Si dà il caso che la sola, autentica, originale vittoria sulla destra, in queste catastrofiche elezioni del non voto e del voto espresso, l’abbia conseguita Nichi Vendola in Puglia. Una impresa che sembrava non solo temeraria, ma addirittura impossibile: sconfiggere contemporaneamente i due berlusconismi italici, quello autentico della destra scesa in campo con la diretta investitura del sultano di Arcore, e quello speculare degli apparati del partito democratico che agivano con la diretta investitura di Massimo D’Alema, lo Stratega, il Machiavelli del Salento, la Mente Più Lucida della Sinistra, lo Skipper.
Ricorderete le rotte che un paio di mesi fa il volitivo D’Alema aveva cartografato con brevi e imperiosi segni sulle mappe del nostro mare sociale: “La situazione è resa difficile non dalle nostre trame, ma dalla decisione di Vendola di candidarsi” (29 novembre). “Sono stato chiamato per affrontare una situazione estremamente difficile creata da Vendola”. (27 novembre). “Il suo personalismo ha avvelenato una vicenda politica che doveva svilupparsi diversamente. Potevamo puntare su Boccia senza fare nemmeno le primarie, come ci chiedeva l’Udc di Casini” (21 gennaio). “Vendola non è in grado di realizzare ciò di cui la Puglia ha bisogno, cioè quella coalizione democratica con l’Udc che stiamo sperimentando. Non è una improvvisazione, ma una strategia politica”. (18 gennaio). “Ha messo il partito con le spalle al muro”. “Come leader ha fallito”. (24 gennaio)
Frasi d’astiosa intolleranza, anche loro di sapore arcoriano. Rivelatrici. Come tante altre assonanze: soldi, affari, alleanze spregiudicate, stili di vita. Dal progetto di privatizzare l’Acquedotto pugliese voluto tanto dai dalemiani quanto dai faccendieri della destra. Fino al notevole dettaglio del supermarket sessuale di Giampi Tarantini che offriva proprio la stessa merce (anche mentale) alle tristi notti del Cavaliere e a quelle del succedaneo Frisullo.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)
Commento del giorno
di psikosara - lasciato il 29/3/2010 alle 14:39 nel post La Polizia della Casta
Qui Radio Londra : è stato ufficialmente ripristinato il reato di opinione ; tutta la cittadinanza è invitata a consegnare a un delegato della Guardia Nazionale tutti i fogli A 4 reperibili in casa con relativi pc.
sabato 3 aprile 2010
D’Alema, lo skipper
E le balle chi le intercetta?
Signornò, da L'Espresso in edicola
Prima che, contro le intercettazioni, si metta in moto la solita manfrina delle leggi vergogna, con Berlusconi che invoca una legge ammazza-cimici, il Pd che la vorrebbe “migliorare” perché “il problema esiste” e Napolitano che invoca “soluzioni condivise”, basta dare un’occhiata a un atto parlamentare di agevole lettura anche per le teste più dure e più vuote. E’ il “documento conclusivo” dell’”indagine conoscitiva sul fenomeno delle intercettazioni” approvato dalla commissione Giustizia del Senato il 29 novembre 2006 all’unanimità. Anche dai parlamentari dell’attuale Pdl, che oggi fanno finta di niente e non a caso: nata nella speranza di dimostrare che in Italia si intercetta tutto e tutti in un quadro di abusi unico al mondo, l’indagine si rivelò un micidiale boomerang per il partito anti-intercettazioni, avendo appurato che “le garanzie che il nostro sistema legale assicura al cittadino non hanno l’eguale in alcun’altra democrazia occidentale”.
Confrontando il sistema italiano con quelli degli altri paesi, si scoprì che “l’Italia è uno dei pochi che affida il sistema delle intercettazioni ‘legali’ a norme di rango costituzionale”. Il che “costituisce un’indubitabile…garanzia per il cittadino, che vede affidata la tutela della propria privacy alla magistratura, costituzionalmente delegata alla tutela dei diritti fondamentali e con l’unico vincolo della sottomissione soltanto alla legge”. Infatti “anche in Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania e Usa, le intercettazioni sono di competenza soprattutto di autorità amministrative o di polizia, se non addirittura dei soli servizi di sicurezza”. Da noi “le uniche intercettazioni (legali) sono quelle disposte dalla magistratura, mentre nei Paesi stranieri i controlli telefonici (et similia) vengono disposti ed effettuati principalmente da altro genere di autorità (amministrative, di polizia o di sicurezza), con minori livelli di garanzia per il cittadino, autorità che non fanno di certo conoscere facilmente casistica, numeri, dati e costi”.
Dunque non solo è una balla che in Italia si intercetti più che altrove, ma è vero il contrario: “Il numero delle intercettazioni giudiziarie in Francia non supera il 30-40% del totale, in Gran Bretagna esse sono effettuate quasi soltanto dai servizi segreti (senza possibilità di utilizzo processuale)” e la stampa Usa denuncia un “uso clandestino (non autorizzato dalla legge) di centinaia di migliaia (qualche giornale parla di milioni) di intercettazioni al di fuori di ogni controllo di legalità”. Falso pure che l’Italia spenda troppo per intercettare: basterebbe fare come Germania e Francia che obbligano le compagnie telefoniche a fornire il servizio gratis, “facendo rientrare il tutto in una sorta di ulteriore prezzo (o condizione) per il rilascio della concessione”. Dunque il Parlamento italiano non deve nemmeno sfiorare le intercettazioni, né a colpi di maggioranza, né con leggi condivise: l’ha detto, meno di quattro anni fa, il Parlamento italiano.
(Striscia di Fifo)
Segnalazioni
Sos intercettazioni - di Paolo Flores D'Arcais, Micromega.net.
Se vince la politica dell'inciviltà - Intervista a Marco Revelli, autore di 'Controcanto' (edizioni Chiarelettere).
Dai comunisti ai monarchici
Anche se pescano più o meno negli stessi ceti, l’elettorato leghista è profondamente diverso da quello berlusconiano, come antropologicamente diversi sono i due leader, Bossi e Berlusconi, ruspante e passionale l’uno, fighetto e privo di ogni scrupolo l’altro. L’alleanza con Berlusconi ha costretto la Lega a mettersi in tasca buona parte degli elementi che la connotavano. Era localista e ora è legata a un globalizzatore fanatico, era antiamericana e sta con uno che è più americano degli americani, aveva un forte, e giusto, senso dell’identità e si trova ora immersa in una melassa, il Pdl,che non ha identità, per cui, per distinguersi, è stata costretta ad accentuare gli aspetti peggiori, come la xenofobia. Ma tutto ciò le va stretto. Una volta, davanti a una pizza, chiesi a Bossi: "Pistola alla tempia: tu sei più di destra o di sinistra?". “Di sinistra" rispose "Ma se lo scrivi ti faccio un culo così". Ora l’ho scritto. Umberto, salvaci tu.
Da il Fatto Quotidiano del 31 marzo"
Rodotà e l'acqua pubblica
Intercettazioni: così il Fatto
si opporrà al bavaglio
"Zitti tutti" nel Paese della corruzione record
Dunque ci siamo. Il grande bavaglio alla stampa è pronto. Tra due settimane, dopo le formalità di rito, il Senato licenzierà il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche. Da un giorno all’altro sui giornali, sulle tv e sul web, non sarà più possibile raccontare le malefatte delle classi dirigenti di un Paese in cui la corruzione, secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti, costa ai contribuenti più di 50 miliardi di euro l’anno. Nel giugno scorso, forse per evitare che anche in Italia venisse creata la categoria dei desparecidos, la maggioranza ha modificato il testo originale e ha consentito che almeno il riassunto delle ordinanze di custodia cautelare e degli atti non più coperti da segreto possa essere dato alle stampe. In questo modo, per lo meno, si potrà scrivere che chi non c’è più non è vittima di un sequestro o di una lupara bianca, ma che è finito in galera perché accusato di qualche reato.
Ma se il cronista dovesse citare qualche frase tratta testualmente da quei documenti, o peggio ancora, le trascrizioni delle intercettazioni, sarà punito. E la punizione, durissima, scatterà persino se in pagina dovessero finire i semplici riassunti dei colloqui telefonici. Infatti di quello che gli indagati si dicono tra loro, Silvio Berlusconi e i suoi (ma una norma analoga era stata votata già dal centrosinistra nel 2007) non vogliono che si sappia nulla. La legge sul punto è categorica. Anche se le intercettazioni fossero riportate, come accade nel 90%, in ordinanze di custodia o di sequestro, il giornalista deve far finta che non esistano. Senza scomodare casi celebri come quello dei Furbetti del Quartierino - in cui gli italiani scoprirono che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio non era un arbitro imparziale proprio leggendo le intercettazioni - basta pensare che cosa accadrà nelle indagini per droga. Una microspia capta due mafiosi mentre trattano una partita di 100 chili di eroina. I due sono molto abili. La polizia non riesce a documentare lo scambio, ma li sente parlare delle consegne già effettuate e dei soldi da pagare. Scatta l’arresto. I giornali scrivono che sono finiti in prigione, che rispondono di traffico di stupefacenti, ma non possono dire quali prove l’accusa ritiene di avere.
Riflettete allora su un caso concreto di corruzione del Terzo millennio. La storia dell’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Angelo Balducci. Tutta l’inchiesta si basa su intercettazioni che, per i pm, dimostrano come l’alto funzionario favorisse alcune imprese legate a doppio filo alla politica. Non c’è un solo testimone. Non c’è una sola gola profonda. Quindi non c’è niente che possa essere riassunto e raccontato. Quando Balducci viene arrestato i suoi sponsor e quelli del suo ex capo Bertolaso (il premier Berlusconi) si mettono così a urlare. Dicono che siamo di fronte a un complotto delle toghe. Nessuno, carte alla mano, avrà modo di sostenere il contrario. Se poi l’indagine dovesse riguardare uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio (per esempio Marcello Dell’Utri che si accorda per telefono per incontrare due presunti 'ndranghetisti) allora il fuoco di fila, amplificato dalle tv, sarà davvero impressionante. Col risultato che tutti, a partire dagli investigatori, di fronte a episodi del genere faranno semplicemente finta che non esistono. Certo, chi scrive, a suo tempo si è già impegnato con molti altri colleghi a disobbedire a queste norme. La notizia, se è tale, viene prima di tutto. La prospettiva di pagare forti sanzioni pecuniarie (vedi box sotto) per raccontare che, subito dopo il terremoto de L’Aquila, due imprenditori già ridevano pensando agli affari futuri, non ci spaventa. Faremo una colletta. E non ci spaventa nemmeno il rischio di finire in carcere. Chi infatti pubblica intercettazioni non trascritte perché considerate non penalmente rilevanti (ma importanti politicamente o moralmente) verrà punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma bastano tre articoli per finire in carcere.
Il problema è che i nostri parlamentari - tra i quali, è bene ricordarlo, siedono una novantina tra indagati, condannati o salvati da prescrizione e amnistia - questa volta l’hanno pensata bene. Da una parte l’autore dello scoop dovrà finire davanti all’ordine dei giornalisti. Dall’altra a pagare (fino a circa mezzo milione di euro) sarà il suo editore. Conseguenza: se "Il Giornale" si ritrova in mano, come è accaduto nel 2006, l’intercettazione non trascritta in cui Piero Fassino dice a Giovanni Consorte "allora siamo padroni di una banca" la pubblicherà (giustamente) sempre. Anche perché Fassino è un avversario della ricchissima famiglia Berlusconi, disposta a pagare qualsiasi cifra, visto che le elezioni sono alle porte. E lo stesso potrebbe fare "Libero" di proprietà dei facoltosi Angelucci o, a parti invertite, "Repubblica". Insomma chi se lo può permettere farà scrivere, quando conviene, articoli solo contro i “nemici” politici o economici e considererà la multa come una investimento. Il giornalismo si trasformerà così definitivamente in una guerra per bande in cui il contenuti dei giornali non vengono decisi dai direttori, ma dagli editori. Cosa farà allora "Il Fatto Quotidiano"?
Semplice: quando avremo una notizia importante sarà disubbidienza civile. Di fronte alla censura violeremo la legge e lo diremo. Per poi ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2007 Strasburgo ha infatti condannato la Francia per violazione della libertà di espressione. A Parigi due giornalisti erano stati puniti per aver scritto un libro in cui si raccontava il sistema di intercettazioni illegali messo in piedi dall’ex presidente Mitterand. Per la corte avevano sì violato il segreto istruttorio, ma vista la portata della notizia l’interesse dei cittadini a sapere era da considerare preminente. E qualcosa di analogo accade nel 1971 negli Usa. Due giornali pubblicarono documenti coperti da segreto di Stato che dimostravano come il celebre incidente del Tonchino in seguito al quale, di fatto, comiciò la guerra del Vietnam fosse un falso. Allora la Corte Suprema disse che avevano tutto il diritto di farlo. Perché, spiegò l’ottuagenario giudice Hugo Black, “la stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Così oggi, in Italia, attendiamo anche noi un Hugo Black che spieghi a tutti come stanno le cose.
(Clicca qui o sull'immagine per ingrandirla)
Da il Fatto Quotidiano dell'1 aprile
Dedicato a Sigal Harari che ha brindato alla visita di Berlusconi in Israele. Guardate il video ai link sottostanti con i vostri occhi: Berlusconi HA BACIATO LA MANO DI GHEDDAFI, il quale poi se la pulisce. Berlusconi condanna Israele mentre l’Italia moltiplica e non riduce affatto i suoi legami con l’Iran che vuole spazzare via Israele a colpi di bombe atomiche. Gli affari sono affari, e Berlusconi è il partner entusiasta di Putin, Gheddafi, Chavez e (sotto sotto, nascosto dalle parole di facciata) di Ahmadinejad.
Berlusconi abbraccia e bacia la mano di Gheddafi: guardate con i vostri occhi a questi link:
http://www.leggo.it/articolo.php?id=53740&sez=MONDO
http://www.repubblica.it/esteri/2010/03/28/foto/berlusconi_bacia_la_mano_di_gheddafi_polemica-2970861/1/
http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=48733
http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=121810§ionid=351020506
e Gheddafi commosso ordina che si stampi la fotografia di Berlusconi sui passaporti libici. Il capo del governo italiano parla da leader filo arabo (come Mussolini Spada dell’Islam) alla Lega Araba, dà torto a Netanyahu e dà ragione all’Obama furioso con Israele e oggi il suo più importante nemico internazionale.
Berlusconi si allinea con Obama anche nella condanna alla reazione israeliana nella striscia di Gaza dopo l’assassinio di due soldati israeliani. E naturalmente ha assicurato il suo sostegno ad Abu Mazen. Ha detto agli arabi (dal Corriere della Sera): «Non vediamo alternative alla soluzione di due Stati, se non a prezzo di nuove crisi e nuove sofferenze che colpirebbero anzitutto il popolo palestinese». Per questo motivo Berlusconi ribadisce il suo «sostegno» al presidente dell’Anp, Abu Mazen, sottolineando la necessità di raggiungere «una soluzione pacifica e responsabile con un orizzonte temporale di breve termine, al massimo di due anni».
Berlusconi sta con Obama: «Credo molto nell’impegno del presidente Barack Obama e della sua amministrazione», anche perché «è questo il momento di dare una chance alla pace. Ne abbiamo la possibilità, ne portiamo la responsabilità, ne sentiamo l’urgenza».
Dolce e speranzoso con Mahmud Ahmadinejad:«un grande Paese dalla storia millenaria dovrebbe svolgere una leadership costruttiva, anziché sfidare la comunità internazionale, minacciando una pericolosa proliferazione nucleare». Ma «vogliamo comunque sperare che alla fine la ragione e il buonsenso riescano a prevalere».
Il bluff di Berlusconi. Ecco le aziende italiane a Teheran <http://www.reportonline.it/2010020740840/politica/il-bluff-di-berlusconi-ecco-le-aziende-italiane-a-teheran.html> ?Alessio Postiglione ?La presenza delle nostre società nel Paese degli ayatollah non riguarda solo l’Eni ma l’intero Gotha del capitalismo nostrano: Danieli-Duferco, Mediobanca, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Gli scambi sono in crescita.??Berlusconi ha voluto sigillare mediaticamente la sua visita in Israele con l’impegno dell’Italia a stringere il cerchio delle sanzioni attorno ad Ahmadinejad, bloccando le relazioni con Teheran. Ma i fatti, purtroppo, indicano che la strategia diplomatica del Cavaliere è un bluff, alimentato da un debole governo israeliano, anch’esso bisognoso, come il nostro, di attestare di fronte all’opinione pubblica, successi inesistenti volti a rafforzare consensi vacillanti. ??Berlusconi ha dichiarato che dal 2007 gli scambi commerciali con l’Iran sono calati di un terzo. Ma in realtà sono aumentati ininterrottamente fino al 2008, per assestarsi durante la crisi: «L’Italia dal 2001 al 2007 è stato il primo partner commerciale dell’Iran. Lo scambio commerciale tra i due Paesi è passato da 3,5 miliardi di euro a 6 miliardi di euro», lo spiega il segretario generale della Camera di Commercio Iran-Italia, Jamshid Haghgoo.??« Negli ultimi anni, l’Iran ha negoziato contratti con oltre 30 aziende provenienti da nove Paesi europei per la realizzazione di progetti energetici nel Paese, nonostante l’aumento delle sanzioni internazionali e delle pressioni politiche ». Secondo la Camera di Commercio, la somma degli scambi Iran-Italia nel 2008 è aumentata dell’1,2 per cento rispetto al 2007. Anzi, le esportazioni italiane crescono, mentre calano le importazioni. ??L’Eni, intanto, sta guidando la seconda fase dello sviluppo del giacimento di Darkhovin per portare la produzione da 50mila a 160mila barili al giorno (valore dell’operazione: un miliardo di dollari). Dato che l’Italia è azionista dell’Eni, ridurre la presenza in Iran di quest’ultima sarebbe la riprova dell’impegno del governo. Scaroni invece ha fatto sapere che il cane a sei zampe porterà a scadenza i patti sottoscritti ma non ne rinnoverà altri. ?Peccato che il tre febbraio il direttore operativo della compagnia petrolifera statale iraniana, Nioc Seifollah Jashnsaz, abbia smentito Scaroni: «Le trattative con l’Eni per lo sviluppo della terza fase del giacimento di Darkhovin continuano».??Per ora Jashnsaz non è stato smentito dal nostro governo mentre l’Eni si è rifiutata di rispondere. Intanto, nonostante la ribalta mediatica sia toccata al nostro gigante energetico, parecchie aziende italiane, nell’ombra, continuano a fare affari con gli ayatollah. Nel gennaio del 2008, ad esempio, Edison e l’iraniana Nioc hanno firmato un contratto di esplorazione del valore di 107 milioni di dollari per il centro di estrazione offshore Dayyer, situato nel Golfo Persico. ?La Fata sta realizzando, inoltre, un impianto di oltre 300 milioni di euro per la produzione di alluminio primario a Bandar Abbas. A gennaio di quest’anno, è stata la volta della Maire Tecnimont che ha siglato un accordo da 220 miliardi di euro per il gas. Secondo gli esperti di spionaggio dell’israeliana Debka, la Tecnimont parteciperebbe anche alle commesse del programma nucleare iraniano. La Carlo Gavazzi Space, invece, sta costruendo il satelli te militare Mesbah. Mentre Ansaldo ha progettato le turbine iraniane di Karaji per 870 milioni di euro.?Iveco, gruppo Fiat, è il fornitore dei camion dell’esercito persiano e delle Guardie rivoluzionarie. La Fb Design fornisce invece i motoscafi Levrievo all’esercito e, sempre secondo Defka, le Guardie rivoluzionarie a loro volta darebbero questi mezzi anche ad Hezbollah. La Seli vende i mezzi di movimentazione terra alla iraniana Ghaem che è stata accusata dagli americani di scavare i bunker dove avvengono le sperimentazioni nucleari del regime di Ahmadinejad. Le aziende italiane che operano in Iran, in definitiva, sono il Gotha del capitalismo italiano: la DanieliDuferco, Mediobanca, Eni, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Anche se l’Eni andasse veramente via dall’Iran, comunque, non sarà un grosso danno. I 15mila barili al giorno che la compagnia petrolifera italiana ricava dall’Iran, o i probabili 160mila alla fine dei lavori a Darkhovin, rappresentano un particolare trascurabile rispetto ad un totale di 1,7 milioni di barili al giorno.?Alessio Postiglione? ( http://www.reportonline.it/2010020740840/politica/il-bluff-di-berlusconi-ecco-le-aziende-italiane-a-teheran.html)
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RU486, l'esperto: Il vero rischio è il 'fai da te'
Dottoressa Bottini, l’uso della Ru486 sarà disciplinato da disposizioni regionali. E la legge 194 prevede che proprio le regioni promuovano l’aggiornamento del personale medico sull’uso delle tecniche più moderne per l’interruzione di gravidanza. Oggi la pillola è già disponibile, voi avete ricevuto chiarimenti?
Per adesso i medici che praticano l’interruzione di gravidanza sono in attesa di disposizioni. Purtroppo deve essere sollevato un problema politico per parlarne. La stessa 194 prevede che per abortire bisogna seguire un iter specifico, come quello dell’aborto chirurgico, con visite e pareri medici, che immagino sarà introdotto. Bisogna rispettare la legge, dopodiché si tratta solo di scegliere quale metodo utilizzare, ma nella sostanza non cambia niente.
Come funziona la pillola?
La Ru486 è una molecola antagonista del progesterone, praticamente rivaleggia sui recettori e impedisce che l’ormone compia il suo ruolo nel far progredire una gravidanza.
In che modo deve essere assunta?
Si prendono tre compresse entro le prime sette settimane. Dopo due giorni o tre giorni da quelle pillole si somministra un’altra medicina che aiuta l’utero a contrarsi ed espellere il sangue e il materiale abortivo.
Ci sono dei rischi?
Per ora nei paesi dove si usa la Ru486 non si sono riscontrati gravi effetti collaterali. Senza dubbio provoca dolori addominali e un’emorragia di 8-10 giorni. Ma limita alcuni dei problemi legati ad un intervento, dall’anestesia ai rischi successivi di infezione o complicanze uterine.
Pensa che il ricovero sia necessario?
Il ricovero in quanto tale è eccessivo. Anche perché è un iter per il quale servono diversi giorni e non si può stare dieci giorni in ospedale. Non succede nemmeno con l’aborto chirurgico. Ritengo invece corretto uno stretto monitoraggio delle pazienti per tutto il ciclo terapeutico. L’importante è che la donna non venga abbandonata ai suoi dubbi.
Infatti il rischio è la sottovalutazione dei problemi fisici e psicologici che un’interruzione di gravidanza comporta nella donna.
Non è una scelta facile, molte persone ne soffrono, non è come bere un bicchier d’acqua. E anche questo metodo, sicuramente meno invasivo, potrà scatenare ansie, come quella del non esserci riuscite. Bisogna star vicino alle persone che compiono questa scelta.
Un altro rischio è il “fai da te”. Ci sono siti internet che vendono le pillole Ru486.
LINK PER SAPERNE DI PIU'
Sono pericolosissimi, a volte nelle pastiglie non c’è nemmeno il principio attivo giusto. Il processo dev’essere fatto sotto controllo, altrimenti si rischia di stravolgere l’utilità di un’innovazione che, nel rispetto della legge, sarà molto utile alle donne.
www.womenonwaves.org
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Il Papa presenta il conto
Ottenuta la sconfitta di Bonino e Bresso. Benedetto XVI chiede di boicottare la legge sull’aborto. I leghisti s’inginocchiano.
(foto Ansa)
Lega e berluscones pagano sull’unghia l’appoggio elettorale della Chiesa. Il Vaticano presenta il conto e, al segnale di Cota, parte la manovra nazionale per strozzare con ogni cavillo l’utilizzo della Ru486. La gerarchia ecclesiastica plaude e incassa. La manovra è talmente sfacciata che assume il valore di un patto plateale. I leghisti, ex adoratori del dio Po e un tempo ribelli all’8 per mille e al Concordato, sono pronti a garantire al Vaticano la tutela politica dei “principi cristiani”. In cambio si aspettano che le gerarchie ecclesiastiche (seppure con qualche protesta sulle rozzezze anti-immigrati) non intralcino la presa del potere di Bossi nelle regioni del Nord e gli stravolgimenti costituzionali in arrivo. I leader pidiellini si muovono a rimorchio. Mentre il Papa, celebrando la messa del Giovedì Santo – dedicata ai sacerdoti – ignora del tutto gli scandali di pedofilia nella Chiesa e incita invece all’obiezione di coscienza sulla legge dell’aborto. La tempistica è stata come dal notaio. Martedì mons. Rino Fisichella, presidente dell’Accademia vaticana per la Vita, un ruiniano di ferro ricevuto pochi giorni fa da Benedetto XVI, sottolinea sul Corriere della Sera la “presenza determinante” dei cattolici nella tornata elettorale , indica come modelli il ciellino Formigoni e il leghista Cota ed esalta la nuova linea della Lega: “Manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa”. Mercoledì Cota lancia l’attacco alla pillola abortiva, promettendo di “contrastare nel Piemonte l’impiego della Ru486”.
Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, allude alla possibilità che “tecnicamente” i presidenti delle Regioni possano impedire l’arrivo del farmaco negli ospedali. Giovedì seguono a cascata le dichiarazioni dei governatori leghisti e pidiellini, con l’intento di “costringere” le donne alla degenza in ospedale per usare la Ru486. Si distingue per violenza di propositi il neo-governatore del Veneto Zaia. Si impegna perché la Ru486 “non arrivi mai” negli ospedali veneti. Sottolinea il suo essere “cattolico”. E come presidente di Regione – ed è questo il segnale che manda al Vaticano in nome della Lega – rivendica autonomia sulle questioni eticamente sensibili. Zaia gioca in esplicita sintonia con le richieste vaticane. In mattinata Papa Ratzinger incita i cristiani a “rifiutarsi di fare” ciò che non è diritto, “ma ingiustizia” e indica il dovere di opporsi all’“uccisione di bambini innocenti non ancora nati”. Poche ore dopo Zaia esibisce pubblica attenzione all’“invito del Papa che stimola tutti noi a procedere secondo coscienza”. Chiude il quadro l’immediata benedizione del vescovo Fisichella: “Al neo-governatore Cota il mio plauso. Sono atti concreti che parlano da sé”. Cota viene incoraggiato a una “rigorosa applicazione delle leggi a tutela della vita”. Di fatto il neo-governatore del Piemonte promette già un altro regalo: installare i Centri per la Vita in ogni ospedale. Niente di improvvisato in questa operazione. Bossi ha gettato lucidamente le basi di questo patto Lega-Vaticano.
A settembre dell’anno scorso, quando la debolezza di Berlusconi era al massimo per il caso Boffo (scatenato dal Giornale di famiglia) e per i postumi dello scandalo escort, il leader leghista cerca il filo diretto con le gerarchie ecclesiastiche. Il 3 settembre incontra per un’ora il presidente della Cei cardinale Bagnasco. Il 23 settembre fa il suo ingresso in Vaticano e resta a colloquio con il Segretario di Stato cardinale Bertone per un’altra ora. E’ presente nella delegazione il capogruppo leghista alla Camera Roberto Cota. Non è un caso se dopo il volgare attacco, lanciato dalla Lega ai primi di dicembre contro il cardinale Tettamanzi di Milano – tacciato di “imam” dalla Padania – il cardinale Bertone, trovandosi a fianco Cota in una tavola rotonda, non gli rivolga nemmeno il più blando appunto, elogiando anzi la Lega per il suo “radicamento sul territorio”. Il patto è preciso. La Chiesa, che da quindici anni dice di no a tutte le leggi destinate a regolare i nuovi fenomeni sociali (dalle coppie di fatto alla fecondazione artificiale), esige e ottiene dalla Lega la garanzia di un’opposizione militante al testamento biologico, alle unioni civili, alla distribuzione della pillola del giorno dopo e di quella abortiva. Alla fin fine le gerarchie ecclesiastiche hanno scoperto in Bossi un interlocutore “più forte” dell’impresentabile Berlusconi. Colpisce in questa manovra a largo raggio l’affiancarsi della Chiesa a quel lavoro di scardinamento degli ordinamenti giuridici in Italia, inaugurato dall’era berlusconiana. Se Berlusconi lo fa rozzamente a difesa dei propri diretti interessi, i vertici ecclesiastici sostengono la disapplicazione attiva della legalità dello Stato per imporre i principi che Ratzinger, già da cardinale, ha dichiarato non negoziabili. Di qui l’incitazione ai farmacisti a non vendere la pillola abortiva , l’incitazione al personale paramedico a un’obiezione di coscienza non prevista dalla 194 nelle operazioni di interruzione di gravidanza, il sabotaggio dell’uso della Ru486 nonostante l’approvazione da parte dell’Aifa.
Grave è il sostegno della gerarchia ecclesiastica ad una distorsione partitico-ideologica delle istituzioni. Ha iniziato Formigoni, benedetto dall’Avvenire, a vietare – contro ogni legalità – che Eluana Englaro fosse accolta in un ospedale della Lombardia per spegnersi secondo natura, come autorizzato dalla magistratura. E’ un gioco in cui non c’è più rispetto di leggi e di tribunali. Tutto per difendere la “trincea italiana”, l’unica in cui il Vaticano riesca ancora a imporre i suoi diktat legislativi. Sotto il vessillo di Bossi, Cota e Zaia ora le Regioni vengono usate per decidere o meno l’applicazione di un trattamento medico, previsto dalla legge e di cui hanno bisogno donne di ogni partito. Non è una strada luminosa quella imboccata su indicazione di Ratzinger.
da Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2010
Archiviazione a orologeria
Il sedicente Duccio Facchini, noto terrorista mediatico ed esponente del partito dell’odio già attenzionato dalla polizia politica, per questa volta non pagherà il crimine di grida sediziose di cui si è reso certamente responsabile, con grave pregiudizio della sicurezza pubblica e del decoro privato del Ministro del Popolo Sua Eccellenza Ignazio La Russa. Il tribunale comunista di Lecco lo ha deciso l’altro giorno, guarda caso a campagna elettorale in corso, accogliendo la richiesta del locale pubblico ministero talebano. Sopra il video dell’increscioso espisodio di violenza, che prevedibilmente incoraggerà a nuove azioni dissennate i soliti esaltati che quando c’è da lanciare un treppiede o una statuina in faccia all’odiato dittatore non mancano mai. Sotto il racconto del sedizioso e sedicente Duccio Facchini, tratto da un sito web di puro stampo sovversivo e diffamatorio inspiegabilmente ancora aperto, da cui si evince la sfrontata esibizione di impunità tipica di certa sinistra giustizialista e antipolitica.
“Il Tribunale di Lecco ha pronunciato la parola “fine” sul ridicolo procedimento intentatomi dal vice-questore Guglielmino. Era il maggio scorso, ricordate? Un gruppo di cittadini onesti s’era permesso di contestare l’Incontestabile. “Predicate la sicurezza celebrando l’impunità, ipocriti!”, questo l’oggetto contundente scagliato addosso all’amico intimo di Ligresti. Il prontissimo dottor Guglielmino, che ama precisare d’aver “passato a pieni voti l’esame di Diritto Costituzionale”, mi aggredì prima e mi denunciò poi per “grida sediziose” e “inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”. Ora è giunta l’attesa archiviazione, immediatamente richiesta – a distanza di una settimana dal fattaccio (fate voi i conti) – dal Pubblico Ministero”.
Duccio Facchini
162.000 nuovi posti di lavoro Usa
L’atteso dato sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di marzo è decisamente buono. Con 162.000 occupati in più, marzo è stato il primo mese a registrare un aumento significativo dei posti di lavoro dal 2007.
Se si aggiungono i tanti dati positivi che vengono dall’industria e dalle esportazioni, si capisce il titolo del Wall Street Journal: “La ripresa ha gambe”.
C’è la speranza che si stia finalmente chiudendo, sul mercato del lavoro, la grande emorragìa di impieghi durata per due anni abbondanti. Ma per recuperare i danni fatti dalla recessione ce ne vuole: in quel periodo sono stati distrutti ben 8 milioni di posti di lavoro.
Inoltre va notato che malgrado i 162.000 occupati in più, il tasso di disoccupazione resta fermo al 9,7% della forza lavoro.
Questa è la conseguenza di due fattori. Primo: l’America ha una demografia positiva (nascite + immigrazione) e sul mercato del lavoro continuano ad arrivare nuove generazioni che hanno bisogno di posti, perciò occorre che si crei occupazione anche soltanto per mantenere fermo quell’indice.
Secondo: nella recessione molti lavoratori scoraggiati avevano smesso di cercarsi un posto ed erano “spariti” dalle statistiche, oggi che l’economia va meglio tornano a far parte della forza lavoro ufficiale.
Sulla solidità della ripresa dell’occupazione pesa un fattore stagionale: di quei 162.000 posti, ben 48.000 sono dei contratti a termine, impiegati federali assunti solo per le operazioni del censimento demografico.
P.S. Chi aspetti le reazioni di Wall Street deve pazientare fino a lunedì. Come in molti paesi di religione cristiana, l’America festeggia il venerdì santo (e anche la Borsa è chiusa) me non il lunedì di Pasquetta.
"Giallo Pasolini
Il giornalismo serio (2)
The real scandal revealed by the interview, however, came at the end, when Zanuttini asked Roth why he was so “disappointed” with Barack Obama. She translated, aloud, remarks attributed to him in an article by a freelance journalist, Tommaso Debenedetti, that was published last November in Libero, a tabloid notably sympathetic to Silvio Berlusconi, the Prime Minister of Italy (who is embroiled in his own sex scandals with much younger women). “It appears that you find him nasty, vacillating, and mired in the mechanics of power,” Zanuttini said. “But I have never said anything of the kind!” Roth objected. “It is completely contrary to what I think. Obama, in my opinion, is fantastic.” He had never heard of Debenedetti, or of Libero. The interview, with its bitter judgment of Obama’s banality, failure, and empty rhetoric about hope and change, was a complete fabrication.
...
http://www.newyorker.com/talk/2010/04/05/100405ta_talk_thurman
Il giornalismo serio (1)
Peccato che il povero Guido Galli fosse già morto in quelle ore, sepolto sotto le macerie provocate dal tremendo terremoto che ha sconvolto il paese caraibico.
http://www.altracitta.org/2010/01/19/la-nazione-intervista-guido-galli-ad-haiti-ma-era-gia-morto-muore-con-lui-anche-il-giornalismo/
Perché epurano perfino Sposini
Ho conosciuto, in un paio di occasioni, Lamberto Sposini e ho avuto modo anche di parlargli alcune ore per un’intervista che è poi uscita su L’espresso.
Ora: raramente ho trovato un collega tanto disincantato e moderato. Perfettamente consapevole che per fare comunicazione professionale in Italia, specie in tivù, è necessario quasi sempre accettare tutta una serie di compromessi, di smussamenti, di autocensure. Privo di simpatie berlusconiane ma altrettanto smaliziato verso i vertici del Pd, al punto che da alcuni lustri non andava più a votare. Eppure fiducioso che anche all’interno di questo recinto di mediazioni e di pressioni fosse possibile fare il suo mestiere, magari divertendosi e se possibile non vergognandosene.
Adesso leggo che Sposini sarà rimosso da La vita in diretta, complice un’intervista non abbastanza sdraiata a Ignazio La Russa.
Alla Rai – beh, a Mediaset non ne parliamo – non basta più l’esercizio della prudenza, antico strumento di sopravvivenza dei contesti censori. Alla Rai adesso per perpetuarsi serve solo la militanza attiva, l’asservimento palese: i Minzolini, i Paragone, le Monica Setta.
Si chiama militarizzazione. E chi non si mette l’elmetto è un disertore.
"Grillo all'attacco di De Magistris: Non faremo alleanze con lui
Così Grillo risponde a De Magistris che aveva proposto di avviare un rapporto tra il suo movimento e i partiti.
Il popolo del blog di Grillo si scatena. Moltissimi gli interventi che difendono De Magistris.
Paolo: “Resto incredulo di fronte a questo attacco a freddo contro uno dei pochi che ha considerato favorevolmente il successo del movimento; perché aggredirlo in questo modo?”. Dario: “Scusate, ma il Movimento 5 Stelle è un movimento politico o una setta di duri e puri? Se è un movimento politico, non vedo che cosa ci sia di male a pensare uno sforzo futuro comune. Altro è voler mettere il cappello sui movimenti, ma non mi sembra il caso di De Magistris. E parliamoci, con lui, e poi si deciderà assieme”. Molti sperano sia un pesce d’aprile. Paul: “Ah ah ah, che divertimento Beppe! L’hai combinata grossa oggi, eh? Questa è una balena d’aprile! È un post talmente delirante che è impossibile condividerlo!”. “No, non è un pesce d’aprile, ma un atto d’affetto”, spiega Grillo al Fatto. “Noi ci siamo spesi per Luigi, che è un uomo di valore. Ma adesso lui è cambiato, è diventato un tesserato di partito, sta dentro una coalizione con il Pd, sta sempre in televisione. Parla a nome del movimento, propone un accorpamento... Ma no, ognuno è libero di fare quello che vuole, ma nessuno può parlare a nome del movimento. Noi abbiamo bisogno di trasparenza su quello che succede in Europa, lo abbiamo mandato lì apposta: ci racconti che cosa succede in Romania, dove vanno i soldi in Francia... Quanto a coalizzare, a unire, non è la nostra maniera di fare politica. Noi non sappiamo ancora neppure chi siamo noi. Siamo un non-movimento, abbiamo delle belle non-idee: no alla privatizzazione dell’acqua, no alle centrali nucleari... Andiamo avanti con il nostro percorso, piano piano, abbiamo avuto i nostri piccoli risultati e proseguiamo così. Noi non ci accorpiamo con nessuno: è la vecchia politica che tenta cose vecchie, coalizioni, accorpamenti”.
Grillo ribadisce l’affetto per De Magistris, ma rinnova le critiche: “Se ti candidi come indipendente e poi prendi una tessera, fai una scelta. Se vai sempre in tv, diventi un’altra cosa. E il popolo viola? Che cos’è? Il popolo viola non esiste. Ha fatto una manifestazione con i soldi del Pd, contro un vecchio che paga la gente per farla venire ai suoi raduni, e poi è sparito. Noi siamo un’altra cosa: ora faremo un movimento nazionale, chi ci sta bene, basta un clic in Rete; chi non ci sta, va bene lo stesso”. Di Pietro, a Montenero di Bisaccia “per la raccolta dei carciofi”, rifiuta sornione di commentare e di schierarsi: “Beppe e Luigi sono due miei amici”. Un primo sì a De Magistris arriva intanto dalla Federazione della sinistra: “È una proposta di grande interesse. C’è bisogno di vera sinistra e tutto ciò che va nella direzione dell’unità ci trova disponibili”, dice Orazio Licandro. Lui, De Magistris, a Grillo risponde pacato: “Non ho mai avuto intenzione di parlare a nome del Movimento 5 Stelle, ho semplicemente indicato una strada di dialogo fra tutte quelle forze sociali e politiche che hanno a cuore il futuro della democrazia italiana e che vogliono battere il berlusconismo. Io lavoro per l’unità e non per dividere. Con il Movimento 5 Stelle e con lo stesso Grillo condivido battaglie indispensabili. Ma ne rispetto l’autonomia. Non si preoccupi, in Europa io sto lavorando, ma ho un ruolo politico anche in Italia: per unire il movimento con il meglio che c’è dentro i partiti. Se poi questo non piace a chi vuole mantenere un suo ruolo solitario, non importa. Io vado avanti lo stesso”.
da Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2010"
Efficient C Tip #11 - Avoid passing parameters by using more small functions
- Passing parameters to functions is costly.
- Conditional branch instructions can be very costly on CPUs that have instruction caches (even with branch prediction).
I don't think that too many people will disagree with me on the above. Despite this I too often see a style of coding that incurs these costs unnecessarily. I think it's best illustrated by a (real world) example. The issue is one that will be familiar to most of you. An embedded system contains a number of discrete LEDs (say 3), and the requirement is to write some code to allow higher level code to either turn on, turn off, or toggle a particular LED. The way I often see this coded is as follows:
typedef enum
{
LED1, LED2, LED3
} LED_NO;
typedef enum
{
LED_OFF, LED_ON, LED_TOGGLE
} LED_ACTION;
void led(LED_NO led_no, LED_ACTION led_action)
{
switch (led_no)
{
case LED1:
switch (led_action)
{
case LED_OFF:
PORTB_PORTB0 = 0;
break;
case LED_ON:
PORTB_PORTB0 = 1;
break;
case LED_TOGGLE:
PORTB_PORTB0 ^= 1;
break;
default:
break;
}
break;
case LED2:
...
}
So what's wrong with this you ask? Well in a nutshell the parameters passed to the function are used strictly to control the order of execution. There is no code common to any pair or group of parameters. When faced with a situation such as this, I instead implement the code as a large number of very small functions. For example:
void led1_Off(void)
{
PORTB_PORTB1 = 0;
}
void led1_On(void)
{
PORTB_PORTB1 = 1;
}
void led1_Toggle(void)
{
PORTB_PORTB1 ^= 1;
}
...
Let's compare the two approaches.
Efficiency
This blog posting is supposedly about efficiency, so let's start with the results. I coded these two approaches up together with a main() function that exercised all 9 possible combination's. I then turned full speed optimization on and looked at the results for an AVR processor.
Single function approach: 78 bytes for main(), 94 bytes for the LED code. Execution time 208 cycles.
Multiple function approach: 42 bytes for main(), 54 bytes for the LED code. Execution time 96 cycles.
Clearly my approach is significantly more efficient.
Usability
By usability I'm referring to the case where someone else needs to use your code. They know they need to say toggle LED2 so they hunt around and find the file led.h. The question is, once they have opened up led.h, how quickly can they determine what they have to do in order to toggle LED2? In the single function case they are presented with just one function (which is a plus), but then they have to locate the enumerations and work out the parameters that need to be passed to the function (which is a minus). In the multiple function case, they have to search through a list of functions looking for the correct one. However once they have found it, it's very clear what the function does.
For me, I think it is a toss up between the two approaches as to which is more usable.
Maintainability
In this case the multiple function approach is the big winner. To see how this is, consider what happens to the single function case when one adds an LED or adds an action. The single function case just explodes in size, whereas with the multi-function approach one simply adds more very simple functions.
Conclusions
If you buy my analysis then clearly the multi-function approach is superior in both efficiency and maintainability - two areas that are dear to my heart. Now granted this is a fairly extreme example. However in my experience if you look through a reasonable amount of code you will soon discover a function that essentially does one thing or another based upon a function parameter. When you locate such a function you might want to try breaking it into two functions in the manner described here - I think you'll be pleased with the results. Previous Tip
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As the readership of this blog has grown I must say I have been really impressed with the many insightful comments that have been posted. I know I learn a lot from them, and so I suspect, do a lot of the other readers. Thus for those of you that have commented in the past - thank you. For those of you yet to post a comment, I encourage you to take the plunge!
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Firmware-Specific Bug #4: Stack Overflow
Unfortunately, stack overflow afflicts embedded systems far more often than it does desktop computers. This is for several reasons, including:
- embedded systems usually have to get by on a smaller amount of RAM;
- there is typically no virtual memory to fall back on (because there is no disk);
- firmware designs based on RTOS tasks utilize multiple stacks (one per task), each of which must be sized sufficiently to ensure against unique worst-case stack depth;
- and interrupt handlers may try to use those same stacks.
Further complicating this issue, there is no amount of testing that can ensure that a particular stack is sufficiently large. You can test your system under all sorts of loading conditions but you can only test it for so long. A stack overflow that only occurs “once in a blue moon” may not be witnessed by tests that run for only “half a blue moon.” Demonstrating that a stack overflow will never occur can, under algorithmic limitations (such as no recursion), be done with a top down analysis of the control flow of the code. But a top down analysis will need to be redone every time the code is changed.
Best Practice: On startup, paint an unlikely memory pattern throughout the stack(s). (I like to use hex
23 3D 3D 23, which looks like a fence ‘#==#’ in an ASCII memory dump.) At runtime, have a supervisor task periodically check that none of the paint above some pre-established high water mark has been changed. If something is found to be amiss with a stack, log the specific error (e.g., which stack and how high the flood) in non-volatile memory and do something safe for users of the product (e.g., controlled shut down or reset) before a true overflow can occur. This is a nice additional safety feature to add to the watchdog task.Firmware-Specific Bug #3
Firmware-Specific Bug #5 (coming soon)"
Effective C Tip #8 - Structure Comparison
To see why this argument is advanced, one must understand that a compiler is free to place pad bytes between members of a structure so as produce more favorable alignment of the data in memory. Furthermore, the compiler is not obligated to initialize these pad bytes to any particular value. This code fragment illustrates the problem:
uint8_t x;
uint8_t pad1; /* Compiler added padding */
uint8_t y;
uint8_t pad2; /* Compiler added padding */
void foo(void)
{
COORD p1 p2;
p1.x = p2.x = 3;
p1.y = p2.y = 4;
/* Note pad bytes are not initialized */
if (memcmp(&p1, &p2, sizeof(p1)) != 0)
{
/* We may get here */
}
...
}
void foo(void)
{
COORD p1 p2;
p1.x = p2.x = 3;
p1.y = p2.y = 4;
if (!are_equal(&p1, &p2))
{
/* We should never get here */
}
...
}
Now consider what happens if I add a third member z to the COORD structure. My structure definition and function foo() become:
uint8_t x;
uint8_t pad1; /* Compiler added padding */
uint8_t y;
uint8_t pad2; /* Compiler added padding */
uint8_t z;
uint8_t pad3; /* Compiler added padding */
void foo(void)
{
COORD p1 p2;
p1.x = p2.x = 3;
p1.y = p2.y = 4;
p1.z = 6;
p2.z = 5;
if (!are_equal(&p1, &p2)
{
/* We will not get here */
}
...
}
The problem is that I now have to remember to also update the comparison function. Now clearly in a simple case like this, it isn't a big deal. However, in the real world where you might have a 500 line file, with the comparison function buried miles away from the structure declaration, it is way too easy to forget to update the comparison function. The compiler is of no help. Furthermore it's my experience that all too often these sorts of problems can exist for a long time before they are caught. Thus the bottom line, is that member by member comparison has its own set of problems.
So what do I suggest? Well, I think the following is a reasonable approach:
- If there is no way that your structure can change (presumably because of outside constraints such as hardware), then use a member by member comparison.
- If you are working on a system where structure members are aligned on byte boundaries (which is true to the best of my knowledge for all 8 bit processors, and also most 16 bit processors), then use memcmp(). However, you need to think about doing this very carefully if there is the possibility of the code being ported to a platform where alignment is not on an 8 bit boundary.
- If you are working on a system that aligns on a non 8 bit boundary, then you must either use member by member comparison, or take steps to ensure that all the bytes of a structure are initialized using memset() before you start assigning values to the actual members. If you do this, then you can probably use memcmp() with a reasonable amount of confidence.
- If speed is a priority, then clearly memcmp() is the way to go. Just make sure you aren't going to fall into a pothole as you blaze down the road.
If you use the memcmp() approach you are checking for bit equality rather than value equality. Now most of the time they are the same. Sometimes however, they are not. To illustrate this, consider a structure that contains a parameter that is a boolean. If in one structure the parameter has a value of 1, and in the other structure it has a value of 2, then clearly they differ at the bit level, but are essentially the same at a value level. What should you do in this case? Well clearly it's implementation dependent. It does however illustrate the perils of structure comparison.
Finally I should mention issues associated with structures that contain pointers. CS guys like to distinguish between deep and shallow structure comparison. I rarely write code where a deep comparison is required, and so for me it's mostly a non-issue.
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Ubuntu 10.10 si chiamera' Maverick Meerkat
Firefox 3.6.3 corregge una grave falla
GNOME si aggiorna, apre il suo store
Spansion claims progress in emergence from Chapter 11
Ma quale amore
L’amore – in realtà ha perso. Visto da destra, il bicchiere mezzo pieno corrisponde a un Berlusconi vincente, ma quello mezzo vuoto è un Pdl inesistente o peggio ancora complementare a Di Pietro e a Grillo.
Va da sé che in un ottica calcistica non ci sarebbe da discutere: si può vincere vince in vari modi (ai rigori, al novantesimo, per autogol altrui, con un solo bomber, per differenza reti) ma il punto è anche il campionato che si sta giocando, le reali prospettive al di là di un gagliardetto in più. E comunque non si parla di tifosi, ma di cittadini. Il fatto che il Cavaliere sia riuscito a vincere con un colpo di reni e solo perpetuando l’eterno referendum su di sé (intento riuscito parzialmente per via dell’astensione) evidenzia anzitutto che il maggior partito del Paese ne ha avuto terribilmente bisogno. Pur essendo al governo da anni, il Pdl non ha potuto rinunciare a che Berlusconi improvvisasse una manifestazione in extremis, rimediasse parzialmente a danni inenarrabili (le liste irregolari) e si affiancasse a qualche candidato attirando ogni luce su di sé: «Berlusconi vota Polverini», recitavano i manifesti romani. Nessuna novità, tantomeno positiva: anche perché il prezzo pagato all’ennesimo referendum è stata una personalizzazione della campagna elettorale che non solo ha rinfocolato lui per primo, ma ha contribuito sicuramente a distogliere dai famosi temi concreti. Non è vero che Berlusconi si è limitato a rispondere ai colpi altrui: spesso ha rincarato, ha dipinto l’avversario con toni da anni Cinquanta, ha buttato lì anche delle sonore sciocchezze (la battuta sul cancro) ma nel farlo ha risposto più che altro alle procure e alla sinistra dipietresca, visto che il Pd si è sostanzialmente limitato a non esistere come ormai fa da molto tempo. Senza contare che anche gli strali peggiori – legati all’abrogazione dei talk show Rai per tutto il mese – Berlusconi se li è decisamente cercati.
Ora: si dice che tutto ciò gli sia stato necessario per rinsaldare lo zoccolo duro del partito e dunque per ridestare «gli italiani che non seguono la politica». Benissimo, pare che Berlusconi ci sia riuscito: ma allora da chi è composto quel 36 per cento di astenuti che corrisponde al più basso afflusso dal Dopoguerra? Ormai è il primo partito italiano: chi ne fa parte? E’ composto dagli italiani che la politica, viceversa, la seguono o vorrebbero farlo? Da chi, anche a destra, i talk show li avrebbe voluti? O più semplicemente da chi, da ambo le parti, non ne poteva più proprio dell’eterno referendum su Berlusconi? Un referendum di cui sia Berlusconi che i suoi odiatori sembrano ormai essere dipendenti?
Sono quesiti retorici. Gli elettori, per usare un gergo caro al Cavaliere, non sono come i telespettatori, che essenzialmente si contano ma, per meglio indirizzare l’utenza pubblicitaria, si devono anche pesare: gli elettori sono tutti uguali, e il loro voto, diversamente dal potere d’acquisto, vale sempre uno. Ergo, nel centrodestra – anche nel centrodestra – la gara è stata giocoforza al ribasso: Berlusconi è riuscito a far vincere il referendum su di sé, ma il numero di coloro che di questo referendum non ne possono più è cresciuto a destra come a sinistra. Sono rimasti in campo, protagonisti, il furor di popolo di Berlusconi e il furor di popolo di chi lo vorrebbe in galera: ha vinto la maggioranza, ma ha vinto anche quello lo stracitato clima da guerra civile che da quasi vent’anni ci portiamo dietro.
Si dice che la crescita dell’astensione sia fisiologica in tutti i paesi evoluti. Vero anche questo, ma a parte che il salto resta impressionante (quasi 15 punti rispetto alle politiche di due anni fa) allora è pure vero che in quegli stessi paesi l’astensione è spesso divenuta una scelta consapevole, deliberata, non una possibile distrazione di massa influenzabile dal bel tempo o dall’ora legale: ciò che rischia di diventare anche da noi. Un disamore per la politica fondato su un amore per la politica.
venerdì 2 aprile 2010
Different Bit Types in Different Registers
Although the engineer had valid reasons for designing the register that way, he or she had not anticipated the impact on firmware of mixing different types of bits in the same register. To avoid complexity and risk of firmware defects, different types of bits should be located in different registers. To see why, let’s examine how firmware manages two types of bits – read/write bits and interrupt bits.
With read/write bits, firmware sets and clears bits when needed. It typically first reads the register, modifies the desired bit, then writes the modified value back out. Here is a sample code fragment:
tmp = ReadReg (regA); /* Get the register contents */
tmp |= 0x01; /* Set bit 0 */
RegWrite (regA, tmp); /* Write it back out */
In the case of interrupt bits, firmware often writes a value with one bit set to acknowledge the desired interrupt while leaving any other pending interrupts untouched.
RegWrite (regB, 0x10); /* Ack bit 4 */
Mixing the two types of bits in the same register could cause problems. Using the read/write code on interrupt bits causes pending interrupts to inadvertently be acknowledged. Using the interrupt code on read/write bits clears all read/write bits that used to be set. Firmware must take special care to ensure that it does not inadvertently change the wrong bits.
Here is a code fragment that acknowledges bit 4 while taking care not to acknowledge other pending interrupts or modify any read/write bits. In this example, read/write bits are located in positions
0x0f and interrupt bits are located in positions 0x70.tmp = RegRead (regC); /* Get the register contents */
tmp &= 0x0f; /* Keep R/W bits but zero any intr bits */
tmp |= 0x10; /* Set bit 4 to ack */
RegWrite (regC, tmp); /* Write it back out */
Acknowledging an interrupt changed from a one-step to a four-step operation. A similar code fragment is needed to modify desired read/write bits while leaving alone any pending interrupts.
While there is a way for firmware to safely handle this, it is out of the ordinary and prone to firmware defects. Combining different types of bits into the same register may save registers but it adds unnecessary burden and complexity to firmware. Looking ahead and anticipating the firmware impact can lead to a more reliable and robust solution of placing different types of bits in separate registers.
Best Practice: Segregate different types of bits (read/write, read-only, interrupt, etc.) into different registers.
If necessary, read-only bits could be combined with any one of the other types of bits. This is acceptable because no matter how the other bits are handled, firmware writes to the register will not affect the read-only bits.
Until the next bit..."
In PDF c'e' una vulnerabilita' by design
Busi coraggiosa e Minzolini punisce
http://www.repubblica.it/politica/2010/04/02/news/busi_punita-3079039
Il Times loda Tremonti
But a bigger reason for voters’ indulgence is that Italy has fared surprisingly well in the global financial turmoil. Let me be more precise — it is not that Mr Berlusconi has run the economy well, but that he appointed Giulio Tremonti as Finance Minister in May 2008 and had the wit to keep him in place. Mr Tremonti, a good candidate for Europe’s best finance minister, has turned a near-disastrous position into a survivable one.
Italy had seemed to be heading for the position of Greece: unable to trim its huge public sector or to persuade people to pay more tax, hemmed in by debt and in serious danger of showing that a country which had adopted the euro could crash out of the currency bloc. Asked how craftsmen in northern Italy would compete against cheap Chinese handbags and shoes, ministers would say weakly: “But we make nicer ones.”
No longer. Italy has navigated the two years without collapse in finances or huge panic about its debt.
"Minzolini minaccia e oscura chi protesta"
Mazzetti, il direttore Minzolini parla di esigenze di "ricambio generazionale".
Non è affatto vero. Infatti sono stati cacciati i giornalisti che non hanno firmato la lettera di sostegno al direttore e che hanno fatto resistenza al suo modo di gestire il giornale.
Il primo a ricevere il benservito, dopo 18 anni al Tg1, è stato il caporedattore centrale al coordinamento Massimo De Strobel.
E poi è toccato a Paolo Di Giannantonio, Piero Damosso e Tiziana Ferrario. E’ la conseguenza del risultato elettorale, che ha rafforzato i vertici aziendali e i suoi derivati, affermando il potere di Minzolini.
Cosa può fare un conduttore, a parte appellarsi al comitato di redazione, per manifestare il proprio dissenso rispetto alla linea del direttore?
Una sola cosa: rifiutarsi di andare in onda, come fece Lilli Gruber ai tempi di Clemente Mimun. Oggi non è più il conduttore a scrivere i propri testi, si limita a leggerli. Quindi, se vuole protestare, questa è la strada.
Però, come si è visto, chi protesta perde il posto.
C’è di più: so per certo, perché mi è stato raccontato dai diretti interessati, che Minzolini ha minacciato personalmente i giornalisti che esitavano nel firmare la lettera di sostegno alla sua direzione.
Intervistato dal Fatto su questo punto, però, Minzolini ha negato.
A me è stato riferito di frasi gravi dette dal direttore, ad esempio: "Se non firmi con me non farai più un cazzo". E visto quello che sta accadendo...
Quindi l’unica alternativa all’epurazione, per un conduttore, è farsi da parte spontaneamente?
Anche se non è giusto, è l’unica strada: è così che si crea un movimento di protesta e che si arriva alla consapevolezza del problema.
Ma non rientra nei diritti di Minzolini scegliersi i conduttori che preferisce?
I cambiamenti devono andare di pari passo con le scelte editoriali. Non possono essere giustificati con motivazioni estetiche. In più i tg sono forse gli unici spazi in cui l’anzianità del conduttore ha un suo valore, perché implica esperienza.
E credibilità, o almeno familiarità per lo spettatore.
Certo. La stessa notizia, data da Enzo Biagi o da un giornalista praticante, ha un impatto diverso sul pubblico. Basta guardare i grandi tg americani: i conduttori sono autorevoli, conosciuti dal pubblico, volti noti la cui professionalità non è mai stata messa in discussione.
Quali sono le conseguenze di lungo periodo?
La cosa grave è che parliamo del più importante tg del servizio pubblico: i giornalisti dovrebbero essere indipendenti. Invece così si crea una corte silenziosa e accondiscendente. Chi protesta, se ne va.
Mazzetti, l’ultima volta che l’abbiamo vista (a Raiperunanotte, ndr), era dietro un filo spinato. Come vanno le cose ora?
Ci sono ancora. E ci rimarrò finché un giudice non deciderà se sono io a danneggiare la Rai oppure è il direttore generale Mauro Masi. Ho già scontato 4 giornate di sospensione, me ne mancano altre 6.
Da il Fatto Quoridiano dell'1 aprile"
La realpolitik di Fini e C.
Da oggi è on line il sito di Generazione Italia, associazione che raccoglie le truppe finiane e si propone, di fatto, come corrente interna al Pdl.
Quello che oggi vale la pena notare, con il premier di nuovo sulla cresta dell'onda, è che i toni dei finiani sono parecchio cambiati.
...
Altrettanto raro, fino a qualche giorno fa, udire dalle parti dei seguaci di Gianfranco frasi come "Le riforme si fanno anche a maggioranza, e punto".
...
Viene in mente il commento di Fini quando Berlusconi salì sul predellino. "Siamo alle comiche finali".
...e quella delle Crociate!
Cota: "I direttori generali la blocchino"
Luca Zaia sceglie la linea dura: "Studieremo il modo per non farla arrivare negli ospedali veneti". E oggi torna a farsi sentire Cota: "Essendo a favore della vita faro' di tutto per contrastare l'impiego della pillola - dice - Per prima cosa chiedo ai direttori generali di bloccare l'impiego della Ru486 attendendo la mia entrata in carica, poi chiedero' che in tutte le strutture sanitarie piemontesi siano ospitate le associazioni Pro Vita".
http://www.repubblica.it/politica/2010/04/01/news/ru486_per_la_polverini_solo_con_ricovero-3067906/
La Lega dei Soldi....
IL PATTO. Nasce nei primi mesi del 2000. Prima, la Padania, il quotidiano della Lega, chiamava Berlusconi "il mafioso di Arcore". E pubblicava con grande evidenza (era l’agosto 1998) dieci domande sull’odore dei soldi e sulle imbarazzanti relazioni siciliane del fondatore di Forza Italia. Con il nuovo millennio, il clima cambia. Bossi e Berlusconi siglano un patto di ferro che li porterà al trionfo elettorale del 2001. "L’accordo potrebbe essere raggiunto in tempi brevi. Si può dire che è stato raggiunto, in parte è già scritto", dichiara Bossi a Repubblica già il 27 gennaio 2000. "Ma lo avete depositato del notaio, come scrive qualcuno?", gli chiede l’intervistatore. Il leader della Lega nega: "A che cosa serve il notaio in politica? Sono cose da matti, invenzioni fantasiose". Eppure la notizia dell’esistenza di un patto scritto, depositato da un notaio, circola da subito. E arriva dall’interno della Lega. Qualcuno favoleggia di un accordo con una parte anche finanziaria: debiti appianati, bilanci risanati. "Cose da matti, invenzioni fantasiose", come dice Bossi. Qualche anno dopo, si saprà che all’esistenza di quel patto scritto credeva anche la security Telecom guidata da Giuliano Tavaroli, che lo ha cercato a lungo. Quando nel 2007 arrestano un collaboratore di Tavaroli, il giornalista di Famiglia cristiana Guglielmo Sasinini, tra i documenti che gli sequestrano ci sono anche appunti sul presunto patto Berlusconi-Bossi: "In quel periodo pignorata per debiti la casa di Bossi". E poi: "70 miliardi dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà". "Debiti già ripianati con 70 mld". E ancora: "Notaio milanese?". Segue anche il nome “Tremonti”, senza però alcun dettaglio né legame con il presunto accordo. Bossi non si scompone: "Figurarsi! Una balla spaziale. Berlusconi è uno che non tira fuori un soldo nemmeno per pagare i manifesti elettorali...figurarsi se tira fuori dei soldi per la Lega!".
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Mai stati gran finanzieri, quelli del Carroccio. Nel 1998 una decina di leghisti di spicco, tra cui il tesoriere Maurizio Balocchi e l’ex sottosegretario Stefano Stefani, investono in un villaggio turistico in Croazia che si rivela un flop e finiscono diritti dentro un’inchiesta per bancarotta fraudolenta. Fanno peggio quando cercano di diventare banchieri. S’inventano la Credieuronord, un piccolo istituto di credito messo su nel 2000. Primo nome: Credinord.
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Vengono aperti un paio di sportelli a Milano e uno a Treviso, ma dura poco. Fidi importanti vengono concessi, senza troppe garanzie, a pochi clienti eccellenti, tra cui la moglie dell’ex calciatore Franco Baresi. Finanziamenti facili sono concessi alla Bingo.net del tesoriere della Lega Maurizio Balocchi. In breve: Credieuronord collassa. E conquista il record di essere l’unica banca al mondo che in soli tre anni riesce a perdere quasi per intero il capitale sociale. Le azioni pagate 25 euro l’una alla fine dell’avventura crollano a 2,16 euro. Bruciati oltre 10 milioni. I capi leghisti rischiano, con la bancarotta, di rimetterci la faccia e magari anche i patrimoni. Ma arriva il salvatore: Gianpiero Fiorani.
Il virus che arresta l'antivirus
giovedì 1 aprile 2010
Il Quirinale ha aspettato le elezioni prima di bocciare il ddl lavoro
Ha aspettato che si chiudessero le urne, per evitare strumentalizzazioni e nuovi attacchi da parte della maggioranza, ma in realtà la decisione di rinviare il disegno di legge sul lavoro alle Camere, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l'aveva già presa definitivamente una settimana fa. Così come – anche se senza grande convinzione – sarebbe ormai orientato a firmare, la prossima settimana, il definitivo via libera al "legittimo impedimento". Confidando, in cuor suo, in un successivo intervento della Corte costituzionale a dare un colpo di spugna a una norma che, di fatto, "già esiste", e che solo in quanto “a tempo determinato” può essere considerata meno pericolosa di quella sul lavoro.
Dovendo scegliere, in poche parole, il minor male tra due provvedimenti "scomodi" arrivati sul suo tavolo, Napolitano (da sempre in prima linea su questi temi, in particolare sulla sicurezza e le morti bianche) ha preferito concentrare i suoi sforzi su quello sul lavoro piuttosto che sulla salvaguardia momentanea del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dai processi di Milano. Non che si sia posta la reale necessità di una scelta, ma di certo la bocciatura di entrambe le leggi alla sua firma sarebbe stata considerata un atto di pesante ostilità verso Berlusconi, con conseguenze possibili pesanti soprattutto dopo l'esaltante risultato del Pdl uscito dalle urne. Una decisione di merito venata di opportunità politica, dunque, quella presa ieri da Napolitano; la possibile firma del legittimo impedimento impedirà il riacutizzarsi di uno scontro istituzionale che, tuttavia, cova sempre sotto la cenere.
Si è capito che il Quirinale aveva deciso di non frimare alcuni giorni fa, quando aveva dato mandato al comitato di valutazione del Colle, composto da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D'Ambrosio, di approfondire ogni singolo comma del ddl lavoro. E di concentrarsi, in particolare, sulla normativa riguardante il ricorso all'arbitrato invece che al giudice del lavoro, che "anche ad occhio – questa la sua valutazione espressa ad alta voce – non dà sufficienti garanzie ai lavoratori".
Quella porzione di legge era già contenuta nella versione originale della legge Biagi, ma non a caso non aveva mai visto la luce in quella inapplicabile stesura, come puntualmente sottolineato anche ieri da uomini di fiducia del Capo dello Stato. Ai giuslavoristi del comitato, inoltre, Napolitano aveva raccomandato la massima attenzione perchè "in un momento di pesante crisi economica - questa l'intenzione manifestata - non possiamo dare un segnale di non attenzione alla salvaguardia dei lavoratori più deboli".
Insomma, Napolitano voleva bloccare tutto ben prima che alcuni giuslavoristi di prestigio come Luciano Gallino, Umberto Romagnoli, Massimo Paci, Tiziano Treu e giuristi come Massimo Luciani e Andrea Proto Pisani manifestassero pubblicamente il loro sconcerto per la norma attraverso la sottoscrizione di un appello per il blocco del ddl. Soprattutto perchè, anche ad occhio, il ddl appariva "scritto male, può voler dir tutto – avrebbe sottolineato il capo dello Stato – e il contrario di tutto; dove finisce la tutela dei lavoratori?". Sembra che l'unico a conoscere fin dall'inizio le intenzioni di Napolitano sia stato proprio il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Che, via Gianni Letta, avrebbe esercitato pressioni perchè fosse salvaguardato l’impianto dell'arbitrato, spacciato al Colle come "strumento assolutamente necessario e a beneficio della libertà dei lavoratori".
Sacconi non è stato assolutamente ascoltato, anzi. Ma ora mediterebbe una sottile vendetta. Ad di là delle intenzioni di facciata, il ministro del Welfare potrebbe apportare modifiche più di forma che di sostanza alle norme che riguardano il tema sensibile dell’arbitrato, nonché agli altri punti oggetto dei rilievi, ben sapendo che la seconda volta il capo dello Stato non potrà rifiutare ulteriormente la firma del provvedimento. Ma è comunque un percorso ad ostacoli. Il ddl lavoro tornerà in commissione alla Camera l'8 aprile e il rischio che il percorso possa complicarsi c'è, a cominciare dal fatto che il provvedimento deve essere di nuovo approvato articolo per articolo e con votazione finale prima dalla Camera e poi dal Senato. Anche a marce forzate, il nuovo via libera del decreto non potrà avvenire prima di giugno.
Da il Fatto Quotidiano dell'1 aprile"
MeeGo è uscito dal guscio: la risposta Nokia/intel ad Android?
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L'attuale distribuzione di MeeGo comprende le librerie al cuore del sistema operativo e tutti i principali servizi, inclusi quelli di telefonia e connettività, Internet e social networking, multimedia, data management ecc. Ciò che ancora manca è l'interfaccia grafica utente, che il progetto finanziato da Intel e Nokia prevede di completare per maggio, in occasione del rilascio della prima release ufficiale di MeeGo.
La nuova GUI poggia sul framework Qt di Nokia, e potrebbe avere diverse caratteristiche in comune con il prototipo d'interfaccia mostrata nel video a fondo pagina: un prototipo visto girare su uno smartphone con Moblin 2.1 durante lo scorso Mobile World Congress.
In attesa del completamento della GUI, chi avvierà l'attuale pre-release di MeeGo dovrà accontentarsi di interagire con il sistema operativo mediante la cara vecchia shell a caratteri.
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Intel e Nokia cullano l'ambizione di spingere MeeGo non soltanto su netbook, MID e smartphone, ma anche su computer di bordo per auto, sistemi di navigazione satellitare, televisori, set-top box e altri device consumer. Gli analisti vedono in questa piattaforma molte analogie con quella Android, a partire dall'utilizzo del kernel Linux, dal modello di sviluppo e dal target a cui si rivolge.
http://punto-informatico.it/2846315/PI/News/meego-uscito-dal-guscio.aspx
LucaP, dacci una previsione: entro quando MeeGo sarà la piattaforma principale per smartphone, surclassando Android? Dai, che ho voglia di una pizza!!! ^_^
Tim, Vodafone, Wind e 3: squilli a pagamento da luglio
Ogni commento è superfluo.
31 marzo, 17:13
(ANSA) – MILANO, 31 MAR -Le quattro compagnie di telefonia mobile operanti nel territorio italiano, Tim, Vodafone, Wind e H3G hanno diramato un comunicato congiunto in cui annunciano le nuove modalità di tariffazione in vigore dal 1 luglio 2010. Il traffico voce verrà conteggiato a partire dal primo squillo e non più dal momento in cui il ricevente risponde. Il comunicato recita: “il collegamento, anche senza conversazione, ha un costo per le compagnie non più trascurabile oggi che lo ’squillo’ è divenuto un metodo di comunicazione diffuso. Nel momento in cui l’Unione Europea emana una direttiva che pone tetti massimi di prezzi per i servizi di sms, adducendo a motivazione una sproporzione tra costi effettivi e tariffe, le compagnie si vedono loro malgrado costrette ad addebitare al cliente il costo reale effettivo dello squillo che finora era offerto gratuitamente”.
Dopo Raiperunanotte: lo sciame può produrre televisione non violenta?
Mozilla aggiorna Firefox e Thunderbird
Una particolare concezione di cristianesimo
«Quanto ai problemi etici, mi pare che la Lega manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa».
(Rino Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita)
Perbacco: non mi ero accorto che i nostri amici del Vaticano volessero distruggere i campi nomadi, approvassero chi va in giro a spruzzare disinfettante sugli immigrati, ritenessero il Natale un’occasione per terrorizzare gli stranieri, si fossero aperti ai riti pagani e considerassero Giovanni Paolo II un simoniaco al soldo di D’Alema.
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IC shortages seen, but inventories grow
Lavoro, Napolitano non firma Troppi dubbi sull'arbitrato
Lavoro, Napolitano non firma Troppi dubbi sull'arbitrato
Il capo dello Stato: 'Effetti negativi da questo modo di legiferare' La soddisfazione della Cgil. Sacconi: 'Terremo conto dei rilievi'
(12:35 31/03/2010)
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