-di-casa-diventa-virtuale-arriva-la-casella-ecologica-senza-carta-e-postini/84256/

Dagli elettori del "Partito dell' Amore"...

...una prova d'amore per Nichi Vendola dalla pagina Facebook de Il Giornale:




http://www.facebook.com/ilGiornale/posts/118766514858115

http://pensieriinformazione.wordpress.com/2010/12/31/il-delirio-dei-lettori-del-giornale-vendola-doveva-cadere-dal-tetto-morte-ai-froci-froci-di-merda/

O questo commento altrettanto "amorevole" verso Vendola di Marco Pinti della Lega su Radio Padania:
http://www.youtube.com/watch?v=_BRW5wouwJo

Il wifi è libero

Il wifi è libero: "

Dopo mesi di promesse, conferme e smentite e soprattutto dopo cinque lunghissimi anni di interminabile attesa, le disposizioni introdotte dall’allora ministro dell’interno, Beppe Pisanu, attraverso le quali si era imposto un inutile ed anacronistico obbligo di identificazione, a mezzo carta d’identità, per connettersi ad internet in modalità wifi presso bar, ristoranti ed esercizi pubblici sono state abrogate.


Sono bastate poche righe inserite nel c.d. Decreto Milleproroghe, per buttarsi alle spalle una norma che ha rappresentato, negli ultimi cinque anni, una delle tante anomalie italiane e soprattutto che ha frenato lo sviluppo e la diffusione delle connessioni internet pubbliche, contribuendo così ad aggravare il drammatico digital divide che affligge il nostro Paese e lo relega a ruolo di fanalino di coda in ogni classifica europea relativa alla diffusione della banda larga.


Dal primo gennaio sarà pertanto possibile entrare in un bar, ordinare un caffè e sfogliare un quotidiano on-line senza bisogno di esibire al gestore un documento d’identità e, soprattutto, senza che quest’ultimo debba aquisire e conservare un’imponente mole d’informazioni relativa all’utilizzo, da parte dei propri clienti, delle risorse di connettività .


Permarrà invece l’obbligo per i soli gestori di internet point di richiedere una speciale licenza per l’esercizio dell’attività .


Se la raggiunta condizione di normalità può considerarsi un traguardo, allora, l’Italia della Rete, la notte di San Silvestro, avrà una ragione in più per festeggiare .


Inutile rammaricarsi del fatto che, probabilmente, questo risultato avrebbe potuto – e forse dovuto – essere raggiunto già da tempo.


Senza con ciò voler spazzar via l’aria di festa, tuttavia, occorre domandarsi cosa ne sia stato delle insopprimibili esigenze di anti terrorismo che, a detta di tanti soloni della sicurezza nazionale hanno, sin qui, reso irrinunciabili le previsioni contenute nel Decreto Pisanu.


L’allarme terrorismo e’ d’un colpo cessato?


Si e’ d’un tratto archiviato il teorema secondo il quale i più pericolosi criminali nazionali ed internazionali sarebbero soliti pianificare on-line stragi ed attentati, sorseggiando caffè nei bar delle nostre città?


Non per apparire inaccontentabili o per sollevare dubbi che potrebbero determinare non auspicati ripensamenti ma, certo, e’ curioso che siano bastate poche settimane per dimenticare le preoccupazioni, manifestate, con tono grave, dal Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e per far cambiare idea allo stesso ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che poco più di un mese fa aveva escluso la possibilità di una radicale abrogazione dell’obbligo di identificazione e proposto, invece, di attenuarne il rigore attraverso il ricorso a soluzioni più pratiche rispetto all’esibizione della carta d’identità .


La decisione sin qui adottata di mantenere in vigore le citate disposizioni del Decreto Pisanu, così come quella appena assunta di abrogarlo, implicano valutazioni estremamente serie in tema di sicurezza nazionale, rispetto della privacy dei cittadini, e promozione dell’innovazione nel Paese.


E’pertanto preoccupante dover registrare un così elevato tasso di volubilità nel Palazzo.


E’ d’altra parte evidente che ci vorrà ben altro che la previsione abrogativa contenuta nel Milleproroghe per rimuovere i danni prodottisi nell’ultimo quinquennio sul versante delle abitudini degli italiani all’utilizzo delle risorse di connettività pubbliche .


Per il gestore di un bar francese o tedesco e’ inconcepibile, nel 2010, non porre a disposizione della propria clientela, intenternet wifi e, per la clientela, utilizzare tale servizio e’, ormai, assolutamente naturale.


In Italia non e’ così ed e’ inutile illudersi che basterà voltare pagina sul calendario perché la nostra cultura e mentalità possa cambiare.


Frattanto – non si può dimenticarlo – le società di telecomunicazione hanno pervasivamente diffuso l’abitudine al consumo di internet in mobilità attraverso “chiavette” e “smartphone” e, soprattutto, ci hanno lentamente persuaso del fatto che connettersi, anche in modalità wifi, abbia un costo, spesso, peraltro, piuttosto salato.


Sintomatica di questa preoccupante politica dei consumi e’ la recente scelta operata da Telecom e Ferrovie dello Stato – proprio con l’alibi di doversi adeguare al Decreto Pisanu- di richiedere ai viaggiatori che usufruiscono del wifi a bordo dei treni di effettuare un pagamento di un centesimo di euro con la propria carta di credito.


Sin troppo evidente, anche in questo caso, che più che identificarci ci si voglia abituare ad utilizzare la carta di credito per connettersi ad internet .


L’abrogazione del Decreto Pisanu e’ una bella notizia ma la battaglia anti digital divide, nel nostro Paese, e’ appena cominciata ed il Governo e’ ora chiamato alla prova più difficile: dimostrare che la scelta appena compiuta e’ qualcosa di più di una mossa propoagandistica pre-elettorale ed è, piuttosto, frutto di un reale convincimento dell’esigenza di promuovere la diffusione di internet in Italia."

La Ferrario scrive ai colleghi "Umiliata anche come donna"

La Ferrario scrive ai colleghi "Umiliata anche come donna"

La giornalista reintegrata alla conduzione dal giudice del lavoro risponde alle dichiarazioni del direttore Minzolini: "Mi avevano messo a far niente, e la Rai non ha potuto dimostrare il contrario. E ora mi accusano di essere vecchia"

giovedì 30 dicembre 2010

La cattedrale e il bazaar

La cattedrale e il bazaar di Eric S. Raymond

Quella che segue è la mia analisi di un progetto open source di successo, fetchmail, deliberatamente utilizzato come test specifico per la verifica di alcune sorprendenti teorie sullo sviluppo del software suggerite dalla storia di Linux. Le mie argomentazioni su tali teorie mettono a confronto due diversi stili di sviluppo, il modello “cattedrale” in voga in gran parte del mondo commerciale, opposto al modello “bazaar” del mondo Linux. Da qui passo poi a dimostrare come tali modelli derivino da premesse divergenti sulla natura dell'attività di debugging del software. Arrivo quindi a stabilire la validità dell'esperienza di Linux riguardo l'affermazione “Con molti occhi puntati addosso, ogni bug diventa una bazzecola”, per suggerire analogie produttive con altri sistemi di agenti indipendenti in grado di auto-correggersi, concludendo infine con una serie di riflessioni sulle implicazioni di queste analisi per il futuro del software.

mercoledì 29 dicembre 2010

Caccia al nuovo oro nero nella terra del Roquefort

Caccia al nuovo oro nero nella terra del Roquefort: "

L'altipiano di Larzac, nel sud del paese, contiene uno dei più grandi giacimenti europei di 'gas di scisto', un nuovo carburante naturale che potrebbe sostituire il petrolio. Parigi sogna l'indipendenza energetica, ma gli ambientalisti non ci stanno dal nostro inviato ANAIS...

Finanziamenti all’editoria, scure su giornali di partito Tremonti taglia 50 milioni

Finanziamenti all’editoria, scure su giornali di partito Tremonti taglia 50 milioni

Con il decreto milleproroghe Tremonti cala la scure sui finanziamenti pubblici all’editoria: dai 190 milioni previsti si scende a 140. Protestano i quotidiani della sinistra. Pure Cicchitto e Gasparri chiedono chiarimenti

Google apre un canale dedicato all'Open Source su YouTube

Google apre un canale dedicato all'Open Source su YouTube: "

Google supporta l’open source, non è una novità, dopo le donazioni alla comunità Eclipse, google ha deciso di aprire un canale dedicato all’open source su youtube.


Chiamato Open Source Programs Office (OSPO) nasce con l’idea di organizzare tutti i video legati a Google ed altri progetti open source in ogni singolo luogo. Attualmente il canale è quasi vuoto, i video sono veramente pochi, una quindicina circa e sono principalmente appartenenti al Google Tech Talks, un evento in cui sono presentate le principali tecnologie sponsorizzate dal sito web più visitato al mondo.


Le aspettative su questo canale sono tantissime c’è chi ipotizza di poter vedere video guide dei prodotti di casa Google come Android, Chrome OS e Google Chrome mentre altri pensano che le varie novità di casa G vengano comunicate direttamente attraverso questo canale. Non ci resta che attendere e vedere se l’iniziativa avrà successo.


Via | OSPO





Google apre un canale dedicato all'Open Source su YouTube é stato pubblicato su ossblog alle 10:00 di martedì 28 dicembre 2010.

Affondo dell'Isvap sulla Rc auto «Possibile una riduzione dei premi»

dal Corriere (qui)
L'Isvap, l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni ha presentato con una lettera a Governo e Parlamento un pacchetto di interventi normativi nel settore della Rc Auto volti a ridurre le tariffe. L'autorità, si legge in una nota, «ritiene che il complesso di questi interventi possa contribuire a contenere il costo della Rc Auto nella misura prudenziale del 15-18% e a realizzare nel contempo l'equilibrio tecnico del ramo nel medio periodo».
...
DANNO ALLA PERSONA - Il pacchetto di proposte d'intervento inviato a Governo e Parlamento è consultabile sul sito web dell'Isvap (qui) e spazia dalla questione del danno alla persona al risarcimento diretto, dal contrasto alle frodi all'abolizione del tacito rinnovo.
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DANNO ALLA PERSONA - Il pacchetto di proposte d'intervento inviato a Governo e Parlamento è consultabile sul sito web dell'Isvap e spazia dalla questione del danno alla persona al risarcimento diretto, dal contrasto alle frodi all'abolizione del tacito rinnovo.

Polemica tra Micromega e Di Pietro "Antonio perché manipoli i sondaggi?"

Polemica tra Micromega e Di Pietro "Antonio perché manipoli i sondaggi?"

Il direttore del bimestrale accusa l'ex pm di aver organizzatro una campagna per indirizzare l'esito di una rilevazione sull'esistenza, o meno, di una questione morale all'interno del suo partito. E Di Pietro replica sul web: "Sondaggio condotto in modo furbastro ed omissivo"

L’auto-attentato di Gianfranco: indagano tre Procure

L’auto-attentato di Gianfranco: indagano tre Procure

Dopo le rivelazioni di Libero Milano, Bari e Trani vogliono far luce sul presunto progetto per incolpare il Cavaliere. Belpietro ascoltato dal pm Spataro

Tg1 punito dai telespettatori anche nelle pagelle della qualitá

Tg1 punito dai telespettatori anche nelle pagelle della qualitá: "Terza rilevazione commissionata dalla Rai sugli 'umori' del pubblico. Bocciata l'edizione delle 20 della rete ammiraglia, meglio quella delle 13:30. Bene il Tg3

Il modello Feltri-Belpietro

Il modello Feltri-Belpietro: "

WWN cover


Dopo aver ripubblicato qui sotto tale quale l’articolo di Belpietro di ieri – modificandone soltanto un paio di nomi di persone e luoghi – ho ricevuto in questo blog, su Facebook e via mail diverse vibrate proteste di amici, avversari e lettori in genere che – non avendo letto ‘Libero’ – non avevano compreso la parodia, e quindi hanno rimarcato che questo tipo di “giornalismo per sentito dire” fa schifo, pertanto dovevo vergognarmi.


Ottimo segno: vuol dire che non tutti i sensori delle persone sono addormentati.


Mi hanno fatto un po’ sorridere solo i disgustati commenti di alcuni passanti di destra, secondo i quali usavo “metodi diffamatori da comunisti”: se almeno leggessero la loro stessa stampa, si eviterebbero tali figure di palta.



Comunque, aldilà del mio piccolo scherzo, l’articolo di Libero è l’evento politico-mediatico di Natale – se non altro perché tra ieri sera e oggi ne hanno parlato tutti.


Il quotidiano di Belpietro e Feltri per primo, naturalmente: e faccio notare che nel titolo a pagina due oggi definisce il suo articolo di ieri “Lo scoop di Libero”. Proprio così, “lo scoop”: termine con il quale cancella i pelosi disclaimer di ieri – «sono voci che riferiamo» – per attribuire definitivamente autenticità e credibilità ai due presunti informatori sulle vicende di Fini.


Più interessante però è la reazione del Giornale – che rischia di vedersi sottratte copie dal duo di viale Majno: inevitabilmente apre la prima pagina sulla vicenda (più quella della escort che quella del falso attentato) prendendone tuttavia le distanze («fango»). Ma, soprattutto, il Giornale dedica il taglio centrale al direttore concorrente con il titolo “Nei guai il caposcorta di Belpietro”, in riferimento al presunto attentato di tre mesi fa: «Per i pm sarebbe solo una montatura».


Ecco, ci siamo. Non c’è bisogno di essere particolarmente addentro le vicende dell’editoria italiana per capire che quella iniziata ieri è soprattutto una feroce guerra di copie tra i due quotidiani gemelli della “destra” berlusconiana, dove si gioca a chi ha più pelo sullo stomaco e a sputtanarsi a vicenda, per portarsi via quel sottoprodotto intestinale dell’Italia che vale in tutto due o trecentomila copie e su cui le due testate si giocano il predominio.


Di qui la scelta del duo Feltri-Belpietro di inaugurare il loro nuovo tandem con una sparata clamorosa, di quelle che al terzo giorno della scuola di giornalismo ti spiegano che è severamente impubblicabile per totale assenza non dico di riscontri, ma nemmeno di chiarezza sulle fonti (in altre parole, anche il più ingenuo dei praticanti sa che se viene un tizio in redazione a dirti che il Papa si fa le canne, o ti porta le foto di Benedetto XVI che si rolla spinelli o almeno si fa intervistare con nome e cognome pubblicabili e fornendo luoghi, date, ora e circostanze precise in cui avrebbe visto il pontefice darsi alle cannabis, in modo da consentire di provare a verificare, ad esempio, se quel giorno l’informatore era davvero in Vaticano etc. In assenza di almeno una di queste due condizioni, le presunte ’soffiate’ che arrivano ogni giorno nelle redazioni finiscono regolarmente nel cestino).


Ma tornando al caso Libero, la vera domanda ora è quali effetti produrrà sul medio termine questa “metabasis eis allo genos” del giornalismo.


Cioè se è stato sdoganato un nuovo e più barbaro modo di fare comunicazione (al confronto Dagospia sarebbe il New York Times) e se – come sostiene un mio cinico collega – il duo direttoriale così facendo guadagnerà robustamente copie. Oppure se, al contrario, la perdita di credibilità e di autorevolezza che viene da questo modo di fare comunicazione sia di nocumento, sul lungo termine, alla salute editoriale di chi ha fatto questa scelta.


Personalmente, ho una tesi di mezzo.


Voglio dire, il modo di fare giornalismo di Feltri è da sempre lontanissimo dall’obiettivo dell’autorevolezza, della ricerca della reputazione e della credibilità. Mi pare che insegua un altro modello, che è quello americano del Weekly World News: “Elvis Presley avvistato in Messico”, “Gli Ufo atterrano in Iraq”, “Bin Laden e Saddam Hussein erano amanti”.


Va benissimo, per carità: e qualche volta, per farmi due risate, quando ero negli Stati Uniti il Weekly World News l’ho comprato anch’io. In una società libera e plurale, ci sta benissimo anche una testata di fantasy postmoderna.


L’importante è che tutti lo si sappia, in giro, che Libero è l’edizione italiana del Weekly World News, e che lo si legga appunto per farsi due risate.


Se poi un giorno la destra italiana vorrà prodursi anche in un quotidiano vero, beh, sarà il benvenuto.

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"Ci fu discriminazione politica" Il Tribunale reintegra la Ferrario

"Ci fu discriminazione politica" Il Tribunale reintegra la Ferrario

Accolto il ricorso della giornalista. Che secondo i magistrati fu "punita" per la sua linea di opposizione alla linea editoriale del direttore. Il commento della ex conduttrice: "Riconosciuta ingiustizia".

Su Belpietro iniziano a circolare strane storie…

Su Belpietro iniziano a circolare strane storie…: "

Girano strane voci a proposito di Belpietro. Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno. Se mi limito a riferirle è perché alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti. Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.


La prima storia è ambientata a Milano, anzi, per la precisione nella zona di porta Venezia. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il direttore di Libero.




Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro. Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini ai centri sociali, così da far ricadere la colpa sulla sinistra.


Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Belpietro e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so. Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio. In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto.


Perché si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri? Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari. Per cui ha voluto vuotare il sacco con me facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole. È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà.


La seconda storia invece è ambientata a Bangkok.


Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Maurizio Belpietro si sarebbe presentato a un ragazzino che esercita il mestiere più vecchio del mondo. Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarlo e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di gigolò di tutto il Sudest asiatico offrono i loro servigi. Il ragazzo, che giura di essere nipote di un vecchio abbonato a Libero, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti. Tutto ciò lo ha raccontato a me condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatore? Altro? Boh!


Perché mi sono deciso a scrivere delle due vicende? Perché se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del direttore di Libero al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma il noto giornalista dopo aver fatto tanto il macho sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate a Marrazzo.


Che un femminiello giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex caporedattore bresciano di Capital non è bello. Se invece è tutto falso, attentato e gigolò, c’è da domandarsi perché le due storie spuntino pochi giorni dopo il nuovo assetto proprietario della testata di Belpietro. C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il direttore di Libero? Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Facebook? La risposta non ce l’ho.


Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà.

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Richard Stallman ha una pessima opinione del netbook CR-48 di Google

Richard Stallman ha una pessima opinione del netbook CR-48 di Google: "

Google Netbook CR-48Il netbook che Google ha cominciato a distribuire di recente per mostrare le potenzialità di Chrome OS è l’oggetto del desiderio di molti, ma non di Richard Stallman. Il fondatore di GNU ha espresso forti perplessità sulla sicurezza di un dispositivo che effettua il salvataggio dei dati personali esclusivamente in rete. Siamo abituati alle boutade di Stallman, tuttavia nella circostanza è molto difficile dargli torto.


In realtà, Stallman non è l’unico a diffidare del CR-48 (nome in codice del portatile di Google). Le posizioni sono profondamente diverse, però le critiche arrivano da ogni parte. Stallman ritiene che, un po’ come il cloud computing in genere, Chrome OS sia uno strumento per “uccidere” la privacy degli utenti. Il disco allo stato solido contiene solo il sistema operativo e tutto il resto è salvato nel profilo di Google.


Altre teorie mettono da parte la sicurezza dei dati personali, criticando il device in se stesso. Il CR-48 non ha il multi-touch, né uno slot per schede SIM e monta un comune processore Intel Atom (cui tanti avrebbero preferito ARM). Un netbook che è obsoleto all’esordio, quindi… sempre considerando che è solamente un prototipo e non ne è prevista la vendita. Restano i dubbi su privacy e gestione dei dati.


Via | The Guardian


Richard Stallman ha una pessima opinione del netbook CR-48 di Google é stato pubblicato su ossblog alle 09:00 di mercoledì 15 dicembre 2010."

Seven trends for NAND flash

Seven trends for NAND flash: "What will happen in the NAND flash market in 2011? Here are seven trends collected from various reports from analyst C.J. Muse of Barclays Capital:"

martedì 28 dicembre 2010

Ecco il successore di Silvio

Ecco il successore di Silvio

Berlusconi l’ha detto: il mio erede ènel governo. Chi sarà? Uno di questi tre: Alfano, Frattini o Gelmini

La disoccupazione? Colpa dei genitori

La disoccupazione? Colpa dei genitori

Sacconi contro chi pretende per i figli la laurea a tutti i costi. Risultato di una visione culturale inculcata da una politica di sinistra che puntava a uno sviluppo egualitario della società.

Stupido bandire i sacchetti di plastica

Stupido bandire i sacchetti di plastica

Da gennaio le tradizionali buste della spesa saranno sostituite da quelle eco compatibili: per gli ambientalisti sono riutilizzabili e inquinano meno. Eppure per sbugiardarli basta poco: una piccola bottiglia per esempio...

lunedì 27 dicembre 2010

L' eXtreme Programming spiegato(!) dal profano

Dalla prova su strada di Repubblica del prototipo di netbook Google

Il Cr-48 è un computer spartano, c'è poco da dire. Chiaramente un prototipo, un oggetto che è stato concepito per essere smaneggiato, è stato disegnato per essere usato dai developer d'assalto, gli sviluppatori di software. Tipi che non temono l'extreme programming, dove la codifica ha luogo tra una seduta di skateboard e l'altra e i diagrammi di flusso li si possono anche disegnare su una tavola di surfing mentre si torna dal mare.


Solo a me da l'impressione di parlare di cose di cui non capisce un acca e di essere ancora fermo all'immagine eroica dell'informatica degli anni '70?

Uccidono i cristiani ma è l'Europa ad essere morta

Uccidono i cristiani ma è l'Europa ad essere morta

Nel giro di poche ore l'Ue si dimentica delle festività critiane e si rifiuta di equiparare le vittime del comunismo a quelle del nazismo. E se ne frega se attaccano le chiese in Nigeria e nelle Filippine

Il panottico: una prigione di sorveglianza di massa per l'umanità

Il panottico: una prigione di sorveglianza di massa per l'umanità

Le ultime tendenze del Grande Fratello superano i peggiori incubi orwelliani.

domenica 26 dicembre 2010

La "sobrietà sostenibile" non è eresia

La "sobrietà sostenibile" non è eresia

Le risorse non sono eterne: l´antidoto alla produzione illimitata è la decrescita sostenibile.

Massimo D’Alema tra minacce e bugie

Massimo D’Alema tra minacce e bugie: "

Massimo D’Alema, esattamente come avevano fatto in casi analoghi Silvio Berlusconi e i suoi collaboratori, smentisce il contenuto dei cablogrammi dell’ambasciata Usa, pubblicati da Wikileaks. L’ex presidente del Consiglio assicura di non aver mai detto, nel luglio del 2007, all’ambasciatore Ronald Spogli che la ”la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano“.

È molto difficile credergli.

I dispacci tra le ambasciate e Washington vengono redatti ad uso interno. L’amministrazione americana richiede che siano precisi e circostanziati perché anche sulla base di quelle informazioni viene poi decisa la politica estera Usa. La pretesa (di Berlusconi e D’Alema) di dipingere le feluche statunitensi come un gruppo di imprecisi pasticcioni, soliti riassumere a casaccio il contenuto degli incontri con i loro interlocutori, fa quindi sorridere.

Nel caso di D’Alema, poi, basta veramente poco per capire come quelle parole sulla magistratura siano state da lui effettivamente pronunciate.

Nell’estate del 2007 D’Alema, Nicola La Torre e Piero Fassino, dovevano fare i conti con il deposito delle intercettazioni del caso Unipol-scalate bancarie. In quei giorni gli attacchi al gip Clementina Forleo, che come prevede la legge aveva messo il materiale a disposizione delle parti e poi ne aveva richiesto l’autorizzazione all’utilizzo al Parlamento, erano quotidiani.

Il contenuto dei nastri, del resto, dimostrava come tra gli uomini della Quercia ci fosse stato chi era intervento a piedi uniti nella competizione tra banche. Primo tra tutti D’Alema che, tra le altre cose, era arrivato a offrire un aiuto al big boss di Unipol Giovanni Consorte per convincere uno dei protagonisti economici della vicenda (Vito Bonsignore, allora eurodeputato Udc) a non intralciare il suo assalto alla Banca Nazionale del Lavoro. Il tutto in cambio di una mai precisata “contropartita” politica.

Insomma leggendo le carte era facile accorgersi che D’Alema, durante i mesi delle scalate, non si era limitato a fissare le regole del gioco per poi osservare la partita economica da fuori, come dovrebbe fare la politica. E che nemmeno si era limitato a tifare per uno dei contendenti, come per due anni aveva sostenuto. Era invece sceso in campo di nascosto e aveva tentato di dare una mano a Consorte per buttare la palla in rete.

Un comportamento sconcertante che, una volta scoperto, aveva suscitato imbarazzo e rabbia nell’elettorato di centrosinistra. E che aveva portato D’Alema e una parte dei Ds a reagire con toni e argomentazioni speculari a quelle utilizzate da Berlusconi.

Quando le intercettazioni erano state messe a disposizione degli avvocati e le prime indiscrezioni erano state riportate dai giornali, Il Corriere della Sera e La Repubblica avevano, per esempio, pubblicato uno sfogo di D’Alema, in cui l’ex presidente del Consiglio diceva: “La magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma adesso dobbiamo reagire. Diciamoci la verità: è una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati. Qualcuno consente che si alimenti un clima da caccia grossa per mettere dei cittadini alla berlina. Allora dico: siamo ancora uno Stato di diritto? Io non vedo alcuna ragione di giustizia in tutto questo, dev’esserci dell’altro sotto… Magari tagliano, incollano, saltano pezzi di frase. Il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura… Quale elemento giustifica la pubblicazione di quel materiale? Quello che succede è intollerabile, dopo questo si apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie. Nel resto del mondo non accadono cose del genere. Il bello è che facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema. Perché qui c’è una questione grande come una casa… “.

Poi D’Alema si era presentato al TG5 e, dopo aver ringraziato Fini, Casini e Berlusconi per “le parole molto misurate” sullo scandalo Unipol, aveva tra l’altro affermato: “Si vuole indebolire il sistema politico e si cerca di colpire la forza più consistente di questo quadro politico“.

Insomma se questo era quello che il leader diessino dichiarava pubblicamente (per poi rincarare la dose qualche settimana dopo, al momento della richiesta di utilizzo delle intercettazioni) ci si può davvero sorprendere se all’ambasciatore Spogli ha detto:La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano?. Ovviamente no.

Su una cosa però D’Alema ha ragione. Una minaccia allo Stato italiano c’era e c’è ancora. È quella rappresentata dal rapporto malato tra politica e affari. Un rapporto che ha sì il suo massimo rappresentante in Silvio Berlusconi, il super imprenditore che si è fatto presidente del Consiglio. Ma che attraversa in varia misura tutti i movimenti politici.

Nel 2007, proprio partendo dallo spunto fornito dalle intercettazioni, all’interno dei Ds ci fu chi tentò di parlarne. Per esempio un padre nobile della Quercia come Alfredo Reichlin o il riformista Andrea Ranieri. Ma nelle direzioni del partito furono entrambi zittiti. “La questione morale non esiste“, dicevano i vertici.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Nonostante la crisi del berlusconismo, nonostante gli scandali che attanagliano il governo, il centrosinistra non riesce a guadagnare consensi. Tra l’originale (Berlusconi) e la copia (le cosiddette opposizioni) gli italiani che ancora votano, continuano a scegliere l’originale.

Gli altri invece restano a casa. Ma per capire il perché non serve Wikileaks. La cronaca, purtroppo, basta.

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Belpietro, Porro, eccetera

Belpietro, Porro, eccetera: "

Questo è un post lungo, ma Nicola Porro e Maurizio Belpietro sono due amici – anche col poliziotto dell’attentato sventato ho un discreto rapporto – e allora vorrei spiegare un paio di cose.


Cominciamo con Porro.

Cominciamo col dire che il vero scherzo probabilmente l’ha giocato Renato Arpisella – addetto ai rapporti di Confindustria con la stampa – alla sua capa Emma Marcegaglia: le ha spacciato come minaccia reale quello che appunto era palesemente uno scherzo, l’ha per farsi bello e dimostrare la sua efficienza, forse, o per attestare che era in grado di bloccare una campagna in itinere contro di lei. E’ andata così? Ufficialmente non lo sappiamo, ma è davvero difficile che una vecchia volpe come Renato Arpisella non abbia capito che uno scherzo era uno scherzo, che un cazzeggio era un cazzeggio.

Ma questa non è soltanto la storia di uno scherzo venuto male, o meglio, venuto benissimo: è uno specchio fedele di come siamo messi male a stampa e magistratura e politica in questo Paese, è il riflesso condizionato che ancor’oggi scatta automatico se il giornalista è di centrodestra. Prima il fallito attentato al direttore di Libero, che qualche collega ha definito una patacca ancor prima di comprendere che cosa sia effettivamente successo; ora questo tentativo di ghettizzare uno dei giornalisti più assennati del Giornale (Nicola Porro, che l’altra sera, a Exit, su La 7, è stato oltretutto definito «servo» da Fabio Granata) con modalità che sono tutte da ricostruire.


E allora ricostruiamole. Porro è vicedirettore de Il Giornale e ora è ridicolmente indagato per «violenza privata» sulla base di sue telefonate ed sms. È un signore che ha scritto di Confindustria e di Emma Marcegaglia una tonnellata di volte: peschiamo un suo pezzo dell’8 dicembre 2007 (criticava la quotazione del quotidiano confindustriale, il Sole24Ore) e poi un altro pezzo del 21 maggio 2009 (lamentava che la Marcegaglia aveva rotto le scatole con certi suoi discorsi) e poi un altro del successivo 24 luglio (si compiaceva che un’azienda aveva abbandonato Confindustria) dopodiché il resto del racconto lo si può leggere in data 27 settembre, e non se n’è accorto nessuno, sul suo blog personale che si chiama «Zuppa di Porro»: «Mesi fa chiesi ad un portavoce della sciura, che si lamentava dei miei attacchi, di fare un’intervista alla signora. Lui mi rispose secco: “Non possiamo perché altrimenti apparirebbe ancora più berlusconiana di quanto sia, se parlasse col Giornale il gioco diventerebbe scoperto”. Non potevo credere alle mie orecchie. Ricapitolando: prima si lamentano del trattamento riservato alla Emma, e chiedono di finirla, allora io propongo un’intervista e loro rifiutano perché lei sarebbe troppo berlusconiana».


Ma Porro secondo qualcuno ora è un ricattatore, anzi un coartatore, uno che merita perquisizioni corporali. E perché? Perché il 15 settembre scorso, dopo che la Marcegaglia aveva attaccato il governo e dopo che Porro, come visto, aveva cercato di intervistarla, lui medesimo aveva inviato un sms a Renato Arpisella, il citato addetto ai rapporti di Confindustria, così congegnato: «Ciao, domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia»; poi, ancora, al telefono con lo stesso Arpisella che Porro conosce da una decina d’anni: «Per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia… ho spostato i segugi da Montecarlo a Mantova», che è la città di riferimento della signora. Morale: siccome nelle trascrizioni telefoniche il tono scherzoso non si percepisce, gli inquirenti non hanno compreso la modalità semiseria dell’sms e della telefonata e si sono limitati a registrare le successive pressioni della Marcegaglia (su Fedele Confalonieri e poi su Vittorio Feltri) per bloccare una campagna stampa che neppure esisteva: perché era, appunto, tutto uno scherzo, una boutade. Anche perché, com’è facile appurare, nessuno al Giornale ha spostato «segugi» da Montercarlo a Mantova: è una balla, è chiaro. Ecco perché resta solo da da capire perché Emma Marcegaglia e Rinaldo Arpisella non l’abbiano inteso (subito) ciò che era semplice da intendere: «Dopo il racconto di Arpisella», ha detto infatti la presidente di Confindustria ai magistrati, «ho sicuramente percepito l’avvertimento come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine, tanto reale e concreto che effettivamente ci mettemmo, anzi, mi misi personalmente in contatto con Confalonieri… Il Giornale e il suo giornalista hanno tentato di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti de Il Giornale stesso, concedendo interviste che almeno recentemente non avevo fatto». La Marcegaglia ha percepito: siamo alla follia. C’è altro da aggiungere?


Sì. Come appurato, al Giornale o altrove non esistevano né esistono particolari «dossier» sulla Marcegaglia né niente del genere: : c’è Porro che si è permesso di scherzare con un amico-conoscente il quale forse ci ha marciato, come detto. Però, ecco: vien quasi voglia che dossier e inchieste esistano davvero, visto il paradosso a cui siamo giunti. Nei film americani, infatti, fanno vedere che un giornalista, la sera prima di pubblicare un articolo contro un potente, gli telefona e lo avverte: da noi, invece, dicono che volesse coartare la sua volontà. Nei film americani il potente attaccato, se vuole, rilascia una dichiarazione al giornalista che gli ha telefonato; da noi, invece, il potente telefona all’editore per bloccare l’articolo prima ancora che esca. In Italia, peggio ancora, poi intervengono i magistrati che se la prendono col giornalista, mentre le iene dattilografe già parlano di «dossieraggio».


Perché ora il giornalismo si chiama così: dossieraggio. L’archivio e le cartelline che molti aggiornano e conservano possono diventare «dossier» sulla base del semplice uso che se ne faccia. Eppure un conto è osservare che in Italia a farla da padrone, dal caso Boffo in poi, non sono più le notizie di giornata bensì le campagne create attorno a notizie d’accatto, magari vecchie, magari semplicemente archiviate in attesa di costruirci attorno qualcosa; un altro conto, però, è negare legittimità a tutto questo, deprecare o addirittura indagare che un giornale possa fare tutte le campagne che vuole, quando vuole, come vuole, contro chi vuole.


In altri termini: in Italia chi fa delle inchieste che ottengono risultati, tanto che la magistratura è costretta a inseguire, da noi è uno squadrista dell’informazione, soprattutto se di centrodestra; chi invece pubblica solo carte giudiziarie, tipo quei servi di procura che sputtanano a destra e a manca dopo che la magistratura magari ha pure assolto o archiviato, ecco, loro invece sarebbero dei giornalisti investigativi. Questo lo schema, che per fortuna abbatteremo anche ’stavolta. A colpi di dossier, è chiaro.


***


Ora due parole sull’attentato sventato a Belpietro. Non vi dico che cosa ne penso di preciso, per ora lo tengo per me. Ma su un certo strabismo nel giudicare, beh, diciamo che ho fatto una modesta ricostruzione di una vecchia faccenda.


«Sinceramente non ci ho mai creduto molto…» ha detto venerdì scorso Gerardo D’Ambrosio, già procuratore aggiunto del Pool di Milano e protagonista, il 14 aprile 1995, di un attentato che fu sventato dallo stesso caposcorta che ha difeso a pistolettate il domicilio di Maurizio Belpietro. Non ci ha mai creduto molto, il senatore del Pd D’Ambrosio: però, allora, ci credettero tutti. Persino lui. Anzi: tutti evocarono dei foschi scenari. Gli attuali dioscuri del Fatto Quotidiano ci videro l’ombra della Cia, mentre il sostituto procuratore Armando Spataro – che ora indaga sull’attentato a Belpietro – lesse un allarmatissimo comunicato. Antonio Di Pietro pure. Insomma, ai tempi dubbi non ve n’erano, non servivano.


Ma ricostruiamo anche questo. Era un venerdì e il casino politico era totale perché Silvio Berlusconi, la sera prima, aveva telefonato a Temporeale di Michele Santoro e aveva parlato del celebre invito a comparire che aveva ricevuto a Napoli nel 1994: «Mi risulta che Di Pietro», parole del Cavaliere in diretta, «non fosse così convinto di quell’atto firmato da tutto il Pool. Ma si tratta di un discorso privato tra me e lui, e quindi non lo voglio divulgare». Non lo voleva divulgare: e infatti aggiunse soltanto che Di Pietro gli aveva parlato il 18 febbraio direttamente ad Arcore, a casa sua, nella tana del lupo. La rivelazione fu paralizzante per tutti. Per la sinistra, certo. Per i tanti, a destra, che corteggiavano Tonino perché scalzasse il Cavaliere. E per chi, pure, vide solo un magistrato (in carica) che era andato a casa di un suo indagato per corruzione. D’Ambrosio, allora 66enne, era furibondo. Francesco Saverio Borrelli montò su tutte le furie: «Lo faccio buttare giù dalle scale a calci nel sedere». Di Pietro, non D’Ambrosio. Ma ogni tentativo dipietresco di districarsi dal ginepraio – che aveva creato lui – non farà che peggiorare le cose.


Ma ecco che poi, sabato mattina, il 15 aprile, i lettori de «La Stampa» appresero che un uomo armato di fucile se n’era rimasto appostato nel giardino di una scuola materna posta proprio dietro l’abitazione di D’Ambrosio. L’asilo era chiuso per Pasqua e l’energumeno era pronto a sparare, ma un poliziotto lo scorse e chiamò D’Ambrosio dall’auto: «Non scenda». Erano le 9 del mattino e pioveva che Di Pietro la mandava. Dopo un po’ il presunto attentatore rifece capolino ed ecco che l’uomo della scorta scese dall’auto e prese a inseguirlo: una cosa da telefilm, col fucile stretto in mano, sinchè l’attentatore raggiunse un complice e sparirono a bordo di una grossa moto. Testimoni: nessuno.


Secondo il Corriere della Sera però non si trattava proprio di un fucile: il poliziotto stringeva in mano «un oggetto scuro e lungo» e non fu lui a telefonare al magistrato, ma un altro. Il 16 aprile, però, La Stampa cambiava versione: il fucile diventò «un’arma… nascosta sotto l’impermeabile grigio». Il Corriere in compenso riportò l’opinione del Questore, secondo il quale l’attentato restava solo un’ipotesi: tuttavia «E’ difficile pensare che l’obiettivo fosse un altro». Chiaro. E l’arma, il fucile? C’era, era «appoggiato contro un muro». Su La Repubblica però diventò «una carabina di precisione». Su l’Unità, «una mitraglietta». Scrisse La Stampa. «C’è l’identikit dell’uomo col fucile». Titolò Repubblica: «Non c’è ancora un identikit del killer».


L’estrema precisione delle cronache si evinse anche da altri preziosi particolari: il poliziotto era descritto elegante come un fotomodello, mentre l’arma era comparsa soltanto durante la fuga. Purtroppo non si era riuciti a prendere il numero di targa della moto, e l’unico indizio lo riportava l’Unità, che descrisse la moto come immancabilmente rossa.


La solidarietà espressa dai magistrati milanesi fu invece puntuale e precisa: in un comunicato, diffuso da Armando Spataro, si leggeva che «I sostituti procuratori si stringono idealmente attorno ai loro capi, Borrelli e D’ Ambrosio, oggetto di inauditi e ripetuti attacchi personali. A Gerardo D’ Ambrosio, che ha ancora una volta rischiato la vita, esprimono solidarietà e affetto smisurati… auspicano che le autorità rafforzino le misure di protezione che lo riguardano. Auspicano altresì che le istituzioni intervengano a tutela dell’ indipendenza della intera Magistratura». Quella non mancava mai. L’agenzia Ansa aggiunse che erano in cantiere «più incisive e clamorose iniziative» della Procura. Insomma, fecero quadrato: evidentemente, doversamente da D’Ambrosio, ci credevano anche loro.


E non solo loro, visto che l’affare fece scattare un piano di rafforzamento della sicurezza del procuratore: fu rafforzata la vigilanza e raddoppiata la scorta; oltre agli agenti di tutela fu predisposto un rafforzamento della sorveglianza attorno alla casa e fu aggiunta un’auto di scorta che in pratica scortava la scorta. «D’Ambrosio», scrissero un po’ tutti i giornali, «in passato era rimasto vittima di episodi dai contorni oscuri: una volta venne narcotizzato e rapinato in casa, successivamente ci fu un’incursione nella sua abitazione, mentre si trovava a palazzo di giustizia». Incredibile. Anzi, detto a D’Ambrosio: credibile.


Poi ci fu la conferenza stampa della Polizia: «L’attentatore si è comportato da professionista», disse il Questore Marcello Carnimeo. E l’agente, il medesimo che ha difeso Belpietro? «Ha fatto bene, ha agito con grande professionalità, un giovane molto affidabile e preparato» disse Carnimeo. Allora lo era, evidentemente. L’ipotesi che il killer volesse davvero sparare fu presa «molto sul serio», e l’attentato a D’Ambrosio fu definito «fallito per un soffio». «Un episodio simile», riportò La Stampa, «si era già verificato nei mesi scorsi ai danni di un altro esponente di Mani pulite, Francesco Greco: alcuni inquilini avevano notato una macchina sospetta parcheggiata nei pressi della sua residenza: alcuni sconosciuti scrutavano con un binocolo le finestre del giudice». Pazzesco. Ci penserà l’agenzia Ansa a essere più precisa: «Le indagini non accertarono nulla. Nemmeno che quello sconosciuto avesse davvero come obiettivo delle sue attenzioni la casa di Francesco Greco ».


L’affare comunque s’ingrossava, altro che «non ci ho mai creduto molto». Il Corriere della Sera rilevava che «Armando Spataro, numero uno dell’antimafia e bersaglio negli ultimi due mesi di due progetti di attentato, è tra i più turbati. “Sì, sono molto allarmato. Questo agguato appare indecifrabile, anche perchè cade in pieno periodo elettorale. Ripeto, per la prima volta in vita mia sono davvero preoccupato». Chissà ora, visto che indaga sul caso Belpietro. Il 16 aprile 1995, del resto, La Repubblica ci aveva aperto la prima pagina: «Un killer per D’Ambrosio. A sette giorni dalle elezioni l’uccisione del giudice avrebbe creato una gravissima tensione politica». Dall’ipotesi un attentato si era già arrivati all’uccisione del magistrato e alle possibili conseguenze politiche.


Sempre il 16 aprile, che poi era la domenica di Pasqua, su Repubblica interveniva anche Di Pietro («Auguri a D’ambrosio») che cercava di spegnere le polemiche sulla sua visita ad Arcore raccontata da Berlusconi. Un paio di giorni dopo, infine, nuovi aggiustamenti nelle cronache: il poliziotto raccontava che era stato suo cugino e ricordargli che le scuole materne rimangono chiuse per Pasqua. Ma secondo il Corriere – particolare decisivo – non era stato il cugino ad avvertirlo, ma il cognato. Sempre di mezzo.

E D’Ambrosio? Diciamo che, se «non ci credeva molto», all’epoca lo tenne ben nascosto per sè. Lo nascose quantomeno a Repubblica: «La polemica tra me e di Pietro serve solo al nemico per isolarci. E’ se è vero che c’è un uomo con un fucile puntato su di me, questo significa che siamo già isolati». Da non crederci, non molto.


Finita? Ma figurarsi. L’elaborazione definitiva dell’attentato a D’Ambrosio è stata successivamente messa al servizio (segreto) di un incredibile ricostruzione dietrologica contenuta nel libro «Mani pulite» di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. In orrenda sintesi: nel 1992 il Pool di Milano fu contattato da presunti emissari di «ambienti americani» che si proponevano di appoggiare i magistrati di Mani pulite e di aiutarli a scovare latitanti; il contatto e la proposta – e questo è vero, è appurato – finirono nella relazione riservata n. 58/92 che il pm Piercamillo Davigo indirizzò a Borrelli. Poi – anche questo è appurato – il Pool decise di parlarne al Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, che però rispedì i magistrati al mittente piuttosto seccato dall’ombrosità della vicenda. Gli svolazzi dei giornalisti de Il Fatto cominciano da qui e arriveranno sino all’attentato a D’Ambrosio. I tre, infatti, a pagina 67 del loro libro, con un giro contorto ricollegano i citati contatti «americani» a un protagonista dell’inchiesta del pm Guido Salvini su Piazza Fontana, il quale tizio, a sua volta, aveva rapporti con un uomo della Cia sotto copertura della Dea (l’agenzia antidroga) che a sua volta aveva contatti con l’ambasciata Usa a Roma e con il Sisde, oltre a essere stato l’ultimo a vedere vivo il banchiere Michele Sindona prima che lo avvelenassero in carcere. Nell’inchiesta di Salvini venne fuori che quest’uomo legato alla Cia, C.R., morto nel 1996, aveva svolto anche missioni in America Latina e in Corea e soprattutto aveva brigato per organizzare un attentato a Gerardo D’Ambrosio. Ci siamo, finalmente: «D’Ambrosio sarà effettivamente al centro di un inquietante episodio», scrivono i giornalisti de Il Fatto, ossia che «il 14 aprile 1995 la sua scorta metterà in fuga un misterioso personaggio appostato, forse con un fucile in mano, nel giardino di una scuola davanti alla sua abitazione. Di piú, su questo intreccio di avvocati, inquisiti, spioni e killer, non si riuscirà a scoprire». Questo per D’Ambrosio. E per Belpietro che cosa hanno scritto?"

The dark side of Google

The dark side of Google

Luci e ombre di Google…

Liu Xiaobo e Assange, dissidenti

Liu Xiaobo e Assange, dissidenti: "

Il premio Nobel per la pace è stato consegnato a Liu Xiaobo in absentia. Il dissidente cinese, infatti, sta in carcere per aver ispirato Charta ‘08: un manifesto che chiede la democratizzazione e la riforma della Cina, ed è analogo all’omonima Charta ‘77 cecoslovacca, ispirata all’epoca da Václav Havel e altri.


La Cina naturalmente considera Liu Xiaobo un criminale comune, e in ritorsione ha istituito un anti-premio Nobel per la pace. Gli Stati Uniti, altrettanto naturalmente, lo considerano un eroe del libero pensiero, e il presidente Obama ha chiesto a gran voce la sua liberazione.


Nel frattempo, Julian Assange sta in carcere in Inghilterra, per aver ispirato e diretto Wikileaks: l’ormai famoso sito di controinformazione, che si propone la trasparenza dell’informazione e si oppone alla manipolazione delle notizie ufficiali.


Poichè le ultime rivelazioni di Wikileaks hanno riguardato gli Stati Uniti, questi lo considerano un criminale e chiedono la sua estradizione per poterlo processare per spionaggio. La Russia, altrettanto naturalmente, lo considera un dissidente dell’Occidente, e il premier Putin ha chiesto a gran voce la sua liberazione.


Non è surreale, la simmetria dei leader mondiali, tutti impegnati a vedere le travi negli occhi altrui, senza preoccuparsi di quelle nei propri? E non è terribile, la simmetria dei dissidenti mondiali, tutti perseguiti per aver voluto guardare le travi nei propri occhi, invece di preoccuparsi di quelle negli occhi altrui?


A scanso di equivoci, i dissidenti come Liu Xiaobo ad Assange espongono fatti, senza indulgere nel genere denominato «docu-fiction». In altre parole, non scrivono libri da dieci milioni di copie, nè fanno programmi televisivi da dieci milioni di spettatori.


Se lo ricordino, coloro che inneggiano ai nuovi guru di casa loro, credendo che siano i portabandiera della verità. Purtroppo, come ci insegnava Oscar Wilde, chi dice la verità prima o poi viene scoperto. E finisce in galera, come ci finí lui, e come ci sono finiti Liu Xioabo e Assang. Ma non certo nelle classifiche dei best seller, o in quelle dell’Auditel.

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Fate i bravi, ragazzi!

Fate i bravi, ragazzi!: "

Nell’intervista a Pierangelo Buttafuoco La lotta alla mafia non ha colore, reperibile nella sezione Stampa del suo sito ufficiale, Roberto Saviano ha dichiarato: “Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice: Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore”.


Queste non rinnegate radici dello scrittore tendono a passare in secondo piano in programmi trionfalmente politically correct come Vieni via con me, ma mi sembra che affiorino nella Lettera ai ragazzi del movimento che Saviano ha pubblicato ieri su questo giornale. Una lettera conservatrice, appunto, che moralisticamente riduce a “cinquanta o cento imbecilli, e altrettanti ingenui” i giovani che, non potendone più di questa situazione, si sono macchiati della colpa di non essersi limitati a sfilare in “cortei pacifici, democratici e pieni di vita”.


Per fortuna ieri sera, ad Anno zero, Di Pietro ha letteralmente urlato quello che qualcuno doveva pur dire. Cioè, che la violenza della reazione della piazza deriva dalla violenza dell’azione del governo. E, che non si tratta affatto dell’isolata reazione minoritaria di cinquanta o cento giovani, bensì del segnale che la misura è ormai colma e la rabbia è pronta ad esplodere in maniera generalizzata.


Per fortuna oggi Vendola, da sinistra, afferma che “è tutto il vecchio continente – l’incendio nelle banlieue parigine, la ciclica esplosione di sommovimenti giovanili in diverse metropoli europee – a ignorare una generazione che non ha nulla da perdere”. E che, senza giustificare i metodi di questa ribellione, bisogna comunque anzitutto capirla, e poi incanalarla in forme non sterili di azione politica: non certo in “cortei pacifici, democratici e pieni di vita”.


Ma, soprattutto, per fortuna i ragazzi stessi, a centinaia, hanno scritto a Saviano sul sito di Repubblica. E le loro reazioni sono andate da: “Le tue parole sono come sempre bellissime. Ma questa volta, ahimè, sterili”. A: “Saviano, guardaci negli occhi, siamo noi, ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia. Poveri politici di sinistra, non capite neanche cosa sta succedendo!”.


Nella sua reazione alla piazza lo scrittore rivela la debolezza umanistica del suo approccio, che sul suo sito ufficiale lui stesso definisce “docu-fiction”. Cioè, una creativa mescolanza di fatti e invenzioni che sicuramente attrae l’attenzione dei lettori di romanzi, degli spettatori di film e degli ascoltatori della televisione, ma che altrettanto sicuramente è uno stimolo inedeguato per un’azione politica seria ed efficace.


E’ di questo che oggi abbiamo bisogno, non dei moralismi. E’ questo che purtroppo oggi ci manca, soprattutto a sinistra. E’ per questo che nelle strade sta esplodendo la rabbia, a volte violentemente. E’ questo che dobbiamo capire e sfruttare, se vogliamo veramente che le cose e il governo cambino. Ribellarsi è giusto, diceva il vecchio Sartre. E, checché ne pensino i conservatori come il giovane Saviano, la ribellione spesso non può essere né pacifica, né democratica.

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Buon Natale (del Sole Invitto)

Buon Natale (del Sole Invitto)

Buon Natale, si sente augurare in ogni dove, da grandi e piccini. Naturalmente, l’augurio nella maggioranza dei casi è una pura coazione a ripetere. Ma coloro che pensano a quello che dicono, credono di commemorare con i loro augùri la nascita di Gesù. E la maggioranza degli àuguri non sa, o ha dimenticato, che la scelta del 25 dicembre come giorno del Natale cristiano è mutuata dalla festa delSol Invictus, “Sole Invitto”, il Dio Sole (El Gabal) che l’imperatore Eliogabalo importò nel 218 a Roma dalla Siria.

http://www.pietroichino.it/?p=11883

Biglietto di auguri dell’avvocato Jacopo Pensa - 25 dicembre 2010

Questa volta il piatto è ricco
e pertanto mi ci ficco:
da Scajola al bunga-bunga
la sequenza è molto lunga.
Il Ministro è stato reo
di un acquisto al Colosseo
che, per un destino ingrato,
da un ignoto fu pagato.
“Se mai scopro chi l’ha fatto
io risolvo quel contratto
e sollevo un gran casino!”
(si è dimesso poi il tapino).

Anche in quel di Montecarlo
(scuserete se ne parlo)
si è discusso di un affare
di natura immobiliare:
se l’erede universale
fu Alleanza Nazionale,
a goderne a piene mani
furon solo i due Tulliani:
è il trionfo dell’amor
rafforzato dall’off-shore!

Meditando sul destino
di chi nasce marocchino,
mi è venuto nella mente
un pensiero impertinente:
grazie a una telefonata
Ruby l’hanno liberata
mentre quello di Brembate
l’hanno preso a scudisciate;
lui, parlando con Allah,
ne invocava la bontà,
ma un error di traduzione
gli è costato la prigione,
non essendo egli parente
dell’egizio presidente.
Pensar mal forse è peccato,
ma magari ci ho azzeccato…

Mentre più non si capisce
chi è tradito e chi tradisce,
io, per esser ben compreso
e non essere frainteso;
sarò semplice e diretto,
sarò scarno e molto schietto,
sarò pure un po’ banale:
a voi tutti Buon Natale!

sabato 25 dicembre 2010

Mirafiori, il patto di Natale è sto-ri-co

Mirafiori, il patto di Natale è sto-ri-co: "

L’accordo per Mirafiori è storico e decisivo. In pochi giorni, è diventato evidente a tutti che c’erano tutte le premesse per chiudere oggi stesso l’intesa di massima. Le rappresentanze dei lavoratori iscritti a Cisl, Uil e Fismic hanno ribadito che la disponibilità è piena, ed il favore esplicito all’ultima proposta avanzata da Sergio Marchionne. Quella di subordinare la decisione dell’azienda di investire il quasi miliardo di euro annunciato per il potenziamento di Mirafiori a una prova di democrazia diretta, estesa a tutti i lavoratori dello stabilimento. Se l’intesa passa con la maggioranza dei voti tra i lavoratori, anche solo col 51% ha detto Marchionne, allora si va avanti, s’investe e si lavora tutti alle nuove condizioni. ma con ua decisiva innovazione: la newco nasce fuori dall’accordo interconfederale del 93, che a differenza dello Statuto dei lavoratori consentiva anche a chi non firmava i contratti di presentare liste per le rappresentanze sindacali godendo di tutti i diritti. In altre parole, chi non firma a Mirafiori sta fuori. Gli altri sindacati non ne potevano più di una Fiom che non firma da tre contratti dei metalmeccanici, ma è sempre pronta a riorganizzare manifestazioni e scioperi. Marchionne riscatta gli ultimi decenni di storia Fiat, tenacemente ferma sul punto che senza Fiom non si andava avanti nelle intese, ma in compenso si ottenevano gli aiuti pubblici. E’ una svolta profondissima: e ora bisogna sperare e fare in modo che nelle urne i sindacati che condividano tale impostazione non vengano travolti dalla pressione terrible che media e intellettuali metteranno in campo, a favore della Fiom e in nome naturalmente dei diritti violati. Perché se questa linea passa a Miafiori, si estende a macchia d’olio finalmente nel Paese. Superando persino la ritrosia di Confidustria, dovuta al fatto che molti in Federmeccanica temono la durezza della ritorsione Fiom.


La Fiom è durissima nel respingere l’accordo. Giorgio Cremaschi, presidente nazionale del comitato centrale della Fiom, è stato il primo giorni fa a dirsi contrario al referendum e l’ha definito illegittimo. Perché non è nella disponibilità della maggioranza dei dipendenti di Mirafiori tirarsi fuori dal contratto nazionale, sostiene Cremaschi, ma solo tutti i metalmeccanici italiani potrebbero a maggioranza deciderlo. Quali visioni di fondo e valori si contrappongono, in questo no? Tentiamo di capirlo al di là delle scomuniche, perché si tratta di temi decisivi per la vita del Paese, non solo per Mirafiori che è comunque un simbolo pregiato dell’intera storia industriale italiana.


La tesi di Cremaschi e di chi dice no è che il contratto nazionale, le sue norme su retribuzioni e utilizzo degli impianti, turni e straordinari, retribuzioni e diritti sindacali, non sono nella disponibilità dei singoli lavoratori. Solo le parti nazionali – sindacati e imprese – possono insieme definirli e modificarli. Altrimenti, se passa il principio per il quale gli orari come lo sciopero possono essere ridefiniti per consenso maggioritario nelle singole aziende, è come rinunciare una volta per tutte al motivo ideale per il quale nacquero i contratti nazionali: come espressione cioè della solidarietà che i lavoratori più forti, attraverso la loro lotta, davano a quelli più deboli, cioè più esposti ad offerte inferiori delle imprese e al loro ricatto.


Storicamente, è stato esattamente così, è illogico negarlo. Ma c’è un motivo altrettanto vero, per superare questa impostazione. La storia è andata avanti. E, come sempre, la storia la fa chi a sfide nuove risponde con soluzioni nuove. Non siamo né ai primi del Novecento, né negli anni Cinquanta e Sessanta. L’Italia resta un Paese in cui per fortuna la manifattura continua a pesare assai più che in altri Paesi avanzati, e questo dà forza al nostro export e realizza il più della crescita italiana. Ma è tramontata l’illusione che esistesse un percorso obbligato per il quale le imprese piccole diventavano medie, le medie grandi, e gli operai sempre di più e sempre più standardizzate nei loro processi organizzativi come nelle condizioni di lavoro.


Da decenni, sappiamo che non è così. La crisi ci ha messo poi duramente di fronte a una realtà completamente diversa. Quella di grandi Paesi che ci sono concorrenti diretti nella manifattura sui mercati esteri, che sono più competitivi di noi per via di relazioni industriali completamente diverse. Basate su grandi accordi aziendali e non nazionali di categoria, perché le esigenze di adeguamento al mutare della domanda di ogni prodotto e modello sono diverse. E spesso, per esempio negli Stati Uniti come in Germania, intese aziendali agevolate dal fatto che l’impresa di trova di fronte un sindacato unico, non l’eterogenea pluralità di sigle che nella realtà italiana sono figlie della complicata evoluzione ideologico-politica del nostro paese.


E’ di fronte a questa realtà e alla sfida che essa rappresenta per l’impresa italiana – ripeto per tutta quella italiana, non solo per Mirafiori e la Fiat – che occorre definire regole nuove. Questa volta “dal basso”, azienda per azienda e stabilimento per stabilimento, invece che dall’alto come avvenne quando sindacati e masse operaie giustamente affermarono il proprio diritto di fronte a un’impresa abituata a a trattarli non con giustizia ma al più con paternalismo. Ed è per questo che serve e servono i referendum, in modo che siano tutti i lavoratori a decidere, sulle intese definite tra aziende e sindacati. Definite anch’esse maggioritariamente. Perché questo è ciò che esprime la grande novità rispetto al passato, il non consentire più un diritto di veto a chi dice no nella convinzione che senza unanimità nulla possa cambiare.


Era una regola che la stessa Fiat per molti anni ha difeso, e che indusse il presidente di Confindustria Montezemolo a non fare un passo per anni, quando la Cgil si alzò dal tavolo per i nuovi assetti contrattuali. Oggi, continuare con quel metodo significherebbe uscire da settori interi della produzione e della concorrenza sui mercati. Sarebbe questa, la conseguenza di continuare e pensare che in materia di lavoro esistono solo diritti collettivi, e non diritti individuali, con lavoratori liberi di esprimere il loro sì o il loro no a più turni per più salario detassato, con l’aliquota unica del 10%, salario che altrimenti non ci sarebbe. Ma liberi anche di esprimere il loro sì alle nuove norme contro l’assenteismo di comodo e le finte malattie, quei fenomeni che in alcuni stabilimenti Fiat esistono e che con i diritti dei lavoratori non c’entrano nulla.


Dopo Pomigliano, il Patto di natalòe per Mirafiori può essere una nuova data storica. L’accordo di Natale per un’Italia che non abbassa la testa sui mercati, e che veda aziende, sindacati e lavoratori capaci di condividere a maggioranza e di vincere insieme le sfide del mondo nuovo. Ora bisogna vincere nelle urne. Per Bonanni e Angeletti non sarà facile, bisognerebbe autotassarsi per dargli una scorta aggiuntiva. Prevedo infatti lo scatenarsi du una guerra ideologica durissima.

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Vendola incontra Stallman

Vendola incontra Stallman: "

Nichi Vendola


Il mese scorso Nichi Vendola firmava un accordo con Microsoft per «promuovere l’innovazione e l’eccellenza nell’ideazione, sviluppo e utilizzo delle tecnologie e delle soluzioni informatiche». Questa decisione è stata contestata in maniera ferma da parte della comunità italiana che ha lanciato persino una petizione per cercare di fare cambiare idea al Presidente della Regione Puglia.


Forse critiche un po’ affrettate perché già nel corso di questo mese veniva presentato il provvedimento che racchiude le «norme in materia di pluralismo informatico, nell’adozione e la diffusione del Free Libre Open Source Software e Open Hardware e nella portabilità dei documenti nella Pubblica Amministrazione Regionale e Locale», il cui scopo è quello di promuovere l’uso e la diffusione di FLOSS, Open Hardware, interoperabilità ed informatizzazione della cittadinanza.


Un passo avanti molto importante che pone la Puglia su un piano di rilievo rispetto alle altre regioni italiane. Come se ciò non bastasse ieri Vendola ha incontrato Richard Stallman con cui ha avuto una discussione definita importante e fruttuosa da cui, dice lui stesso, ha imparato cose molto importanti.





Le sue parole sono state molto chiare:

Il nostro incontro ha avuto il sapore di un corso accelerato di alfabetizzazione non tecnologica ma politica, dal momento che il tema del software libero è il tema della libertà del presente e del futuro.


Il risultato è stato l’invito, rivolto a tutta la comunità, di partecipare al miglioramento della legge regionale relativa al software libero e l’idea di sottoscrivere un protocollo speciale con l’Ufficio scolastico della Puglia per portare il software libero nelle scuole. Per il 2011 Vendola ha deciso che la Puglia ospiterà gli Stati generali del software libero.


In attesa che la Puglia ottenga la benedizione di Stallman in veste di Sant’Ignucius non resta che applaudire a quest’apertura dimostrata da un politico nostrano che cerca di migliorare le cose anche nel settore della tecnologia.


Via | NichiVendola



Vendola incontra Stallman é stato pubblicato su ossblog alle 08:00 di martedì 21 dicembre 2010.

Micron ramps NAND fab without Intel

Micron ramps NAND fab without Intel: "Micron Technology Inc. has begun producing limited NAND wafers at its new 300-mm fab in Singapore, but the company is missing an important piece of the puzzle: Intel Corp."

Micron misses forecast in results

Micron misses forecast in results: "Micron Technology Inc. missed Wall Street's estimates for the quarter amid a DRAM downturn."

La Svizzera si regala due centrali nucleari. L'Italia sta a guardare

La Svizzera si regala due centrali nucleari. L'Italia sta a guardare: "

La corsa all'energia. I Paesi confinanti credono sempre più nell’atomo Noi "ringraziamo" i terroristi dell’ecologismo"

Diffidate

Diffidate: "

Essere garantisti è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo: anche quando scorrono le immagini dei bastardi che hanno devastato Roma e anche quando ti vien voglia di scendere in strada a dar man forte ai poliziotti. Essere garantisti significa soltanto rimanere normali, freddi, ricordarsi che le leggi non possono essere stiracchiate secondo le scalmane del momento e che non si possono giudicarle troppo miti o troppo severe secondo fazione: perché è proprio questo che in Italia ha creato disastri inenarrabili e ha regalato eccessi di discrezionalità alla magistratura. Ed proprio in questo, pure, che dovrebbe sostanziarsi la fatidica indipendenza togata: badare alla lettera della legge e non a generiche «aspettative di giustizia», fregarsene degli applausi o dei fischi, dei giornali, delle famiglie dei ragazzi che siano studenti o celerini. Tutto questo per dire che se uno studente è incensurato, è incensurato; se ha la fedina penale pulita, beh, ce l’ha; la giostra delle attenuanti e delle aggravanti non è stata inventata solo per rendere complicato ciò che da casa ci pare semplice e liquidatorio.


Eppure ci sono opinionisti anche savi e moderati, in questi giorni, che di fronte alle scarcerazioni degli studenti e dei vandali adesso si scandalizzano e invocano «buon senso», dicono cioè che quanto accaduto «non può essere valutato solo col freddo bilancino del codice penale»: e allora con che cosa, di grazia? Che cos’è questo buon senso, qualcosa che va oltre la legge o permette di applicarla come ci pare? Che fai, prendi un 18enne incensurato e lo tieni genericamente in galera perché la gente è incazzata? È questa la «fermezza»? O dovremmo improvvisare delle leggi speciali e disgraziate, come quando si decise che in Italia c’era l’emergenza stupri (e gli stupri erano in calo) e allora s’improvvisò una norma anti-costituzionale che rendeva obbligatorio il carcere preventivo? I provvedimenti «esemplari» lasciateli invocare ai politici, a chi spia soltanto dove tira il vento: i magistrati sono tenuti a differenziare e a dare i domiciliari in un caso, chiedere l’obbligo di firma in qualche altro, vietare la dimora in città in altri ancora, liberare – in attesa di processo, beninteso – quando la legge lo prevede. È quello che è successo.


Perché forse non è chiaro, ma i ragazzi fermati non sono Black Block, non sono l’avanguardia che ha incendiato e distrutto, quelli che cioè hanno sicuramente compiuto dei gravi reati i quali – quelli sì – giustificherebbero la galera per pericolosità sociale: i ragazzi arrestati erano le seconde file rispetto ai più addestrati ed esperti che non sono stati presi, studentelli magari conformisti e magari cretini, gente colpevole più delle cose che dice che di quelle che fa. Non c’è stata nessuna «generalizzata scarcerazione», come ha scritto il Corriere della Sera di ieri, e mi spiace dire che anche l’apertura di Libero, ieri, era demenziale: «Hanno fatto venti milioni di danni e pestato 50 agenti: sono già fuori». Chi? Chi ha fatto i 20 milioni di danni, chi ha pestato 50 agenti? I 22 studenti totali fermati l’altro giorno, ragazzine comprese? E che erano, samurai?


Non dovrei precisarlo, ma io sto coi poliziotti: voglio che siano pagati di più, voglio che non siano mandati allo sbaraglio, che abbiano attrezzature adeguate, che non debbano affrontare criminali organizzati come se fossero cassintegrati della Fiat; ma voglio, nondimeno, che siano perseguiti se pestano e scalciano inutilmente un ragazzo riverso per terra, perché chi sorveglia il rispetto delle regole è tenuto a rispettarle più degli altri. Io non ho mai sentito tante cretinate generiche e disinformate come quelle mediamente pronunciate da questi studenti, perlomeno quelli che hanno avuto ampi spazio sui media; e nessuno ha diritto di dire che la mia rabbia, nel vedere le devastazioni romane, sia inferiore a quella di chiunque. Ma la magistratura, quella seria, si limita ad applicare le leggi fatte dalla stessa classe politica che ora se ne lamenta: e che spesso reclama delle pene neppure previste all’origine, o, peggio, reclama carcerazioni che fungano da «esempio» come nel peggiore dei regimi. Tutto per lisciarvi il pelo dalla parte giusta. Diffidate. Stanno soltanto facendo una parte in commedia.


(questo articolo esce su Libero, 18 dicembre)"

Trenitalia al top...

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/24/news/fs_l_incubo_di_natale-10567174/?ref=HREC1-3

FS, incubo di Natale sull'intercity Sette ore e mezza senza WC

Partiti da Milano alle 7:05 di questa mattina e diretti a Reggio Calabria, i viaggiatori dell'Intercity 1589 si sono ritrovati su un convoglio privo di bagni agibili. Solo a Roma e a Formia il treno ha sostato per quasi un'ora per permettere loro di utilizzare i servisi delle stazioni, accumulando un forte ritardo. Surreale giustificazione di un capotreno: "Forse è colpa dei passeggeri: utilizzano male le toilette"

Open non e' free, pubblicato non e' pubblico

Open non e' free, pubblicato non e' pubblico: "di Ippolita (www.ippolita.net) - Creativita' inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Liberta' di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media"

Ippolita


Gentili compagni di avventura. Con piacere vi segnalo questo sito. Spero lo troviate interessante.

Nucleare, partita la campagna

Nucleare, partita la campagna: "Agli italiani l'atomo piace ancora pochissimo. Ma costruire nuove centrali è un affare gigantesco. Così ora i giganti del settore cercano di convincerci a forza di spot"

Windows Phone 7, primi risultati per sperare

Windows Phone 7, primi risultati per sperare: "Primi dati di vendita del sistema operativo mobile di Microsoft: non entusiasmanti, ma neanche da buttare. In attesa dell'esordio con Verizon e Sprint. E con un'offerta di applicazioni in forte crescita"

venerdì 24 dicembre 2010

MaxiVista

MaxiVista: "

Utility che consente di impiegare display addizionali sfruttando la connessione alla rete locale.

MaxiVista.gif


MaxiVista è un'utilità pressoché unica nel suo genere che consente di utilizzare display aggiuntivi anche quando non è possibile instaurare un collegamento fisico diretto. Il programma sfrutta infatti la tradizionale LAN per veicolare il segnale d'uscita via rete ad un secondo PC.

Continua su MegaLab.it"

mercoledì 22 dicembre 2010

Calipari, Wikileaks: “Rapporto fu scritto per evitare indagini aggiuntive”

Calipari, Wikileaks: “Rapporto fu scritto per evitare indagini aggiuntive”: "

Wikileaks torna a diffondere cablogrammi che coinvolgono anche l’Italia. Secondo un dispaccio siglato dall’ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, del maggio 2005, il rapporto italiano sulla tragica morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l’uccisione non intenzionale, era costruito “specificatamente” ad evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana. Inoltre, sempre secondo il cable, il governo Berlusconi voleva “lasciarsi alle spalle” la vicenda, che comunque non avrebbe “danneggiato” i rapporti bilaterali con Washington."

martedì 21 dicembre 2010

Ubuntu, Unity scalza GNOME

Ubuntu, Unity scalza GNOME: "Le future versioni della popolare distro Linux saranno basate sull'interfaccia 'minimale' sin qui usata per gli ambienti netbook. La community del Pinguino dibatte"

Opensuse ed unity, a breve il matrimonio?

Opensuse ed unity, a breve il matrimonio?: "

Se di questi tempi unity riscuote successi su tutte le grandi distribuzioni GNU/linux, dopo Fedora è il turno di OpenSUSE. Dopo aver portato il pacchetto indicator-me Nelson Marquez sarebbe intenzionato a portare anche unity su OpenSUSE. Un suo post su lizards.opensuse.org intitolato “Unity on OpenSUSE?… Maybe”, che letteralmente vuol dire: “Unity su OpenSUSE? Forse.. ” Svela ulteriori dettagli che annunciano la nascita di nuove patch che andranno ad importare gli “indicator” di Ubuntu in maniera definitiva fino a completare la missione “Indicators su openSUSE”.


Inoltre è avvenuto un altro porting di alcuni indicator come dee, bamf e nux; quest’ultimo manca solamente della libreria libpng14 che è attualmente sottoposta al processo di compilazione all’interno del Build Service. Unity si impone così, prepotentemente su tutte o quasi le distro più importanti. Utenti Ubuntu, siete favorevoli a questi porting di unity sulle altre distro? Utenti OpenSUSE siete favorevoli al porting di unity e indicators vari

Opensuse ed unity, a breve il matrimonio? é stato pubblicato su ossblog alle 10:00 di lunedì 20 dicembre 2010.

Hynix CEO warns of weak pricing: report

Hynix CEO warns of weak pricing: report: "The CEO of Hynix Semiconductor Inc. has warned that memory chip prices are likely to continue to fall in the first quarter of 2011 and will impact his company's fourth quarter sales and profits, according to a Wall Street Journal report."

Security Essentials, Microsoft ci riprova

Security Essentials, Microsoft ci riprova: "Il software antimalware made-in-Redmond raggiunge un nuovo traguardo con la release 2.0. Motore euristico e maggiore integrazione con l'OS i cavalli di battaglia. Oltre al prezzo"

Essere Gasparri

Essere Gasparri: "Storia di un ex fascistello smilzo che, a forza di spararle sempre più grosse, è diventato il frontman dell'ultimo berlusconismo. Con 'la faccia di un cameriere a cui non hanno mai dato la mancia'"

venerdì 17 dicembre 2010

Il costo politico delle Regioni

da Fiscooggi:

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Se si volge lo sguardo al solo costo del personale la situazione è ancora più sperequata: la Sicilia, ad esempio, spende ogni anno 1,7 miliardi, una cifra che quasi raggiunge i2,3 miliardi che spendono le 15 regioni a statuto ordinario messe insieme. «E' indicatore di una logica della spesa pubblica che è utilizzata per creare occupazione piuttosto che per aumentare la produttività e i servizi», commenta Luca Antonini, presidente della Copaff che sta rivedendo e omogeneizzando i dati dei bilanci regionali.
Un altro ostacolo sulla strada del federalismo.
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mercoledì 15 dicembre 2010

lunedì 13 dicembre 2010

GooglePlex...

http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/13/news/regno_google-10123853/

Nel regno di Google con i geni della rete


Immaginate quattro hangar di vetro e cemento alti due piani, collegati da quattro corridoi sospesi in altezza: questo è il cuore del campus che nei sette anni di vita si è allargato sempre più fino a estendersi anche al di là del vialone per ospitare i novemila "googlers" che sciamano come api. Non è una metafora. Ci sono anche quattro alveari qui dentro, ciascuno colorato di blu, rosso, giallo e verde, i colori ufficiali che vedi dappertutto: sui tre modelli delle cinquecento biciclette che gli impiegati prendono e lasciano per spostarsi da un ufficio all'altro, sulle insegne dei 17-caffè-17 ("Troppi? No, si lavora anche qui"), perfino nei bagni attrezzati con i water closet alla giapponese di Toto dai sedili riscaldabili. "Qui tutto è brainstorming. Vedete queste poltroncine in esposizione? Gli impiegati provano le migliori e offrono i loro suggerimenti. Così il viaggio dal lavoro all'ufficio sui Google Shuttle diventa più comodo. Sul pullmino naturalmente abbiamo messo il wi-fi: però, ecco, il sedile che slitta verso l'esterno è l'invenzione di un googler, così c'è più spazio per muovere il gomito quando scrivi col portatile sulle ginocchia". E come fanno gli impiegati a lanciare i suggerimenti? "Abbiamo una mail per tutto: un ufficio raccoglie le indicazioni e poi le gira ai settori".

Sembra una beffa della storia che il vecchio falansterio dei socialisti utopisti trovi realizzazione proprio qui: nel regno del capitalismo. Poi pensi che il nome intero del fondatore Brin è Sergey Mikaylovich, fuggito all'età di sei anni con i genitori, entrambi scienziati, dall'Unione Sovietica - e il paradosso si colora di vendetta. Qui a Casa Google ci sono due orti comuni, 200 capre da latte, quattro lavanderie automatiche, quattro palestre e perfino due minivasche all'aperto: dove anche adesso che il sole della California si è arreso alla pioggia due impiegati nuotano controcorrente. Un impero del caos solo apparente. Una parco giochi della scienza che si tiene in piedi grazie all'autodisciplina che soltanto una categoria sociale al mondo poteva rispettare: quella degli ingegneri.
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Ma i grandi capi? Larry e Sergey? Racconta Jason Freidenfelds, uno dei manager della comunicazione, che l'ultima volta che Page & Brin si sono affacciati da "Charlie's" erano circondati dallo staff di Google Mail: quale posto migliore della più famosa cafeteria del campus per gli ultimi ritocchi al Priority Box che sta rivoluzionando la posta elettronica? I grandi capi insomma intervengono all'inizio e alla fine di un progetto. Anche se sono quasi sempre informati di tutto quello che il cantiere produce: magari fuori dall'orario di lavoro.

Perché la fortuna di Mountain View l'ha fatta anche quella legge del 20 per cento: il "tempo libero sul lavoro" che ogni impiegato può dedicare al suo progetto. Google News, Street View e Google Instant sono nati così. E l'uomo che sovrintende a questi progetti indovinate chi è? Il solito Ben. L'ingegnere che appena arrivato in America non sapeva neppure che cosa fosse l'infernale "Gogol".