domenica 18 aprile 2010

La rivelazione del cardinale: Wojtyla ha protetto un pedofilo

La rivelazione del cardinale: Wojtyla ha protetto un pedofilo: "

Secondo Castrillon, il papa elogiò l'insabbiamento di un caso



Un cardinale trascina Giovanni Paolo II nella vicenda degli abusi non denunciati. Castrillon Hoyos afferma che papa Wojtyla autorizzò la lettera di elogio a un vescovo francese per aver fatto ostruzionismo alla giustizia. La fragorosa rivelazione cade mentre Benedetto XVI, arrivando a Malta, ha confessato ai giornalisti che il "corpo della Chiesa è ferito dai nostri peccati" e l’unica via di salvezza consiste nel Vangelo, "vera forza che purifica e guarisce". Il cardinale Dario Castrillon Hoyos non è un porporato qualunque. Colombiano ottantenne, duro e tenace, è stato presidente del consiglio dell’episcopato latino-americano (Celam) negli anni in cui Wojtyla faceva terra bruciata intorno alla Teologia della liberazione, poi dal 1996 al 2006 prefetto della Congregazione per il Clero. Quando Benedetto XVI liberalizza la Messa preconciliare, il cardinale celebra a Loreto il primo rito solenne dopo il decreto papale. Quando scoppiò il caso del vescovo negazionista lefebvriano Williamson, Castrillon Hoyos era a capo della commissione Ecclesia Dei, incaricata di negoziare con i seguaci di Lefebvre. Pur appassionato di Internet, non si era accorto (o non aveva voluto) che il vescovo Williamson contestava la Shoah.



Dunque, corre l’anno del Signore 2001. É il mese di settembre e da poco un presule di Francia – mons. Pierre Pican, vescovo di Bayeux – è stato condannato a tre mesi con la condizionale per aver rifiutato di denunciare alla magistratura il prete pedofilo René Bissey. Il prete è un tipico predatore. Tra il 1989 e il 1996 ha compiuto ripetuti abusi sessuali su minori, il tribunale gli infligge 18 anni di carcere. Con questi precedenti il cardinale Castrillon prende carta e penna e scrive al vescovo reticente Pican: "Lei ha agito bene, mi rallegro di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia e di tutti gli altri vescovi del mondo, avrà preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi".



La data della missiva è importante: 8 settembre. Nel mese di maggio il cardinale Ratzinger ha reso noto il Motu proprio papale "Delictis gravioribus", che stringe i freni sui delitti di pedofilia e ordina ai vescovi del mondo di trasmettere ogni caso al Sant’Uffizio (Congregazione per la Dottrina della fede). Secondo le Linee-guida rese note recentemente il vescovo Pican avrebbe dovuto agire in conformità alla legge civile dello stato, che appunto prevede la denuncia. Invece mons. Pican, che già nel 1996 era stato informato degli abusi sessuali su minori, non aveva denunciato il sacerdote Bissey, limitandosi a consigliargli una cura psichiatrica. Il cardinale Castrillon, non contento di elogiare il suo silenzio, aggiunge con enfasi: "Questa Congregazione, per incoraggiare i fratelli nell’episcopato in una materia così delicata, trasmetterà copia di questa missiva a tutti i fratelli vescovi".



Pubblicata su un sito francese, la lettera di Castrillon riceve il 15 aprile una sferzante bacchettata dal portavoce papale Lombardi: "Non risponde in nessun modo alla linea presa dalla Santa Sede e anzi dimostra quanto fosse necessario unificare sotto la competenza della Congregazione per la Dottrina della fede la trattazione rigorosa e unitaria dei casi di abusi sessuali: cosa che avvenne nel 2001 con il Motu proprio in cui era contenuto il documento Delictis gravioribus". Il colpo di barra non ha retto lo spazio di una notte. Perchè il porporato colombiano, testardamente, ha rivendicato di avere agito con il placet della Suprema Autorità. Sarebbe stato papa Wojtyla in persona ad averlo autorizzato a congratularsi per il gesto e a dargli un carattere esemplare. Nel corso di una conferenza nella città spagnola di Murcia il cardinale Castrillon – così riferisce il quotidiano La Verdad – ha precisato testualmente: "Dopo aver consultato il Papa e avergli mostrato la lettera, la inviai al vescovo, congratulandomi con lui per essere stato un modello di padre che non consegna i suoi figli" alla giustizia. Il porporato ha specificato che "Giovanni Paolo II mi autorizzò ad inviare la lettera a tutti i vescovi del mondo e a metterla su Internet".



É la prima volta che papa Wojtyla viene così direttamente chiamato in causa in una vicenda di omertà sui casi di pedofilia. Già nei giorni scorsi si erano levati interrogativi su chi avesse informato o disinformato Giovanni Paolo II al punto che l’allora cardinale Joseph Ratzinger – all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – non riuscì nel 1998 ad aprire un’inchiesta sul pluri-abusatore Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo. Nella presa di posizione di Castrillon c’è comunque un’ambiguità di fondo. Il cardinale ha spiegato alla Cnn che il diritto canonico proibisce al confessore di "riferire quanto detto dal penitente, con le parole o in qualsiasi altro modo”. Tuttavia il portavoce papale Lombardi non ha mai accennato al fatto che il vescovo Pican avesse saputo delle tendenze criminali del suo prete esclusivamente in confessionale. In ogni caso, in mancanza di una totale trasparenza sul passato e di una piena assunzione di responsabilità, il Vaticano non uscirà dalla tenaglia dell’ondata di rivelazioni. Ondata inarrestabile. In un’intervista all’Osservatore Romano il Segretario di Stato, cardinale Bertone, ribadisce che Benedetto XVI ha indicato una linea molto chiara: "Purificazione e penitenza". Ma l’associazione americana delle vittime di abusi (Snap) chiede misure concrete e stringenti. Bill Nash, loro rappresentante, propone che "il Vaticano e le diocesi istituiscano un registro online dei preti credibilmente accusati di abusi".



Da il Fatto Quotidiano del 18 aprile

Segreto pontificio da abolire

Segreto pontificio da abolire: "

Negli ultimi tre decenni, la Chiesa gerarchica di papa Wojtyla e di papa Ratzinger ha denunciato a polizia e magistratura i casi di pedofilia ecclesiastica di cui veniva a conoscenza? Questa è l’unica domanda da porre, se si vuole affrontare davvero il "chi" delle responsabilità per la tragedia di decine di migliaia di bambini violentati da sacerdoti cattolici. Una domanda che in Italia nessuno avanza (lo ha fatto solo questa testata), ma che all’estero arriverà perfino in alcuni tribunali, visto che negli Usa esiste un reato assai grave che si chiama "ostruzione di giustizia". La risposta alla domanda è purtroppo un rotondo no. La Chiesa di Wojtyla e di Ratzinger non ha mai denunciato al "braccio secolare" i delitti di pedofilia che avvenivano tra i suoi pastori. L’altro ieri la sala stampa vaticana ha spiegato che fin dal 2003 esistevano procedure operative mai rese pubbliche e attribuibili all’allora cardinal Ratzinger, riassunte in un testo di "linee guida" messo online sul sito ufficiale della Santa Sede, secondo cui "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".



La maggior parte dei quotidiani semplifica un apologetico: si denunci sempre alle autorità civili! Le cose non stanno così. Le "linee guida" sono un testo anonimo e privo di data, scritto in inglese. Testo non solo segreto ("mai reso pubblico") ma evidentemente informale e rivolto al massimo a una o più diocesi di lingua inglese. I paesi che impongono a chi non sia pubblico ufficiale di denunciare un reato di cui venisse a conoscenza non sono molti (ancor meno se il reato è prescritto).



Il Vaticano riesce così a far credere – senza una vera e propria menzogna – di aver sempre denunciato i preti pedofili alle autorità statali. Siamo agli antipodi del "il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal maligno" che leggiamo nel Vangelo (Matteo 5,37). E soprattutto: nessuna denuncia è mai stata fatta. Se quel documento fosse stato davvero operativo, la vera notizia sarebbe che da sette anni tutti i vescovi del mondo disobbediscono al Papa e al suo Prefetto della Congregazione per la difesa della Fede. Uno scoop da premio Pulitzer. Credenti e non credenti aspettano perciò l’unica azione necessaria: che il “segreto pontificio” venga abrogato e sostituito con motu proprio dall’obbligo di denunciare sempre il prete pedofilo (anche quando per la legge è solo facoltativo) e che gli archivi vengano consegnati alla magistratura. Il resto è ipocrisia.



Da il Fatto Quotidiano del 15 aprile

sabato 17 aprile 2010

Coraggio, fateli ammazzare

Coraggio, fateli ammazzare: "
bandanax

da Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2010


È struggente, quasi commovente, la gara di solidarietà avviata dagli house organ del Partito dell’Amore per i tre volontari italiani di Emergency arrestati-sequestrati in Afghanistan. L’altro ieri il Giornale, per non esporli troppo, titolava a tutta prima pagina: “Terroristi, vittime o pirla”. Sommario: “A furia di giocare col fuoco talebano, gli uomini di Emergency si sono scottati. Forse stanno coi banditi, forse subiscono una rappresaglia. Ma che ci facevano le armi nel loro ospedale?”. Il soave epiteto “pirla” per tre italiani buttati in qualche cella buia di qualche carcere speciale non è una novità, per il Partito dell’Amore in versione cartacea: era già stato utilizzato da Libero (direttore Feltri) nel 2003 per abbracciare idealmente il giornalista Enzo Baldoni rapito in Iraq e dunque definito “un pirlacchione”, un perdigiorno a caccia d’emozioni da Camel Trophy, sotto il simpatico titolo “Vacanze intelligenti” (l’autore della gaia trovata era Renato Farina, in arte Betulla, spia del Sismi).

L’idea che quelli di Emergency siano solo dei medici che, rischiando la pelle senza nulla in cambio, ricuciono arti amputati dalla sporca guerra scatenata dall’Occidente contro uno Stato sovrano, non sfiora nemmeno il quotidiano di Littorio Feltri: in un amorevole ritratto firmato da Giancarlo Perna (lo stesso che vent’anni fa ribattezzò soavemente “Capo inetto” un santo laico come il giudice Antonino Caponnetto, che si era offerto volontario per sostituire a Palermo Rocco Chinnici appena ammazzato dalla mafia), Gino Strada viene dipinto come un “ideologo ributtante” che “è  diventato chirurgo d’urgenza per dedicarsi ai teatri bellici”. Dinanzi a tanto amore, chiunque si sarebbe arreso. Invece Libero, anzi Occupato, ha tentato di scavalcare il Geniale e ce l’ha fatta. Secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro, già organo del Partito monarchico a spese dei contribuenti, la colpa dell’arresto-sequestro dei tre italiani è di Strada che, “comportandosi da fiancheggiatore ideologico dei terroristi, mette in pericolo i suoi collaboratori”. Uno che sabato “va in piazza sulla pelle dei tre” e così “rischia di complicare la situazione”. Insomma il fellone li vuole proprio morti.

E dire che gli basterebbe lasciar fare ai ministri Frattini Dry e Ignazio La Rissa. Il primo, con riflessi da bradipo, annuncia che prima o poi manderà una lettera a Karzai. Il secondo dipinge gli arrestati come possibili terroristi “infiltrati” in Emergency e ha in mente un rimedio risolutivo per farli liberare: Strada “prenda le distanze da loro”, così li impiccano subito e non se ne parla più. A questo punto, per completare l’opera, scende in campo la madrina del Partito dell’Amore: Maria Giovanna Maglie, di cui s’ignorano le opere ma non le note spese. Indossa l’elmetto, infila la mimetica, monta sul tank ed esplode su Libero una raffica di colpi di bazooka in forma di articolo. Il risultato è una prosa di rara delicatezza, in cui si ipotizza che i tre volontari nelle mani della polizia afghana siano “semplicemente dei ragazzotti un po’ coglioni, scusate volevo dire ingenui”. “Tre poveracci”, per dirla in dolce stilnovo, subornati da quel “profittatore” di Strada, “furbo a fregare gli altri pro domo sua”, infatti “in queste ore si agita scompostamente” invece di aspettare in poltrona l’esecuzione dei suoi amici. Monna Maglie elenca alcune dichiarazioni di Strada contro le guerre, senz’accorgersi, poveretta, di darsi il bazooka sui piedi, perché esse dimostrano l’imparzialità di Strada fra guerre targate centrosinistra (Kosovo: Clinton-D’Alema) e centrodestra (Afghanistan e Iraq: B&B). Il titolo dell’articolo parla da solo: “Gli italiani in carcere in Afghanistan: Emergency nei guai per i deliri di Strada”. Ecco, siccome Strada ha idee che non garbano a Karzai, e dunque alla signora Maglie, allora gliene arrestano tre alla volta. E’ la democrazia da esportazione, l’amore che vince sull’odio. A Kabul come a Roma. 
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni
 
Io sto con Emergency - L'appello di Emergency per la manifestazione di sabato 17 aprile a Roma, piazza San Giovanni, ore 14.30.
Video 'Gino Strada: è scattata la guerra ad un ospedale' (da micromega.net)



La guerra dei bambini - Ucuntu n.73 del 15 aprile 2010

Annozero Live: i vostri commenti della puntata
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Fisco, le due premesse che mancano

Fisco, le due premesse che mancano: "

Dopo anni di sconfitte dovute a motivi di volta in volta indicati come “eccezionali e imprevisti” – una volta l’extra deficit ereditato, poi l’11 settembre 2001, poi la bolla internet nei paesi Ocse, poi la crisi 2007-2009, e sempre naturalmente il gettito da assicurare in costanza di esercizio rispetto agli impegni europei – personalmente l’ottimismo della volontà mi resta tutto, ma il pessimismo della ragione mi induce a riconoscere che non nutro più alcuna fondata aspettativa che l’attuale centrodestra abbassi significativamente la pressione fiscale. Questo non significa affatto che cambi idea in ordine all’importanza di un energico abbassamento del suo peso, per determinare tre obiettivi: più crescita nel nostro Paese, condizione necessaria anche per colmare almeno in parte i gap storici tra Nord e Sud; rendere meglio sostenibile il bilancio e il debito pubblico, che altrimenti ci obbligherà a maggiori prelievi; nonché per una decente sostenibilità dei conti intergenerazionali, destinati altrimenti entro 10-15 anni a inabissarsi per i pochi attivi sul totale della popolazione anziana.  Personalmente non cambio idea non per tigna, ma perché l’evidenza della maggior crescita da minor pressione fiscale, determinatasi in tutti i Paesi di diversi modelli che l’anno praticata nei decenni del pre-crisi, esce a mio modo di vedere ulteriormente confermata e non smentita dal mondo nuovo nel quale la crisi ci ha obbligati a entrare: un mondo in cui i debiti pubblici Ocse tendono a crescere verso il 100% del Pil, su medie “italiane”. Di conseguenza, o si ha la lungimiranza di riforme che rendano minore la pressione avviando il risanamento energico dei deficit, oppure quelle parti del mondo avanzato che già nel pre-crisi sperimentavano una pressione fiscale record entreranno nel permafrost di un’era glaciale, caratterizzata da crescite stentate, conflitti sociali e default pubblici striscianti.


Con tutto il rispetto per chi le elezioni regionali le ha vinte dopo le politiche, e per chi  da 16 anni ha la forza personale di continuare e meritare tanti consensi degli italiani, il problema non è Silvio Berlusconi. E’ la teoria sottostante alla necessità di una organica riforma tributaria, a non essere più quella del Libro Bianco 1994 e della legge delega di riforma approvata nel 2001. C’ è un solo maestro di musica nel centrodestra in materia di imposte, e il suo nome non è Silvio. Ha conquistato sul campo il merito di aver evitato all’Italia di finire con CDS sul debito sovrano a 400 e oltre punti come la Grecia. Ha dalla sua la forza della Lega. Sapete benissimo, di chi sto parlando. E io per lui ho da molti anni rispetto e stima, anche se spesso mi fa imbizzarrire quando elogia il posto pubblico o difende nella crisi il ritorno allo Stato. Ciò non mi fa velo, per onestà intellettuale, dal riconoscere che oggi non ci sono più, le premesse condivise alla riforma fiscale che tra il 1994 e il 2001 accomunavano solidamente nel centrodestra italiano quel che dell’esperienza Reagan-Thatcher poteva essere adeguatamente adattato per importarlo in Italia.


Perché  quelle premesse ci fossero anche oggi, occorrerebbe l’indicazione preventiva e quantitativa di una consistente soglia di abbassamento del tasso di interposizione pubblico totale – cioè della somma di entrate e spese totali pubbliche – sull’economia italiana, oggi superiore al 100% del Pil. Cioè l’individuazione di due consistenti capitoli di intervento, contestuali alla riforma e necessari a renderla sostenibile, cioè non tale da ingenerare pericolosi deficit nel periodo di transizione.


Il primo capitolo è quello di una consistente riduzione di ciò che attualmente è pubblico di nome perché gestito con dipendenti, retribuzioni e acquisti pubblici, mentre dovrebbe restare pubblico solo di fatto perché invigilato dal pubblico, ma organizzato e  gestito da privati, fuori dal perimetro del bilancio dello Stato. Il secondo capitolo è quello di ingentissime dismissioni di patrimonio pubblico, nell’ordine di 300 o 400 miliardi di euro sul totale stimato in circa mille e 800 mila miliardi dell’attivo rispetto al debito pubblico che ormai ha un pari ammontare.


In parole semplici: la riforma dovrebbe assicurare non l’invarianza del gettito attuale, come è strisciante ma implicita premessa dell’attuale impostazione del maestro di musica  tributaria del centrodestra, bensì un gettito considerevolmente inferiore stante che la spesa corrente diminuirebbe di 6-7 punti di Pil per spin off da lasciare a privati, e al contempo mentre l’ammontare complessivo del debito pubblico diminuirebbe attraverso dismissioni di un’ordine di grandezza pari a 25 punti di Pil.


Senza tali due premesse,  la riforma si riduce a riequilibri tra questa o quella imposta, e tra potere impositivo centrale rispetto a quello delle autonomie. Per carità ottimi propositi, che possono anche essere attuati con innovazioni di cui comunque l’Italia ha gran bisogno, stretta com’è da una troppo elevata progressività nominale sui redditi della persone fisiche in realtà elusa da ciò che l’ordinamento consente a chi ha redditi più elevati, e una regressività intollerabile e iniqua sul reddito delle imprese, dove le poche grandi e le banche pagano tax rate assai inferiori delle imprese piccole che dell’Italia costituiscono l’ossatura.


Ma bisogna che per esempio i cattolici liberali lo sappiano e lo tengano ben presente: una riforma a parità di pressione fiscale che riequilibri tra centro e periferia e tra questa e quell’imposta non avrà certo spazio se non simbolico, per scelte di fondo come quelle a favore della famiglia. Sia che si pensi a un quoziente familiare, sia a deduzioni molto forti per figli e loro formazione, lo spazio per simili interventi si crea solo a pressione fiscale significativamente più bassa. Che serve a far crescere il Paese: ma, sfortunatamente, anche a tagliare radicalmente le unghie ai mediatori protempore della spesa pubblica e cioè agli apparati politici e parapolitici, esattamente ciò che un tempo il centrodestra diceva di voler fare, ma ha rivelato di non aver la tempra di fare, proprio come il centrosinistra.


Rassegnato, dunque? Neanche per idea. Come a sinistra c’è un Grillo che mette in difficoltà coi suoi consensi il Pd, non è affatto detto che un effetto analogo non possa verificarsi anche a destra, se qualcuno che sa di queste cose prende il coraggio a due mani e inizia a battere l’Italia con coraggio.  Vedremo.

La polpa di Telecom ha riempito le loro pance

La polpa di Telecom ha riempito le loro pance: "

La compagnia, privatizzata nel 1997, ha chiuso i conti nel 2009 con 34 miliardi di euro di debiti. Fronteggia lo stesso rosso di 10 anni fa ma ha dimezzato i dipendenti e ha ceduto asset e patrimonio immobiliare



Per capire come si è arrivati a questo punto più che gli esperti di bilanci servono quelli di linguistica. Bisogna infatti consultare il dizionario per comprendere l’esatto significato di spolpare - cioè ridurre all’osso - il verbo che meglio descrive la parabola di Telecom. Quella che un tempo era la più grande multinazionale italiana, undici anni dopo la scalata dei "capitani coraggiosi", guidata dall’attuale patron di Piaggio e presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, nei fatti non esiste più. Due giorni fa i conti del 2009 si sono chiusi con 34 miliardi di debiti. Il nuovo amministratore delegato Franco Bernabè promette che la (spaventosa) cifra diminuirà di altri 6 miliardi entro il 2012. Ma anche se così fosse un fatto è certo: Telecom oggi fronteggia più meno lo stesso indebitamento di due lustri fa, solo che ha dimezzato i dipendenti - ora sono circa 60.000 - ha ceduto tutto il suo patrimonio immobiliare, non ha ammodernato la rete rimasta ferma al 1994, ha ridotto il numero di clienti e ha venduto società e partecipazioni per più di 15 miliardi di euro. Insomma è stata a poco a poco spolpata.



Non è un caso, perché questa storia di predatori e prede nasce col trucco: una scalata a debito - quella di Colaninno - che ha causato un enorme buco nel bilancio finora impossibile da ripianare, anche perché la società ha continuato a distribuire sontuosi dividendi. Privatizzata nel 1997 dal governo Prodi, che era alla disperata ricerca di 26mila miliardi di lire per entrare nell’euro, Telecom a partire dal 1999 è stata un continuo teatro di scorribande e battaglie. Non solo finanziarie. Ma anche - e soprattutto - politiche.



La prima scoppia quando al governo c’è Massimo D’Alema. È in quel momento che Colaninno, il finanziere bresciano, Emilio Gnutti, e Giovanni Consorte, patron di Unipol, con 180 piccoli imprenditori padani, lanciano l'assalto a Telecom tramite una società lussemburghese: la Bell. Chi mette i soldi? Pochissimi gli imprenditori, moltissimi le banche: la sola Chase Manhattan presta 50 mila miliardi di lire. L’Opa (offerta pubblica di acquisto) viene lanciata il 20 febbraio ‘99: 24 ore prima D’Alema, scende in campo in favore degli scalatori, col celebre elogio dei "capitani coraggiosi". La nuova rude "razza padana" così audace da sfidare l’establishment dell’asfittico ed esangue capitalismo italiano.



La scalata si conclude in tre mesi. L’appoggio del governo e della Banca d’Italia si rivela decisivo. Il 10 aprile, infatti, Bernabè - già allora amministratore delegato - convoca un’assemblea straordinaria per deliberare un’opa di Telecom sulla controllata Tim: una mossa che manderebbe alle stelle il prezzo di Telecom, rendendo impossibile l’assalto dei “capitani coraggiosi”. Per la validità dell’assemblea, però, devono essere presenti i titolari di almeno il 30 per cento del capitale sociale. Si registrano invece azionisti soltanto per il 28 per cento. Chi manca all’appello? Oltre a molti fondi internazionali, non ci sono il Tesoro (maggiore azionista con il 3,46 per cento) e il fondo pensioni della Banca d’Italia. Cioè gli azionisti pubblici. Perché? Il direttore generale del Tesoro è Mario Draghi, futuro governatore di Bankitalia. Vorrebbe partecipare all’assemblea. Ma D’Alema gli ordina di astenersi. Il ministro Ciampi si allinea. Draghi allora chiede al premier di mettere il suo ordine nero su bianco. D’Alema prende carta e penna e invia al Tesoro una lettera "d’indirizzo" attorno alla quale nasce un giallo: il documento scompare in seguito dagli uffici del ministero. Guido Rossi, ex presidente di Telecom, commenta acido: “Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese". E definisce "gravissima" la condotta del governo.



La Telecom diventa un castello di scatole cinesi. Al vertice c’è Hopa, la finanziaria di Gnutti in cui siedono Fininvest, Unipol e Montepaschi: una specie di Bicamerale della finanza, con Silvio Berlusconi alleato dei "rossi". Hopa controlla Bell, che controlla Olivetti, che controlla Tecnost, che ha la maggioranza di Telecom. A render ancora più oscura la storia è la scarsa chiarezza sui veri soci di Bell. Il presidente è Raffaello Lupi, fiscalista collaboratore del ministro Visco. Ma il regno di Colaninno dura poco. Nel 2001 torna Berlusconi e Telecom cambia padrone. Arriva Marco Tronchetti Provera. Nel luglio 2001, Colaninno, Gnutti e Consorte vendono a Tronchetti il 23% di Olivetti-Telecom posseduto da Bell, intascando una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro. Alla faccia dei tanti piccoli azionisti che restano a bocca asciutta. Per i magistrati di Milano, Bell sottrae al fisco 680 milioni, ma poi la partita con le tasse viene chiusa con una transazione di "soli" 156 milioni. Anche Consorte e il suo braccio destro Sacchetti, hanno comunque da gioire. Per loro alla fine dell’avventura di Telecom ci sono 43 milioni ufficialmente versati come consulenze. A quel punto il problema del gigantesco debito accumulato per la scalata passa nelle mani di Tronchetti. Dal punto di vista politico il numero uno di Pirelli si mette a posto con Berlusconi chiudendo prima ancora che nascessero tutti i programmi de La7 che potevano far concorrenza a Mediaset (per questo vengono dati molti milioni di euro a Gal Lerner e Fabio Fazio), sponsorizzando il Milan con Pagine Gialle e tentando l’acquisto di Pagine Utili (operazione che si concluderà con il pagamento di una penale a Fininvest di 55 milioni di euro). Sul fronte dei bilanci si ricorre invece alle vendite di società e partecipazioni e a una dissennata politica commerciale condotta dall’ad Renato Ruggiero che sul momento aumenta i ricavi, ma che poi farà perdere molta clientela.



Un esempio su tutti: Aladino il videotelefono spinto a suon di spot che poi si rivelerà ben poco funzionante e spingerà chi può a cambiare gestore. Così nel giro di pochi anni, mentre si continuano a distribuire dividendi, prima Colaninno e poi Tronchetti vendono società su società, come l’assicurazione Meie, l’Italtel, la Sirti, Telespazio, l’operatore mobile venezuelano Digitel, la software-house Finsiel, Tim Hellas, Alice France e altre partecipazioni. Anche il patrimonio immobiliare scompare. A partire dal 2000, ma l’accelerazione più grande si verifica con Tronchetti, a poco a poco tutto, o quasi, passa a Pirelli Real estate. Un'operazione supportata da perizie e pareri legali, ma da più parti criticata perché considerata in evidente conflitto d'interessi. Mille-duecento cespiti cambiano così padrone solo nel 2005-06. Alla fine Telecom incassa molti soldi, ma si trova anche sul groppone una spesa per affitti di 400 milioni l’anno. Che sommati agli interessi sull’indebitamento e al buco da ridurre, spiega bene perché la società ogni anno trovi il denaro necessario per pagare i dividendi e non quello per fare investimenti.



LEGGI



La versione di Colaninno di Roberto Colaninno



Quello che non torna di Peter Gomez







Da il Fatto Quotidiano del 15 aprile

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Rai2, lite furiosa interna al Pdl - Video - RepubblicaTv - la Repubblica.it

Rai2, lite furiosa interna al Pdl - Video - RepubblicaTv - la Repubblica.it

Non baciamo le mani

Non baciamo le mani: "

L’attacco di Silvio Berlusconi a scrittori, sceneggiatori e registi che producono libri e fiction sulle mafie italiane, non va sottovalutato. Guai a giudicare le parole pronunciate dal premier come la solita uscita, a cavallo tra barzelletta e caduta di stile. Quando Silvio Berlusconi, magnificando l’azione del suo governo attacca gli autori de "La Piovra" e Roberto Saviano, lancia un segnale chiaro. Le mafie, è il pensiero del Cavaliere, sono battute, messe alle corde dall’azione di contrasto del governo. E giu’ con i numeri e le statistiche. "La mafia italiana è la sesta al mondo". Ma il presidente del Consiglio ha mai letto le relazioni annuali della Direzione nazionale antimafia, dei servizi di sicurezza, di polizia e carabinieri che individuano nella ‘ndrangheta l’organizzazione egemone a livello mondiale nel traffico di cocaina? Non le ha lette. I numeri e le conferenze stampa servono per dire che l’attacco al livello militare, il più basso nella gerarchia mafiosa, è a buon punto e che proseguirà.



Si astiene, Berlusconi, dal dire una parola sola su quell’insieme di protezioni economiche e politiche che fanno da sfondo al potere delle organizzazioni mafiose, al Sud come al Nord. Il primo e il secondo livello, come si diceva una volta, la borghesia mafiosa, come la chiamano oggi gli studiosi. La faccia pulita di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Come poteva farlo Berlusconi proprio oggi, quando al processo d’Appello per Marcello Dell’Utri, sono state pronunciate parole chiarissime, proprio su quel mondo? "L’imputato – ha detto il sostituto procuratore generale Nino Gatto – è stato al servizio dell’organizzazione mafiosa per un trentennio. Il processo d’Appello ha provato soprattutto che il senatore Dell’Utri avrebbe avuto un ruolo determinante per l’approvazione di alcuni provvedimenti legislativi che hanno favorito l’organizzazione mafiosa".



Chiaro? Marcello Dell’Utri è da sempre il braccio destro di Berlusconi, con lui fondò Publitalia, e poi Forza Italia, Dell’Utri fu l’artefice principe di quel 61 a zero che trasformò la Sicilia nell’Isola azzurra. Dell’Utri è l’uomo che portò nelle ville di Berlusconi lo stalliere Mangano. Mafioso per la giustizia italiana. "Eroe" per il Cavaliere e il senatore. La fantasia dello scrittore Ennio De Concini nella prima edizione della "Piovra" partorì il personaggio di Tano Cariddi, finanziere dalle umili origini al servizio di Cosa Nostra. A dare voce, volto ed espressione al personaggio fu un grande attore, Remo Girone. Nessuno dei due avrebbe immaginato che la realtà avrebbe di gran lunga superato la loro fantasia e le loro capacità artistiche.Marcello Dell’Utri è anche il personaggio venuto recentemente alla ribalta (ne hanno scritto, nell’ordine: il Fatto Quotidiano, la Stampa, Calabria Ora, L’Espresso) per la vicenda delle schede elettorali bruciate in Venezuela dal faccendiere Aldo Micciché. Un signore inseguito da condanne per almeno 25 anni, amico e socio di Marcello Dell’Utri, referente di una delle cosche più pericolose della ‘ndrangheta, quella dei Piromalli, della Piana di Gioia Tauro.



Micciché fa addirittura da tramite con Dell’Utri e gli fa incontrare due rampolli della "famiglia". Parlano di voti, di elezioni, "digli che noi controlliamo tutta la Calabria, la Sicilia", dice Micciché. Il quale era in contatto con un funzionario di Forza Italia, Filippo Fani, e con Barbara Contini, oggi senatrice del Pdl. Su questi rapporti – sul sito de L’Espresso è possibile ascoltare le intercettazioni dei protagonisti – nessuno, meno che mai Dell’Utri e Berlusconi – ha detto una parola. Omertà totale.


 


Attacca Roberto Saviano, Berlusconi, perché quel terzo livello, quella camera di compensazione degli interessi politico mafiosi, tocca anche un suo uomo in Campania. Nicola Cosentino, potente sottosegretario all’Economia, accusato di essere un referente del clan dei Casalesi, libero solo perché la Camera ha respinto la richiesta d’arresto avanzata dalla magistratura napoletana e passata al vaglio della Corte di Cassazione.



Cosentino nell’ultima tornata elettorale regionale, in Campania ha contribuito a formare le liste, ha fatto eleggere uomini suoi, avrà voce in capitolo nella formazione della giunta regionale. E’ un uomo che ha in mano le sorti di una delle regioni piu’ importanti d’Italia. Ecco perché Berlusconi se la prende con gli scrittori. La sua parola d’ordine è: non parlate di mafia, ci sono qua io, ci penso io.Infine una curiosità. La Mondadori, della famiglia Berlusconi, è la casa editrice di “Gomorra”, un best-seller che ha decretato non solo il successo di Saviano, meritatissimo, ma anche quello del suo editore. Mediaset ha prodotto e trasmesso una serie di fiction che parlano di mafia. Tutte di successo, tutte hanno arricchito il forziere del Cavaliere. Che fare? Continuare a scrivere e parlare di mafie. Perché noi, caro Cavaliere, NON BACIAMO LE MANI.



Da Malitalia



LINK



www.nonbaciolemani.it

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Proprio l'Italia non ci riesce..

..a non sforare col bilancio:

l’Italia ha conseguito nel 2009 il record del più elevato rapporto tra spesa pubblica al netto degli interessi e Pil della sua storia. Nello scorso anno, infatti, la spesa pubblica complessiva si è attestata a 52 punti percentuali del Pil, oltre tre punti sopra il dato 2008. Per ritrovare un dato altrettanto elevato bisogna tornare al lontano 1996, anno in cui fu presa la decisione di cercare di prendere il treno di Maastricht. Ma in quell’anno la spesa pubblica complessiva rispetto al Pil fu così alta perchè comprendeva interessi sul debito per 11,5 punti percentuali. Al netto di tale componente la spesa pubblica primaria fu ’solo’ il 41% del Pil. Invece nel 2009 se sottraiamo ai 52 punti di spesa pubblica su Pil i 4,6 punti di spesa per interessi, scendiamo solo poco al di sotto del 48%, un valore di quasi sette punti più elevato rispetto al 1996. Al netto degli interessi, pertanto, è la spesa pubblica più elevata in rapporto al Pil di tutta la storia d’Italia. Un secondo aspetto, non meno preoccupante, è che tutto il risparmio nella spesa pubblica per interessi conseguente all’adozione dell’euro (il ‘dividendo di Maastricht’, cioè il vantaggio derivante dalla convergenza dagli alti tassi d’interesse che gravavano sul debito espresso in lire verso i bassi tassi europei sui debiti in euro), è stato interamente dilapidato. Dal 1996 al 2009 abbiamo infatti risparmiato grazie all’euro quaso 7 punti di Pil di spesa per interessi. Cosa ne abbiamo fatto? A parità di pressione fiscale avremmo potuto portare il bilancio pubblico in attivo, oppure avremmo potuto migliorare solo parzialmente il disavanzo e ridurre sensibilmente le tasse; invece abbiamo integralmente utilizzato il beneficio per spendere di più sull’insieme delle altre voci. Cosa accadrà quando i tassi d’interesse, e con essi il costo del debito, riprenderanno a salire dagli attuali bassissimi valori?

venerdì 16 aprile 2010

La rottura Pdl fa scintille anche nel Pd - Corriere della Sera

La rottura Pdl fa scintille anche nel Pd - Corriere della Sera

Wikipedia, il sapere da basso In un libro la storia e i segreti

Wikipedia, il sapere da basso In un libro la storia e i segreti: "INTERNET
Wikipedia, il sapere da basso In un libro la storia e i segreti
Uno dei suoi artefici racconta in un libro la storia e i segreti dell'enciclopedia on line. Che cresce alla velocitá di trentamila parole al giorno ed è uno degli otto siti più visitati al mondo  di FEDERICO RAMPINI

(07:54 15/04/2010)

La cenere vista dallo spazio

http://tv.repubblica.it/dossier/vulcano-islanda-cenere/la-nube-di-cenere-che-blocca-l-europa/45618?video=&pagefrom=1

La Crisi, i Muri ed i Vincoli...

...
Ciò che trovo affascinante è che dopo quasi DUE ANNI dall'inizio della recessione tutti facciano finta che le politiche adottate funzionino anche a fronte di una disoccupazione al 10% ed anemici tassi di crescita del PIL, mentre il debito pubblico continua ad accumularsi. Ma va bene così.
...
Temo sia nient'altro che il ramoscello a cui un mondo in denial si aggrappa per poter continuare a ripetersi che non è successo niente, che non abbiamo sbattuto contro un grosso muro la cui presenza e consistenza ci erano ignote.
...
Ah, a proposito del muro contro cui abbiamo sbattuto: ci siamo fatti male un casino perché andavamo troppo forte, a causa delle politiche monetarie, ma il muro c'era lo stesso. Ora ve lo descrivo.
...
che la chiave di tutto (over and above le politiche monetarie e regolatorie demenziali dal 1995 in poi, ovviamente) sta nel fatto che abbiamo "urtato il vincolo". Il vincolo, che sarebbe il muro della vignetta precedente, è quello delle risorse naturali, fonti energetiche in particolare. Detto altrimenti: data la tecnologia oggi a disposizione, non ce n'è abbastanza per permettere ai BRICs di crescere al ritmo a cui sembrano capaci di farlo ed al vecchio OECD di crescere al ritmo a cui avrebbe bisogno o desiderio di crescere. Appena la grande recessione si è attenuata i prezzi di tutte le materie prime hanno ricominciato a crescere. Alla grande. E, si noti, il grosso del mondo OECD non sta ancora crescendo.

Morale No 1: son cazzi amari per un tot, ossia sino a che (innovazione dopo innovazione) il vincolo delle risorse naturali non venga rilassato ...
Mora
le No 2: inutile "iniettare moneta" (cosa vorrà dire, non lo so ...) o fare deficit spending per stimolare, cari macroeconomisti ufficiali. Se non ce n'è (ossia costan troppo) non ce n'è (ossia, il loro prezzo crescerà in proporzione).
...

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Vignette_di_politica_economica#body

America: Fermare il declino - Ma sull'outsourcing serve un'inversione a U

Sforzandosi di uscire dall'attuale crisi economica, gli Stati Uniti scopriranno un fatto sgradevole: il problema della competitività degli anni 80 e dei primi anni 90 non è mai scomparso. Negli anni della bolla è rimasto nascosto dietro un miraggio di prosperità, ma nel frattempo la base industriale del paese ha continuato a erodersi. L'unico modo in cui Washington può sperare di ripianare i suoi enormi deficit e mantenere o innalzare il tenore di vita dei suoi cittadini è quello di ricostruire la sua macchina generatrice di ricchezza, ripristinando la capacità delle imprese di sviluppare e fabbricare prodotti ad alta tecnologia sul territorio americano. Per invertire la tendenza del declino della competitività saranno necessari due cambiamenti radicali.
Il governo dovrà cambiare il modo in cui sostiene la ricerca sia di base sia applicata, in modo da promuovere quell'ampia collaborazione tra aziende, università e settore pubblico necessaria per affrontare i grandi problemi della società.
Il management delle imprese dovrà rinnovare le proprie prassi e strutture di governance, in modo da smettere di esagerare i vantaggi e di minimizzare i pericoli di esternalizzare la produzione e di tagliare gli investimenti in ricerca e sviluppo.
La questione della competitività è stata considerata risolta negli ultimi vent'anni, ma la realtà è un'altra. A partire dal 2000 la bilancia commerciale Usa di prodotti ad alta tecnologia è andata in rosso, in seguito alla decisione di molte aziende americane di esternalizzare le attività di R&S e produzione verso specialisti collocati all'estero, tagliando così i relativi costi in patria. Puntare sull'outsourcing è stata una mossa consigliata dai principali esperti di strategia aziendale, ma la conseguenza è stata che in molti casi gli Stati Uniti hanno perso le conoscenze, il personale qualificato e l'infrastruttura logistica necessari per produrre molti dei prodotti d'avanguardia ad alta tecnologia che essi stessi hanno inventato.
Il danno che l'outsourcing infligge non è però solo quello della ridotta capacità di produrre di ogni singola azienda, ma anche di tutte le imprese collegate del settore come i fornitori di materiali, attrezzature e componenti avanzati. Si danneggiano, cioè le "capacità collettive" (in inglese i "commons", in italiano i "distretti") che costituiscono una base per l'innovazione e la competitività: le conoscenze e le capacità di R&S; abilità avanzate nell'ingegneria e nello sviluppo di processi; competenze manifatturiere su tecnologie specifiche.
La storia dell'outsourcing dell'elettronica evidenzia come molte perle di saggezza comunemente accettate siano in realtà poco più che leggende. Una di queste è la convinzione diffusa che le economie avanzate come gli Stati Uniti non abbiano più bisogno della produzione manifatturiera, potendo prosperare esclusivamente come hub per la progettazione e l'innovazione ad alto valore aggiunto. In realtà, sono relativamente pochi i settori hi-tech dove il processo manifatturiero è un fattore irrilevante nello sviluppo di prodotti innovativi, soprattutto se radicalmente nuovi.
Infatti, nella maggior parte di questi settori l'innovazione di prodotto e quella di processo vanno di pari passo, quindi il declino della produzione manifatturiera in una regione innesca una reazione a catena. Una volta che la fabbricazione viene data in outsourcing, le conoscenze d'ingegneria dei processi non possono essere mantenute perché dipendono dall'interazione quotidiana con la produzione manifatturiera. Senza la capacità d'ingegneria dei processi, per le aziende diventa sempre più difficile condurre ricerca avanzata sulle tecnologie di processo di nuova generazione. Senza la capacità di sviluppare tali processi, ben presto non si riescono più a sviluppare nuovi prodotti. Nel lungo periodo, quindi, un'economia priva dell'infrastruttura per attività avanzate di fabbricazione e d'ingegneria dei processi perde la capacità d'innovare.
Un altro mito è l'idea prevalente secondo cui la migrazione di settori manifatturieri maturi da paesi sviluppati come gli Stati Uniti faccia parte di un processo sano e naturale d'evoluzione economica, che permette a queste economie di reindirizzare le risorse verso nuovi business ad alto potenziale. Questa logica è stata spinta a un estremo pericoloso. Si è ignorato che i nuovi prodotti d'avanguardia spesso dipendono in misura cruciale dai commons di un settore maturo, perdendo i quali si perde l'opportunità di essere la sede dei business caldi di domani.
Occorre invertire questa tendenza e per farlo sono necessarie azioni chiare e decise. La sfida non è più quella di creare capacità per gestire le grandi imprese verticalmente integrate del 900, bensì quella di sviluppare da zero le capacità operative e tecnologiche necessarie per concepire e produrre beni e servizi ad alto valore aggiunto. Dobbiamo comprendere che la capacità d'intraprendere complesse attività d'ingegneria dei processi o di fabbricazione di prodotti complessi è altrettanto importante quanto la presenza di solide università e di un settore finanziario affermato.
È un peccato che il grido d'allarme degli anni 80 e dei primi anni 90 sia stato ignorato. Molto è andato perso da allora, ma non è troppo tardi per ricostruire le basi industriali. L'America può tornare su un percorso di crescita sostenibile soltanto rinvigorendo le proprie capacità d'innovazione.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/16-aprile-2010/america2-outsourcing-inversione-U.shtml

"Dell'Utri il tramite della mafia" Il pm chiede 11 anni di carcere - Palermo - Repubblica.it

"Dell'Utri il tramite della mafia" Il pm chiede 11 anni di carcere - Palermo - Repubblica.it

Mafia, Berlusconi: "Non è così potente ma è famosa per colpa della Piovra e Gomorra" - Repubblica.it

Mafia, Berlusconi: "Non è così potente ma è famosa per colpa della Piovra e Gomorra" - Repubblica.it

santoro vs larussa

Corriere TV - Video Corriere della Sera

Ora LinkedIn parla anche italiano

Ora LinkedIn parla anche italiano: "

linkedin

Molti professionisti di casa nostra, magari senza troppa conifdenza con le lingue straniere, l’aspettavano da tempo: una versione tutta italiana di LinkedIn. Attesa premiata, visto che da oggi il più autorevole network dedicato al mondo del lavoro ha annunciato la disponibilità della versione in lingua italiana.

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Shortages seen for DRAMs, NAND flash

Shortages seen for DRAMs, NAND flash: "The supply of NAND flash memories is tight right now and second-tier OEMs could find themselves on the outside looking in for parts.

giovedì 15 aprile 2010

Book, un case a forma di libro per iPad

Book, un case a forma di libro per iPad: "


Volete nascondere l’iPad dagli occhi indiscreti? Ecco un case azzeccato per il nuovo tablet di Apple: Book. Riprendendo il principio della lettura dei libri nel dispositivo, Book simula un libro. In realtà all’interno è cavo ed è possibile inserire l’iPad.


Se vi interessa è disponibile nel sito del produttore per 89 $, circa 65 €.


Articolo tratta da: Melamorsicata.it

Book, un case a forma di libro per iPad




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Apple, aggiornamenti per tutti

Apple, aggiornamenti per tutti: "Risolto il bug scovato nel corso di Pwn2Own. Rilasciati update anche per i nuovi MacBook Pro

Per candidarsi 200mila euro

Per candidarsi 200mila euro: "

Politiche 2008: il socio di Dell'Utri, Aldo Micciché, parla al telefono di richieste di soldi per diventare deputato. Uno dei suoi interlocutori: "In listà c'è chi è entrato grazie ai casalesi"





Marcello Dell'Utri (foto Ansa)



"In democrazia lo stronzo vale quanto un genio”. Così parlò Aldo Micciché, il faccendiere calabrese trapiantato in Venezuela. Alle ultime elezioni politiche si occupò con successo della raccolta di voti a favore del Pdl in Venezuela. Generoso, rifiutò addirittura una proposta di candidatura offertagli direttamente da un emissario di Forza Italia, Filippo Fani, braccio destro di Barbara Contini. Amico e socio di Marcello Dell'Utri e di uno dei suoi figli, settori petrolio e medicinali, è l'uomo che in una notte di tensione brucia le schede elettorali degli italiani residenti nel paese sudamericano. Di questo suo gesto informa anche Filippo Fani. Micciché, che fa da tramite tra Marcello Dell'Utri e alcuni emissari della cosca Piromalli, una delle più potenti della Piana di Gioia Tauro, è una “piovra”. “Micciché in Italia ha contatti con i capezzuni”. Gente che conta. Nomi altisonanti che colpiscono gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria che intercettano le sue conversazioni. “Ciò che ha colpito questi investigatori – si legge nel fascicolo inviato dalla Procura antimafia reggina alla Procura generale di Palermo – è la quantità, ma soprattutto la qualità delle conoscenze che Micciché ha sia in Italia che all'estero”. Il faccendiere conosce tutti e parla con tutti. Dell'Utri, la sede di An, quella di Forza Italia, la segretaria di Mastella, Mastella stesso, l'onorevole Tassone, oggi vicepresidente dell'Antimafia, e poi esponenti della massoneria, uomini d'affari e servizi segreti venezuelani.



Ma a tempestarlo di telefonate alla vigilia delle elezioni è Filippo Dinacci, avvocato napoletano e cugino omonimo dell'avvocato romano legale di Previti, Berlusconi e Bertolaso. L'avvocato Dinacci in quel periodo è consulente della società che Micciché, Dell'Utri e Massimo De Caro hanno messo in piedi per il business del petrolio e del gas in Venezuela. Ma il pallino della politica non lo abbandona mai, ha fondato con Armando Pizza la nuova Dc, ha partecipato alla querelle sul simbolo. E ora, elezioni politiche del 2008, pretende un posto in Parlamento. “Mercoledì – dice Dinacci in una telefonata alle 3 del pomeriggio del 18 febbraio 2008 – vado a Roma per la candidatura in Forza Italia”. Micciché gli dice di stare tranquillo: “Per quanto riguarda Forza Italia se riusciamo a fare l'operazione del petrolio speriamo che vada, quindi non dico ricattare, ma insomma quasi”. Petrolio e politica, in ballo ci sono gli interessi di una grande società russa. “I rapporti con il russo – dice a Filippo Dinacci – sono di Marcello (Dell'Utri, ndr) perché Berlusconi ha dato a lui questo rapporto. Chiaro?”. Chiarissimo, ma l'avvocato napoletano vuole una candidatura, grazie alla mediazione di Micciché è riuscito ad avere un incontro con Dell'Utri.



Micciché: “Tu devi apprezzare la chiarezza con la quale ti ha parlato Marcello, poi ti spiegherò tutto e che tra l'altro praticamente da parte di chi eventualmente eccetera, si pensava che ti dava una candidatura e che dovevi pure pagare. Parliamoci chiaro”. “La verità – è la replica di Dinacci – è che ci sono candidature vergognose. E poi i soldi, ma è vero che volevano 200mila euro?”. “Forse c'è bisogno di una somma superiore”, risponde il faccendiere calabrese . Danaro per candidarsi nel partito di Berlusconi? I due ne parlano. Ma la candidatura di Dinacci non arriva, si perde tempo e l'avvocato napoletano perde la pazienza. Un giorno, il 18 marzo 2008, sbotta. “Ho detto a Dell'Utri tante cose riservate, Marcello è rimasto interdetto, perché gli ho parlato pure delle situazioni con dei flash di rapporti che il Cavaliere aveva e che tiene anche dall'altra parte del Continente”. Parla troppo, l'avvocato, e Micciché risponde a monosillabi. Ma Dinacci non si tiene: “Anch'io ho le mie carte che posso giocare, gli ho detto a Marcello che ho anche gli estremi da portare in Procura per quelle schifezze che hanno fatto per le candidature in lista, i signori Nicola Cosentino e Luigi Cesaro, gli ho detto pure questo, va bene?”.



Micciché non ne può più e invita Dinacci a calmarsi, cerca di interrompere la telefonata (il faccendiere è informato del fatto che il suo telefono è intercettato, è lo stesso Dinacci a chiedergli di verificare se i telefoni sono sotto controllo). L'avvocato Dinacci, però, non resiste: “Nelle liste elettorali sono entrate persone perché ci sono i casalesi. Ma che vuoi che ti dica? Che ci sono delle carte che stanno... ci stanno le carte in mano a certe persone che sono pronte ad andare in Procura... che cazzo vuoi che ti dica?”. Sono giorni durissimi, l'avvocato Dinacci è impegnato nella trattativa sul petrolio, con i russi che pongono difficoltà, e l'ansia per una candidatura che non arriva. Micciché tenta di convincerlo ad accettare un posto in lista a Genova, dove lui può manovrare un po' di voti dei portuali, ma l'avvocato vuole la Campania. Ipotesi che sfuma sempre più. E allora Dinacci ritelefona a Micciché, manca poco alle tre del pomeriggio del 6 aprile 2008, e gli prospetta una soluzione: “Ora devi essere tu a intercedere con lei (parlano di Barbara Contini, oggi deputata, ndr), io le ho prospettato anche la possibilità di inserirmi nell'impiantistica dei rifiuti perché dall'America hanno degli impianti altamente sicuri”. Poi i due passano a discutere di altro. L'avvocato chiede a Micciché: “Quello strumento è uno dei tanti perché sono a tagli da uno, oppure sono a più tagli? Comunque il totale complessivo riusciamo a coprirlo per quello che è l'esigenza, no?”. E Micciché: “Eh, almeno tre milioni, un casino quanto ne vuoi!” L'avvocato partenopeo: “Questo volevo sapere, va bene, perché verrebbero assegnati alla fondazione, giusto? Comunque io mi attivo subito, vediamo in pochi giorni di avere una risposta positiva”.



da Il Fatto Quotidiano dell'11 aprile 2010

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Le Alpi soffrono il caldo E le foreste vanno salvate

Le Alpi soffrono il caldo E le foreste vanno salvate: "IL RAPPORTO
Le Alpi soffrono il caldo E le foreste vanno salvate
L'analisi di un centinaio di scienziati in 590 pagine: anche in Italia stagioni anticipate, picchi di temperatura mai raggiunti prima. 'Alterazioni naturali anche per colpa dell'uomo'
di ANTONIO CIANCIULLO

(22:42 14/04/2010)

Ascolti, sprofonda il Tg1 di Minzolini  Alle 20 perso un milione di spettatori  - Repubblica.it

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Curiamo tutti, non taceremo mai di fronte agli orrori della guerra - Repubblica.it

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Android leads U.S. smartphone growth in sales, downloads - News - Linux for Devices

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mercoledì 14 aprile 2010

Google, motivazioni che minano il Web

Google, motivazioni che minano il Web: "Primo commento a caldo alla sentenza Vividown: come dopo la condanna vede nella sentenza un attacco a tutta la Rete

Numeri rosa per Intel

Numeri rosa per Intel: "I risultati trimestrali del chipmaker vanno oltre ogni aspettativa, certificando la capacita' di predizione del CEO Otellini e il fatto che l'industria high-tech starebbe emergendo dalla recessione

Pil in crescita al 2 per cento?
Ecco il 'miracolo' del governo

Pil in crescita al 2 per cento?<br>Ecco il 'miracolo' del governo: "

di Superbonus



Mentre Berlusconi parlava agli industriali riuniti a Parma il direttore generale del Tesoro Grilli era a Bruxelles per discutere il piano di salvataggio della Grecia. Forse per questo ha detto “avremmo potuto fare la fine della Grecia… chapeau a Tremonti che ha saputo resistere, con l’aiuto del presidente del Consiglio, a quelli che lo tiravano da tutte le parti”. Chi ha creduto nelle promesse elettorali del Cavaliere ora sa che: non verrà abolita l’Irap, non ci sarà la graduale detassazione delle tredicesime e degli straordinari, niente graduale ritorno della tassazione sotto il 40% e che, infine, si continuerà a pagare il bollo auto come sempre. In cambio abbiamo la promessa di una riforma fiscale federalista che nessuno dice se sarà a parità di gettito.



Roulette di numeri. È l’immagine di un leader e di un governo che iniziano a prendere coscienza della fragilità dell’Italia di fronte ai mercati internazionali. Lo conferma il ministro Scajola che parlando a Canale 5 ieri mattina sembrava che leggesse il Fatto Quotidiano di novembre 2009: "Arrivare ad una crescita del 2% del Pil nei prossimi 3 anni sarebbe un miracolo". Peccato che tale miracolo è stato inserito all’interno del Dpef licenziato dal governo e sul quale si basano tutte le previsioni di entrate e di spesa per i prossimi anni. Le affermazioni di Scajola contengono l’annuncio di una manovra di 50 miliardi per i prossimi 3 anni, esattamente quanto da noi pronosticato e smentito ripetutamente dal ministero dell’Economia.

La realtà dei fatti inizia a stridere con la prosopopea propagandistica dei vertici Pdl e si sta tentando di correggere la rotta rapidamente, come se le promesse non fossero mai state fatte e la legge finanziaria l’avesse scritta un altro governo. La maggioranza di governo non può neanche sperare che tutto si aggiusti rapidamente, il salvataggio della Grecia appare un pasticcio di cui presto o tardi pagheremo tutti il conto. Il prestito ad un tasso del 5% concesso da tutti i Paesi Ue, compresi i più indebitati, è una soluzione fragile e di breve termine, in termini economici è un trasferimento netto di ricchezza da Atene a Berlino e non viceversa. È come se qualcuno in difficoltà a pagare le rate del mutuo si fosse rivolto ad un padre, a sua volta indebitato, che invece di soccorrere con altruismo il figlio avesse applicato interessi un poco più bassi di quelli dell’usuraio sotto casa. Il lapsus di Berlusconi al convegno di Confindustria "non stiamo come la Grecia e come fra poco starà la Spagna" tradisce una preoccupazione che circola nelle cancellerie europee e nelle sale cambi: il costo del salvataggio della Grecia non sarebbe stato eccessivo, anche in termini più generosi; il Portogallo è un paese ancora più piccolo in termini economici, ma la Spagna è la quarta economia dell’eurozona con un Pil di oltre mille miliardi di euro, cosa succederebbe a questo punto?

Berlusconi, con la sua esperienza d’imprenditore, ha capito che i rapporti con le banche (gli investitori) sono tesi e che se l’azienda (l’Italia) non presenta i conti in ordine e senza un credibile piano di rientro verranno ritirati i fidi. Il problema è adesso comunicarlo al Paese, e lo fa con un gioco spregiudicato: le promesse elettorali si dimenticano allegramente, si smentiscono, per ora, manovre aggiuntive e si mandano i ministri in televisione a dire che le previsioni di crescita "purtroppo", e non per colpa del governo non si sono rivelate giuste.

Se nel frattempo si scatenasse una bufera finanziaria in nome dell’emergenza si farebbe una manovra in fretta e furia, manovra che i ben informati dicono essere già nei cassetti del ministero del Tesoro. Il sassolino nella scarpa siamo noi del Fatto Quotidiano e pochi altri commentatori che hanno subito denunciato le previsioni irrealistiche di crescita inserite del Dpef che servivano solo a giustificare una Finanziaria "senza tagli ne tasse" rimandando al futuro i problemi di finanza pubblica.



Dillo alla luna. Un sassolino anche per l’opposizione che, invece di fare una battaglia in Parlamento sulle previsioni irrealistiche, ha preferito chiedere la luna cadendo di fronte alla semplice e banale domanda di Tremonti "dove troviamo le coperture?". Noi non sappiamo cosa succederà nei prossimi mesi e soprattutto nel 2011, possiamo solo dirvi che il barometro ci segnala tempesta e che il comandante che guida la nave ci ha portato vicinissimi agli scogli ed ora tenterà un virata pericolosa e difficile. Sappiamo anche che chi avrebbe dovuto controllarlo ha preferito girare lo sguardo da un’altra parte e non ha, per il momento, una rotta alternativa. A noi poveri "passeggeri di terza classe" non resta che sperare di non trovarci in una canzone di De Gregori.



Da il Fatto Quotidiano del 13 aprile


 

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PI: Intel porta Android sugli smartphone Atom

PI: Intel porta Android sugli smartphone Atom

Proposta PDL

Proposta Inquietantemente allineata all'affare nucleare ? La scusa mediatica gliel'ha offerta l'IPCC, ma il clima c'entra poco con la limitatezza delle risorse e l'impronta ecologica e le opportunita' diffuse e distribuite nascoste dietro alle rinnovabili e all'efficientamento energetico in edilizia, trasporti ed industria:
http://www.repubblica.it/ambiente/2010/04/13/news/mozione_clima-3311944/

Infineon predicts strong Q2 and Q3

Infineon predicts strong Q2 and Q3: "European chip company Infineon Technologies AG has said that it now expects the second quarter of its 2009/10 financial year, ending Sept. 30, 2010, will be better than previously expected.

EETimes.com - Numonyx set to discuss potential PCM "showstopper"

EETimes.com - Numonyx set to discuss potential PCM "showstopper"

http://www.repubblica.it/economia/2010/04/14/news/operai_senza_orario-3335104/

La fabbrica dove non esiste l'orario di lavoro è un rettangolo bianco che compare in fondo a una strada bianca. Si chiama Zf, è un'azienda metalmeccanica, con gli operai in pantaloni blu e maglietta bianca con il logo aziendale che armeggiano in mezzo a un frastuono infernale.
...
Per non continuare ad affrontare i picchi di lavoro con lo straordinario, azienda e sindacati si sono messi a un tavolo e hanno inventato una soluzione che una ricerca europea indica come esempio da seguire: ogni due mesi i lavoratori compilano una richiesta con le loro preferenze sui tempi di lavoro mentre l'impresa presenta il piano sulle necessità produttive. Un software apposito incrocia le diverse esigenze. Quello che ne esce è l'orario di ognuno. Si può avere un "orario di carico", che significa lavorare di più. Ma si può scegliere anche quello di "scarico", per avere più tempo libero. Il bilancio delle ore si fa a fine anno, tenuto conto che in ogni settimana si dovrebbe lavorare 40 ore. Nella sala del consiglio di fabbrica, sotto un manifesto ormai ingiallito di Luciano Lama, Luca Bettio, delle Rsu, racconta: "Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l'abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco".
...
E Gianluca Badoer spiega: "La fabbrica era una gabbia rigidissima, come nella Manchester dell'800, noi siamo riusciti a rompere quel meccanismo e a gestire la flessibilità in modo collettivo e con vantaggio reciproco". L'assenteismo è diminuito, aumentata la puntualità nella consegna, così come i margini di redditività. Marina Piazza, sociologa, sottolinea un altro aspetto virtuoso della rivoluzione Zf: per rendere possibile l'orario a menù, tutti hanno dovuto imparare a fare di tutto, aumentando la professionalità di ciascuno. "È la prova - dice - che non bisogna avere paura a cercare orizzonti più ampi, importante in un periodo in cui si deve immaginare una nuova mappa del welfare".


http://www.repubblica.it/economia/2010/04/14/news/operai_senza_orario-3335104/

martedì 13 aprile 2010

Microsoft lancia Visual Studio 2010 e Silverlight 4

Microsoft lancia Visual Studio 2010 e Silverlight 4: "Debuttano le nuove versioni di Visual Studio, MS.NET Framework e Silverlight, strumenti che promettono di semplificare l'intero processo di sviluppo su PC, appliance, device mobili e Web

PIL PRIVATI E PIL PUBBLICI

L’Amministratore di Banca Intesa, Corrado Passera ha tenuto una lezione magistrale a Lucca, ampiamente ripresa sulle colonne del Sole24ore. Occasione offerta dall’apertura dell’Anno accademico dell’Institute for Advanced Studies, istituto finanziato dalla sua banca e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, azionista di Banca Intesa. Passera ha sostenuto che il Pil è un indice senza qualità, che il reddito pro capite non tiene conto di molti altri fattori che contano molto di più sul benessere degli individui. In sintesi, forse sarebbe meglio dire in soldoni, non c'è solo il reddito. Bene. Ma mentre pronunciava la sua prolusione, venivano resi pubblici i dati sul compenso che lo stesso Passera si è riconosciuto per il 2009, l’anno più nero per le banche di tutto il mondo. Si tratta di quasi 4 milioni di euro, con un incremento del 27 per cento rispetto ai compensi che l'AD si era riconosciuto l’anno precedente. Se il Pil pubblico è senza qualità, sembrerebbe che il Pil privato non gli dispiaccia poi tanto…

(Tito Boeri e Fausto Panunzi)

http://www.lavoce.info/articoli/-300parole/pagina1001648.html

"Pedofilia-omosessualità", scontro Bertone-gay Scritte oscene sulla casa natale del Papa - Repubblica.it

"Pedofilia-omosessualità", scontro Bertone-gay Scritte oscene sulla casa natale del Papa - Repubblica.it

Alieni "esplosivi" su Titano...

Esperto di biochimica in ambienti estremi, Bains è arrivato a descrivere i microrganismi che potrebbero vivere su Titano partendo dalle molecole compatibili con un metabolismo dipendente dal metano. Molecole del genere, spiega, "devono basarsi su una varietà di elementi più vasta rispetto a quella delle molecole terrestri. Dovrebbero anche essere molecole più piccole e più reattive chimicamente". Per essere solubili nel metano liquido non devono avere più di 6 atomi (contro i 10 delle molecole terrestri). La rosa delle possibilità si è così ristretta a circa 3.400 molecole, fra cui carbonio, azoto, ossigeno, zolfo e fosforo. E' stata una selezione non banale: "è stato come cercare poche assi per costruire un tavolo in un gigantesco deposito di legname". Inoltre, aggiunge Bains, "bisogna considerare diversi tipi di legami e che gli elementi possono assumere forme instabili e insolite sulla Terra".


L'energia, secondo Bains, è un altro fattore che potrebbe influenzare la vita su Titano. Con una luce solare pari al 10% di quella che arriva sulla Terra, l'energia su Titano è una risorsa preziosa. "Possiamo immaginare organismi che crescono molto lentamente, come i licheni.
...
Uno solo di questi organismi, trasportato in un ambiente adatto alla vita umana, potrebbe esplodere e incendiarsi, sprigionando fumi capaci di uccidere tutti i presenti.
...

http://www.repubblica.it/scienze/2010/04/12/news/su_titano_pu_esserci_la_vita_gli_alieni_hanno_un_pessimo_odore-3267609/

tablet android

http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/04/13/news/google_prepara_il_suo_ipad_i_test_sono_in_fase_avanzata-3303515/

lunedì 12 aprile 2010

Emergency sotto attacco:
verità e bugie

Emergency sotto attacco:<br>verità e bugie: "

La Rete si mobilita per portare solidarietà all'Ong



di Federico Mercuri



Prima l'arresto con le accuse di partecipazione a un presunto complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand, poi le indiscrezioni sulla confessione di uno degli arrestati, infine il passo indietro e la smentita delle autorità afgane sulle confessioni stesse. La situazione che vede coinvolti i tre operatori italiani dell’ospedale di Emergency in Afghanistan resta alquanto ingarbugliata.



Dell’ultima ora la smentita sulla confessione di uno dei tre fermati a Laskhar Gah. Dopo che la notizia era stata fatta filtrare domenica, il portavoce del governatore di Helmand, Daud Hamadi, ha affermato di esser stato citato in modo sbagliato dal "Times", per quanto riguarda il legame fra i tre e Al Qaeda. Quanto alla presunta confessione, il portavoce ha precisato di aver parlato solo di collaborazione alle indagini da parte di uno degli arrestati, Marco Garatti. Il giornalista del quotidiano inglese, Jerome Starkey, ha tuttavia confermato il virgolettato che aveva riportato, sottolineando di aver addirittura richiamato il portavoce per farselo confermare.



L'unica certezza per ora, è che resta in piedi l'accusa ai tre italiani e agli altri sei arrestati afghani di essere parte di un complotto ordito dai talebani per assassinare il governatore Goulab Mangal. Ma le accuse non finiscono qui. Le autorità afghane, citate questa volta dalla CNN, sostengono che i tre italiani avrebbero ucciso nel 2007 l'interprete dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi. Il governo afghano, cui spetta la decisione su un eventuale trasferimento dei detenuti a Kabul, ha fatto sapere di non potersi pronunciare in alcun modo perché l'indagine è in corso.



Gino Strada, fondatore di Emergency, sembra avere invece le idee molto chiare e lo afferma sul blog di Beppe Grillo: «Il quadro resta quello che avevamo delineato già il primo giorno. Si tratta di una aggressione all'ospedale di Emergency. Un'operazione messa insieme, preparata, premeditata e studiata per togliere di mezzo un testimone scomodo delle atrocità della guerra». La ragione è molto semplice aggiunge Strada: «Non si vuole far sapere ciò che avviene lì. Non a caso non c'è un solo giornalista che possa seguire le operazioni della più grande campagna della Nato - così l'hanno definita loro - degli ultimi decenni e si vuole togliere di mezzo un ospedale che è poi quello che riceve le vittime di quella campagna. E siccome per il 40% i feriti sono bambini, la cosa secca un po', si preferisce cercare di far credere all'opinione pubblica che si è lì per portare la pace e la democrazia e che casomai si colpisce qualche pericolosissimo terrorista».



Non è la prima volta che si vuole colpire l’ospedale, afferma il fondatore della ong. Quando fu rapito il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, davanti all’ospedale di Emergency ci furono le stesse manifestazioni di protesta che ci sono ora. «Fanno parte della propaganda – sostiene Strada nel corso della registrazione della trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa" - in Afghanistan non ci vuole molto, non serve nemmeno pagarle, basta andare da una cinquantina di persone e dire loro: andate a far casino in quel posto». Mastrogiacomo si dice infatti «sbalordito» delle accuse riportate dalla CNN. Secondo il giornalista di Repubblica i tre italiani forse non erano neppure lì nel periodo del suo rapimento. «Io sono stato nell’ospedale solo per poche ore e non mi ricordo di loro». Ma di una cosa il giornalista è certo: «Da lì sono partito con un convoglio mentre Adjmal è partito con un altro e ci siamo salutati dicendoci che ci saremmo rivisti presto. Eravamo sicuri di esserne usciti indenni. Ma poi lui è stato nuovamente catturato lungo la strada e a catturarlo sono stati i talebani. Poi aggiunge «Gli operatori Emergency sono quelli che hanno trattato per la nostra liberazione. Voglio ricordare che subito dopo il nostro rilascio, le autorità afghane tennero in carcere per tre mesi Ramatullah Anefi, che svolse il ruolo di mediatore con i rapitori, accusandolo di essere il mandante del sequestro e di averci incontrati per tre volte durante la nostra prigionia, cosa assolutamente falsa perché io lo vidi solo il giorno della mia liberazione».



Nessuna notizia dei tre se non quella proveniente dall’ambasciatore italiano in Afghanistan sulla bontà del loro stato di salute e gli stralci del testo di una e-mail che Matteo Dell’Aira ha inviato alla moglie prima dell’arresto. «Qui siamo sempre pieni. Ultimamente è impressionante l'età media dei nostri pazienti. Oggi siamo andati in terapia intensiva per il giro, 5 letti su 6 sono bambini piccoli, due dei quali piangevano come dei matti perché volevano il loro papà. Non è mai facile sopportare il pianto di un bambino». La lettera letta dall’inviata di Sky Tg24 si chiude con un «vorrei che tu fossi qui perché alcune cose bisogna vederle con i propri occhi, altrimenti stenti a crederci». Nel frattempo Emergency si sta mobilitando per una manifestazione nazionale prevista per sabato 17 aprile a Roma, iniziativa accompagnata da una raccolta firme sul sito della Ong, che ha già raggiunto quota 30mila aderenti e l'adesione di esponenti della società civile come Gabriele Salvatores, Gad Lerner e Claudio Magris.



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Sito web di Peacereporter

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Dolce è Gabbare

Dolce è Gabbare: "

I due stilisti sotto inchiesta per evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato: in ballo 370 milioni di euro



di Leo Sisti



Evasione fiscale con annessa truffa allo Stato. Sono queste le due ipotesi di reato nell’inchiesta della Procura di Milano che coinvolge Dolce e Gabbana, ovvero D&G. E che è ormai in dirittura d’arrivo. È vicina cioè la conclusione dell’indagine preliminare, con il suo possibile sbocco: la richiesta del pm Laura Pedio, al gip, di un rinvio a giudizio. In pratica, potrebbe essere il processo per gli stilisti più amati dalla rockstar Madonna, dall’attrice Jennifer Lopez o dal portiere interista Julio Cesar. Per Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ovvero D&G, è un brutto colpo, sotto due aspetti. Da una parte il profilo penale, appena descritto. Dall’altra il profilo fiscale, che è l’antefatto del primo, e che potrebbe costare alla coppia ben 370 milioni di euro, da pagare all’erario. Per capire qualcosa di una complessa vicenda, partiamo da lontano. Da quando nel 2004 Dolce e Gabbana decidono di spostare dall’Italia al Lussemburgo il cuore dei loro interessi. In una parola, i marchi della “ditta”, la polpa: royalties riscosse sulle vendite di occhiali, borse, abiti, profumi, orologi, scarpe, profumi o mutande. Marchi che trasmigrano quindi dalla “D&G srl” di Milano per planare in Lussemburgo, nella “Gado sarl” (“Gado” è l’acronimo di Gabbana e Dolce), controllata da un’altra società lussemburghese, la "Dolce e Gabbana Luxembourg sarl". Con un suo prezzo, ovvio. Così la “D&G” cede la proprietà dei marchi alla consorella del Gran Ducato per 360 milioni di euro.



Dubbio estero



Fin qui sembrerebbe una semplice ristrutturazione finanziaria. Si penserà. Ma D&G hanno trasferito anche là, nel grigio Lussemburgo, la loro attività: invece, no. Perché nel 2007 la Guardia di Finanza di Milano, spulciando nei loro conti, scopre che negli uffici di rue Guillaume Kroll, sede della "Gado srl", girano sì delle carte, ma quelle veramente importanti devono sempre prendere la via di Milano. Dove le Fiamme Gialle hanno sequestrato montagne di documenti. Così, ad esempio, da una serie di e-mail dell’aprile 2004, viene fuori che un contratto con Motorola per un cellulare targato "Dolce e Gabbana" viene gestito nella milanesissima via Goldoni, quartier generale del gruppo. E quando nell’agosto 2005 sono in discussione le bozze di bilancio delle due società lussemburghesi, in una e-mail fa capolino il suggerimento ad hoc: “Tema da affrontare: sarebbe meglio fare Board e assemblee in Lussemburgo”. Una preoccupazione che viene commentata dagli investigatori della GdF con queste parole: “E’ chiaro lo scopo di legittimare, quanto più possibile, il Lussemburgo, e non l’Italia, come centro decisionale ed amministrativo della società”. La realtà è però un’altra. Nel Gran Ducato c’è solo un ufficetto. È invece in via Goldoni che Domenico Dolce e Stefano Gabbana fanno tutto. Insomma, è la classica “estero vestizione” . Che nasconde profitti italiani, tassati in quel paradiso fiscale intorno a un modesto 3 per cento, dieci volte meno che nel Bel Paese. Il che ha fatto “risparmiare” al duo D&G qualcosa come 260 milioni di euro, che il pignolo fisco italiano ha invece segnato come imponibile, ovviamente “mancato”, e pertanto non dichiarato negli anni 2004, 2005 e 2006. E quindi pretendendo imposte per parecchie decine di milioni.



Poveri quattro soldi



Sarà per questi loro guai in materia di tributi che Dolce e Gabbana, intervistati nel 2008 da Daria Bignardi per il programma tv Le invasioni barbariche, si sono sfogati. In particolare Domenico si è scagliato contro l’Italia per le troppe “tasse, tasse, tasse, tasse”. Per poi aggiungere: “Se oggi uno ha successo e fa quattro soldi lavorando deve essere inquisito, penalizzato…è un ladro”. In quell’occasione il suo socio Stefano ha inneggiato anche a Berlusconi: “Non ha mai avuto (nelle sue aziende, ndr) un cassintegrato. Dà da mangiare a milioni di persone. È un manager di tutto rispetto. Se amministrasse il paese come amministrano le sue cose…”. Per inciso, la trasmissione di Bignardi è andata in onda il 22 febbraio di due anni fa, alla vigilia delle elezioni politiche poi vinte da Silvio Berlusconi, vicino di casa nella villa ligure di D&G: loro nella superba Villa Olivetta, a Portofino; Silvio, nel castello di Paraggi. Le imposte, che ossessione per D&G. Perché all’Agenzia delle entrate stanno facendo i conti in tasca ai due geniali stilisti ponendosi una domanda: ma quel loro marchio, venduto alla lussemburghese Gado, per 360 milioni di euro, vale questa cifra, come attesta una perizia di Price Waterhouse? O non è, per caso, “sottovalutato”?



Tira e molla



Per l’Agenzia sì. Per questo i suoi 007 dovrebbero trattare con i consulenti del duo il “giusto prezzo”. Consulenti ben noti: per la parte penale, l’avvocato Massimo Dinoia, e, per quella fiscale, Dario Romagnoli, dello studio legale Tremonti e associati (da quando è ministro, però, Giulio Tremonti si è “autocongelato”). E’ il gioco del tira e molla. Per ora l’Agenzia valuta, in base a complicati parametri, intorno ai 700 milioni di euro il valore del marchio. Da parte di D&G, al momento, tutto tace. Senza accordi, e se gli uomini del fisco mantenessero quella loro valutazione, nella più negativa delle ipotesi, il futuro li vedrebbe procedere al cosiddetto “accertamento”, seguito da una contestazione, appunto per 700 milioni circa. Con questo possibile scenario: sottraendo, a questa cifra, i 360 milioni di valore attribuito da D&G al marchio, se ne otterrebbe un’altra che, a causa di un effetto moltiplicatore, tra sanzioni e interessi, genera la somma di 370 milioni di euro. Tutti da versare allo Stato delle “tasse, tasse, tasse, tasse”. Che cosa risponderanno D&G?







LEGGI:La moda 'vittima' del fascino per la finanza di Alfredo Faita



Da il Fatto Quotidiano dell'11 aprile

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Ratzinger, lo spettro delle dimissioni

Ratzinger, lo spettro delle dimissioni: "Impensabili: ma il velo caduto sugli abusi ha rotto un dogma.


Alla fine la valanga degli scandali è piombata ai piedi del trono papale. La firma di Ratzinger su una lettera del 1985, che sconsiglia l’espulsione immediata di un prete pedofilo, è un colpo pesante al Papato. Negli Stati Uniti colgono la crisi gravissima e agitano lo spettro delle dimissioni. “Un Papa può dimettersi?”, si domandano a New York. E poi: “Qualcuno può spingerlo a ritirarsi?”. Perché la mentalità anglosassone è fatta di un’essenzialità dalle formulazioni brutali. L’Autorità colta in fallo, il Potere supremo inchiodato nell’attimo in cui dice o fa ciò che non doveva né dire né fare perde credibilità, prestigio, autorevolezza. E l’unica via d’uscita per il leader dopo l’errore fatale è l’abbandono di campo. Giorni fa la vescova tedesca Margot Kaesemann si è dimessa da presidente delle Chiese protestanti di Germania per il solo fatto di essersi trovata in macchina con un tasso alcolico superiore a quanto permesso. Non sarebbe stata più credibile, ha spiegato.



“(In)Fallibile”, titola in copertina il settimanale tedesco Spiegel, raffigurando Benedetto XVI. In Vaticano le dimissioni papali non sono in agenda, sono impensabili, sono inimmaginabili. Nessuno può chiederle, nessuno può costringerlo. Ma la paura sta invadendo i sacri palazzi. Si teme che la crisi – la più destabilizzante da quando i bersaglieri a Porta Pia cancellarono il millenario Stato pontificio – sia foriera di sviluppi impensabili, di contraccolpi imprevedibili, di sorprese sempre peggiori. Non cominciò così, dicono in America, il Watergate: un piccolo scasso effettuato da falsi idraulici? Sembrava un incidente facilmente circoscrivibile… Per la prima volta che il Papato si misura con un avversario più potente di qualsiasi stato, di qualsiasi movimento, di qualsiasi ideologia. L’opinione pubblica internazionale, che ha capito quanto la pressione dei media e dei processi abbia spinto la Chiesa a confessare le sue colpe, alzando il velo sugli insabbiamenti di crimini odiosi e ponendo la Suprema Autorità del cattolicesimo dinanzi ad una scelta cruciale: raccontare tutta la verità su ciò che è stato fatto o non fatto nel cuore stesso dell’apparato vaticano o lasciarsi travolgere da ondate di rivelazioni.



Se in America l’80 per cento dei cattolici non si riconosce nella linea tenuta da Ratzinger nelle ultime settimane, anche in Italia l’opinione pubblica non gli è favorevole. Il 62 per cento degli italiani “non approva l’operato della Chiesa e del Papa in questo frangente” (Istituto Piepoli). Perché Benedetto XVI non ha proseguito sulla via della denuncia e del pubblico mea culpa a Pasqua, quando il mondo intero guardava a lui. E perché arrivano nuovi materiali che lo chiamano direttamente in questione. I punti di vulnerabilità si stanno accumulando.



1. A Monaco di Baviera un prete pedofilo, accolto in diocesi solo per una terapia, viene riassegnato nel 1980 ad un’altra parrocchia. Il vicario generale (che si è assunto ogni responsabilità ) scrisse un memorandum in proposito all’arcivescovo Ratzinger. L’arcivescovo ha letto l’appunto? C’è un motivo, per cui in una realtà così attenta alle regole burocratiche come quella tedesca, non doveva essere letto?



2. Nel 1996 il vescovo di Milwaukee chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata dal cardinale Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Nel 1997 mons. Bertone, vice di Ratzinger al Sant’Uffizio, autorizza l’apertura del procedimento. Nel 1998 il vescovo americano e un suo confratello vengono convocati in Vaticano da Bertone e il processo fermato, perché in Vaticano sono sorti improvvisamente “dubbi sulla fattibilità e opportunità”. Di fatto Murphy, vicino a morire, ha chiesto clemenza a Ratzinger.

3. Nel 2000 viene insabbiato il caso del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Maciel, accusato di abusi plurimi. Ratzinger vorrebbe intervenire, ma resta aperto l’interrogativo su chi fra i collaboratori papali è riuscito a convincere Giovanni Paolo II a non aprire un’inchiesta.



4. I fatti di Oakland sono esplosivi . Un vescovo chiede nel 1981 alla Congregazione per la Dottrina della fede di ridurre allo stato laicale un prete pedofilo, già condannato in tribunale e che ha chiesto personalmente di lasciare la tonaca. Il cardinale Ratzinger, nella risposta data solo nel 1985, non disconosce i gravi motivi “e tuttavia” (attamen, che in latino è un “ma” molto rafforzato) invita il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e dei “danni” che potrebbero venire alla comunità parrocchiale. (Quest’anno, nella sua lettera gli Irlandesi, Benedetto XVI parlerà di “preoccupazione malriposta per il buon nome della Chiesa”). Il vescovo sostiene che il pedofilo crea più scandalo ai fedeli rimanendo nelle fila del clero che andandosene. Però il Vaticano non gli dà retta ed esige un esame “più accurato”. Solo nel 1987 al prete verrà tolta la tonaca.



La lettera riflette l’atmosfera nella Chiesa cattolica negli anni Ottanta: protagonisti sono le autorità ecclesiastiche, il prete accusato, il “bene della Chiesa”, l’eventuale scandalo per i fedeli. Le vittime non sono mai menzionate.



E’ un paradosso tragico che Joseph Ratzinger, il quale appena eletto pontefice si è battuto con grande fermezza e coerenza contro gli abusi sessuali del clero, venga oggi inseguito dai fantasmi di un passato in cui a tutti i livelli della Chiesa cattolica le “vittime non furono ascoltate” (come lui stesso ha scritto nel messaggio agli Irlandesi). Ma nel meccanismo delle rivelazioni c’è qualcosa di inarrestabile. E certamente si scaricano oggi su Benedetto XVI malumori, insofferenze e tensioni accumulate nell’opinione pubblica esterna e interna alla Chiesa nei confronti della sua linea tradizionalista, così chiusa alle riforme. Nell’arco di poche settimane è mutato l’oggetto del contendere. Non si parla più dei silenzi della Chiesa, ma è in discussione l’inattaccabilità o meno del Romano Pontefice. La sua credibilità internazionale. A sua difesa si stanno muovendo i grossi calibri. Vescovi e cardinali, l’Opus Dei, i Cavalieri di Colombo che in America hanno indetto una “novena” di solidarietà al Papa. In Italia si sta progettando una manifestazione dei cattolici in appoggio del Papa. Eppure, se non riuscirà a chiudere la vicenda con un atto di trasparenza totale, Benedetto XVI vedrà profilarsi sulla scena internazionale l’interrogativo bruciante: come potrà guidare la Chiesa cattolica? Con quale carisma?


Joseph Ratzinger (foto Emblema)


da Il Fatto Quotidiano dell'11 aprile 2010"

domenica 11 aprile 2010

'Guai a Santoro e a Travaglio
se toccano ancora Dell'Utri'

'Guai a Santoro e a Travaglio<br>se toccano ancora Dell'Utri': "

Le elezioni del 2008 e le minacce di Aldo Micciché, socio del senatore e 'consigliori' della 'ndrangheta: 'Se mi rompono...'



Aldo Miccichè, il faccendiere calabrese riparato in Venezuela, amico e socio di Marcello Dell’Utri in business petroliferi e in commercio di medicinali, era ossessionato dai giornali e dai giornalisti. Soprattutto da chi scriveva contro il 'suo senatore', Dell’Utri, ovviamente. 'Travaglio, quello di Annozero. Guarda che se mi rompe i coglioni sul senatore, veramente gli faccio s... un petardo nel culo'. Miccichè è al telefono – un'ossessione pure quella, assieme al computer e Internet, il suo contatto fisso con l’Italia – e parla con Massimo De Caro, amico pure lui di Dell’Utri e interessato al business del petrolio e del gas in Venezuela. Parlano di Marco Travaglio e dei suoi libri su Berlusconi & soci. Pagine evidentemente sgradite al mondo che circonda Miccichè. De Caro lo tranquillizza. "È tanto che non ne parla più (di Dell’Utri, evidentemente, ndr)". Miccichè: "Ah, e già, lo hai capito, no? Io gliel’ho detto al senatore oggi, non mi deve rompere i coglioni, gli ho mandato un messaggio, non a lui, al suo capo. Che non rompa le palle...cercherà soldi, dai, te lo dico io". Massimo De Caro: "Quel libro che ha fatto è veramente assurdo". Ma non era solo Travaglio a disturbare i sonni dell’uomo che aveva contatti quotidiani con la famiglia Arcidiaco, Lorenzo, il padre, e Gioacchino, suoi soci in affari, e imparentati con i Piromalli, una delle cosche più ricche e potenti della Piana di Gioia Tauro.


 


C’è posto anche per Michele Santoro e Annozero. Primo giorno dell’anno del 2008, Marcello Dell’Utri chiama Miccichè. Si fanno gli auguri. Ma Miccichè ha la testa rivolta agli affari e alla politica: 'Questo, caro Marcello, deve essere il tuo anno. L’ho fatto sapere anche a un mio nobile amico di Annozero (Santoro, annotano i poliziotti che trascrivono l’intercettazione telefonica, ndr)'. I due amiconi ridono. Miccichè, però, diventa serio e continua il discorso sul giornalista tv: 'Gli ho detto che non deve rompere le palle, gli ho mandato un messaggio al quale non può dire di no'. Il senatore, notano i poliziotti trascrittori, 'acconsente a tutto quello che dice Aldo'. 'Guarda che ce li ho veramente sulle palle quei due di Annozero, guarda che io ho mandato una nota che non mi rompano i coglioni con Marcello Dell’Utri, gliel’ho mandata direttamente a chi di dovere, proprio ai suoi personalmente...hai capito, no?'. Dell'Utri: 'Sì, sì, il giornalista”. Miccichè: 'Quello mi ha rotto i coglioni, gli faccio succedere qualcosa di brutto, io sono buono e caro, però non mi toccano le cose mie e io non tocco loro, a me non interessa come si guadagnano da vivere, basta che non rompano i coglioni a me. Quindi gliel’ho detto chiaro, vedi che è difficile che Annozero ripeta il tuo nome...se no vedrai che gli succede...'.



Il senatore, notano i poliziotti che trascrivono le registrazioni telefoniche, annuisce. E come può fare diversamente? Il rapporto tra Dell’Utri e il faccendiere calabrese è strettissimo. Di affari per sé e per uno dei suoi figli, e politico, per i voti in Venezuela, nel collegio di Milano e tra Calabria e Sicilia, Miccichè e le sue relazioni mafiose potevano muovere. E’ prodigo di attenzioni il caro Miccichè quando parla del futuro del suo senatore. Parlando con Dell'Utri il 2 dicembre 2007, esprime tutto il suo dissapore per l’atteggiamento di Berlusconi. Marcello ha i suoi guai giudiziari e al faccendiere calabrese l'atteggiamento di Forza Italia sembra tiepido. “Non hanno capito le dimensioni tue e vanno dietro a quello che vanno dicendo questi uomini di merda, la magistratura, le cose ecc. È chiaro? Ricordati che l’amicizia è la vera sincerità. A te non si può negare una certa crescita e questo lo deve capire soprattutto Silvio, parliamoci chiaro... a me non è piaciuto l’atteggiamento di Berlusconi nei tuoi confronti'. Dell’Utri è quasi commosso: “Sì, ma non lo so, io non lo vedo, è più facile che la vedano dall’esterno. Però la politica è così'.



Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile



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Prodi sul PD...


A guidare il Pd siano i segretari regionali. E l’attuale struttura del partito tolga il disturbo. Non serve. Troppo autoreferenziale.

Le parole che Romano Prodi oggi affida al Messaggero sono una piccola bomba atomica nel dibattito già teso del dopo regionali. Perché non è una suggestione. Anzi. Il Professore disegna una road map precisa e dettagliata. Primarie in ogni regione, gli eletti nell’esecutivo e dall’esecutivo la scelta del segretario. Addio organi nazionali, insomma. Un Pd tutto federale.

Se non è un benservito a Bersani, poco ci manca.

Complice la domenica, i vertici democratici tardano a commentare. Ma c’è da scommettere che l’intervento dell’ex presidente del Consiglio non sia stato preso proprio benissimo. Basta sentire Giuseppe Fioroni, il solo tra i dirigenti di peso a dire qualcosa.

“L’organizzazione non è la panacea – dice – ma rispetto le opinioni di tutti”. Il fatto è che Romano Prodi non è “tutti”. E’ uno che nel partito, e soprattutto tra la gente del Pd, pesa ancora parecchio.

E nel dibattito confuso e a tratti inconcludente di queste ore, la sua idea di azzeramento e ripartenza federale rischia di essere assai popolare.


http://bracconi.blogautore.repubblica.it/2010/04/11/la-pagella-del-professore/