sabato 13 marzo 2010

Renato Farina è uno spione

Renato Farina è uno spione: "

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Il parlamentare del Pdl aveva fatto causa a Piovono Rane per questi due post in cui veniva definito «spione».


Il tribunale di Monza gli ha dato torto – «totalmente soccombente» – e lo ha condannato a pagare 11.300,62 euro di spese.


Qui di seguito la sentenza integrale. Sono talmente contento che perdono il giudice di avere scritto Giglioli invece di Gilioli.




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Quale democrazia

Quale democrazia: "Oportet ut scandala eveniant. Chissà che questa vicenda tragicomica, ma anche trucida, delle liste elettorali truccate, con scambi di colpi proibiti fra gli esponenti delle opposte nomenklature, non disgusti il cittadino al punto da fargli finalmente capire che la democrazia rappresentativa non ha niente a che fare con la democrazia, ma è un sistema (meglio congegnato in altri Paesi ma che da noi sta perdendo la maschera) di oligarchie, di lobbies, di camarille, di associazioni paramafiose, che il cittadino è chiamato ogni tot anni a legittimare col voto perché possano continuare, sotto la forma di un’apparente legittimità, i loro abusi, i loro soprusi, le loro illegalità. I segnali ci sono. E vengono non solo dal forte astensionismo segnalato dai sondaggi, e che non a caso preoccupa moltissimo gli oligarchi, ma dal fatto che per la prima volta un’esortazione all’astensionismo non viene da gruppuscoli extraparlamentari ma dall’autorevole ItaliaFutura, la Fondazione promossa da Montezemolo, per la penna di Carlo Calenda e Andrea Romano (che immagino giovani). I due immaginano che dopo le elezioni i partiti, raccolto o piuttosto estorto in qualche modo il consenso, continuino con le loro manfrine, le loro lotte intestine, i loro mascheroni che ogni giorno ci arringano dagli schermi televisivi senza che il giornalista, col microfono sotto il loro naso come una sputacchiera, abbia il coraggio, o la possibilità, di fare un’obiezione.

E a questo pensiero, ai Calenda e ai Romano, gli vien da svenire. Io che assisto a questi spettacolini da una quarantina d’anni non posso avere il loro stesso sgomento. Però la dose della mia nausea è, credo, di gran lunga superiore. Chi sono questi uomini che, al governo, nelle regioni, nelle province, nei grandi comuni, ci comandano e che noi, con un masochismo abbastanza impressionante che “dovrebbe lasciar stupiti gli uomini capaci di riflessione” come notava Jacques Necker già nel 1792, paghiamo perché ci comandino? Sono uomini senza qualità la cui legittimazione è tutta interna al meccanismo “democratico” che li ha messi in orbita. La loro sola qualità è di non averne alcuna. Ma perché mai io dovrei, perdio, farmi comandare da Gasparri, da Bonaiuti, da Bersani, da Franceschini? In queste congreghe di ominucoli, baciati in fronte dal truffaldino meccanismo elettorale, gli unici ad avere una qualche personalità sono quasi sempre dei delinquenti o dei mezzi delinquenti. E non si sa davvero che preferire perché, come diceva Talleirand, “preferisco i delinquenti ai cretini, perché i primi, perlomeno, ogni tanto si riposano”. Torna in auge anche il “qualunquismo”, altra parola tabù per le oligarchie. Il Qualunquismo fu il movimento creato dal commediografo Guglielmo Giannini nel primo dopoguerra. Proponeva, in sostanza, l’abolizione dei partiti mentre il governo sarebbe stato affidato a un “Ragioniere dello Stato” che lo avrebbe tenuto per cinque anni, senza possibilità di rinnovo del mandato. Il Qualunquismo era troppo in anticipo sui tempi. Benché la partitocrazia fosse già ben presente nel Paese (nasce col Cln) le ideologie, liberalismo o marxismo, erano ancora forti e una scelta “o di qua o di là” poteva avere ancora un senso. Ma oggi che i sedicenti liberali sono diventati illiberali (non solo in politica interna ma anche estera) e la sinistra, o presunta tale, ha abbracciato i gaudiosi meccanismi del libero mercato, la nostra unica alternativa è di scegliere da quale oligarchia preferiamo essere comandati, schiacciati, umiliati, pagando il tutto a prezzi, umani ed economici, altissimi. Ben venga quindi un “Ragioniere dello Stato”. E poiché in Italia ormai il più pulito c’ha la rogna io farei, come nel calcio, una campagna acquisti all’estero. Un Gaulaiter tedesco andrebbe benissimo.

www.ilribelle.com

da Il Fatto Quotidiano del 13 marzo 2010
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Master's Degree Agora

When: Thursday 18 March 2010

Who: Master's Degree Graduate Raffaele Aquilone

What: Tiramisù + Champagne

venerdì 12 marzo 2010

Thunderbird 3.1 e' in beta

Thunderbird 3.1 e' in beta: "La prima beta di Thunderbird 3.1 promette di migliorare la migrazione dalla release 2 e di risolvere tanti piccoli problemi di gioventu'

Trani: Berlusconi, Innocenzi e Minzolini indagati per concussione: "Pressioni su Tg1 e Agcom"

Trani: Berlusconi, Innocenzi e Minzolini indagati per concussione: "Pressioni su Tg1 e Agcom": "Rivelazioni del Fatto: da un'inchiesta su un giro di carte di credito illegali spunterebbero intercettazioni tra il premier, il membro dell'Authority e il direttore del Tg1. Che commenta: 'Mi chiama anche Casini...'
Trani: Berlusconi, Innocenzi e Minzolini indagati per concussione: 'Pressioni su Tg1 e Agcom'
Il Cavaliere si è anche lamentato per la presenza di Scalfari e Mauro nel programma della Dandini. Masi al telefono avrebbe detto: 'Manco nello Zimbabwe'
di GIULIANO FOSCHINI

(11:12 12/03/2010)

Fini vuole il Nobel per la pace a internet "L'accesso è diritto di ognuno"

Fini vuole il Nobel per la pace a internet "L'accesso è diritto di ognuno": "Il presidente della Camera: 'La rete merita il premio, apparterrá a ciascuno di noi' 'Importante ridurre il divario digitale tra Nord e Sud. Condanna per le censure'
Fini vuole il Nobel per la pace a internet 'L'accesso è diritto di ognuno'

(16:28 11/03/2010)

Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show "Il Pd: "Rai prenda atto, tornino i programmi" 

Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show "Il Pd: "Rai prenda atto, tornino i programmi" : "Par condicio, il Tar boccia lo stop ai talk show 'Il Pd: 'Rai prenda atto, tornino i programmi' 

(10:09 12/03/2010)

Il decreto oltre confini

Il decreto oltre confini: "

Un gran pasticcio. Le ricostruzioni dei fatti divergono, ma frequente è la denunzia di varie forme di "dilettantismo", con (si dice) contrasti di bottega per i nomi in lista e un’insaziabile avidità di panini. Segue un tentativo del governo di rattoppare in qualche modo la situazione con un decreto-legge interpretativo "salva liste". Tentativo dai più giudicato maldestro, perché ha innescato una spirale di pronunzie della magistratura (ordinaria e amministrativa), con code di ricorsi e contro-ricorsi, mentre alcune regioni intendono rivolgersi alla Consulta denunziando un conflitto. Con la cupa prospettiva, ora, che la situazione possa degenerare in una sorta di rissa dagli esiti incerti. Sullo sfondo (come poteva mancare?) il logoro refrain dei magistrati che "ce l’hanno con noi" e una intuibile "orticaria" per le regole, buone soprattutto quando sono gli altri a doverle osservare. Come si vede, una matassa assai ingarbugliata, che ha prima di tutto gravi profili politici, dei quali però non intendo occuparmi perché ritengo di non avere né titolo né ruolo per farlo. Restando invece nel perimetro degli aspetti tecnico-giuridici della "querelle", mi sembra di decisiva importanza interrogarsi – in ogni caso – su una questione di fondo: se si comincia a voler scrivere le sentenze con decreto-legge, dove andremo a finire?



Ho iniziato a pormi questo interrogativo sabato scorso, ascoltando al mattino le rassegne stampa radiofoniche che sintetizzavano un’intervista del ministro della Difesa Ignazio La Russa al Corriere della Sera sul tema appunto del decreto interpretativo. Credevo di aver capito male. Non può essere – mi dicevo – che un ministro della democratica Repubblica italiana, che come tutti deve ispirarsi alla Costituzione, sostenga tesi del genere. Poi ho comprato il giornale e ho letto coi miei occhi (pagina 2 del 6 marzo, intervista di Alessandro Trocino intitolata "Ora è impossibile che il Tar ci dia torto") questa testuale dichiarazione del ministro: "Non potevamo (aspettare il Tar): questo decreto serve al Tar per decidere meglio. Ora è impossibile che ci dia torto".



Stropicciarsi gli occhi, darsi dei pizzicotti non è servito a nulla. Le parole quelle erano e quelle restavano. Carta canta. Ed ecco snocciolato, sostanzialmente, il principio che le sentenze si possono scrivere con decreto governativo. Per di più da un pulpito autorevole e prestigioso come quello di un ministro. Ora sappiamo che il ministro è stato cattivo profeta, ma questo "infortunio" nulla toglie alla sostanza del problema. Ero e sono convinto – in base al principio della separazione dei poteri – che non spetta al governo scrivere le sentenze (con decreto legge o in qualsivoglia altro modo), ma esclusivamente alla magistratura. Me l’avevano insegnato sui banchi dell’università. Ne avevo trovato conferma leggendo, tra gli altri, un certo Charles de Secondat, barone di La Brède, meglio noto ai giuristi e non solo come Montesquieu. Quello che ha insegnato e ancora oggi insegna a tutti che la libertà si ottiene col rispetto della legge, ma è garantita – appunto – dalla divisione dei tre poteri principali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.



Principi che nella nostra Costituzione sono ripresi e consacrati con assoluta, univoca chiarezza, disegnando un sistema di bilanciamento dei poteri ("checks and balances") che è proprio di ogni democrazia occidentale. Bilanciamento in assenza del quale la “tirannide della maggioranza” è sempre in agguato, come scriveva già un paio di secoli fa Alexis de Tocqueville, altro pilastro del pensiero liberale moderno. Vero è che il libero e autonomo esercizio della funzione giudiziaria ha dovuto subire – nel nostro paese – condizionamenti non infrequenti. Lo dimostra la lunga sequenza di leggi "ad personam", talora finalizzate anche all’assoluzione di imputati eccellenti, ad esempio stabilendo che il fatto (caso tipico il falso in bilancio) non è più previsto dalla legge come reato, oppure dimezzando la prescrizione in corso d’opera. Ma si è trattato di leggi che venivano presentate come ispirate anche ad esigenze di carattere generale. Forse una foglia di fico, ma la facciata era fatta salva. Ben altra, invece, è la lunghezza d’onda quando si scrive un decreto legge perché un giudice (sia pure amministrativo) non possa decidere dando eventualmente torto alla maggioranza governativa, e si rivendica questo proposito con impegnative dichiarazioni "ministeriali".



Posto un simile precedente, cosa potrebbe succedere, domani o dopodomani? Nel lontano 1900 (ma le sue parole valgono ancora oggi…) Gaetano Mosca scriveva: "È sperabile che le nostre classi dirigenti, edotte dall’esperienza, comprenderanno finalmente che, quando si permette uno strappo alla giustizia e alla legalità, non è possibile prevedere dove lo strappo andrà a fermarsi e che può eziandio accadere che esso si allarghi tanto da ridurre a brandelli tutto il senso morale di un popolo civile". Parole che dovrebbero far riflettere. Ma se scivolano come acqua sul marmo i sacri postulati di Montesquieu o Tocqueville, figuriamoci Mosca. Eppure, chiedere che la tentazione di scrivere sentenze con decreto-legge non si riproponga, chiedere che nessuno abbia mai più a prospettare una simile idea, oggi in sostanza significa chiedere – semplicemente – che non siano oltre-passati i confini dell’accettabilità democratica.



Da il Fatto Quotidiano dell'11 marzo

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Pronto un altro condono edilizio. Ecco il progetto della maggioranza

Pronto un altro condono edilizio ecco il progetto della maggioranza - Repubblica.it

Un nuovo condono edilizio, con possibilità di sanare anche gli abusi commessi in aree sottoposte a vincolo ambientale e paesaggistico. Così dispone il disegno di legge presentato dal Pdl in Senato lo scorso 17 febbraio, che fa slittare i termini per la presentazione delle domande dal 10 dicembre 2004, come prescrive la legge sul condono edilizio, al 31 dicembre 2010. Se il provvedimento venisse approvato, una nuova valanga di richieste di sanatoria potrebbe inondare gli sportelli dei Comuni d'Italia, e questa volta con un'agevolazione in più per chi ha commesso l'abuso: i beni ambientali e paesistici scompaiono dalle aree intoccabili.
...
Nella relazione che accompagna il disegno di legge, i senatori Pdl motivano la loro proposta sostenendo che ai cittadini della Campania, ma in parte anche a quelli delle Marche e dell'Emilia Romagna, "è stata di fatto preclusa la possibilità di utilizzare lo speciale statuto di sanatoria" perché le Regioni hanno disciplinato la materia restringendo le possibilità di accesso al condono. Conclusioni: "si pone l'esigenza di ripristinare la parità di trattamento". Dunque il nuovo condono, contenuto nella proposta AS 2020, che prevede di riaprire i termini per la presentazione delle domande con la modifica del comma 32 dell'articolo 32 del decreto legge 269 del 2003, quello relativo al secondo condono edilizio di Berlusconi, e la possibilità di sanare abusi in aree vincolate con la soppressione delle parole "dei beni ambientali e paesistici", al comma 27 dello stesso articolo.

giovedì 11 marzo 2010

Così a Roma venne insabbiata l'inchiesta sul G8

Così a Roma venne insabbiata l'inchiesta sul G8: "

I verbali dei pm e le dichiarazioni del Noe che inchiodano Toro



di Peter Gomez e Marco Lillo



Continui inviti alla prudenza. "Obiezioni di opportunità politica". Considerazioni, estranee al codice di procedura penale, sul rischio di nuocere "all'immagine del paese". Eccola qui la magistratura davvero politicizzata. Eccola qui, tutta raccontata in quattro verbali depositati a Perugia, dove la parte più consistente dell'indagine sulla cricca della Ferratella è stata spostata quando l'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, è finito sotto inchiesta per rivelazione del segreto d'ufficio, corruzione e favoreggiamento.



Dal 16 febbraio, infatti, i pm del capoluogo umbro sono al lavoro non solo per capire se davvero Toro, come sembra emergere intercettazioni, ha avvertito gli uomini del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, dell'inchiesta del Ros dei Carabinieri in corso a Firenze e degli imminenti arresti. Ma anche per stabilire perché, e in che modo, nella Capitale, un fascicolo analogo a quello toscano, tutto incentrato sui lavori per il G8 (mancato) alla Maddalena, sia stato di fatto insabbiato.



È la storia di un'altra indagine del'Arma. Quella del Nucleo operativo ecologico (Noe) che nell'estate di due anni fa incappa in Sardegna in una serie di imprenditori in contatto con Angelo Balducci, l'allora braccio destro di Bertolaso. Gli imprenditori parlano tra loro di "appalti e di buste" e fanno un quasi esplicito riferimento a un plico definito di "ringraziamento". Per ragioni di competenza (Balducci sta a Roma) i primi risultati dell'inchiesta vengono trasferiti dalla procura di Sassari a quella della Capitale. Qui nel luglio del 2008 l'indagine viene assegnata dal procuratore Giovanni Ferrara al pm Assunta Cocomello e subito dopo viene ibernata. Come? Ferrara (non indagato) e Toro consigliano di procedere coi piedi piombo. Dicono di no alle richieste di intercettazioni telefoniche avanzate dai carabinieri e soprattutto decidono che l'inchiesta sia tolta al Noe e venga assegnata alla Guardia di Finanza, alla quale verranno dati solo compiti di verifica contabili. Il tutto quando, grazie a un lungo articolo pubblicato da L'Espresso nel dicembre 2008, era ormai chiaro che alla Maddalena i lavori per il G8 si stavano risolvendo in un gigantesco spreco di denaro per i contribuenti.



A Perugia, il capitano Pasquale Starace racconta di aver redatto un appunto in cui esprimeva la sua "sorpresa" e informava i superiori dell'accaduto. "I motivi del mancato accoglimento della nostra richiesta, che - spiega l'ufficiale - secondo me esulavano dalla fisiologica dialettica tra la polizia giudiziaria e magistratura, erano rappresentati sostanzialmente dal fatto che il magistrato titolare delle indagini concordasse con noi sulla bontà degli elementi raccolti, ma che gli esiti da noi richiesti, e ripeto apparentemente condivisi dalla dottoressa Cocomello, non venivano adottati per dei contrasti con i vertici della procura, segnatamente il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro, i quali formulavano obiezioni di opportunità politica, non di discrezionalità giudiziaria".



Altrettanto "sorprendente" era poi la decisione di estromette il Noe dall'indagine. Quello che succede è insomma chiaro. Si cambiano in corsa gli investigatori per rallentare tutto. Da una parte, come racconta il tenente Francesco Ceccaroni, i vertici della procura sostengono che "mancano i presupposti giuridici per contestare la corruzione" contro Balducci e i suoi amici. Dall'altra la "dottoressa Cocomello" spiega che le ipotesi investigative del Noe non erano state accolte "per il nocumento che all'immagine del paese sarebbe potuta derivare da un'indagine penale su un avvenimento di taler portata, quale quello del G8".



Valutazioni che, secondo il tenente, la pm non sembrava condividere, ma alle quali comunque si adegua. Le direttive, del resto, lo ricorderà lei stessa nella sua deposizione, sono inequivocabili. Ogni atto, ogni iniziativa riguardante l'inchiesta sulla Maddalena deve essere concordata e discussa con il procuratore Ferrara e l'aggiunto Toro. Sono loro due che suggeriscono di sfilare, l'indagine al Noe e di affidarla al Nucleo di polizia tributaria che era "apparso come l'organo di pg più consono ad effettuare gli approfondimenti investigativi che avevamo richiesto". E sono sempre loro due a dire no alle richieste d'intercettazioni. Un fatto quasi normale. "Anche in altre circostanze", spiega la pm, "Toro è stato molto cauto nel ricorso a tale attività d'investigazione". Mentre Ferrara appare più che altro terrorizzato dalle eventuali fughe di notizie. "Se ne è parlato più volte tra noi", ricorda il magistrato, "Ferrara mi ha responsabilizzato in ordine alla delicatezza dell'indagine. I fatti erano oggetto di dossier giornalistici e se si fosse saputo in quel particolare momento storico dell'esistenza dell'inchiesta romana, sicuramente avrebbe avuto vasta eco".



Così si arriva sino a fine del 2009 quando il fascicolo viene assegnato anche a un altro sostituto, Sergio Colaiocco, che già si occupava degli abusi edilizi legati ai lavori seguiti dalla protezione civile per i mondiali di nuoto. La connessione tra le storie è evidente. Ma Ferrara e Toro vogliono anche che tutto sia seguito da un magistrato considerato prudente e di piena fiducia. Siamo però ormai a poche settimane dagli arresti fiorentini (10 febbraio). Circolano già molte voci e i due pm, a quel punto, tentano di accelerare di nuovo. Colaiocco e Cocomello propongono ancora di ricorrere alle intercettazioni. Ma Toro continua a opporsi. Poi scattano le manette. E per i vertici della procura della Capitale inizia il tempo della vergogna.



Da il Fatto Quotidiano dell'11 febbraio

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Flyfire by MIT...

Flyfire, a project initiated by the SENSEable City Laboratory in collaboration with ARES Lab (Aerospace Robotics and Embedded Systems Laboratory) aims to transform any ordinary space into a highly immersive and interactive display environment.

In its first implementation, the Flyfire project sets out to explore the capabilities of this display system by using a large number of self-organizing micro helicopters. Each helicopter contains small LEDs and acts as a smart pixel. Through precisely controlled movements, the helicopters perform elaborate and synchronized motions and form an elastic display surface for any desired scenario.

With the self-stabilizing and precise controlling technology from the ARES Lab, the motion of the pixels is adaptable in real time. The Flyfire canvas can transform itself from one shape to another or morph a two-dimensional photographic image into an articulated shape. The pixels are physically engaged in transitioning images from one state to another, which allows the Flyfire canvas to demonstrate a spatially animated viewing experience.

Flyfire serves as an initial step to explore and imagine the possibilities of this free-form display: a swarm of pixels in a space.


http://senseable.mit.edu/flyfire

Otto per mille & cinque per cento.

Otto per mille & cinque per cento.: "


Un tempo lo scolaro indisciplinato si beccava uno scappellotto dal professore e poi uno scappellotto anche a casa: oggi invece se vola un buffetto arriva il Tg1, i giornali, venti associazioni, la scuola chiuderebbe e il professore girerebbe con la scorta. Ma non stiamo parlando di questo, la disputa non verte sul consueto confronto tra educatori reazionari e pedagoghi progressisti. Non ci stiamo stupendo nello scoprire che nella Germania del dopoguerra la Curia tedesca toh guarda, era ancora un pizzico conservatrice e dispensava qualche bacchettata.


Si parla d’altro. Nella scuola elementare legata al celebre coro di Etterzhause, così come nel liceo e nel convitto di Ratisbona, le punizioni corporali erano quotidiane. Si picchiava sulle mani con un bastone – mi rifaccio a interviste e documenti letti in questi giorni – e spesso i bambini di nove o dieci anni venivano colpiti sul sedere nudo. Si parla di pedofilia conclamata e di abusi sessuali per i quali il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, ha dovuto scusarsi pubblicamente: dopodiché, di che cosa fosse precisamente al corrente George Ratzinger, a me importa poco. Perché non stiamo parlando neppure solo di pedofilia e tantomeno del fratello del Papa, perché il tema – ciò che vorrei – è la specificità dei preti pedofili. Il punto non è che gli ecclesiastici sono esseri umani come gli altri e che le mele marce capitano anche lì: il punto, sottaciuto e terribile, è che la percentuale di preti pedofili è superiore a qualsiasi altra categoria. Il cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, nel giugno 2009 ha ammesso che i casi di pedofilia acclarata tra i sacerdoti sfiora mediamente il 5 per cento; Silvano Tomasi, arcivescovo osservatore della Santa Sede all’Onu, è giunto a conclusioni analoghe esattamente come uno studio statunitense del 2004, organizzato dalla conferenza episcopale. Sembran pochi? Ebbene, le accuse di pedofilia normalmente riguardano una persona su duemila, cioè lo 0,05 del totale. Non il 5 per cento.


Ecco perché non stiamo parlando di educazione più o meno rigida ma del corollario più classico e «corporale» della pedofilia e della pederastia. Parliamo di casi documentati a migliaia in tutto il mondo a fronte della censura a oggi più formidabile tra quelle disponibili su piazza. Soprattutto nella nazione, questa, che nel maggio 2007 visse uno psicodramma nazionale solo perché Annozero tentò di mandare in onda un documentario della Bbc sull’argomento: e pazienza se lo stesso Benedetto XVI, l’anno precedente, sul tema aveva detto parole durissime.


Del resto Monsignor Giuseppe Betori, segretario della Cei, nel maggio 2002 aveva liquidato tutto così: «I preti pedofili sono un fatto assolutamente marginale ed estremamente limitato». E, ancora ieri, il portavoce della Santa Fede Federico Lombardi minimizzava: «La pedofilia non è solo nella Chiesa». No, ma lo è soprattutto. Ecco perché il non voler ammettere la verità sta portando la Chiesa a una crisi d’immagine spaventosa.


(Libero, 10 marzo 2010)


Da Wikipedia:


Il dott. prof. Gene G. Abel, ordinario di Psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Emory in Georgia, direttore della Clinica per i disturbi sessuali di Manhattan, ha realizzato per il National Institute of Mental Health il più grande studio al mondo sul fenomeno pedofilia. E’ durato otto anni ed è stato condotto su 16 mila adulti che hanno ammesso di aver molestato almeno un bambino.


Secondo i dati dello studio, i pedofili tenderebbero a modificare le loro attività sociali e lavorative scegliendo stili di vita e mestieri a contatto con i minori, in special modo occupando posizioni che permettano di ottenere agevolmente la fiducia dei bambini e genitori. In particolare un pedofilo adatta la propria professione alle proprie esigenze sessuali.


«I molestatori spesso diventano leaders di gruppi giovanili, infermieri, capi scout, insegnanti, “Big Borithers” e pediatri… Un pedofilo è spesso un fervente cristiano con ruoli all’interno della sua Chiesa»


Secondo uno studio condotto su 1500 preti da Conrad Baars, psichiatra tedesco di orientamento cattolico, citato anche da Thomas P. Doylesulla rivista Pastoral Psycology e sottoposto nel 1971 al Sinodo dei Vescovi in Roma, alcuni preti sono affetti da problemi psicosessuali inaspriti dal celibato al quale non si viene sufficientemente preparati durante l’istruzione ricevuta in seminario.


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analisi di giannini

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/11/news/il_potere_irresponsabile-2588073/

Google: e ora pedala!

Google: e ora pedala!: "Nuova funzione, la 'piu' attesa', di Google Maps tutta dedicata alle biciclette

Ecco perché Napolitano non doveva firmare

Ecco perché Napolitano non doveva firmare: "Decreto incostituzionale: non rispetta il principio che la legge è uguale per tutti

Gli intrallazzi interni al Pdl (lista Polverini) e le dubbie autenticazioni delle firme (lista Formigoni) hanno certamente creato una situazione complicata sotto il profilo politico. I fan dei due candidati si trovano in una situazione di disagio; e che questo sia avvenuto per colpa dei loro stessi leader aggiunge al danno la beffa; ma certo non risolve il problema. Perciò, si dice, il presidente della Repubblica ha firmato il Dl salva-liste perché c’era una situazione di necessità e di urgenza, che è appunto il presupposto costituzionale del decreto legge. Ma già questo non è vero. La legittimità delle liste era sub judice. Tribunali ordinari e amministrativi le stavano esaminando; contro le loro decisioni erano possibili i ricorsi previsti dall’ordinamento.

Si trattava insomma di un consueto controllo di legalità, previsto dalla legge, che avrebbe potuto essere positivo o negativo per il duo Polverini-Formigoni. E Napolitano vuole davvero sostenere che le sentenze possono dar luogo a situazioni di necessità e urgenza? Vuole davvero sostenere che le sentenze che non piacciono possono essere cambiate con una legge? O con decreto legge, quando gli effetti di queste sentenze che non piacciono siano immediati? Insomma, viviamo in uno Stato in cui le decisioni dei tribunali possono essere cambiate dal governo? E, attenzione, non con riferimento a quanto potrà accadere in futuro; in fondo, una sentenza può porre un problema politico che il Parlamento legittimamente cercherà di risolvere. Ma con riferimento al caso oggetto della sentenza: il giudice mi ha dato torto; e io faccio una legge che mi dà ragione e di quella sentenza me ne frego.

Sicché il primo presupposto di un decreto legge, quello previsto dall’art. 77 della Costituzione, la necessità e l’urgenza, non sussisteva; e Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E comunque il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto firmare per altri profili di incostituzionalità: perché anche un decreto legge deve rispettare la Costituzione, necessario e urgente che sia. Per capirci con un esempio, è certamente doveroso intervenire d’urgenza su un cardiopatico in fin di vita; ma l’intervento non potrebbe consistere in un trapianto di cuore che sia strappato a un altro paziente ancora vivo e vegeto.
Se c’è un cuore disponibile, bene; altrimenti il paziente morirà. Insomma, non sempre c’è una soluzione a ogni problema; e talvolta bisogna accettare l’inevitabile. Dunque Napolitano non avrebbe dovuto firmare un Dl incostituzionale. La domanda allora è: il Dl salva-liste è incostituzionale? Il Dl permette a Polverini e Formigoni di presentare le loro liste nel giorno successivo alla sua entrata in vigore. Questa tecnica legislativa è praticata da sempre: si chiama rimessione in termini. C’è stato un terremoto? Alcuni adempimenti previsti dalla legge non sono stati effettuati? Niente paura: si fa un decreto legge (necessario e urgente) che prevede che tutti (tutti, nb, dunque nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione) quelli che si sono trovati nella zona terremotata possono adempiere anche dopo la scadenza dei termini.

Come si vede il presupposto della rimessione in termini è la 'causa di forza maggiore': non è colpa mia se c’è stato il terremoto; dunque è giusto che io possa adempiere anche in ritardo. Il Dl salva-liste naturalmente non si basa sulla forza maggiore. La lista Polverini non è stata presentata in tempo perché non si riusciva a risolvere gli intrallazzi interni; e la lista Formigoni non aveva timbri e attestazioni previste dalla legge al fine di garantire l’autenticità delle firme dei proponenti: senza queste formalità (che tanto sono disprezzate da B&C) chiunque potrebbe farsi una lista a casa sua, prelevando i nomi dall’elenco telefonico. Come si vede, il problema era costituito dai comportamenti (illegittimi) dei due schieramenti e non da cause a loro non imputabili. Dal che deriva che perde di rilevanza il fatto che si tratti di una legge interpretativa (come si sono inventati gli esperti (?) di B&C) o innovativa: essa resta comunque funzionale a risolvere il problema dei soli Polverini e Formigoni.

In verità questo fatto, di per sé, non è indicativo di incostituzionalità: si può anche emanare una legge per risolvere un problema di un singolo paese, di una comunità di cittadini, insomma un problema che non interessa proprio tutta la collettività ma solo una parte di essa.
Ma qui torniamo all’esempio del cardiopatico: per risolvere i problemi particolari non si può pregiudicare i diritti degli altri cittadini. Gli altri concorrenti al seggio la legge elettorale regionale l’avevano rispettata: liste presentate in termini, timbri e autenticazioni corrette, insomma tutto per benino. E adesso si sentono dire che era inutile, che anche chi non ha rispettato la legge può concorrere? Ecco, qui sta l’incostituzionalità, sempre la solita, perché B&C questa cosa proprio non la capiscono: la legge è uguale per tutti e favorire alcuni cittadini e solo loro proprio non si può.

Questo Napolitano l’ha capito; e infatti, nella sua lettera ai cittadini, ha scritto: “Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.” E poi ha scelto di sacrificare il rispetto delle norme e delle procedure. Che significa sacrificare la Costituzione: perché è la legge (e le conseguenti procedure) che regola i rapporti tra i cittadini, ivi incluso il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti. E la legge è uguale per tutti. A questo punto diviene trascurabile la nefandezza legislativa messa in luce dal Tar del Lazio: l’elezione regionale è regolata da leggi regionali; e lo Stato non può legiferare in questa materia.

E’ un fatto tecnico di straordinaria rilevanza e che bene mette in luce la superficialità e l’incompetenza di questo governo. Che d’altra parte fa del disprezzo della legge la sua ideologia: noi siamo quelli del “fare”; ciò che ci interessa è che Polverini e Formigoni partecipino alle elezioni, il come non importa. Non è l’errore giuridico che stupisce; è il disprezzo costituzionale che spaventa. Così alla fine la domanda è; ma perché il presidente della Repubblica ha firmato? E Napolitano l’ha spiegato.
La vicenda, ha detto, “ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto.” Io credo che il presidente della Repubblica abbia avuto paura: paura di quello che sarebbe successo se le liste del Pdl fossero state escluse; e ha deciso di non correre rischi. La storia ha dimostrato che cedere alla prepotenza è un errore, che ogni concessione alimenta prepotenze successive; e che arriva sempre il momento di dire basta. Forse questo momento era arrivato.

da il Fatto Quotidiano del 10 marzo


(dal canale Youtube di Gromish)"

martedì 9 marzo 2010

Ipse Dixit

Si rafforza in me e in ogni leghista la consapevolezza che da Berlusconi bisogna stare alla larga. Sembra una persona perbene, ma chi lo conosce bene si rende conto che questa falsa immagine è basata sull'ipocrisia e sulla bugia. La falsità sistematica come modo di far politica.

Berlusconi ha una grande forza che lo sostiene: la tv. Se fosse un politico qualunque senza Fede e fidi che tutte le sere lo presentano per quello che sembra essere e non per quello che è, il fenomeno Berlusconi si sgonfierebbe in pochissimo tempo. Purtroppo con il sostegno delle tv private sue personali, private di altri e pubbliche, il sistema basato su ciò che appare convince la gente. Questo è il motivo per cui Berlusconi vince.

Tutta la potenza di fuoco di Berlusconi si basa non sui programmi e sugli uomini, ma sulla realtà virtuale di ciò che appare e sulle falsità. E se gli porti via lo strumento con cui può diffondere la sua politica-fiction, è chiaro che si sgonfierebbe immediatamente. È per questo che Berlusconi grida al complotto contro norme assolutamente normali in una democrazia occidentale.

Quando si è parlato di eliminare gli spot elettorali io avevo dichiarato che non solo ero d'accordo, ma era ancora troppo poco. Occorre che questa maggioranza di centrosinistra abbia il coraggio, la capacità, la determinazione di prendere dei provvedimenti che Berlusconi non accetterà. O si fa così o le prossime elezioni saranno elezioni virtuali, si vinceranno in televisione e le vincerà il Cavaliere, non perché è il più bravo e ha la ricetta giusta, ma perché ha le televisioni.


Roberto Maroni, 3 ottobre 1999

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Tre_italiani%2C_o_forse_quattro#body

É una crisi di regime

Rodota', da Repubblica:

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/09/news/commento_rodot-2560839

Lazio, il Tar respinge il ricorso del Pdl lista fuori, ma potrebbe essere ammessa

Lazio, il Tar respinge il ricorso del Pdl lista fuori, ma potrebbe essere ammessa: "Lazio, il Tar respinge il ricorso del Pdl lista fuori, ma potrebbe essere ammessa
Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta avanzata dal Pdl di sospendere il provvedimento della Corte d'appello di Roma con il quale era stata esclusa la lista Pdl per la provincia.  La lista, peró, è stata ripresentata oggi all'ufficio elettorale del Tribunale e potrebbe essere riammessa per questa strada. Il Pdl: 'Ricorso al Consiglio di Stato'. Napolitano dal Quirinale: 'Il Paese crede nella Costituzione'. Gelo Pdl-Fini.    Maroni: 'Se il Tar dice no, la lista resta fuori'. Bomba carta lanciata davanti al circolo del Partito democratico di via Scarlatti ai Parioli, a Roma. Alemanno: 'Ferma condanna per atto scellerato'

(10:13 08/03/2010)

Vespa rivela le minacce di B. al presidente

Vespa rivela le minacce di B. al presidente: "Nell’editoriale di due giorni fa sul Mattino, Bruno Vespa parla della situazione che si era venuta a creare sul decreto salva-liste come esplosiva, simile allo "sparo di Sarajevo" che nel 1914 portò alla Prima guerra mondiale. Il conduttore di Porta a Porta e collaboratore del quotidiano napoletano, spiega il clima di tensione Napolitano-Berlusconi come 'una tempesta abbattutasi' tra i due.
'Nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì con il capo dello Stato', il premier - scrive Vespa - 'Berlusconi ha pensato di far saltare il tavolo'.
E 'l’indisponibilità manifestata da Napolitano a firmare un decreto che salvasse la lista del Pdl nel Lazio e la posizione di Formigoni in Lombardia sarebbe stato lo sparo di Sarajevo. Come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie il 28 giugno del 1914 fu il pretesto per scatenare la Prima guerra mondiale, così l’eventuale sacrificio dei candidati alla conquista e alla conferma nelle due regioni più importanti d’Italia sarebbe stato l’innesco di una bomba ben più micidiale. E Vespa spiega anche come 'Il presidente del Consiglio voleva far approvare la sera stessa un decreto legge sulla falsariga del precedente delle elezioni europee del ‘95: i radicali erano fuori tempo e ricorsero a Scalfaro, Lamberto Dini presidente del Consiglio riaprì i termini per 48 ore e tutto si aggiustò'.
Ma 'il capo dello Stato ha sostenuto che quella procedura non poteva essere sostenuta in questo caso e Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza'.

da il Fatto Quotidiano del 7 marzo"

lunedì 8 marzo 2010

Tutto incostituzionale

Tutto incostituzionale: "Lorenza Carlassare, professore emerito a Padova: non c’è un modo legale per sanare la situazione

Chiedere a un giurista di commentare un golpe (parola di Di Pietro) sembra un controsenso. E infatti Lorenza Carlassare,professore emerito a Padova, avverte: 'Come costituzionalista sono molto restia a parlare dell’ultimo decreto del governo. È tutto illegittimo: il giurista non ha niente da dire perché non esiste un modo legale per sanare la situazione'.

Professoressa, il decreto è incostituzionale?

Sì, per molti versi. Ma c’è una prima cosa da dire: come si può sostenere che si tratta di una 'norma di interpretazione autentica' ? Il provvedimento stabilisce che la presentazione delle liste può avvenire anche nel giorno non festivo successivo all’entrata in vigore del decreto. Cosa si interpreta qui? Questa è una disposizione nuova che introduce una proroga dei termini.

Cos’è precisamente una norma interpretativa?

È uno strumento che interviene quando c’è un contrasto e il governo sente la necessità di chiarire. Diceva il professor Pugiotto che il decreto-legge interpretativo si rivela un formidabile cavallo di Troia: consente l’intromissione dell’esecutivo nelle definizioni di cause pendenti, condizionate nel loro procedere dall’ interpretazione  comandata retroattivamente. Queste norme di solito vengono emanate con forma di legge non di decreto e si pensa possano essere retroattive proprio perché non introducono nuove disposizioni ma illuminano su una legge già esistente. Però nel sancire una proroga di termini non c’è nessuna esegesi: abbiamo a tutti gli effetti una norma nuova e retroattiva in materia elettorale.

Il Consiglio dei ministri può con un decreto introdurre nuove regole elettorali?

La legge 400 dell’88 elenca alcune materie sottratte ai decreti legge, tra cui quella elettorale. Qual è l’obiezione un po’ squallida dei sostenitori dei decreti legge a ogni costo? Che la legge 400 è una legge ordinaria quindi ha la stessa forza di un decreto. Ma il mio discorso è più radicale. La legge 400 non è nuova, rende semplicemente più chiari i principi costituzionali. C’è una riserva di legge: le norme elettorali - cioè le regole del gioco - non possono essere fatte dal governo, devono essere definite dal Parlamento. In quelle materie – è mia ferma convinzione e l’ho sostenuto anche in sede scientifica – il decreto legge dev’essere escluso.

Il primo profilo di illegittimità riguarda la proroga del termine per la presentazione delle liste. Ce ne sono altri?

La maggioranza vuole orientare l’interpretazione che il Tar deve dare a una legge. Il governo non può suggerire, anzi imporre, ai giudici come interpretare la legge: è inammissibile. Ma non è finita.

Cioè?

C’è il contenuto di questo decreto. Si spiega che 'il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale'. Ora, l’ingresso nei locali del tribunale è un fatto giuridicamente privo di significato. Entrare non vuol dire avere la documentazione. Io posso entrare e avere buste vuote.

Poi c’è la questione delle firme.

Il decreto dice: 'La regolarità dell’autenticazione delle firme non è inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro dell’autorità autenticante, dell’indicazione del luogo di autenticazione, dell’indicazione della qualificazione dell’autorità autenticante, purché autorizzata'. E’ chiaro che non si tratta di formalità: può addirittura mancare il timbro o la certezza dell’autorità autenticante.

Il presidente Napolitano ha firmato proprio perché si trattava di una norma interpretativa. Era obbligato a farlo?

Probabilmente il capo dello Stato si è fatto carico del problema di mandare i cittadini alle urne senza una parte politica. Ma bisogna andare a ritroso per capire. C’è una assoluta e continua mancanza di rispetto per le regole da parte della maggioranza.

Il governo ha detto: la sostanza deve prevalere sulla forma. Cosa ne pensa?

Nel diritto la forma quasi sempre è sostanza. Facciamo un esempio: se lei deve presentarsi a un concorso e non arriva in tempo perché si fa male per la strada, anche in questo caso noi potremmo dire che la sostanza deve prevalere sulla forma. L’esercizio di qualsiasi diritto o potere ha delle modalità tra cui c’è sempre un termine temporale. E questi sono tutti termini perentori. Perché non stiamo parlando di dettagli: avere o no la certezza che la firma sulle schede sia di una determinata persona, un cittadino elettore in possesso dei diritti per farlo, non è una minuzia burocratica.

Il decreto legge deve essere convertito in legge. E se non succede?

E’ difficile che accada. Queste Camere sono obbedienti, lo ha detto anche il premier in campagna elettorale parlando di un “parlamento di figuranti”. Che quindi convertirà il decreto. Ma se non dovesse essere così, tutto perderebbe efficacia.

Le elezioni però ci sarebbero già state. Che effetto avrebbe sul voto?

Noi insegniamo questo: il decreto legge, lo dice l’articolo 77 della Carta, se non convertito perde efficacia dall’inizio. Ed è come se non fosse mai sorto. Ma forse sbagliamo noi: ho l’impressione che i costituzionalisti è meglio che tacciano sempre.

Da il Fatto Quotidiano del 7 marzo"

Semiconductor capex to grow 76% in 2010, says Gartner

Semiconductor capex to grow 76% in 2010, says Gartner: "Worldwide semiconductor capital equipment spending is projected to surpass $29.4 billion in 2010, a 76.1 percent increase from 2009 spending of $16.7 billion, according to market research company Gartner Inc. (Stamford, Conn.).

2 pesi e due misure: Quando restò fuori il Pd...

http://www.unita.it/news/italia/95895/quando_rest_fuori_il_pd

Cosa è successo? «Semplice – racconta l’ex sindaco di centrosinistra Roberto Buglia, leader di una coalizione rosso, verde e bianca – per un errore, abbiamo presentato le liste con un paio di timbri in meno e siamo stati esclusi dalla competizione elettorale, colpa nostra». E i ricorsi? «Aahh, in ventiquattr’ore abbiamo regolarizzato la nostra posizione – spiega – timbri e firme, rifatte tutte di sana pianta, per far capire che non erano bollicine occasionali ma impegni seri; la commissione mandamentale ci ha risposto picche. Siamo andati al Tar e sa cosa ci hanno detto? Ci han spiegato che le questioni elettorali si affrontano dopo le elezioni, situazione tragica».

Ecco cosa accade quando non si hanno santi in paradiso, ma la stoffa dei concorrenti si riconosce esattamente nella tragedia e nel trionfo, quindi vediamo: come hanno reagito quelli del centrodestra? «Benissimo – ricorda con rabbia Fabio Bartoli, ex capogruppo Pd in Consiglio – hanno sostenuto che sbagliando avevamo dimostrato di essere incapaci e quindi indegni di governare il comune, non ricordo parole di solidarietà e nemmeno di comprensione, neppure ricordo lamenti a proposito del fatto che così le elezioni sarebbero state davvero poco democratiche. Tenete presente che il centrosinistra ha governato bene Monteporzio per 15 anni e che la gente pensa generalmente bene di noi».

E quegli sciagurati che si erano dimenticati i timbri che hanno fatto? «Non abbiamo gridato al complotto, – è sempre Bartoli che parla – ci siamo limitati a convocare una manifestazione cittadina in piazza, lì abbiamo raccontato quel che era accaduto e abbiamo chiesto scusa alla gente, che dovevamo fare? Le regole son le regole, o almeno ci pareva». Desideri? «Che l’attuale sindaco di centrodestra si dimetta in coerenza con quel che hanno detto fin qui e in analoga circostanza i suoi leader nazionali. Comunque, speriamo nel giudizio del Tar che dovrà esprimersi il 25 di questo mese». Qualcosa ci dice che il Tar non dovrebbe dar torto ai ricorrenti, ma quel che è successo è, alla luce del caso nazionale, profondamente ingiusto, qualcuno pagherà per questo?

scalfaro

http://www.corriere.it/politica/10_marzo_08/intervista-scalfaro-marzio-breda_dad615f6-2a91-11df-8ae4-00144f02aabe.shtml

Pietro Ichino sulla legge omnibus

Pietro Ichino
La norma “incriminata” è il nono comma dell’articolo 31, dove si attribuisce ai contratti collettivi il compito di regolare la soluzione arbitrale delle controversie, ma si prevede anche che, decorso un anno e mezzo senza intervento della contrattazione collettiva, sia comunque consentito inserire nel contratto individuale di lavoro il vincolo per cui ogni controversia dovrà essere risolta da un collegio arbitrale. Tutto il veleno della questione sta qui: la Cgil e un folto gruppo di giuslavoristi denunciano il rischio che in questo modo, là dove la materia non sarà stata opportunamente regolata da un contratto collettivo, l’imprenditore possa, con l’imposizione dell’arbitrato nel contratto individuale, assoggettare ogni futura controversia a un “giudice privato” disposto sostanzialmente a disapplicare le protezioni inderogabili del lavoratore. In linea teorica, la denuncia è fondata. Sul piano pratico, gli spazi non coperti dal contratto collettivo, nei quali questa elusione potrà essere tentata, saranno molto marginali. Ma, soprattutto, chiunque si avventuri a leggere le dieci astrusissime pagine occupate da questo articolo 31 si convincerà subito che il meccanismo è troppo complicato e disseminato di trappole procedurali per poter avere una apprezzabile diffusione. Potrà forse essere utilizzato da qualche piccolo imprenditore spregiudicato, assistito da qualche altrettanto spregiudicato faccendiere; ma era e resterà infinitamente più semplice e più sicuro, per eludere il diritto del lavoro, far “aprire la partita Iva” al lavoratore e fingere un rapporto di collaborazione autonoma. Come è la “regola” oggi, quando si vuole un rapporto di lavoro senza regole.
...
Ancora più grave è il rischio che l’introduzione dell’arbitrato nelle controversie riguardanti l’impiego pubblico – altra novità di questa legge – spiani la strada alle peggiori malversazioni in materia di immissioni in ruolo e promozioni nelle amministrazioni statali e locali: basterà che il dirigente dell’ufficio e il suo protetto fingano la lite e scelgano insieme l’arbitro compiacente.

un nuovo blogger

"Ma non mi meraviglio di questa dialettica senza sintesi, di questa schizofrenia reticente e ipocrita, ma delle condizioni di impotenza nei quali si trova il maggiore partito di opposizione. Nei giorni scorsi il Presidente è stato lasciato solo nella speranza che potesse da solo resistere agli squali, oggi con un’ assurda difesa d’ufficio, lo si lascia paradossalmente altrettanto solo. Perché questa “copertura” lo mette nelle condizioni di non rivelare e nemmeno di accennare alle minacce che gli sono state fatte durante il drammatico incontro semi notturno."
http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2010/03/07/il-fantasma-del-fascismo/

conchita

" Oggi possiamo dirlo in chiaro: colpo di stato, è questo il pericolo. Siamo sull'orlo e adesso tocca a noi. Spiazziamoli. Non sbagliamo la mira. Non cadiamo nel tranello, di nuovo, di assegnare ad altri - peggio che mai ad uno solo - compiti, colpe, responsabilità. La storia è nelle nostre mani e si cambia in un solo modo: non coi decreti ma col voto. Spiazziamoli, sì. Scendiamo in piazza e saremo noi a umiliarli: col voto delle persone oneste. Sono o no la maggioranza del Paese, annidate in tutti i partiti? Vediamo. Contiamole."

http://concita.blog.unita.it//Umiliati_gli_onesti_1069.shtml

due pesi e due misure

http://www.unita.it/news/italia/95895/quando_rest_fuori_il_pd

PsPhone e super tablet Sony pronta a sfidare Apple - Repubblica.it

PlayStationPhone?

CI RISIAMO, la voce di un possibile lancio del PlayStation Phone circola di nuovo. Questa volta però con molta più insistenza che in passato. Non solo: secondo le indiscrezioni la multinazionale giapponese starebbe da un lato progettando uno smartphone che possa attingere al parco giochi online della sua ultima console tascabile, dall'altro sarebbe pronta a lanciare un altro device portatile per tentare di combattere la Apple su tutti i fronti. Un computer con schermo tattile capace di coniugare ad un tempo le doti di un netbook, quelle di un lettore di ebook e di una console da gioco. Insomma, l'iPad della Sony.
Fra le grandi multinazionali dell'elettronica di consumo, la Sony è infatti l'unica che ha tutte le carte in regola per fronteggiare tanto Steve Jobs che colossi come la Samsung. Produce console, cellulari, apparecchi televisivi e computer e può contare su Sony Pictuers e Sony Music. Insomma, ha ad un tempo sia i contenuti sia i dispositivi per fruirli.

Di qui, finalmente, la nuova piattaforma web: qualcosa di simile a iTunes, chiamata Sony Online Service secondo il Wall Street Journal, dove si potranno acquistare film, giochi, musica, show televisivi. Non solo e non tanto dal PlayStation Phone e dall'anti iPad, ma anche dai televisori Bravia connessi direttamente al web. In realtà un servizio stile iTunes già esiste e si chiama Media Go, pensato proprio per la Psp Go. Ed è forse il modello che verrà adoperato per costruire il Sony Online Service.

domenica 7 marzo 2010

Scusa ma non ti chiamo cultura

Scusa ma non ti chiamo cultura: "di Giacomo Russo Spena
Il comico Roberto Benigni negli anni ‘90 andava ripetendo il ruolo terapeutico di Emilio Fede per molti adolescenti: “Se lui è direttore del tg4 tu come minimo diventi astrofisico nucleare”, avrebbero detto le mamme per consolare i figliuoli in ansia per il futuro. Bé Luigi Frati, il rettore della Sapienza di Roma [...]"

In Europa ci sono due destre. E bisogna saper scegliere

In Europa ci sono due destre. E bisogna saper scegliere: "Nessun programma specifico. Per lo più slogan e promesse. Ma soprattutto un nemico su cui scaricare ...."

Ma l'Italia dei valori vuole dare fuoco al paese?

Ma l'Italia dei valori vuole dare fuoco al paese?: "La questione del decreto salva liste ha gettato il paese tra le braccia dei profeti di un nuovo totalitarismo. ...."

Per il bene del Sud, basta con gli incentivi

Per il bene del Sud, basta con gli incentivi: "Secondo un’elaborazione dello Svimez, dal 1951 al 2008 il totale della spesa pubblica “dedicata” ...."

Gli impresentabili in lista, ora Tonino è processato dai "suoi" giustizialisti

Gli impresentabili in lista, ora Tonino è processato dai "suoi" giustizialisti: "

"Micromega" attacca ancora l’ex pm per lanciare De Magistris che, in rotta con l’Idv, lavora a un suo partito. Da Flores D'Arcais a Travaglio, gli amici del leader sono diventati suoi fustigatori. Il sogno di Veltroni : fondare un nuovo partito

Ma Dell'Utri che c'entra?

Ma Dell'Utri che c'entra?: "L'inedito di Pasolini, l'Eni e quei misteriosi legami siciliani

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Palermo - E adesso ?lo scoop letterario di Marcello Dell’Utri può diventare un input giudiziario, provocando la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. E’ l’avvocato Stefano Maccioni (che un anno fa, assieme alla criminologa Simona Ruffini, depositò alla Procura di Roma un’istanza per riaprire le indagini sulla morte del poeta) a chiedere oggi ai magistrati il sequestro del misterioso dattiloscritto in possesso del senatore bibliofilo. Secondo Dell’Utri, si tratta di quindici pagine che costituirebbero un sunto di “Lampi sull’Eni'”: il capitolo scomparso del romanzo “Petrolio”, l’ultima opera letteraria di Pasolini, pubblicata postuma da Einaudi nel 1992.

E’ il romanzo che per la prima volta denuncia con illuminante chiarezza le origini della strategia della tensione in Italia, culminata nella stagione delle stragi impunite, orchestrata e finanziata – secondo Pasolini – da potentati economici, in un gioco perverso tollerato persino dai più alti rappresentanti delle istituzioni. Un romanzo che Pasolini non riuscì a terminare proprio perché fu assassinato e che potrebbe costituire addirittura la ragione della sua eliminazione. “Riterrei necessario – annuncia Maccioni – che il pm Diana De Martino provvedesse al sequestro del manoscritto, poiché tale documento potrebbe costituire il movente dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini”. Un omicidio, con ogni probabilità, di chiara matrice “politica”. Perché il capitolo misteriosamente scomparso è così importante?
 
“Lampi sull’Eni” potrebbe costituire proprio il cuore di “Petrolio”, spiegando tutti i retroscena della morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, precipitato nelle campagne di Bascapé in seguito a un attentato camuffato da incidente aereo nel 1962. Quell’incidente che Amintore Fanfani definì “il primo gesto terroristico del nostro paese”. Sostiene ora Dell’Utri, l’unico che ha in mano quelle pagine e che le ha lette in attesa, come dice, di ricevere l’intero capitolo di 78 pagine: “Parlano dell’Eni, di loschi intrecci, di particolari sulla morte di Mattei. Contengono feroci accuse a Cefis. E’ più di un giallo, perché si collega ad altri enigmi. La morte di Mauro De Mauro, quella dello stesso Pasolini”. Che significa tutto ciò? Per l’ex pm di Pavia Vincenzo Calia, che negli anni passati ha indagato sulla fine di Mattei, l’attentato di Bascapé sarebbe il frutto di un complotto tutto italiano, orchestrato “con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato” e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.

Per questo motivo sarebbe morto, nel 1970, Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora di Palermo, impegnato a scavare sulla morte del presidente dell’Eni mentre scriveva la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sul caso Mattei. Per lo stesso motivo, Pasolini, ucciso ufficialmente in un’assurda lite tra “froci”, potrebbe essere rimasto vittima di un agguato studiato a tavolino. In “Petrolio”, infatti, lo scrittore alludeva a pesanti responsabilità di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e poi presidente di Montedison, nella scomparsa del suo predecessore. Alle stesse conclusioni, a quanto pare, era giunto pure De Mauro, che, per raccogliere notizie sulla fine di Mattei si era rivolto all’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia. Ma chi era Cefis? Dal dopoguerra in poi è stato il grande vecchio della finanza italiana, protagonista di un sistema che, secondo Massimo Teodori, componente radicale della Commissione sulla Loggia P2, “diviene progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Ma non solo. Secondo una nota del Sismi, “la loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis, che l’ha gestita fino a quando è rimasto presidente della Montedison”. Nelle pagine di “Petrolio”, proprio Cefis appare come un protagonista. Nel romanzo, infatti, compaiono sia Mattei sia Cefis, rispettivamente con i nomi di fantasia di Bonocore e Troya. E, in un appunto, Pasolini è più che esplicito: “Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni, e ciò implica la soppressione del suo predecessore”. Ecco perché, nella sua complessa inchiesta giudiziaria sulla fine di Mattei (conclusa con un’archiviazione), il pm Calia ipotizza un legame tra le morti del presidente dell’Eni, di De Mauro e di Pasolini. Ed ecco perché le quindici pagine affidate a sorpresa a Marcello Dell’Utri possono fare paura a molti. Da dove provengono?

Il senatore del Pdl, dopo aver svelato che è stato “un privato” a mettere a disposizione il capitolo mancante di “Petrolio”, si è affrettato a precisare: “Sia chiaro che questo documento riguarda un periodo lontano, quindi parla di un Eni che non c’entra con l’attuale. Dico questo perché non si pensi a manovre”.

Ma Gianni D’Elia, autore de “Il petrolio delle stragi” (Edizioni Effigie), tra i massimi studiosi dell’opera di Pasolini, non ci crede: “Quel capitolo, ritenuto un documento storico sulle stragi in Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo del reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come ?lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. E ancora: “Ho scritto che c’era una continuità tra il potere proto-piduista di Cefis e il potere attuale, ma mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte”.

D’Elia ricorda che “una delle tante società offshore della Edilnord era intestata al padre dell’avvocato Previti e si chiamava, con poca fantasia, Cefinvest”. E conclude: “Mi chiedo: chi vogliono colpire? Quali traffici ci sono ora con l’Eni? Questa è una storia che non finisce qui”. Sono molti, infatti, i punti da chiarire sulla improvvisa ricomparsa del capitolo mancante di “Petrolio”: perché spunta proprio adesso? Chi ?lo ha tenuto nascosto fino ad oggi? E perché arriva proprio a Dell’Utri, il cui padre Alfredo, deceduto nel 1971, fu socio di Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia (come è scritto nella scheda biografica dell’avvocato palermitano redatta dalla Dia e agli atti del processo De Mauro in corso a Palermo) dal 1948 al 1950 nella società per azioni Ra.Spe.Me. per la vendita di prodotti medicinali?

da il Fatto Quotidiano del 4 marzo"

Tg1, ecco smascherata la fronda contro Minzolini Cdr: "Vigilate il direttore"

Tg1, ecco smascherata la fronda contro Minzolini Cdr: "Vigilate il direttore": "

Documento autonomo del Cdr ai vertici Rai: "Vigilate sul direttore" La redazione sconfessa i sindacalisti: "Iniziativa non concordata". In 92 su 162 smentiscono i delegati: "Qui non esiste alcun tipo di disagio""

Lombardia, il Tar riammette Formigoni "Avevamo ragione"

Lombardia, il Tar riammette Formigoni "Avevamo ragione": "

Accolto la richiesta di sospensiva del provvedimento della Corte d’Appello e riammessa alle elezioni la lista "Per la Lombardia". Formigoni: "Riconosciuto che la nostra lista è sempre stata in corsa e non era fondata l’esclusione". Gli avvocati: "Il Tar non ha tenuto conto del decreto"

Giustizia modello Tamaro

Giustizia modello Tamaro: "

 fifo


Signornò da L'Espresso in edicola

Come la Nazionale di calcio, che vanta 60 milioni di commissari tecnici, anche la Giustizia è assediata da un esercito di giuristi per caso che sputano sentenze senza sapere di che parlano. L'ultima della serie è Susanna Tamaro, che regala ai lettori del 'Corriere della Sera' un paginone di perle di rara saggezza: 'Gogna mediatica, Paese immorale'. La giureconsulta triestina è molto turbata per lo scandalo della Protezione civile: non, beninteso, per i milioni sperperati dai Bertoladri, ma per le cronache dei giornali. 'Pazienza', sentenzia, 'se in questo calderone si gettano uomini che poi, al termine delle indagini, risultano estranei ai fatti, com'è successo con Boffo e, spero, con Bertolaso'. In realtà Boffo è stato condannato per molestie. Era falsa invece la presunta 'informativa di polizia' sulla sua omosessualità citata dal 'Giornale' (cui la Tamaro ha collaborato negli anni scorsi). Il caso Boffo non c'entra nulla col caso Bertolaso, indagato per corruzione dalla magistratura. Ma qui, con una virata da grande skipper, la Tamaro tira in ballo 'il grande orecchio delle intercettazioni' che avrebbe mietuto 'le prime vittime illustri' in 'Lelio Luttazzi e Walter Chari, arrestati con un'accusa infondata di detenzione e spaccio di droga nel lontano 1970'.


In realtà le intercettazioni non c'entrano nulla: Chiari fu arrestato per le accuse di un delinquente comune che coinvolse anche Luttazzi, totalmente estraneo, mentre l'attore fu assolto dallo spaccio e condannato per detenzione di droga. Alla rinfusa, la Tamaro infila nel calderone Enzo Tortora, pure lui estraneo alle intercettazioni (accusato da vari pentiti e assolto). E persino 'Lucio Battisti, anche lui morto prematuramente dopo anni di insulti, sospetti, accuse infamanti, come quella di essere fascista'.
Ma Battisti morì prematuramente per un tumore assolutamente indipendente dalle voci sulle presunte simpatie di destra, nate e morte trent'anni prima. Alla fine, nel frittomisto Bertolaso-Chiari-Luttazzi-Tortora-Battisti, la Tamaro imbarca pure la Tamaro, perseguitata da 'una campagna di odio bipartisan, dopo la pubblicazione di 'Anima Mundi', che mi ha spezzato il cuore', ma a cui per fortuna è eroicamente sopravvissuta, nonostante il malvezzo nazionale di 'confondere la giustizia con il giustizialismo da forni manzoniani'.

Anche nel suo caso, sfugge il nesso con le intercettazioni, essendo improbabile che qualcuno s'interessi alle sue telefonate. Lei comunque teme che il Grande Orecchio l'ascolti mentre parla con un missionario in Brasile dei rispettivi pappagalli e cocorite. Finalmente, a metà articolessa, emerge il rovello che turba i suoi sonni: anni fa un giornalista le gettò 'addosso una gran quantità di letame'. Ecco, la signora non gradisce le critiche alle sue opere e nemmeno la satira. Quando un altro Luttazzi, Daniele, parodiò 'Va' dove ti porta il cuore', lei lo trascinò in tribunale (e perse la causa): un odioso caso di 'giustizialismo da forni manzoniani'?
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

AD PERSONAMMarco Travaglio presenta 'Ad Personam' (edizioni Chiarelettere) - Torino, lunedì 8 marzo, ore 21 c/o Teatro Nuovo, corso Massimo D'Azeglio 17.
Intervengono Antonio Ingroia e Gustavo Zagrebelsky. 


 






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Discariche «illegali» In Italia sono la maggioranza

Discariche «illegali» In Italia sono la maggioranza: "Quanto sono le discariche illegali in Italia? Sembra che nessuno lo sappia con certezza (o, se lo sa, non voglia dirlo) ma la Commissione europea sospetta che siano molte, moltissime, e a giugno scorso ha mandato un ultimo avvertimento all’Italia: deve «chiudere e bonificare migliaia di siti illegali e incontrollati di smaltimento dei rifiuti», altrimenti rischia multe salatissime.
L’Italia era già stata condannata dalla Corte di Giustizia europea nell’aprile del 2007 per lo stesso motivo e il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas, che ha chiesto di inviare quest’ultimo avvertimento scritto, sembra più che mai deciso a proseguire nell’azione legale.

Secondo un rapporto presentato dalla stessa Commissione europea nel 2005 le discariche illegali in Italia sono 1763, di cui 700 considerate pericolose. Si tratta del numero più alto tra i 15 Paesi presi in esame dal rapporto: al secondo posto troviamo la Grecia con 1453 siti illegali e al terzo la Francia con 1.042. Il rapporto è stato redatto sulla base di un questionario inviato ai governi dei diversi paesi degli stati membri e raccogliendo informazioni dalle organizzazioni non governative. In realtà, si dice nel documento, reperire notizie su questo tema è molto difficile. Esiste, lo ricorda lo stesso documento europeo, un censimento fatto nel 2002 dalla guardia forestale dello stato che aveva individuato almeno 4866 discariche abusive su tutto il territorio. Il ministero dell’Ambiente, però, disse all’epoca che il censimento non era stato fatto in modo corretto e chiese alle regioni informazioni per stendere un rapporto nazionale che sarebbe stato pubblicato entro il 10 giugno 2005. Ma dove sono questi dati? A noi non è stato possibile reperirli. Il ministero dell’Ambiente non ha risposto per oltre due mesi alle nostre richieste, alla faccia della legge sulla trasparenza dei dati ambientali secondo la quale non si può far aspettare un cittadino che chieda informazioni di interesse ambientale per oltre un mese.

Lo scarico abusivo continua ancora oggi. Secondo la Guardia di finanza, nel 2008 sono state 1035 le discariche in cui sono state smaltite illecitamente oltre 8 tonnellate di rifiuti industriali e rottami metallici. In effetti anche la Commissione europea ritiene che il numero ufficiale di discariche che operano senza un permesso in Europa sia approssimativo: «La punta di un iceberg» secondo le parole del commissario Jorge Diaz de Castello. Mentre ufficialmente l’Europa ne conterebbe circa 7000, la Commissione ritiene che solo in Italia sarebbero circa 5000.

Al problema delle discariche abusive in senso stretto si somma nel nostro paese il problema degli sversamenti illegali nelle discariche regolari. Per anni in Italia si è verificato questo fenomeno: basti ricordare che già nel 2000 un’inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti ha messo in luce che probabilmente fanghi tossici dell’Acna di Cengio sono stati smaltiti in modo illegale nella discarica di Pianura, a Napoli, per un ammontare di almeno 800mila tonnellate. E, infine, c’è il problema della costruzione delle discariche legali con criteri che non rispondono a quelli richiesti dall’Europa. Anche questo nodo però potrebbe presto venire al pettine, visto che il 16 luglio 2009 è scaduto il termine per adeguare le discariche presenti sul territorio dell’Ue alla normativa comunitaria.

La normativa europea nacque nel 1999 proprio dall’intento di ridurre i rischi connessi alle discariche e prevedeva un periodo massimo di otto anni per la messa a norma o la chiusura dei siti esistenti prima dell’adozione del testo. In Italia, la direttiva è stata recepita con il decreto legislativo 36/2003, ma in realtà la sua applicazione è stata rimandata di anno in anno fino, appunto, a luglio scorso. Secondo la direttiva, l’uso delle discariche per il rifiuto indifferenziato deve essere assolutamente evitato. In discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti (del resto la legge prevede anche che la raccolta differenziata debba raggiungere il 65% entro il 2011). «In pratica – spiega Salvatore Margiotta, vice presidente della Commissione ambiente della Camera – la direttiva ha come conseguenza la progressiva chiusura delle discariche. L’Italia però va di proroga in proroga perché non siamo in grado di chiuderle».

Le discariche costruite in Italia dopo il 2003, comunque, dovrebbero essere fatte secondo i criteri europei, purtroppo però, come evidenzia Loredana Musmeci, del dipartimento ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità in una rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità su Rifiuti e salute, in Italia quasi tutte le discariche sono state costruite precedentemente a quella data, senza seguire i criteri stabiliti dall’Europa. Quindi vanno messe a norma.

E veniamo alle discariche legali. Secondo l’Ispra, l’istituto per la protezione e la ricerca ambientale, gli ultimi dati di cui siamo a disposizione dicono che le discariche per i rifiuti urbani nel 2007 erano 269 in tutta Italia, mentre le discariche per i rifiuti speciali erano 471 nel 2006. Oggi sono tutte a norma? L’Ispra dice che deve ritenere di sì, ma la materia è regionale e l’Istituto può solo fare affidamento sulla documentazione inviata dalle singole Regioni. La notizia buona è che nel 2002 le discariche per rifiuti solidi urbani autorizzate erano 552. Dunque molte hanno chiuso. La notizia cattiva è che ci vorrebbero soldi per la bonifica dei siti dove sorgevano queste discariche e che questi soldi al momento non ci sono. «Il governo Prodi – ricorda Margiotta – aveva destinato 3 miliardi di euro per la bonifica dei siti inquinati. Oggi questi fondi sono spariti».
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Come la par condicio contribuisce a devastare la coscienza degli italiani

Come la par condicio contribuisce a devastare la coscienza degli italiani: "Roberta De Monticelli è docente di Filosofia della persona all’Università San Raffaele di Milano. Giovedì era ospite del programma di Radio3 Fahrenheit. Si è così imbattuta nelle regole della par condicio. E ha deciso di scrivere questa lettera - di cui pubblichiamo un ampio stralcio - al direttore generale della Rai.

Oggi nel nostro Paese la differenza fra il vero e il falso è tenuta in un disprezzo tale che un telegiornale del servizio pubblico può proclamare impunemente falsità fattuali. Questo stesso fatto, di inaudita gravità, suscitava l’esigenza di un dibattito pubblico, che in effetti era cominciato. Ma nelle sedi più naturali perché questo dibattito raggiungesse la maggioranza degli italiani, cioè i canali televisivi e radiofonici, questo dibattito è stato oscurato, come tutti gli altri dibattiti di idee che abbiano attinenza con lo scontro politico in atto. Mi permetto di scrivere questa lettera aperta al Direttore Generale della Rai perché oggi, sperimentando personalmente l’effetto di questa disposizione da lui decisa, ho compreso meglio quale sia la sua ricaduta devastante sulla - già così fragile - coscienza morale e civile degli italiani, e vorrei sottoporre la mia esperienza alla sua attenzione.

Volevo concludere un’intervista radiofonica a Fahrenheit, programma di Radio3, citando due testi di una grande pensatrice, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, Jeanne Hersch (Ginevra 1910-2000): «Nessuno - né un dio, né un demone, né un mago, né uno scienziato - potrà fare che il mare, là davanti a me, non abbia questa mattina scintillato sotto il sole». E poi: «Nessuno parla come gli passa per la testa, perché non parlerebbe affatto. Parlare è piegarsi alle norme di senso della lingua in cui si parla… È per questo che la menzogna era considerata da Kant la colpa per eccellenza. Perché essa distrugge il linguaggio».

E le ho citate, quelle parole. Ma avrei voluto commentarle proprio con riferimento al fatto accertabile di un’informazione falsa (più d’una, invero) data come vera dal servizio televisivo pubblico. Invece mi sono trattenuta dal nominare quel fatto. Mi sono trattenuta anche dal menzionare l’oscuramento del libero dibattito, per un periodo così lungo. Ho detto il vero solo in generale, quando sono i fatti particolari che lo rendono vero. Perché l’ho fatto? Perché a più riprese ero stata pregata di non menzionare fatti e nomi dell’attualità politica: dato che, in forza di quel provvedimento, avrei fatto correre il rischio di oscuramento o di gravi sanzioni perfino a quella trasmissione così pacificamente culturale, ai suoi artefici, alla sua conduttrice, persona professionalmente e moralmente impeccabile.

Ecco l’effetto - perdoni - diabolico della Sua disposizione: che per lealtà nei confronti di chi onestamente e validamente svolge il suo compito, e tiene in piedi quel poco che resta di dibattito pubblico, dunque di persone alle quali indubbiamente dobbiamo lealtà e rispetto degli accordi presi - si può essere indotti all’autocensura, contro tutte le proprie convinzioni intellettuali e morali.

Ogni esperienza anche minima è esemplare di un significato generale. Questa è, nella sua modestia, profondamente dolorosa. Il suo significato generale è che l’effetto perverso dei provvedimenti di questo tipo è addirittura di indurre perfino le persone che a) non rischierebbero niente ma b) tendono a porre comunque al primo posto in ciascuna determinata situazione il dovere morale che quella situazione comporta, ad agire nel senso voluto da una disposizione di legge che si ritiene ingiusta, ingiusta al di là della soglia tollerabile, e alla quale dunque è moralmente lecito non obbedire. E ad agire contro l’aspirazione più profonda della propria anima (dire la verità sui fatti vergognosi, dirla chiara, precisa, e dirla tutta).

Si parva licet - medium il dovere di lealtà e di rispetto degli accordi presi - l’effetto perverso è quello che sempre ha la legge quando è ingiusta: l’effetto cicuta. Socrate riconosce il principio della certezza del diritto, il cui venir meno egli giudica un male superiore a quello causato dalla sua personale morte, per quanto scandalosamente ingiusta. E per seguire l’eticamente dovuto - promuovere un male minore se è necessario per evitarne uno maggiore - fa il gioco dell’ingiusto (che pure dispone dell’autorità per emettere una disposizione di legge). Non rida, la prego, di questo paragone apparentemente così incongruo, e tralasci l’irrilevanza relativa del fatto, e di chi glielo propone. Nel minimo sempre può leggersi il massimo. Ci sono cicute enormi e tragiche e cicute così minime e poco rilevanti da indurre la nostra attenzione a passar oltre, con un’alzata di spalle. Eppure nell’essenza eccolo, il veleno di ogni degenerazione autoritaria, che fa di una democrazia rappresentativa la pura e semplice espressione della legge del più forte: volgere la legge morale contro se stessa, ottenerne il suicidio.

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sabato 6 marzo 2010

Disastro ambientale: dal Lambro all'Adriatico?

Disastro ambientale: dal Lambro all'Adriatico?: "
Che cosa è finito nel Lambro e nel Po dai serbatoi della Lombarda Petroli? Perché l'Arpa ha atteso due ore prima di lanciare l'allarme? Che cosa sta succedendo all'acqua e all'ecosistema del Po...
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Nucleare: Bersa-nì

Nucleare: Bersa-nì: "

Il Pd è favorevole o contrario al nucleare? O, meglio, è favorevole o contrario alla possibilità per le imprese elettriche operanti nel paese di tornare a investire in questa tecnologia? E, quindi, rispetto alla strategia governativa conduce una opposizione senza se e senza ma, oppure la sua è una critica costruttiva per correggere le eventuali storture? Apparentemente – se almeno si giudica dagli atti parlamentari – il Pd non è contrario a priori. Se invece si giudica in base alla percezione pubblica delle posizioni del principale partito d’opposizione è vero il contrario. Finalmente, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, intervistato sul Secolo XIX da Luigi Leone, esprime in modo chiaro la posizione del Pd. Forse. Più o meno. Grosso modo.



La domanda è chiarissima: “E il nucleare?” (prima di leggere la risposta, bisogna tener conto del fatto che a Genova hanno sede Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare, eredi di quel che resta delle competenze tecniche del nostro paese, e che il capoluogo ligure si è candidato - per voce della sindaco democratica, Marta Vincenzi – a ospitare l’Agenzia di sicurezza nucleare). Ecco, testualmente, le parole di Bersani:



Un’azienda come l’Ansaldo avrebbe solo da guadagnare se facessimo le cose che dobbiamo, come il “decommissioning” (lo smantellamento delle vecchie centrali, ndr). Invece questo percorso è stato abbandonato, con un piano portato avanti dal ministro Claudio Scajola che è velleitario e irrealizzabile. Tanto per dire: si può parlare di nucleare senza aver previsto siti di superficie per le scorie e con procedure che escludono sostanzialmente le responsabilità dei territori? Noi siamo disponibili a ragionare, ma su cose concrete.


Ora, cosa ha detto Bersani? Assolutamente nulla. Ha pacchianamente sviato la questione. Per certi versi ha ragione: senza un percorso chiaro per lo smaltimento delle scorie, nessuno si sogna di rischiare. L’iter autorizzativo delineato nel decreto del Mse è discutibile. Tutte queste cose, e altre, le spiega benissimo Diego Menegon in questo Focus dell’IBL. Ma tutto ciò c’entra solo marginalmente con l’oggetto della discussione parlamentare di oggi, che non riguarda la realizzazione di centrali nucleari – e dunque l’effettivo ritorno all’atomo – ma la costruzione della cornice di norme e regole che rendano possibile tale sviluppo – e dunque stiamo parlando di uno dei tanti tasselli relativi al ritorno potenziale all’atomo.


Un partito serio – come senza dubbio aspira a essere il Pd – non può permettersi ambiguità su questi temi. Deve saper dire se è favorevole o contrario all’opzione nucleare (che è cosa enormemente diversa dall’essere favorevoli o contrari al decreto del governo, o favorevoli o contrari a uno specifico progetto). Dalla risposta che si fornisce a questa domanda, discende poi logicamente il tipo di approccio, sia nella comunicazione sia nell’azione parlamentare e nell’elaborazione di progetti di legge, verso la maggioranza e i suoi tentativi. Voglio essere chiaro: si può benissimo essere favorevoli all’opzione nucleare e contrari al modo in cui il governo sta tentando di declinarla. O si può essere serenamente contrari. Ma non si può nascondersi dietro questioni specifiche per evitare il cuore del problema, perché da un lato è un tema troppo importante e di troppo ampia dimensione per essere dribblato, dall’altro perché un “nì” equivale, agli effetti pratici, a un “no”. Una centrale costa troppi soldi e troppo tempo perché qualcuno investa in presenza della percezione di un forte rischio politico. Il niet del principale partito d’opposizione sortisce esattamente questo fatto. Quindi, nicchiare è un modo ipocrita di essere contrari.


Bersani, che ha le palle, le mostri e prenda una decisione. Farebbe un favore a sé, al suo partito, al mercato e a tutti i cittadini che prendono il nucleare sul serio (favorevoli o contrari che siano).



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(14:13 05/03/2010)

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Per mantenerle 160 euro a carico di ciascun italiano
di CARMELO LOPAPA

(07:18 05/03/2010)

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Il presidente americano chiama il premier turco Gul: accelerare la ratifica degli accordi con l'Armenia

(16:50 04/03/2010)