domenica 11 aprile 2010

Menti aperte al vertice della chiesa...

"La Chiesa deve chiedere perdono? E per cosa" si chiede Monsignor Giacomo Babini, Vescovo Emerito di Grosseto.Eccellenza alcuni giornali e voci isolate chiedono alla Chiesa una sorta di pubblico perdono per i preti pedofili: " penso che sia ora di dire basta. Di perdono ne abbiamo chiesti troppi e lo facciamo anche alla messa tutti i santi giorni. Pensino a farlo gli anglicani, tanto che molti di loro hanno deciso di passare al cattolicesimo, ora mi auguro che non ci imbarchiamo una bella dose di gay". Poi aggiunge: " la pedofilia é una cosa orrenda e basterebbe un solo caso per far gridare allo scandalo, ma mi consta che anche in altre confessioni ve ne siano e in proporzione maggiore a quella della Chiesa cattolica". Ma chi orchestra questa manovra?: " i nemici di sempre dei cattolicesmo, ovvero massoni ed ebrei e l'intreccio tra di loro a volte é poco facile da capire". Precisa: " ritengo che sia maggiormente ...

... un attacco sionista, vista la potenza e la raffinatezza,loro non vogliono la Chiesa, ne sono nemici naturali. In fondo, storicamente parlando, i giudei sono deicidi". Ora saltano: " ci sta poco da saltare. Le Scritture lo dicono bello chiaro.Magari lo erano in modo inconsapevole, hanno goduto della ignavia di Pilato, certo: ma deicidi sono, il crucifige lo hanno detto loro e non altri". Poi precisa: " la loro colpa fu tanto grave che Cristo premonizzò quello che sarebbe accaduto loro con il non piangete su di me, ma sui vostri figli". Che cosa intende dire?: " l'olocausto fu una vergogna per la intera umanità,ma ad esso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità é che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono la economia tedesca. Una tanto veemente reazione si deve anche a questo, la Germania era stanca delle angherie di chi praticava tassi di interesse da usura". Il suo non è un discorso politicamente corretto: " poco male, ma compito dei vescovi é parlare chiaro, sì sì, no, no. Furono deicidi e questo non lo dice Babini, lo dice il Vangelo, volete rinnegarlo o cambiarlo? Certo, per buonismo si arriva anche a questo". Precisa: " Cristo é il Redentore, é morto anche per la salvezza degli ebrei e di tutti e ciascuno di noi giornalmente lo crocifigge col peccato, ma dal punto di vista storico, si trattò di deicidio,bello e buono". Forse ci sta anche la lobby gay: " non lo dubito, anche loro se possono tirano sulla Chiesa. Bisogna trattare coloro che solo hanno tendenze omosessuali con delicatezza e senza ifierire, con misericordia. Ma accettino serenemante la loro croce e la malattia con santa rassegnazione. Altri invece praticano la omosessualità e persino se ne vantano. A loro dico che persino gli animali rispettano l'ordine della natura e loro no, da questo punto di vista meglio la regolarità degli animali". Ma come ritiene la ostentazione gay?: " un vizio osceno, una cosa che denota mancanza di equilibrio e violazione della natura". Darebbe i sacramenti ad un gay conclamato?: " la comunione certo no.Per il funerale se dovessimo applicare il diritto canonico direi di no, ma alcune volte i parenti ti chiedono l'impossibile e pretendono una chiesa che lavora a gettone. Certo, bisogna sempre far prevalere la misericordia per quanto riguarda il suicida e credo che sia giusto dar loro il funerale. Per l'omosessuale che pubblicamente ha oltraggiato la chiesa e l'ordine etico direi no". Ha seguito il caso della povera Elisa Claps?: " solo da quanto leggo e lo trovo incomprensibile. Certo, vi é stato un clima omertoso. Non penso che il vecchio parroco abbia ucciso la ragazza, probabilmente ha cercato di limitare lo scandalo tacendo, ma nessuno potrà mai provarlo. Un cadavere non può stare 17 anni in una sofftta senza che nessuno sapesse. Chissà,una chiesa sconsacrata, se si accerta che il delitto é avvenuto in chiesa, potrebbe fare piacere".A chi?: " non lo so".


http://www.pontifex.roma.it/index.php/interviste/religiosi/3973-massoni-ed-ebrei-contro-il-papa-sbagliato-chiedere-perdono-di-che-cosa-gli-ebrei-da-sempre-nemici-della-chiesa-e-deicidi-omosessuali-misericordia-ma-gli-animali-sono-piu-ordinati-di-loro-caso-claps-sconsacrata-la-chiesa

Marja e Fini...

Oggi, parliamo di Maria. No, non quella di Nazareth. E neppure quella che veniva dal Sud. Questa è una Maria, anzi Marja, nordica: finlandese, con la passione per la politica e i “vizietti”, che la fanno un po’ mediterranea, della corruzione e della menzogna. Marja Tiura, 41 anni, sposata, un figlio piccolo, eletta per tre volte al Parlamento di Helsinki in rappresentanza del Partito conservatore nella circoscrizione di Tampere, la sua città, che nel 1967 ospitò gli europei di pallacanestro (ma lei manco era nata).
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Travolta dalle bugie che accumula cammin facendo, più ancora che dai suoi misfatti, che, del resto, restano tutti da provare – la magistratura indaga su 26mila euro – Marja, alla fine, s’è fatta da parte e s’è dimessa da vice-capogruppo.
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Bene. Giusto. Tutto lì. E, infatti, la storia di Marja non la trovate raccontata dalla stampa europea, in Gran Bretagna o in Germania, in Francia o in Spagna. Trova invece spazio in Italia e, non a caso, sul Secolo d’Italia, il giornale più vicino a Gianfranco Fini. Il problema siamo noi, mica gli altri (e men che tutti i finlandesi), noi che abbiamo un po’ perso la capacità di scandalizzarci: la notizia che ci colpisce non è che un politico, o una politica, menta e forse sia (moderatamente) corrotto/a; ma che paghi le conseguenze delle sue panzane. Così, la parabola di Marja la mentitrice appare quasi servita d’esempio, e magari d’incoraggiamento, a chi da noi non si dimette mai. Che Fini voglia accreditarsi in Finlandia? Quanto a Marja, un posto in lista da noi lo trova di sicuro.


http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2470270&yy=2010&mm=04&dd=10&title=se_la_finlandese_marjabrsi_dim

Il PD in Sicilia si rinnova...

La notizia del giorno è che il Pd intende candidare Mirello Crisafulli come sindaco di Enna. Sì, proprio colui che si incontrava nella saletta riservata di un hotel col boss locale Raffaele Bevilacqua. Lontano da sguardi indiscreti. E forse non è nemmeno una notizia, per lo meno non lo è più in Sicilia, dove il Pd sostiene (dall’esterno, almeno per il momento), un governo regionale sul cui presidente, Raffaele Lombardo, è caduta la tegola di un’indagine giudiziaria della Procura di Catania per concorso esterno in associazione mafiosa. Anche Crisafulli subì un’inchiesta per mafia da parte della Procura di Caltanissetta per quei rapporti pericolosi col boss. Definiti dall’allora procuratore Francesco Messineo “diretti e personali, intrattenuti quasi sempre in circostanze non trasparenti”. Crisafulli per quel reato venne poi prosciolto, ma “rimane il dato storico grave di un politico che discute di affari con un boss” (al tempo dell’incontro con Crisafulli, Bevilacqua, che era già stato arrestato e condannato per mafia, era pure sottoposto a misura di prevenzione), tuona Giuseppe Arnone, esponente della corrente Ecodem, che pare sia l’unico piddino rimasto in Sicilia disposto ad indignarsi contro una simile candidatura.


http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2470578&yy=2010&mm=04&dd=11&title=enna_il_pd_riparte_da_mirello

Stefano disegni

sabato 10 aprile 2010

Riforme, prove tecniche di suicidio

Riforme, prove tecniche di suicidio: "bertolotti de pirro

La scorsa settimana su Il Fatto Quotidiano scrivevo che la sconfitta alle elezioni regionali rappresentava l'ultima opportunità per il Pd. Da quel momento in poi il Partito Democratico si trovava di fronte a un'alternativa secca: o rinnovare profondamente la propria classe dirigente, o perire. Oggi sappiamo che il Pd ha scelto la seconda opzione. Il partito si suicida e pare intenzionato a farlo in tempi strettissimi. Nella inamovibile nomenklatura dei democratici sta infatti passando pure l'idea che è impossibile non collaborare con il premier Silvio Berlusconi nelle sue più volte annunciate (e fumose) riforme istituzionali.
L'analisi di molti funzionari di Bersani è più o meno questa: il centro-destra metterà mano alla costituzione in ogni caso. Se noi non partecipiamo alla nuova stesura della Carta va a finire che il premier e la Lega fanno tutto da soli e poi vanno al referendum confermativo (non hanno in parlamento una maggioranza dei 2/3 dei voti che permetterebbe loro di evitarlo) e lo vincono. Quindi piuttosto che far riscrivere tutta la legge fondamentale a Berlusconi e i suoi, meglio sporcarsi le mani (peraltro già poco pulite) e partecipare al gioco.

A mio avviso però questo ragionamento fa acqua da tutte le parti. Per una lunga serie di motivi. Vediamone qualcuno, partendo da quelli di principio, per arrivare poi a quelli che potremmo definire "strategici".

1) La nostra Costituzione è 'rigida' (cioè molto difficile da modificare) proprio perché i padri costituenti - gente, è bene ricordarlo, di tutt'altra levatura storica e morale rispetto agli attuali parlamentari - volevano evitare che la maggioranza di turno potesse cambiare i connotati dello Stato a suo piacimento. Le Costituzioni sono infatti la base del convivere civile e devono essere pensate per sopravvivere al Berlusconi o al Bersani del momento. Per questo per cambiare la carta serve una maggioranza qualificata o un referendum confermativo. Insomma la maggior parte dei cittadini (rappresentati in parlamento attraverso i loro eletti) devono partecipare alla stesura. Oggi però i risultati delle ultime regionali ci confermano che questa classe politica è molto poco amata dagli elettori. Tra astensioni, schede bianche e nulle, il 45 per cento degli aventi diritti al voto ha detto chiaramente che cosa pensa delle proprie classi dirigenti. In Italia dunque c'è un difetto di rappresentatività. Un difetto di cui, chi si dice democratico, dovrebbe tenere conto.

 2) I parlamentari non vengono eletti, ma nominati dai partiti. E partiti (così come i sindacati)  non devono rispondere a nessuna regola che ne garantisca la democraticità. Detto in altre parole: si può davvero pensare che quattro o cinque segretari decidano leggi fondamentali che varranno per decenni per decine di milioni di persone? Io credo di no. Le costituzioni possono essere cambiate e scritte solo da chi è realmente scelto dal popolo. Se non è così non sono costituzioni, ma statuti, cioè concessioni da parte del monarca o dell'oligarchia.  

3) Tutti, a partire dal nostro ben poco vigile presidente della Repubblica Napolitano, dicono che ci vogliono le riforme. Nessuno però spiega quali. Lo stesso Berlusconi ha annunciato che tutto è ancora allo studio e che in ogni caso verranno accolti se possibile i contributi dell'opposizione. Traduzione: non sappiamo bene cosa fare, ma vogliamo assolutamente fare qualcosa. Se questo è il metodo, c'è da rabbrividire.

4) Tra le tante materie messe confusamente sul piatto solo due punti paiono essere irrinunciabili per il centro-destra. Una sorta di super Lodo Alfano che renda il premier ingiudicabile (magari ricorrendo alla reintroduzione dell'autorizzazione a procedere per tutti i parlamentari) e il federalismo. Il primo punto però per Berlusconi rappresenta un pericoloso boomerang. Reintrodurre l'immunità significa dire ai cittadini del Paese più corrotto d'Europa (uno Stato in cui, secondo la banca mondiale, la corruzione costa ai contribuenti 50 miliardi l'anno) che la legge non sarà più eguale per tutti. È evidente che questa parola d'ordine (il principio di eguaglianza) in caso di referendum confermativo è uno slogan formidabile dato in mano a chi si vuole opporre. È facile prevedere che anche la maggior parte degli astenuti in caso di una norma che istituisse per legge (costituzionale) l'esistenza della Casta accorrerebbe alle urne per bocciarla. Berlusconi lo sa e per questo ora tende la mano al Pd. Possibile che Bersani e i suoi non lo capiscano? Domanda retorica. Io infatti credo - purtroppo - che i sedicenti democratici lo comprendano benissimo. E che, sotto sotto (ma molti di loro lo hanno persino detto pubblicamente), sperino che almeno questa parte del progetto vada in porto. Sul federalismo, poi, bisogna ricordare che la Lega è sì molto forte. Ma a livello nazionale rappresenta solo il 12 per cento di chi ha votato. Un po' poco per pensare che possa decidere per tutti. Anche perché solo pochi ani fa il federalismo è stato bocciato proprio dagli elettori.

5) Tenuto conto dei tempi previsti per le leggi costituzionali (doppie votazioni a tre mesi di distanza l'una dalle altre) è facile prevedere che la Grande Riforma passerà solo verso il termine della legislatura (tra due anni e mezzo circa) quando il Paese sarà già di fatto in campagna elettorale. Per il centro-sinistra presentarsi agli elettori con in tasca un biglietto da visita del genere è in tutta evidenza una follia. O meglio un dono insperato a chi sostiene, non senza qualche ragione, che tra i due schieramenti non vi sono differenze sostanziali. E tra copia e l'originale, si sa, l'elettore sceglie sempre l'originale (Berlusconi).

Cosa dovrebbe dunque fare l'opposizione? Molte cose e tre in particolare: partecipare alla fondazione dei comitati per la difesa della Costituzione. Dire chiaramente che un parlamento di nominati e non di eletti non può riscrivere la carta. E fare della reintroduzione delle preferenze (o meglio ancora, a mio gusto, del maggioritario secco di collegio) il proprio cavallo di battaglia istituzionale. Questa sì che è una riforma sentita da tutti -anche dagli elettori di centro-destra - e oltretutto approvabile attraverso una legge ordinaria. Insomma, per una volta, il Pd dovrebbe dimostrare di avere dei principi e di essere disposto a battersi per essi. Lo farà? Non credo. Anche perché, e qui torniamo al punto iniziale, andando avanti di questo passo, presto sarà estinto.  
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Addio sogni di gloria - Le poesie di Carlo Cornaglia
L’analisi del voto è presto fatta:
siamo stati fottuti, ed alla grande,
pur se Bersani dice: “Pari e patta!”,
mentre si risistema le mutande…

Sbagliati marketing e candidati,
sbagliate tattica e strategia,
milioni gli elettori inabissati,
ben quattro le region volate via.
(leggi tutto)

Segnalazioni

Gennaro e i suoi amici (Die Zeit, GE, 20 marzo 2010)
Traduzione a cura di italiadallestero.info

Commento del giorno
di Roland - lasciato il 8/4/2010 alle 11:33 nel post Popolazione beneficiata?
L’Uomo del Colle ha detto sì,
come quello che sederà lì:
l’Uomo del Colle, prossimo venturo,
quello che poi firmerà di sicuro
le proprie leggi porcata: le stesse
che farà per il proprio interesse
.

Annozero live: i vostri commenti alla puntata
"

Gli evoluzionisti credono di essere Dio

Gli evoluzionisti credono di essere Dio: "

Nata come teoria scientifica, l'idea darwiniana si è ormai trasformata in giudizio universale sulle filosofie e le teologie che vorrebbe annullare. Raggiungendo forme primitive di intolleranza

Il prossimo martedi' pioveranno patch

Il prossimo martedi' pioveranno patch: "Il secondo giorno della prossima settimana Microsoft pubblichera' un numero quasi record di bollettini di sicurezza, seguita a ruota da Oracle, che distribuira' patch i suoi database e per Solaris. Adobe aggiornera' invece Reader e Acrobat

Il riciclaggio inizia... in bagno

Il riciclaggio inizia... in bagno: "
Si chiama NoMix Toilet, arriva dalla Svezia e porta l’ecologia nel luogo più intimo della casa: la tazza del water. Perché anche stando seduti lì si può fare del bene all’ambiente (9 aprile...
"

Selva perde il pelo ma non il vizio

Selva perde il pelo ma non il vizio: "

selv


Questo post parla di un personaggio minore e fortunatamente semiscomparso: Gustavo Selva. Niente quindi di rilevante sull’attualità italiana, anzi niente di rilevante in assoluto. Ma quando si viene a sapere una storiella così, viene lo stesso voglia di raccontarla agli amici.




Ora, qualcuno ricorderà che un po’ di tempo fa Selva è stato condannato a sei mesi di reclusione per truffa ai danni dello Stato dopo aver aver usato un’autoambulanza, fingendo un malore, per partecipare a un talk show televisivo in un giorno di traffico.


Beh, uno s’immagina che dopo una botta del genere, non ultima tra le cause del pensionamento politico dell’ex senatore, uno a) non vada più per qualche anno a un talk show televisivo b) se proprio ci vuole andare, ci vada camminando sulle ginocchia.


Invece.


Invitato a Sky per un dibattito, l’ex direttore di RadioRai – dopo aver esternato le sue opinioni via satellite – si trova fuori dalla sede di via Salaria in attesa che lo riaccompagnino a casa, quando a un certo punto vede che accanto a lui si materializza un’auto di lusso, di quelle Ncc, Noleggio con conducente. Fa per avvicinarsi, ma la signorina addetta alla logistica lo ferma: quell’auto è per un altro partecipante al talk show, Bobo Craxi. Per Selva c’è un taxi del 3570, subito dietro.


Apriti, cielo: Gustavo si incazza come una belva. Com’è possibile che Craxi junior vada su una Ncc e lui invece su un 3570? Che vergogna è mai questa? Urla, strepiti, un paio di immancabili “lei non sono chi io” e la minaccia di non mettere mai più piede negli studi di Sky. La ragazza dello studio, imbarazzata, spiega che non è colpa sua, non ha fatto lei le prenotazioni, purtroppo un’altra Ncc non è al momento disponibile, lo prega di accettare il taxi (prepagato ovviamente, non è che l’ospite dovesse tirare fuori un euro) altrimenti non sa come rimandarlo a casa.


Selva però continua a urlare, mentre fuori si crea un capannello e Bobo se ne va con la sua ammiraglia. Poi però è il taxista che s’incazza, «e che sono mica un pulciaro io, che cos’ha che non va la mia macchina, che è zozza?», così alla fine l’ex senatore si arrende e sale, rinnovando tuttavia a gran voce la sua minaccia di disertare per il resto della sua vita gli studi di Sky (immagino che Murdoch tenterà il suicidio per il dolore).


Segue un viaggio – dalla Salaria all’Aventino – in cui il furibondo ex parlamentare si attacca al telefonino e chiama tutti i suoi amici per raccontare loro l’incredibile affronto: nelle conversazioni abbondano gli insulti a carattere sessuale verso Bobo Craxi e – per osmosi – anche verso la sorella Stefania, definita a più riprese «una donna nata col cazzo».


Massì, lo so, è solo una piccola storia ignobile: anche se racconta un po’ di cose su questo benedetto Paese e sul suo vecchio establishment ancora in cerca di piccoli privilegi e status symbol.


A me l’ha raccontata questa mattina il taxista, quello di Selva, che mi è venuto a prendere in via Novaro dopo una puntata di Omnibus. La prossima volta quasi quasi faccio i capricci anch’io e strillo per avere una Ncc. O se non ce l’hanno, un’autoambulanza.

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Com’era moderno Napolitano

Com’era moderno Napolitano: "

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Nonostante i precedenti, qualcuno in giro ancora si arrabbia con Napolitano perché ha firmato il legittimo impedimento, e molti si immaginano chissà quali segrete armi di ricatto abbia in mano Berlusconi per rendere tanto mansueto il Quirinale.




A me sembra che le ipotesi complottiste non tengano conto di chi è stato culturalmente, direi quasi cognitivamente, Giorgio Napolitano. O, meglio ancora: che cos’è stata nel Pci la corrente migliorista, di cui Napolitano era il massimo rappresentante nazionale.


Eppure non è difficile: basterebbe risfogliare i giornali degli anni Ottanta per farsi riportare alla mente quanto i miglioristi fossero tiepidi con il sistema di potere dell’epoca – quello del Caf, di cui Berlusconi era l’editore incaricato – al quale non contrapponevano alcuna ipotesi di alternativa culturale e politica ma del quale bramavano solo qualche fetta di potere e di affari.


A fronte della sobria moralità di Berlinguer e delle utopistiche teorizzazioni di Ingrao, i miglioristi rispondevano coltivando i rapporti con le aziende e con i “poteri forti”, all’epoca assai più forti di adesso.


Un connubio che ebbe la sua punta di diamante a Milano, dove il Pci (dominato dai miglioristi, appunto) lungi dal denunciare politicamente la greppia craxiana- quella che poi prese il nome di Tangentopoli – ambivano solo a farne parte: con la collaborazione alle giunte socialiste, con la spartizione dei posti chiave alla Rai e nel resto del sottopotere, attraverso gli ottimi rapporti con i potentati economici della città.


L’incarnazione plastica di questa impostazione era un mensile che si chiamava il Moderno, espressione dei miglioristi, che già nel nome rivendicava l’abbraccio con i valori dominanti della Milano da bere: dalla Borsa alla rucola, fino alla “modernità” – appunto – di quel dinamico broadcaster milanese che riempiva di pubblicità le pagine del mensile in questione: Silvio Berlusconi.


Niente di segreto, niente di misterioso: era tutto più o meno alla luce del sole. I miglioristi erano filosocialisti, proprio come Berlusconi – e tanti altri. Quindi nessuno si stupiva che il filosocialista Berlusconi finanziasse il mensile della corrente di Napolitano.


Ora, sia ben chiaro e a scanso di equivoci: qui non si sta dicendo che Napolitano firma tutto perché Berlusconi 25 anni fa lo finanziava. Si sta dicendo che Napolitano è sempre stato – o almeno era già negli anni Ottanta – assai indulgente verso un modo di intendere la politica e il suo intreccio con gli affari che a una minoranza di milanesi – penso a Società Civile, penso a Nando Dalla Chiesa e a pochi altri – pareva invece ributtante, e che infatti poi è scoppiato come un bubbone purulento nel ‘92-’93.


Aspettarsi che adesso Napolitano ribolla di sdegno morale verso l’erede di quel mondo, insomma, mi pare aspettarsi davvero un po’ troppo.

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Mafia, quella 'trattativa' per salvare 7 politici

Mafia, quella 'trattativa' per salvare 7 politici: "

Dopo la deposizione dell'ex Guardasigilli Martelli, al processo di Palermo contro il generale Mori, emerge una storia inconfessata e inconfessabile. Nel 1991 Cosa Nostra è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia.



Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.



Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.



Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di "pulirsi i piedi". Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).



"Si fa la guerra per fare la pace", spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: "Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola".



I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.



Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito "per fermare le stragi". E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di "supporto politico". Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: "Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi". L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola "segreto" in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino - che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan - sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.



Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. "Ero preoccupato", ha spiegato l’ex ministro, "era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia...Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’". Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: "Probabilmente", diceva, "i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste". Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.



Da il Fatto Quotidiano dell'8 aprile 2010







(dall'alto in senso orario, Giovanni Falcone, Totò Riina, Calogero Mannino, Giulio Andreotti. Foto Ansa)

vi interessa un corso di OS?

http://www.federica.unina.it/corsi/sistemi-operativi/

Napolitano, 11 volte vergogna

Napolitano, 11 volte vergogna: "

Il capo dello Stato ha firmato anche la legge sul legittimo impedimento,

per salvare Berlusconi e i ministri dai processi, anche se è palesemente incostituzionale




Con la promulgazione del "legittimo impedimento" per Berlusconi e i suoi ministri, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato l’undicesima legge vergogna in quattro anni di mandato. Le altre dieci erano: l’indulto extralarge esteso ai reati dei colletti bianchi, il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, la legge salva-Pollari, il lodo Alfano, la norma della penultima finanziaria che raddoppia l’Iva a Sky, i due pacchetti sicurezza Maroni contenenti norme razziali anti-rom e anti-immigrati, lo scudo fiscale Tremonti, il decreto salva-liste del Pdl. Resta da capire il perché di quel mese di melina, che aveva suscitato speranze nelle persone perbene e timori nel partito dell’impunità: semplicemente, dopo tanto firmare, il Presidente aveva finito l’inchiostro, o aveva inceppato la penna, o magari aspettava il dopo elezioni per dare un colpo al cerchio e uno alla botte: respinto il ddl sul Welfare (che estende l’arbitrato ai rapporti di lavoro), promulgato il legittimo impedimento. Tanto Berlusconi non deve licenziare nessuno e del ddl se ne strafrega, mentre col legittimo impedimento potrà fuggire legalmente dai suoi processi, e come lui i suoi ministri, per 18 mesi, in attesa di bissare il lodo Alfano con legge costituzionale o di ripristinare l’autorizzazione a procedere, cioè l’impunità per tutti i parlamentari. Dunque Napolitano nega la sua firma a una legge che non giudica incostituzionale, ma che semplicemente non condivide (il ddl sul lavoro) e appone la sua firma su una legge incostituzionale, come ha già sancito la Consulta in due sentenze del 2001 e del 2008. La prima, a proposito degli impedimenti parlamentari accampati da Previti nei processi "toghe sporche", stabilì che "l’esigenza di celebrare i processi in tempi ragionevoli e quella di assicurare un corretto assolvimento dei compiti istituzionali hanno pari rango costituzionale" e spetta al giudice, non certo all’imputato, assicurare un giusto bilanciamento fra le due istanze. La seconda, bocciando il lodo Alfano, definiva "irragionevole e sproporzionata" la "presunzione legale assoluta di legittimo impedimento" dovuta esclusivamente dalla carica ricoperta: gli impedimenti valgono "solo per lo stretto necessario", "senza meccanismi automatici e generali", tantopiù che la deroga al principio d’eguaglianza era imposta con legge ordinaria. Inoltre, in barba al precetto costituzionale che vuole i giudici "soggetti soltanto alla legge", il legittimo impedimento li assoggetta alle circolari di un funzionario di Palazzo Chigi che comunicherà insindacabilmente ai tribunali, di sei mesi in sei mesi, l’impossibilità del premier e dei ministri a comparire in udienza. Visto che è tutto molto chiaro, sarebbe ora di smetterla con le ipocrisie e di chiamare le leggi vergogna col doppio cognome: "Berlusconi-Napolitano". E di fare in modo che le proteste non vengano soltanto dai dipietristi e dall'estrema sinistra. Ma da tutti gli italiani che hanno a cuore la Costituzione.


 

Maroni, ministro pirata

Maroni, ministro pirata: "Conferma: "Scarico gratis"



Quando si parla di Internet Roberto Maroni non smette mai di stupire. Il ministro dell’Interno è tornato su un argomento a lui caro: il download di file su Internet. Lo ha fatto in un’intervista a Panorama in edicola oggi dove prima ha ribadito il suo amore per la musica: "Non passo mai una giornata senza musica. La ascolto al ministero, in aereo con l’iPod". Poi ammette: "A volte, scarico gratis musica dalla Rete". Quel "gratis" ha il suono di illegale, almeno a leggere il seguito dell’intervista: "Quest’ultima abitudine vuole essere una provocazione, perché credo che la soluzione non sia quella francese di tagliare il collegamento a chi scarica illegalmente canzoni. La soluzione è creare un sito protetto, sicuro e legale, dove i ragazzi possano scaricare brani i cui diritti d’autore sono garantiti dall’intervento di uno o più sponsor. Questa è la via maestra per tutelare sul serio i diritti di tutti". Parole, non c’è dubbio, al miele per i tanti amanti della condivisione su Internet a volte bollati come "ladri" dalla stampa e dalle grosse etichette musicali. Sul fronte download Maroni scavalca a sinistra molti esponenti del suo governo e della sua maggioranza e, soprattutto, disconosce la legge francese, la cosidetta Hadopi, che nonostante le numerose critiche è diventata un modello in tutta Europa.



La legge, voluta a tutti i costi da Sarkozy, prevede che venga tagliata la linea Internet a chi è scoperto per tre volte a scaricare illegalmente dal web. Ma Maroni, ormai non c’è dubbio, è a favore del download; già nel 2006 disse: "Scarico illegalmente musica da Internet". Ai tempi, però, era all’opposizione.Ora invece è in un posto chiave del governo e il suo partito appare in grado di dettare l’agenda nella maggioranza. Se i suoi convincimenti personali si trasformassero in una proposta concreta, anche di legge, avrebbe senza dubbio dalla sua parte molti appassionati di musica e patiti della Rete.



Da il Fatto Quotidiano del 9 aprile"

venerdì 9 aprile 2010

Apple: ecco a voi iPhone OS 4.0

Apple: ecco a voi iPhone OS 4.0: "Il nuovo firmware per i device mobili di Cupertino porta con se' una serie di interessanti novita' tra cui spicca il multitasking. Gli sviluppatori sono gia' al lavoro mentre gli utenti dovranno attendere l'estate per averlo fra le mani

eBay paghera' per i lingotti scomparsi

eBay paghera' per i lingotti scomparsi: "La popolare casa d'aste online dovra' rimborsare un cittadino austriaco che non aveva mai ricevuto l'oro acquistato. Da un'azienda definita di fiducia dal sito che aveva poi dichiarato bancarotta

E' morto Malcolm McLaren l'"inventore" dei Sex Pistols

E' morto Malcolm McLaren l'"inventore" dei Sex Pistols: "MUSICA
E' morto Malcolm McLaren l''inventore' dei Sex Pistols
Aveva 64 anni, era malato da tempo. Fu manager della band e fra i primi animatori del movimento punk. Era sposato con la stilista Vivienne Westwood

(21:05 08/04/2010)

Europa 7: dopo 11 anni ottiene le frequenze

Europa 7: dopo 11 anni ottiene le frequenze: "

Nel '99 Francesco Di Stefano vinse con 12 miliardi di lire una gara per la concessione nazionale di un canale televisivo. Così nacque Europa 7 che, dopo undici anni di contenziosi legali e polemiche politiche (e la presenza di Rete 4), ieri ha trovato un accordo con il governo per ottenere le frequenze necessarie per la copertura del territorio pari all'80 per cento. Le trasmissioni inizieranno a giugno: "Dovevo fare televisione a 46 anni, la farò a 57, forse con minori energie e in un panorama completamente cambiato. Ma anche stavolta riusciremo ad adeguare il nostro progetto", dice Di Stefano.



La nuova intesa con il governo era stata raggiunta a febbraio e ieri è stata presentata dal viceministro Paolo Romani. Si chiude anche l'ultimo capitolo in tribunale. Il ricorso di Europa 7 al Tar contro il ministero per lo Sviluppo Economico che aveva assegnato all'emittente il canale 8 considerato "insufficiente". Di Stefano ha vinto la sua lunghissima battaglia: "Direi che si tratta di un miracolo".



Da il Fatto Quotidiano del 9 aprile



LEGGI: 20 gennaio 2009: il Consiglio di Stato deposita altre due sentenze sul caso "Europa 7" di Marco Travaglio



VAI a tutti i post di voglioscendere.it su questo argomento

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Fuoco Amico

L’altro ieri il Giornale di Feltri che sparava titolo ed editoriale contro l’Italia che dichiara 15mila euro l’anno e poi si mette in coda ai caselli. Come dire, le facciamo o no pagare le tasse?

Oggi Libero che apre titolando “Scherzi da Pdl, arriva la stangatine di mezza estate”, con tanto di commento del direttore Belpietro in cui si grida al “tradimento” degli elettori, che tanto generosi sono stati alle regionali.



http://bracconi.blogautore.repubblica.it/2010/04/09/manovra-e-fisco-nel-pdl-torna-il-fuoco-amico/

La Matematica di Rito Padano


Dopo aver rivisitato l'antiquato istituto della sottrazione. Il ministro Maroni ha ora posto le basi per una riforma, in senso federalista, dell'addizione. Rispondendo ad un'interrogazione del'On. Murer, si è così espresso in relazione ai tempi necessari per rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno:

"... Inoltre, i tempi medi assoluti di conclusione del procedimento si sono progressivamente ridotti, si è passati dai 303 giorni del 2007 (tempi medi per il rilascio del permesso) ai 271 del 2008, ai 101 del 2009, con una riduzione del 67 per cento rispetto al 2007 e del 63 per cento rispetto al 2008, quindi, di oltre il 120 per cento in due anni...."
C'è evidentemente un modo per fermare l'avanzata leghista: un esame di matematica.


http://www.lavoce.info/articoli/-licenza_poetica/pagina1001642.html

Adsl: banda larga ?

http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/04/08/news/adsl_la_grande_bugia_della_velocit_e_la_met_di_quella_pubblicizzata-3204613/

-Fra

[Weekly info]Continuous DRAM tight supply will likely attain strong DDR2/DDR3 1Gb pricing trend to September

[Weekly info]Continuous DRAM tight supply will likely attain strong DDR2/DDR3 1Gb pricing trend to September: "According to DRAMeXchange, given the aggressive demand from PC-OEMs, 1H’Apr. contract price still remains strong upward momentum that DDR3 is up 7% to US$46 while DDR2 is up 5% to US$42."

Le nostre tasse sparite...

TASSE RUBATE. Tasse privatizzate. Tasse evaporate. Almeno 90 milioni di euro - ma forse molti di più - di tasse pagate dai cittadini e mai versate nelle casse dei rispettivi Comuni. Tosap, Tarsu, Cosap, Ici, multe. Soldi finiti nel conto corrente sbagliato. È lo scandalo delle tasse rubate o - se volete - dei "furbetti delle tasse". Oppure, ancora meglio: è lo scandalo annunciato di "Tributi Italia", società privata per la riscossione delle imposte locali, nata a Chiavari e cresciuta in fretta in tutta Italia, a nord e a sud, al centro e nelle isole. Ecco: la bolla delle tasse, dopo quella immobiliare. D'altra parte Giuseppe Saggese, cinquantenne tarantino, figlio di magistrato, che di questa storia è il protagonista essendo il fondatore e poi il dominus di "Tributi Italia", costretto a tirare i fili da dietro le quinte per via dei due arresti (nel 2001 e nel 2009), le tasse le chiama "piastrelle". Piastrelle con le quali costruire pezzo dopo pezzo il proprio patrimonio.


http://www.repubblica.it/economia/2010/04/09/news/tasse_sparite-3212376/

mercoledì 7 aprile 2010

La riforma Obama della Sanitá

...
Negli USA, il problema numero uno del sistema sanitario NON È CHE MANCA LA SANITA' PUBBLICA ma che, pur spendendo fra privato e pubblico più del doppio (in percentuale del PIL, che è tutto dire) della maggioranza dei paesi europei, i cittadini americani godono di "performances" sanitarie non migliori di quelle francesi, tedesche o anche spagnole ed italiane. Nonostante la fetta di PIL che va in sanità sia enorme, una % considerevole della popolazione - tra il 3% ed il 10%, le stime disponibili sono tutte un po' truccate ma quella più ragionevole dice 20 milioni, ossia circa il 6,5% della popolazione - non ha assicurazione sanitaria e ricorre o a pagamenti in contanti, o al pronto soccorso o a strutture ospedaliere che non rifiutano mai trattamenti d'emergenza.
...
Tra Medicare, Medicaid, Veteran Administration ed una varietà di altri programmi, la spesa sanitaria pubblica è pari a circa il 47% della totale, ossia a circa il 7% del PIL USA (2008, oggi è senz'altro maggiore). Questo implica che la spesa pubblica USA nel settore sanitario è, in valore assoluto, fra le più alte del mondo e, in percentuale del PIL, inferiore solo ad una manciata di paesi e superiore, tanto per dire, all'italiana.
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Gli_aspetti_mal-sani_della_riforma_Obama#body

Ecco le foto del decollo inaugurale del primo aereo a energia solare...

http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/04/07/foto/svizzera_decolla_il_primo_aereo_solare-3175744/1/

martedì 6 aprile 2010

What's next for troubled Spansion?

What's next for troubled Spansion?: "NOR flash vendor Spansion Inc. missed its target date to emerge from bankruptcy.

iPAD anatomy

http://www.eetimes.com/showArticle.jhtml?articleID=224201247&cid=NL_eet

http://www.eetimes.com/showArticle.jhtml?articleID=224201254&cid=NL_eet

Dram market

http://www.eetimes.com/showArticle.jhtml?articleID=224201130&cid=NL_eet

nand ranking 2009

http://www.eetimes.com/showArticle.jhtml?articleID=224201124&pgno=2

lunedì 5 aprile 2010

Bliki: VcsSurvey

Bliki: VcsSurvey: "

When I discussed VersionControlTools I said that it
was an unscientific agglomeration of opinion. As I was doing it I
realized that I could add some spurious but mesmerizing numbers to
my analysis by doing a survey. Google's spreadsheet makes the
mechanics of conducting a survey really simple, so I couldn't
resist.

I conducted the survey from February 23 2010 until March 3 2010
on the ThoughtWorks software development mailing list. I got 99
replies. In the survey I asked everyone to rate a number of version
control tools using the following options:

  • Best in Class: Either the best VCS or equal best
  • OK: Not the best, but you're OK with it.
  • Problematic: You would argue that the team really ought to be using something else
  • Dangerous: This tool is really bad and ThoughtWorks should press hard to have it changed
  • No opinion: You haven't used it

The results were this:


ToolBestOKProblematicDangerousNo
Opinion
Active ResponsesApproval %
Subversion20726109993%
git651910148599%
Mercurial332720366297%
ClearCase03144141585%
TFS00322244540%
CVS0145911158417%
Bazaar11330801782%
Perforce126161544461%
VSS11116422773%

As well as the raw summary values, I've added two calculated
columns here to help summarize the results.

  • Active Responses: The total of responses excluding 'No
    Opinion'. (eg for git: 65 + 19 + 1 + 0)
  • Approval %: The sum of best and ok responses divided by active
    responses, expressed as a percentage. (eg for git: (65 + 19) / 85)

The graph shows a scatter plot of approval percentage and active
responses. As you can see there's a clear cluster around Subversion,
git, and Mercurial with high approval and a large amount of
responses. It's also clear that there's a big divide in approval between those
three, together with Bazaar and Perforce, versus the rest.

Although the graph captures the headline information well, there's
a couple of other subtleties I should mention.

  • Although the trio of Subversion, git, and Mercurial cluster close
    together on approval, git does get a notably higher amount of best
    scores: (65 versus 20 and 33).
  • VSS got the most 'dangerous' responses, but a couple of people
    approved of it.
  • Neither TFS or ClearCase are liked much, but ClearCase got more
    'dangerous' responses than TFS (41 versus 22).
  • Don't read too much into small differences as I'm sure they aren't
    significant. I'm sure the difference in approval percentage between VSS, TFS,
    and ClearCase isn't signifcant, but the difference between these three
    and the leaders is.

Some caveats. This is a survey of opinion of ThoughtWorkers who
follow our internal software development discussion list, nothing more. It's
possible some of them may have been biased by my previous article
(although unlikely, since I've never managed to get my ThoughtBot
opinion-control software to work reliably). Opinions of tools are
often colored by processes that are more about the organization than
the tool itself. But despite these, I think it's an interesting data
point.

I should also stress the important point to take away from this
isn't the comparison between those close in the numbers, eg comparing
git and Mercurial or comparing TFS and ClearCase. Any survey like this
has a certain amount of noise in it, and I suspect the noise here is
greater than such a difference. The important point is the big
approval gap between the leading tools (Subversion, git, and
Mercurial) and the laggards - essentially the point in
VersionControlTools.

"

The show must go on

The show must go on:

"Un giorno - forse - ci domanderemo come sia potuto accadere tutto questo. Nel video l’inizio de The Berlusconi show, il reportage recentemente trasmesso dalla Bbc sul caso Italia. Autore: Mark Franchetti. Non scava molto in profondità, sta ben attento a non sbilanciarsi troppo, ma basta raccontare la superficie delle cose per collocare il nostro paese in una condizione di grave anomalia, diciamo così, rispetto all’intero Occidente.


QUI la versione integrale.

"

Colti sul fatto

Tutto nasce da un articolo di Facci che trovate collegato (questa e' la ragione del tag).

Colti sul fatto: "Ebbene sì, Libero ci ha colti sul Fatto, anzi sul Misfatto. Il Fatto beneficia di una riduzione sulle tariffe per la spedizione del giornale sugli abbonati postali che sono meno di 10mila. Viceversa sugli abbonati online che ricevono l’edizione in pdf paghiamo un’Iva del 20% rispetto a meno del 4% che viene applicato alle vendite in edicola e agli abbondamenti postali. Il giornalista di Libero sa certamente che quello che lo scandalizza è un giroconto: le poste operano in monopolio ed applicano le tariffe più alte d’Europa prestando il peggior servizio d’Europa e lo stato restituisce alle stesse Poste il 50% delle tariffe applicate. Questo monopolio dovrebbe cessare il 31-12-2010. Siamo certi di poter ottenere sul libero mercato un prezzo ed un servizio molto migliore di quello pur agevolato ora concesso dalle Poste.



La scritta "non riceve alcun finanziamento pubblico" posta sotto la nostra testata risponde al vero e viene messa in evidenza per assicurare ai lettori la più piena autonomia e indipendenza di questo giornale dai cosiddetti poteri forti includendo in questa categoria anche i partiti politici. Entro due mesi la nostra società presenterà la propria dichiarazione dei redditi relativi al 2009. Ne invieremocopia a Libero (giornale ben foraggiato di fondi pubblici attraverso il Partito Monarchico) che potrà verificare il rapporto dare-avere tra il Fatto spa e lo Stato.



Da il Fatto Quotidiano del 4 aprile

La frontiera dimenticata

La frontiera dimenticata: "

Il Kosovo porta dei traffici criminali



di Rosaria Talarico



Pec (Kosovo) - Le sentinelle che vigilano su Villaggio Italia non sono armate, sono molto alte e invece della mimetica indossano un manto candido. No, nessuna violazione degli standard Nato. Sono le montagne innevate alle spalle della base Kfor, che ospita i contingenti di Italia (nazione leader), Slovenia, Ungheria, Romania e Turchia. Prima del filo spinato e delle telecamere di sorveglianza, prima dei cartelli che intimano di scaricare le armi per entrare nella base, chi arriva qui non può fare a meno di vedere queste vette imponenti e seminascoste dalla nebbia. Siamo a Belo Polje, vicino alla città di Pec/Peja nel settore ovest del Kosovo. Il doppio nome (in serbo e in albanese) compare in tutti i documenti di Kfor, perché i conflitti interetnici si vincono anche applicando l’equidistanza linguistica. Il Kosovo è uno dei "teatri operativi" in cui è presente l’Italia. Una missione in realtà dimenticata da giornali e opinione pubblica che concentrano la loro attenzione su aree più calde, come l’Afghanistan. Eppure a livello geografico il Kosovo è proprio dietro l’angolo rispetto all’Italia. Appena un’ora di volo da Roma. Tanto serve per arrivare all’aeroporto di Gjacovë/Djakovica, dove all’atterraggio si viene accolti da una scritta tranquillizzante: "Amiko", che però vuol dire semplicemente Aeronautica Militare Italiana in Kosovo. Da qui partono e arrivano i militari italiani, le provviste, i bambini kosovari con gravi malattie curati in Italia.



È da poco passato il secondo anniversario dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo (riconosciuta da una sessantina di Stati e a cui si oppone con forza la Serbia, che ha presentato un ricorso alla Corte dell’Aja). Mentre dieci anni sono trascorsi dall’avvio di Kfor (Kosovo Force), la missione internazionale a guida Nato autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1999. Cosa è cambiato nel frattempo? La disoccupazione tocca punte del 70% , c’è molta emigrazione (con le rimesse degli emigrati si sostiene la fragile economia kosovara), i contrasti tra serbi e albanesi sono drasticamente calati, anche grazie a diversi progetti interetnici.



I TRAFFICI ILLEGALI. Resta l’enorme piaga della criminalità e dei traffici illegali. Il Kosovo è da sempre il crocevia di contrabbandieri che fanno passare dalle sue montagne impervie qualsiasi cosa: droga (soprattutto eroina proveniente dall’Afghanistan), armi, sigarette, gasolio e anche esseri umani. Ed è facile riconoscere chi si dedica a queste attività perché di norma guida potenti suv tirati a lucido e Audi superaccessoriate. La splendida valle della Rugova (un canyon solcato dalle acque) arriva fino in Montenegro e a praticare il "trekking" fino a un po’ di tempo fa erano soprattutto i contrabbandieri. Il rischio paventato da più parti è che il Kosovo si trasformi nella Colombia d’Europa, quando già sono stati messi in luce i legami tra la mafia kosovara e la ‘ndrangheta calabrese. Il quadro tratteggiato da una missione di pochi mesi fa dell’Unodoc (l’ufficio dell’Onu che si occupa di droga e criminalità) evidenzia parecchie criticità: dalla legislazione inesistente per contrastare la criminalità alla scarsità di dati ufficiali sul traffico di droga, dalla necessità di supporto tecnico e di personale alle autorità locali al potenziamento dell’intelligence (evitando però abusi e corruzione che sono una costante). Altra anomalia che salta subito all’occhio del visitatore: il Kosovo è ben lungi dall’avere le caratteristiche per entrare in Europa, eppure la moneta corrente è l’euro…



MITROVICA/MITROVICË. È l’area più problematica del Kosovo tanto che le truppe italiane di stanza a Pec sono state in gran parte trasferite qui. Nel Nord del Paese al confine con la Serbia, si trova Mitrovica/Mitrovicë. La città è divisa in due dal ponte sul fiume Ibar (anche se i ponti in teoria dovrebbero unire), con a Sud gli albanesi e a Nord i serbi. Qui non è raro vedere auto che girano senza targa - come confermano i carabinieri di Msu, profondi conoscitori del territorio - per evitare di far capire la provenienza serba o kosovara e non subire atti vandalici.



LE ENCLAVE. Un nugolo festante di bambini tanto sorridenti quanto sporchi è il comitato di accoglienza al campo "7 settembre", un poverissimo villaggio di Rae (la sigla con cui i militari identificano rom, ashkali ed egizi, etnie minoritarie che vivono in condizioni di povertà estrema). Un ossimoro parlare di igiene, con l’occhio che si posa sulle montagne di spazzatura ai lati del viottolo fangoso, la strada principale del villaggio, dove i ragazzini giocano mentre due somari carichi di legna scendono a valle. I bimbi saltellano intorno e non chiedono caramelle, ma fazzoletti per pulirsi i nasini gocciolanti.



VITA DA MILITARE. Da Villaggio Italia si domina tutta la vallata di Dukagjini. Sul piazzale all’ingresso campeggia la scritta "Uniti per la pace", ingentilita da un’aiuola di piantine rinsecchite dal gelo. La neve è ai bordi degli ampi viali, d’inverno arrivare a -20° è la regola e non c’è goretex che tenga. All’interno della base si trova tutto: pizzerie e ristoranti arredati con stili diversi, palestre, sala giochi con i biliardi e gli immancabili biliardini, bar, i px (gli spacci, che vendono ogni genere di mercanzia), finanche l’ufficio postale (l’unica filiale di Poste italiane all’estero). C’è il Nuovo Cinema Paradiso, dove assicurano che non si proiettano film: è solo l’aula briefing, curiosamente chiamata così. I film si guardano al computer nei corimec, i moduli abitativi dove ci si addormenta cullati - si fa per dire - dal ronzio incessante dei generatori elettrici per ricominciare l’indomani con l’inno nazionale durante l’alzabandiera, issata ogni mattina con la pioggia, il sole, la neve o la nebbia. E poi c’è una vera radio. Partita come operazione psicologica per ottenere il favore della popolazione, Radio West è stata la prima radio militare italiana e un grande successo. Immediatamente dopo la guerra ha permesso il ricongiungimento di familiari dispersi e ora trasmette musica italiana (va fortissimo Celentano), serba e albanese. Ci sono poi le dediche di militari e ascoltatori locali. Il dj è il maresciallo Luca Tundo, che ha fatto un corso presso Rtl 102.5 e se la cava alla grande al microfono. Vita comoda o vita dura? Di certo stare qui è una vacanza rispetto all’Afghanistan. Una fonte qualificata che vive in Kosovo riassume così: "Per i soldati di Kfor questo è il paradiso. Prendono un ricco stipendio per non fare la guerra: qui non c’è nessuno che spara e nessuna battaglia. Ogni tanto devono fare la voce grossa per giustificare la loro presenza". Ma sarebbe scorretto ridurre a questo la presenza internazionale in Kosovo. Gli stessi militari sono consapevoli del fatto che più diventano inutili più vuol dire che il Kosovo è in grado di camminare con le sue gambe, senza appoggiarsi alla stampella della Nato o dell’Europa. Ma chi è ritornato in missione qui a dieci anni dalla guerra non può fare a meno di notare i cambiamenti in meglio che proprio gli italiani hanno contribuito a creare costruendo strade e scuole e spendendo milioni di euro in progetti di cooperazione. Con una sensibilità e una passione che tutta la popolazione kosovara riconosce, a qualsiasi livello. Lo sa bene il colonnello Vincenzo Grasso, comandante del Multinational battle group West: "Più che il militare sto facendo il diplomatico. Incontro sindaci, imam, monaci, capi villaggio perché l’attività militare è molto ridotta, si fanno più che altro esercitazioni". La Nato infatti ha deciso che Kfor passerà da 15mila a 10mila unità. Anche il contingente italiano verrà ridotto gradualmente, andranno via 500 dei circa 1400 militari presenti oggi.



I MONASTERI ORTODOSSI. Il Patriarcato di Pec e il monastero di Visoky a Decanj/Decane sono due esempi mirabili di architettura romanica e pittura bizantina. Entrambi dichiarati dall’Unesco “patrimonio dell’Umanità”, da sempre sono protetti dai militari italiani essendo i luoghi-simbolo della spiritualità serba in un'area a maggioranza albanese. Il 25 aprile doveva tenersi la cerimonia di intronizzazione del nuovo patriarca ortodosso. L'evento è stato rimandato all’autunno, ufficialmente per consentire di accogliere al meglio gli ospiti stranieri tra cui, secondo alcune indiscrezioni, il presidente russo Dimitri Medvedev. Le autorità religiose non vedono di buon occhio la riduzione del personale Kfor, preoccupati che la protezione passi alla polizia kosovara (al 90% albanese e in cui non sono pochi gli uomini provenienti dall’Uck, l’ex esercito di liberazione). Da Kfor garantiscono invece gli standard di equità e professionalità raggiunti dalla polizia, che ha saputo conquistare la fiducia di tutti. Di sicuro gli albanesi non possono entrare nei monasteri o assistere ai riti suggestivi a lume di candela, tra l’odore di incenso e i canti polifonici. "Originariamente il nome era Kosovo i Metohija, che vuol dire terra della chiesa. Non so perché questa seconda parte è stata eliminata" si chiede Madame Dobrilla, la battagliera portavoce delle monache del Patriarcato mentre mostra preziose icone e candelabri anneriti dalle fiamme (nel 2004 centinaia di chiese serbe furono distrutte dagli albanesi), recuperati e restituiti al patriarcato dai soldati italiani "gli unici ad aver avuto questa sensibilità".


 


L’Islam in salsa kosovara non ha nulla dei rigidi precetti di impostazione wahabita. È un Islam un po’ posticcio, come i minareti appiccicati a chiese preesistenti e così trasformate in moschee. Il venerdì, giorno da dedicare al culto, i negozi sono aperti e bere alcol non deve far indispettire poi tanto Allah visto il consumo di rakija, una sorta di grappa balcanica. Gli albanesi non hanno monasteri imponenti come patrimonio storico, ma le poche “kulla” (la tipica abitazione albanese a forma di torre) sono quasi scomparse a causa della guerra e della trascuratezza. Una di queste ospita un cimitero, una sorta di sacrario militare dei guerriglieri dell’Uck e in futuro un museo che ne ricordi le gesta. Proprio di fronte sorge il castello di Ramush Haradinaj, ex primo ministro del Kosovo processato dal tribunale dell'Aja. "Young europeans" recita il claim dello spot commissionato dal governo e costato quasi 6 milioni di euro. Chissà se il nation branding pubblicitario (la costruzione della reputazione di una nazione) funzionerà.



Da il Fatto Quotidiano del 4 aprile

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Continuous Integration

Continuous Integration di Martin Fowler

Oltre Minzolini

Oltre Minzolini: "

paragone


In Rai sta andando in onda la garetta a chi è più servile: ma mi pare che ultimamente Gianluigi Paragone abbia fatto un allungo micidiale.

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Usa: ecco il vero costo della riforma sanitaria

Usa: ecco il vero costo della riforma sanitaria: "Salvo colpi di scena hollywoodiani, la sofferta riforma della legislazione sanitaria statunitense entrerà presto in vigore. Possiamo dunque azzardare un’analisi della nuova legge – le sue novità e i suoi costi – senza (eccessivo) timore di essere smentiti, a breve, dalle incalzanti cronache parlamentari.
La sanità pubblica americana è attualmente composta da due grandi programmi [...]"

Gelmini, lacrime tardive

Gelmini, lacrime tardive: ""Entro gennaio avrò l'anagrafe completa delle scuole italiane". Gelmini, novembre 2008, subito dopo il crollo del liceo Darwin a Rivoli. "Entro sei mesi sarà completata una ricognizione del livello di sicurezza degli edifici scolastici che consentirà di stilare una classifica delle priorità degli interventi", gennaio ‘09, due mesi dopo. Passata l’emergenza, risopito il problema nell’indifferenza generale, Gelmini, ad una domanda su ilsussidiario.net , pochi giorni fa, non solo glissa su tutte le affermazioni precedenti, ma passa ad uno dei suoi contrattacchi preferiti: "Più del 97% del bilancio dell’Istruzione viene assorbito dagli stipendi e poco resta per le spese più urgenti così come per l’edilizia scolastica e la formazione. Il governo che ci ha preceduto non ha avuto il coraggio di affrontare questo problema (…) Il nostro impegno, al contrario, è migliorare la qualità della spesa, investendo più risorse nell’edilizia scolastica, nei laboratori e per gli strumenti necessari nelle attività quotidiane".



Con il solito condimento di cose non vere (i laboratori sono stati tagliati del 25%; il ministero ha un debito con le scuole italiane di 1,5 mld, che ha già annunciato non verrà rifuso), motiva il taglio di 140.000 posti di lavoro attraverso la sublime giustificazione dell’insicurezza delle scuole: è anche colpa nostra se cadono a pezzi. Il problema edilizia scolastica va avanti da alcuni lustri, tra un traccheggiamento, un annuncio, l’evidenza di ciò che conta: i fatti. Che ci dicono che recarsi a scuola ogni giorno per gli 8 milioni – studenti, insegnanti, personale Ata - di persone coinvolte è una cabala: ma che razza di Paese è quello in cui si consente a bambini, ragazzi, adulti di trascorrere una parte importante della propria giornata in ambienti molto spesso ingrigiti, fatiscenti e, soprattutto, insicuri? Dopo 14 anni di rilevazioni e ben 12 milioni di euro spesi, ancora nessuno è in grado di dire quanto sia grave la condizione dell’edilizia scolastica.



Non è stata ancora completata l'Anagrafe, progetto presentato dal Miur nel 2004, attuazione tardiva della legge Masini, che si proponeva di censire i 41.000 edifici, per individuare priorità nelle emergenze e nella programmazione degli interventi. L'attuazione del D.Lgs 626/94 - la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro – per la scuola è stata continuamente prorogata. Unico effetto: mettere al sicuro gli Enti Locali – responsabili in materia - dal rischio di chiusura per inagibilità degli edifici non ancora a norma, considerando anche gli effetti della stretta finanziaria e della drammatica riduzione nel trasferimento di risorse agli stessi. Obiettivo di civiltà rimandato, anno dopo anno, Finanziaria dopo Finanziaria. I dati, al solito sconfortanti: divario evidentissimo tra Nord e Sud; 55.62% degli edifici scolastici costruiti prima del 1974, 38.14% con urgentissima necessità di manutenzione. Il 19.3% degli istituti non ha ottenuto la certificazione igienico sanitaria, il 29.7% l’agibilità statica. Il 62.3% delle scuole non è dotata di certificazione di prevenzione antincendio , solo il 56.72% ha scale di sicurezza; in calo drammatico l’azione di bonifica dell’amianto. Fonte: la decima indagine Legambiente sull’edilizia scolastica, cui ancora un alto numero di enti locali non risponde.



Non sono fredde cifre: in quegli scuole, con quelle percentuali, entrano tutti i giorni i nostri figli. E noi, a lavorare. La bella inchiesta di Iacona avrà avuto forza se, oltre all’indignazione immediata, produrrà maggiore coscienza dei gravi problemi (tra cui questo) che ha rappresentato. Intanto il Codacons promuove la denuncia delle situazioni di sovraffollamento nelle aule. Quali sono le priorità di questo governo? Dopo due anni, dopo gli "epocali" interventi stile veni, vidi, vici, la Bismarck di merito, semplificazione, sicurezza, con le sue facili ricette – grembiulino, 5 in condotta, quota del 30% - ce le continua ad indicare: tagli. Di posti di lavoro, cultura, possibilità di emancipazione. La sicurezza non occupa le prime posizioni nell’agenda Gelmini. Il timore è doverne riparlare alle prossime lacrime di coccodrillo.



Da il Fatto Quotidiano del 4 aprile

 

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Emanuele Filiberto uno di noi

Emanuele Filiberto uno di noi: "

di Andrea Aloi



Quando le escort si chiamavano dignitosamente puttane, i cucitori di asole non erano ancora diventati stilisti e i lavoratori occasionali venivano pagati di più proprio perché saltuari, insomma, quando l’Italia era ancora un Paese serio, per ritrovarsi davanti la faccia di un Savoia bisognava palpeggiare indolenti tra le riviste dalla parrucchiera. Vi spuntava spesso Vittorio Emanuele, quello stempiato-ondulato con gli occhiolini azzurri, fisicone moscio da fancazzista bizzoso, un ideal-tipo di nobiluomo killer di contadini e dissenzienti che avrebbe fatto la sua porca figura tra i Romanov massacrati a Ekaterinburg (per dire del gentile aspetto e della perfetta morte sua, come la puntarella con l’alice o il bagnetto verde col lesso). E insieme a lui Marina Doria Cadonett, consorte affabile come un punteruolo da ghiacchio tra la sesta e la settima vertebra. Svizzera, Corsica e annesse sparatorie, chiacchiere, matrimoni reali, baldovini, borboncini, toilettes: tutto molto rotocalco e socialmente accettabile, in qualcosa il Savoia e signora sapevano rendersi utili, ti trastullavano mentre languivi sotto il casco tempestata di bigodini. La fine dell’esilio ha consegnato ai sabaudi un ruolo diverso che interpella i residui della nostra coscienza. A differenza dei Savoia Aosta che sono storicamente persone decenti e fiere, questi qui del ramo Carignano hanno dente canino ben smerigliato, rivendicano restituzioni subendo pernacchia di Stato, trafficano, interessano i procuratori. Il figlio di ampia mascella Emanuele Filiberto, poi, nonostante sia nato a Ginevra, abbia due figlie a Ginevra e un mestiere di finanziere a Ginevra, piroetta sui testicoli nostrani al di qua del confine. Attenti, c’è della logica in questa vertigine di nonsenso che ha condotto ai fasti del prime time il molesto nipote del travicello che firmò le leggi razziali. Il principesso Emanuele Filiberto è un perfetto arcitaliano: si candida alle politiche una prima volta in liste equivoche, danza e canta e presenta in tv, seduce il sottoproletariato culturale di massa. Ha nell’esibizionismo intemperante e scadente un luminoso futuro, perché la funzione di eletto del popolo si esercita ormai nello stesso identico modo tra Camere e telecamere. Scriveva quel buontempone di Leopardi che noi peninsulari avremmo, per riscattarci, un sentimento da riscoprire ora e subito: la vergogna.



Da il Misfatto del 4 aprile

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Lo stress test dell’iPad

Lo stress test dell’iPad: "


L’iPad è un dispositivo resistente? Se lo è chiesto come sempre Pc World e ha provato a dare delle risposte attraverso alcuni test di resistenza. Tim Moynihan, senior editor della rivista, lo ha graffiato, lavato e infine gettato a terra.


Se dal punto di vista dei graffi non ha battuto ciglio, con l’acqua e le cadute l’iPad non è apparso molto resistente. Il grande schermo di vetro è delicato e una caduta accidentale potrebbe distruggerlo facilmente. L’iPhone da questo punto di vista si era comportato meglio, ma la superficie soggetta agli urti è minore.


State attenti quando ne avrete uno. Farlo volare dalla mano potrebbe essere fatale.


Articolo tratta da: Melamorsicata.it

Lo stress test dell’iPad




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L’Infedele e la rude razza padana

L’Infedele e la rude razza padana: "

Stasera su La7 alle ore 21,10 L’Infedele farà i conti con la vittoria della “rude razza padana”, simboleggiata -come ha scritto Marco Revelli- dalla storica annessione del Piemonte al Lombardo-Veneto, conseguita per un soffio alle elezioni regionali del 2010. Come in una Seconda Guerra d’Indipendenza all’incontrario, centocinquantuno anni dopo, il conquistatore del Piemonte, Roberto Cota, e il doge della Serenissima indipendente, Luca Zaia, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall’accento asburgico. Uniti contro la pillola abortiva, in difesa della Tradizione.

La Lega Nord fin dalla nascita ama connotarsi, attraverso richiami storici più o meno verosimili, come espressione di un passato che ritorna. Ma adesso dobbiamo chiederci se la sua vittoria non anticipi la fisionomia della società italiana del futuro, in cui la sinistra rischia l’irrilevanza, mentre la destra popolare di Umberto Bossi è pronta a conglobare l’eredità berlusconiana. Nella copertina di Michele Mally il fondatore della Lega riveste una nuova funzione pastorale, mentre Berlusconi si adegua all’ortodossia leghista e sullo sfondo si consolida la nuova leadership di Giulio Tremonti.

Abbiamo invitato nello studio milanese dell’Infedele dei politici e degli osservatori che ben conoscono questo territorio, anche per non fermarci alla retorica del territorio (mica vero che lo conoscono solo i leghisti, troppo semplice!): il sindaco “verde” di Verona, Flavio Tosi; il presidente di centrosinistra della Regione Liguria, Claudio Burlando; il deputato europeo del Pdl, Gabriele Albertini, per un decennio primo cittadino di Milano; il siciliano Fabio Granata, parlamentare critico assai vicino a Gianfranco Fini. Discuteranno con loro lo storico dell’azionismo piemontese Giovanni De Luna; il giornalista del “Sole 24 Ore” Marco Alfieri; il sociologo Aldo Bonomi. Sarà con noi, unica donna, l’antropologa francese Lynda Dematteo, autrice di uno studio etnografico molto interessante sul linguaggio della Lega Nord. Non tragga in inganno il titolo brutale del suo libro, di cui manca per ora una traduzione italiana: “L’idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie”, edito da CNRS éditions de la maison des sciences de l’homme. La Dematteo non dà affatto degli idioti nè ai dirigenti leghisti nè ai loro elettori, ma studia l’approccio anti-élitario e semplificatore attinto alla Commedia dell’Arte italiana e alle sue maschere. Avete notato che le parole più usate in negativo della campagna elettorale sono state “fighettismo” e “radical-chic”? Vorrà pur dire qualcosa?

Naturalmente ci occuperemo anche del caso Milano, dove la ricandidatura a sindaco di Letizia Moratti non viene più data per scontata. E ci chiederemo se esista davvero un modello sociale leghista di organizzazione dell’economia e del territorio. Spero che L’Infedele di stasera possa rappresentare un buon rientro dalle vacanze pasquali e vi invito a intervenire numerosi sul blog con suggerimenti, domande, commenti.


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Die Zeit: Abusi sessuali, le responsabilità di Joseph Ratzinger

Die Zeit: Abusi sessuali, le responsabilità di Joseph Ratzinger: "di Claudia Keller, Die Zeit, (traduzione dal tedesco di José F. Padova)Durante gli anni ’50 e ’60, nell’arcidiocesi americana di Milwaukee, un prete cattolico avrebbe abusato di più di cento minorenni. Quando nella metà degli anni ’90 il caso fu riferito alla competente Congregazione per la dottrina della fede in Vaticano, l’allora capo della Congregazione [...]"

"Trovato l'anello mancante tra la scimmia e l'uomo"

"Trovato l'anello mancante tra la scimmia e l'uomo": "LA SCOPERTA
'Trovato l'anello mancante tra la scimmia e l'uomo'
Grande attesa per l'annuncio ufficiale del ritrovamento di uno scheletro di ominide perfettamente preservato in una cava di calcare in Sudafrica

(22:32 04/04/2010)

Preti pedofili, chi fermò Ratzinger?

Preti pedofili, chi fermò Ratzinger?: "Le rivelazioni del Cardinale Schoenborn.



Con chi parla Joseph Ratzinger? Chi ascolta? Nella Pasqua del quinto anno di pontificato la Chiesa sprofonda in una crisi devastante e non si intravvede ancora il cammino verso la resurrezione. Al contrario, le nubi si fanno più nere. Arrivano rivelazioni sempre più pesanti. In Inghilterra, dove il pontefice andrà in settembre, si preannunciano accese manifestazioni. Negli Usa (sondaggio Cbs) solo il 20 per cento approva il suo operato nella crisi. Mentre il Primate anglicano Williams attacca frontalmente la gerarchia cattolica per gli abusi in Irlanda. È una “passione” angosciante per la Chiesa cattolica. Non se ne esce, se non farà luce su tutti i crimini con un rigoroso esame di coscienza, che porti alla superficie omertà, errori, insabbiamenti e ritardi. Servono altri passi di Benedetto XVI. Si chiedono in America cosa faccia in queste ore l’inner circle del pontefice, la sua cerchia più stretta di collaboratori. Laggiù pensano che vi sia – come a Washington – uno staff di fidati consiglieri con cui il pontefice si consigli, analizzi la situazione, valuti le reazioni dell’opinione pubblica. Non è così. Papa Ratzinger opera in una solitudine monacale e imperiale. Gli è vicino il cardinale Bertone, segretario di Stato, gli è accanto il fedele segretario Gaenswein, ma sostiene un vecchio cardinale: “Il problema di Benedetto XVI è che non si lascia consigliare”. Soprattutto gli sembra estranea la concezione che l’opinione pubblica non sia una mera platea cui rivolgere discorsi, encicliche o ammaestramenti, bensì un interlocutore attivo che pone domande ed esige risposte.

In Vaticano regna un clima da stato d’assedio. Fra gli intimi del pontefice corre la convinzione che sulla stampa riecheggino le tirate di Goebbels contro la Chiesa cattolica, quando i nazisti cercavano di screditarla agitando le malefatte sessuali del clero. “Vogliono criminalizzarci in toto”, ha esclamato un prelato. “Vogliono distruggere la Chiesa”, insistono altri. L’Avvenire di venerdì portava otto lettere di lettori indignati per i cosiddetti attacchi al Papa: “Volontà di eliminare l’ultima voce di moralità… Campagna di stampa piena di disprezzo… Ipocrisia dei laicisti”. Per l’Osservatore Romano è in atto contro il pontefice un’ “ignobile azione diffamatoria”. In questo clima è nato l’ennesimo incidente tra Vaticano e comunità ebraica con la lettura del predicatore papale Cantalamessa di una “lettera di un amico ebreo”, che paragonava gli attacchi al pontefice alle persecuzioni antisemite dei nazisti . “Paragone ripugnante”, è stata la dura reazione degli ebrei tedeschi. Infuriato l’ebraismo internazionale. Il portavoce papale Lombardi ha dovuto smentire: “Non esprime la linea del Vaticano”.



Intanto fioriscono le attestazioni di solidarietà a Benedetto XVI, provenienti dagli episcopati e da esponenti più vari. Ma ciò non sminuisce una crisi, che scuote alle fondamenta credibilità e immagine della Chiesa cattolica, mentre la valanga delle rivelazioni è destinata a crescere. Nel palazzo apostolico non sembrano rendersi conto che di fronte alle testimonianze di centinaia e centinaia di abusi il vittimismo non è una via di uscita.



Ci sono fatti ormai accertati, che indicano la responsabilità diretta della Santa Sede nei decenni trascorsi. Lettere di denuncia a Paolo VI smarritesi chissà dove. Lentezze ed esitazioni che hanno permesso al violentatore di duecento bambini sordomuti di chiudere i suoi giorni, indossando la tonaca sacerdotale. Insabbiamenti di dossier pesanti, come quello del fondatore dei Legionari di Cristo Macial, nei cui riguardi soltanto nel 2004 il cardinale Ratzinger ha potuto aprire un procedimento d’inchiesta. Infatti all’interno della Curia di papa Wojtyla c’erano forti opposizioni. Ci vollero anni e anni, nonostante le sollecitazioni del vescovo locale, perché un prete violentatore fosse condannato alla riduzione allo stato laicale dopo il suo appello alla Congregazione per la Dottrina della fede. C’era in Vaticano, dinanzi alle notizie di abuso, chi tendeva a troncare e sopire. E’ stato il cardinale Schoenborn di Vienna a raccontare pubblicamente che quando a metà degli anni Novanta scoppiò in Austria lo scandalo dell’allora arcivescovo di Vienna cardinale Groer (accusato di pedofilia e poi costretto alle dimissioni), il cardinale Ratzinger “non riuscì” a far partire un’inchiesta per accertare gli abusi.



Abbiamo la testimonianza diretta di una conversazione di Schoenborn con Ratzinger nell’anno 1995: “Mi disse con tristezza: l’altro Partito l’ha avuta vinta”. Cioè il partito della Segreteria di Stato. Dalle parole di Schoenborn si capisce come potevano andare le cose in Vaticano.“Esponenti della Curia persuasero Giovanni Paolo II che i media avevano esagerato la questione e che un’inchiesta avrebbe soltanto creato cattiva pubblicità”.



Cattiva pubblicità… Ecco la parola chiave per spiegare decenni di omertà, inerzie, colpevoli lentezze, di cui le gerarchie ecclesiastiche in tante parti del mondo portano responsabilità. Esattamente ciò che Benedetto XVI ha stigmatizzato nella sua Lettera ai cattolici irlandesi: “Preoccupazione fuori luogo per la reputazione della Chiesa e per evitare scandali”. Ma seppure nella lettera papa Ratzinger è stato coraggioso e rigoroso nell’indicare la strategia per combattere gli abusi, ora nessuno può credere che la Chiesa cattolica possa risorgere dalla crisi senza aprire gli archivi, senza fare piena luce sulle segnalazioni pervenute in Vaticano nei passati decenni, senza confessare apertamente ciò che è stato fatto e non fatto. “Rendere conto dei misfatti senza tentennamenti e minimizzazioni”, ha sintetizzato il cardinale Scola di Venezia. E l’iniziativa tocca al pontefice. Papa Ratzinger, più lucido di molti suoi difensori, deve evitare di farsi soffocare dal professor Ratzinger. Dalla sua tendenza a considerare le questioni in astratto, dal credere che basti intervenire autorevolmente una sola volta perché tutto sia chiarito, dal suo atteggiamento di chiusura verso le domande scomode dei mass media. È stato un errore non dire una parola sugli scandali il Giovedì Santo. È stato sconsolante vedere che il cardinale Ruini alla Via crucis ha by-passato il tema della “sporcizia nella Chiesa”, che il cardinale Ratzinger aveva sollevato a voce alta nel 2005. Questa Pasqua è per la Chiesa una traversata del deserto. Ma senza un rigoroso esame di coscienza e una piena confessione dei fatti oscuri del passato, non arriverà alla pace.


Papa Benedetto XVI (foto Emblema)


m.politi.roma@tiscali.it 



da Il Fatto Quotidiano del 4 aprile 2010

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Quando con Mozilla Internet è diventato di tutti

Quando con Mozilla Internet è diventato di tutti: "Umanizzare internet. Sembra quasi un’antitesi: umanità e virtualità, uomo e rete. ...."

domenica 4 aprile 2010

Angelino inciampa
sui preti pedofili

Angelino inciampa<br>sui preti pedofili: "

Alfano manda gli ispettori contro il pm anti-stupri che aveva denunciato "coperture" ecclesiastiche degli abusi



Martedì prossimo comincia alla Procura di Milano l’ispezione ministeriale decisa dal guardasigilli Alfano, questa volta mosso non dalla preoccupazione per indagini su Berlusconi, ma per "il tono potenzialmente diffamatorio" di un’intervista su Il Giornale della famiglia del premier. E’ stata rilasciata dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, sui preti pedofili, con parole che ormai dice anche il Papa. Forno, capo del pool specializzato in abusi sessuali su minori, ha dichiarato: "Nei tanti anni in cui ho trattato l'argomento non mi è mai arrivata una sola denuncia, né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti". E sulle denunce: non sono mai state presentate da ecclesiastici ma da familiari "dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa e questa non ha fatto assolutamente niente". Poi un sospetto pesante: "Che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti perché è oggettivo che nella scelta c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinare le vittime".



Una forte critica alla Chiesa da parte di un magistrato, ha offerto ad Alfano un’occasione per lanciare quella che a molti osservatori appare un’operazione politica: riaffermare i rapporti privilegiati tra Pdl e Vaticano dopo l’idillio scoccato tra la Lega e Oltretevere, suggellato dall’abiura dei neogovernatori Cota e Zaia della pillola abortiva. Infatti il governatore della Lombardia, Formigoni si è spellato le mani per applaudire l’iniziativa del ministro e collega di partito. Ma Alfano è stato più realista del re, anzi del Papa.



Ratzinger il 20 marzo scorso è stato duro come, se non più di Forno, nel condannare i silenzi di alti prelati sugli abusi sessuali. Lo ha fatto con una lettera ai cattolici irlandesi dopo le inchieste su abusi decennali in collegi religiosi da parte di preti: "Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa". E sull’omertà di alti prelati: "Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente…". Alfano ufficialmente ha deciso l’indagine ministeriale perché si deve accertare se la condotta di Forno "abbia violato i doveri di correttezza, equilibrio e riserbo che devono essere particolarmente osservati nella trattazione di procedimenti delicati come quelli per reati di pedofilia…".



Gli ispettori al momento raccoglieranno notizie dalla Procura generale ma potrebbero decidere di arrivare in procura in seguito. Forno ha dichiarato di essere "assolutamente tranquillo, fornirò agli ispettori tutte le spiegazioni necessarie. Non ho mai inteso generalizzare né criminalizzare l’intera Chiesa". Il magistrato però ha ribadito le sue accuse: "Più che con la dimensione del fenomeno, ad allarmarmi è l’atteggiamento delle gerarchie". Infine un’altra dichiarazione: "Una volta iniziate le indagini non ho avuto ostacoli dalle autorità ecclesiastiche". Forse è la risposta al comunicato della Curia di Milano che, riferendosi a un’intervista su Il Giornale di ieri ad un padre che l’ha accusata di aver protetto un prete pedofilo, ha dichiarato che "non ha in nessuno modo coperto i presunti abusi o ostacolato le indagini". Quanto alle reazioni dei magistrati all’intervista di Forno, al Csm ci sono sottolineature diverse: "Se gli ispettori hanno solo il compito di acquisire le dichiarazioni di Forno su quell'intervista, ha detto il consigliere Mario Fresa, non mi pare che Alfano stia esorbitando dai suoi poteri". Un altro consigliere, Fabio Roia, ha criticato la scelta di Alfano di comunicare alla stampa la sua iniziativa: "In questo momento ci sono grandi temi che stanno investendo il Paese e che sono particolarmente cari alla Chiesa cattolica. L'effetto annuncio sembra finalizzato a capitalizzare un eventuale consenso politico". (Leggi tutto) di Antonella Mascali



LEGGI



Angelino Papalino di Marco Travaglio











(L'immagine tratta dal film La mala educaciòn di Pedro Almodòvar)



Da il Fatto Quotidiano del 3 aprile

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Leadership del Pd...

..., la scalata dei "giovani"

«Nessuno tocchi Bersani», è il loro motto. Il segretario può dormire tranquillo ancora per un po’. Ma al prossimo giro gli emergenti del Pd ci metteranno la faccia. Trentacinquenni alla Matteo Renzi, quarantenni alla Debora Serracchiani e persino cinquantenni alla Laura Puppato. Vogliono rinfrescare l’aria nelle stanze del Pd, si scambiano reciproche strizzatine d’occhio, ma intanto si preparano a scendere in campo sfruttando il traino di postazioni di prestigio. Il meglio piazzato, sulla scacchiera delle nuove leadership, è forse il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Classe 1975, ex scout, tre figli, è diventato primo cittadino con il 59,96% dei voti, dopo aver trionfato alle primarie del centrosinistra. Se si esclude il più anziano dei « giovani » , cioè il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti (1965), dicono che Renzi sia quello con più carte da giocare. Alle primarie fiorentine si era candidato «contro tutti», contro i veltroniani e contro i dalemiani: «Io non ho sponsor e non li cerco». E se mai si dovesse aprire la corsa per la segreteria del Pd, anche Renzi, dicono, potrebbe essere della partita.
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Assai più bellicoso si mostra il filosofo Giuseppe Civati detto Pippo. Nato nel ’75 e appoggiato da Ignazio Marino, è un po’ il nuovo Cacciari del Pd.


Mamma mia, che qualcuno li salvi da loro stessi...