sabato 10 luglio 2010
Bufala di ritorno
http://attivissimo.blogspot.com/2010/07/il-raggio-della-morte-di-marconi.html
Scriviamo un libro..
Cavallaro, Luigi - "Interismo-Leninismo. La concezione materialistica della zona: breve corso"
Si può spiegare oggi cosa sia il comunismo al di là delle burocrazie e dei gulag? Questo libro risponde di sì e lo fa parlando non di politica, ma di calcio: raccontando come si è evoluto il calcio dal gioco "a uomo" al gioco "a zona". E raccontando la storia dell'Inter: non per farne l'apologia, ma per spiegare in che modo questa storia, da Herrera a Mourinho, si sia intrecciata alla "rivoluzione collettivistica" della zona. Un racconto semiserio ma rigoroso, ispirato alla concezione materialistica della storia di Marx e Engels, e che guarda attraverso lo specchio del calcio moderno per cogliere la realtà di un mondo che funziona solo quando i suoi protagonisti - sempre più internazionali - sono capaci di pensarsi e agire come un collettivo. Insomma, un libro profondamente politico: scritto da un interista (e leninista) convinto, ma per discutere con tutti gli appassionati di calcio e di politica.
Android? Avanza
Microsoft correggera' due falle pubbliche
Il Microsoft Security Response Center ricorda che a partire dal prossimo martedì scadrà il supporto a Windows 2000 e Windows XP SP2, di conseguenza questi sistemi operativi non beneficeranno più degli aggiornamenti di sicurezza.
Intel, Infineon close to billion-dollar deal, says report
venerdì 9 luglio 2010
Sciopero, non capiamo ma ci adeguiamo
da ilfattoquotidiano.it
Domani, come dovrebbero fare tutti i giornalisti iscritti alla Federazione nazionale della stampa (il nostro sindacato), anche noi del Fatto saremo in sciopero. E’ uno sciopero di cui condividiamo fino in fondo le ragioni, ma non le forme. L’ho scritto e lo ripeto: non ha alcun senso protestare contro il bavaglio imbavagliandoci per un intero giorno, facilitando il compito agli imbavagliatori che – oltre al danno, la beffa – usciranno con i loro giornali-trombetta.
Se gli scioperi servono a sensibilizzare la stampa e l’opinione pubblica su un problema grave, è un controsenso, un paradosso che la stampa non usi se stessa per fare le sue denunce, ma si autoriduca al silenzio, accontentando chi la vorrebbe silenziosa. Non è un caso se i quotidiani che tifano bavaglio – Il Foglio, Libero (anzi Occupato) e il Riformista – e Il Giornale berlusconiano che pure s’è detto contrario alla porcata Alfano domani saranno regolarmente in edicola. Così monopolizzeranno l’informazione (si fa per dire) sugli scandali di giornata: dalle conseguenze delle manganellate ai terremotati dell’Aquila alle ultime novità della manovra finanziaria anti-guardie e pro-ladri all’arresto di Flavio Carboni e altre preclare figure della cricca dell’eolico legata ai vari Verdini e Dell’Utri. E ingrasseranno a suon di milioni a spese di chi sciopera. Bel risultato, non c’è che dire: un’intera giornata di pensiero unico non solo a reti unificate, ma anche a edicole unificate. Davvero geniale, complimenti vivissimi.
Abbiamo tentato fino all’ultimo di convincere la Fnsi a compiere uno sforzo di fantasia, per rendere la nostra protesta la più efficace possibile. Per esempio, mandando in edicola i giornali listati a lutto, in forma di dossier con quegli atti giudiziari e quelle intercettazioni che negli ultimi anni non avremmo potuto pubblicare, lasciando i cittadini all’oscuro degli scandali del potere politico, economico, finanziario, sportivo, mafioso. Ma non c’è stato verso, forse anche per il poco tempo a disposizione. Peccato.
A questo punto però, siccome la Fnsi è diretta da organismi democraticamente eletti da tutti noi, non possiamo far altro che accettare la sua decisione di protestare con lo sciopero, per non dividere il fronte anti-bavaglio. Siccome, temo, di proteste dovremo farne ancora parecchie in questa fase di putrefazione del regime che potrebbe durare a lungo, ci auguriamo che la prossima volta si pensi, per tempo, a forme di denuncia meno autolesioniste, più efficaci e soprattutto più utili, anzi meno dannose per i cittadini.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)
La diletta in Canadà - Le poesie di Carlo Cornaglia
Il G20 si tiene in Canadà
e ci arriva pimpante il Cavaliere
con bionda di vistosa qualità
presa di Polverini dalle schiere.
I giornal sono svelti a criticare:
“Il solito mandrillo all’italiana
che si dà con le donne un gran da fare!”
Ma va studiata la realtà caimana:
(leggi tutto)
Segnalazioni
Ci vuole un altro Pertini e forse c'è - di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org
Ballata di una città normale - Ucuntu n.80, 8 luglio 2010
c/o Libreria Kalhesa (Giardino), Via Foro Umberto I, 21"
Botte ai terremotati
Chiamo Stefania Pezzopane, assessore della giunta Cialente al Comune di L’Aquila, che sta in Piazza Navona con i 5 mila terremotati arrivati a Roma in pullman. Mi racconta in diretta degli scontri su via del Corso: “Non c’era alcun motivo di quelle cariche. La manifestazione era autorizzata. Siamo qui per chiedere la proroga delle tasse e il benedetto inizio della ricostruzione”.
Mi dice della vergogna di essere caricati dalla polizia “come facinorosi, come furfanti”. Mi dice che non era mai successo nella storia d’Italia che i terremotati venissero presi a botte. Mi dice: “Siamo primi anche in questo”.
Le chiedo lo stato delle cose nei paesi del cratere. Dice che “a 15 mesi dal terremoto ci sono ancora 56 mila persone che vivono fuori casa”. Molti di loro in albergo, molti in case di parenti e amici sparpagliati in tutta la Regione, 18 mila nelle nuove abitazioni del progetto C.A.S.E.
Mi dice: “Ci hanno usato nei primi mesi della propaganda, ci hanno esibito tutti i giorni in televisione quando eravamo l’oggetto del miracolo berlusconiano. Ora che le cifre e la rabbia smentiscono tutta la propaganda che hanno costruito sul nostro dolore, i telegiornali davanti a noi scappano”.
Ora i terremotati non fanno più notizia. Vengono nascosti come cenere sotto al tappeto, come residuo di una storia andata in onda tanto tempo fa e che adesso ha già stufato. Ancora i terremotati? Basta con questi terremotati.
Mi dice: “Berlusconi è venuto a L’Aquila l’ultima volta a gennaio, sette mesi fa. Si è spaventato dei fischi. Da allora non si è più visto. Ha mandato un po’ di ministri, compresa la Prestigiacomo che ci diceva non preoccupatevi. Come no: e perché mai dovremmo preoccuparci? Durante la campagna elettorale sono venuti tutti, deputati, sottosegretari, ministri. Berlusconi ogni tanto telefonava”.
Ma quando è finita la campagna elettorale è finita anche la processione. Sono finite le promesse. Sono finite le telecamere. Ora tocca agli scudi, ai manganelli e a qualche ferito senza importanza.
(Vignetta di Bandanax)
Libri vs ebooks: riflessioni
Da un lato ci sono gli entusiasti, coloro che per carattere e per formazione abbracciano più facilmente le innovazioni e dall'altro ci sono coloro che, altrettanto giustamente, colorano molto le proprie abitudini.
Gli argomenti delle preferenze personali, il più delle volte, sono ininfluenti ai fini del risultato. Ma non cessano di essere interessanti se si guarda al dibattito che ne scaturisce. Il libro viene spesso identificato con l'oggetto (pur essendo oggetto e testo). E l'oggetto arreda, ha quel suo profumo di stampa, un piacere tattile ed è anche portatore di una sottile forma di comunicazione personale: sto leggendo questo libro e la cosa dovrebbe raccontarti abbastanza di me. «Spesso», racconta Jessica, dell'agenzia letteraria Bookends, «ho incontrato persone ed ho parlato con sconosciuti sulla metropolitana solo perchè stavano leggendo un certo libro».
Nel post, intitolato A World of Ebooks, Jessica risponde ad una lettrice che le chiede come sarà il mondo senza libri per i nostri figli. «I nostri bambini, le persone in generale», si interroga, «saranno meno portate alle lettura perchè non hanno più pareti piene di libri in cui cercare qualcosa che interessi?». Probabilmente no, dice. E nei commenti la discussione si accende, con tanti argomenti, pro o contro. A partire dal primo («Gli ebook non sono solo più economici, sono anche ecologici») fino a costruire un ricco catalogo di esperienze di singoli lettori.
Sull'altro fronte, quello dei tifosi, si gioca con piccole provocazioni argute e affatto prive di fondamento. «I libri stanno agli e-readers, come i vinili stanno all'iPod», twitta @ArtNite. «Io non ho mai sentito di nessuno che sniffasse beatamente i libri di carta prima che si cominciasse a parlare di ebook», scrive FamilyBooks. E continua: «Alcuni esperti sostengono che metà dei libri esistenti saranno scaricabili nel giro di due o tre anni. É straordinario. Per seicento anni le macchine da stampa di Gutenberg e le loro discendenti hanno prodotto i nostri libri, i nostri giornali e le nostre riviste. Ora in un battito di ciglia elettronico l'applicazione dell'inchiostro su carta sta diventando obsoleta». C'è poco da fare: questi sono mesi in cui a Gutenberg staranno fischiando molto le orecchie.
Di fatto nessuno ha in mano la sfera di cristallo. Ma spesso gli argomenti addotti, pur essendo di solito giusti e condivisibili, non sono comparabili tra loro. La transizione verso il digitale è un processo irreversibile e alimentato da fattori talmente generali da rendere -come dicevamo- irrilevanti le nostre preferenze personali. L'opinione più diffusa è che alla carta -ormai antieconomica- resterà il dominio di prodotti particolari e molto curati.
L'incognita maggiore è la rapidità del cambiamento, il mazzetto di anni in cui si poterà a compimento il processo. Se guardiamo agli altri settori dell'industria culturale, l'intervallo di tempo è sempre stato molto più breve di quanto prevedessero gli analisti, specie quelli che guardavano le cose accadere dall'interno del settore che ne era toccato. La storia recente ci insegna che si arriva sempre ad un momento in cui si supera una soglia critica e tutto accelera improvvisamente. Staremo a vedere.
Quello che invece sappiamo per certo è che le nostre abitudini, da quel punto in poi, si aggiornano facilmente. E per il libro non sarebbe nemmeno la prima volta. Il professor Piero Innocenti, qualche settimana fa, ne raccontava la storia da appassionato studioso di bibliotecomia. E c'è stato un momento in cui la rappresentazione di una donna che leggeva un libro era considerata «eversiva». O, ancora, prima del settecento la lettura era una concessione del sovrano o della Chiesa, non un diritto del popolo. E una biblioteca pubblica era impensabile.
La nostra idea del libro è sempre stata determinata dalla cultura in cui viviamo. E il libro non finirà, come non è finito passando dal rotolo alla stampa. Si adeguerà alla cultura di oggi e, se devo dire la mia, arriverà presto il momento in cui l'ebook ci sembrerà la cosa più normale del mondo.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=285&ID_articolo=27&ID_sezione=&sezione=
Pomigliano, la clausola di tregua e le lenticchie
http://www.pietroichino.it/?p=9168
Quella globalizzazione che passa da Pomigliano
La discussione sulla vicenda della Fiat di Pomigliano ha fatto emergere una visione statica e troppo semplificata della globalizzazione. Che non lascia spazi all'iniziativa politica, se non per l'eventuale chiusura protezionistica. E così di fronte alla corsa al peggio nelle condizioni di lavoro non resterebbe altro che la rassegnazione. Invece l'alternativa esiste. E sono proprio i paesi emergenti a offrire esempi di buone politiche orientate al futuro con i massicci investimenti nell'educazione. Su questo, un paese in ripiegamento come l'Italia, farebbe bene a riflettere.
...
La globalizzazione non consiste soltanto in un mercato integrato, all’interno del quale unicamente il costo del lavoro determina la competitività delle imprese e le loro scelte localizzative. Questa visione semplificata non spiega perché la fabbrica della Volkswagen a Wolfsburg, coeva e quasi gemella di Mirafiori, sia ancor oggi uno dei più grandi complessi produttivi di autoveicoli al mondo, con una produzione di 736mila veicoli nel 2009, nonostante i salari più elevati del pianeta. Non si spiegherebbe neppure quello che è avvenuto una decina di anni fa, dopo l’associazione della Turchia alla spazio economico europeo: nonostante costi del lavoro otto volte più bassi di quelli europei, il mercato turco fu rapidamente invaso da veicoli europei, mentre i modelli locali, inclusi quelli Fiat e Renault, poco competitivi, perdevano rapidamente quote di mercato.
...
Non solo: nelle ultime settimane è avvenuto sul mercato del lavoro cinese quanto è logico attendersi in una situazione di crescita rapida e prolungata. Si è aperta la strada a rivendicazioni salariali, si sono moltiplicati gli scioperi e i lavoratori cinesi hanno ottenuto rilevanti aumenti salariali , pari al 25 per cento nel caso della fabbrica Honda di cambi e trasmissioni di Foshan, nella ricca provincia costiera del Guangdong. In un’altra fabbrica della Honda a Zhongshan, i dipendenti hanno eletto propri delegati al di fuori del sindacato ufficiale, controllato dal Partito, come riferisce l’indipendente China Labor Bulletin di Hong Kong.
...
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001822.html
giovedì 8 luglio 2010
Gianfranco Fini
Solo un ceto di mestieranti del sottopotere come il gruppo di comando del Pd avrebbe potuto lasciare la bandiera della legalità e della questione morale a Di Pietro e a Fini. Mentre invitavano i movimenti legalitari a non demonizzare l’avversario, hanno preferito trescare con i furbetti del quartierino per prendersi una banca, facendosi poi sputtanare sotto elezioni a mezzo giornalacci di famiglia da chi ora fa l’alfiere della privacy. E Fini, si accorge solo ora - dopo 15 anni di prebende, devozione e leggi canaglia - con chi ha a che fare? Non ha compreso che l’impunità è la ragione sociale del blocco di potere che gli ha permesso la scalata? O è stupido o in pessima fede. Propendo per la seconda ipotesi.
QUI, per gli iscritti a facebook, la mia pagina pubblica “ufficiale”.
La signoria elettiva
Il ricorso per l’ineleggibilità di Formigoni è stato respinto dal tribunale civile di Milano. Vengo ora dal presidio davanti al palazzo di giustizia. La decisione era prevedibile. E suona come una buona notizia pure per Vasco Errani, presidente dell’Emilia Romagna, sulla cui elezione pende un analogo ricorso. In discussione era l’interpretazione della norma che stabilisce l’ineleggibilità alla presidenza di una regione di chi abbia già svolto due mandati. Il tribunale ha stabilito che quella norma non si applica al caso Formigoni, verosimilmente in quanto la sua validità non è retroattiva. Autorevoli esperti di diritto hanno manifestato nei mesi passati parere opposto. E questo fa capire come l’ambiguità delle norme, nel paese dei cavilli e degli azzeccagarbugli, è il primo ostacolo alla certezza del diritto. A breve saranno disponibili le motivazioni della sentenza. Ma la questione giuridica non impedisce una riflessione politica. Sottesa al ricorso proposto dal Movimento a Cinque Stelle c’è una questione sostanziale, relativa allo spirito della norma sull’ineleggibilità, che è quello di favorire il ricambio al vertice delle istituzioni di governo. Venti anni di potere ininterrotto (e nel caso di Formigoni, di potere pressochè assoluto, promiscuo agli affari, senza un’opposizione adeguata, con una forte investitura personale, la gestione “in house” dell’informazione che conta e il progressivo svuotamento dell’assemblea elettiva) definiscono un modello più vicino alla signoria elettiva che non a una credibile democrazia rappresentativa. Qualcuno chiama questo modello “democratura”: una crasi fra democrazia e dittatura. Contrastare questo modello non è lavoro da avvocati.
Microsoft, tool gratis per lo sviluppo web
Impegnarsi per il Paese
Dice Berlusconi che Brancher dimettendosi «ha dimostrato il suo impegno per il Paese».
Ora, è la prima volta nella storia, credo, che qualcuno dimostra il suo impegno per il paese togliendosi dalle balle.
Il che mi ricorda una vecchia gag di Paolo Poli, secondo il quale lui era perfettamente in grado di rendere felici le persone: infatti bastava che si recasse a una festa, e siccome rompeva le scatole a tutti, quando andava via erano tutti felici.
Il simpatico rovesciamento di prospettiva è quindi da accogliere a braccia aperte. E’ infatti a questo punto auspicabile che lo stesso premier, e tutta la sua cricca, vogliano dedicarsi al più presto, e il più fortemente possibile, a impegnarsi per il Paese.
"Fatti reali e miti keynesiani – 1
Si fa un gran parlare della Grande Depressione, la crisi che, iniziata nel 1929, finì solo nel 1941, quando si iniziò a paracadutare l’esercito di disoccupati ancora esistente sulle spiagge di Iwo Jima (come dice sempre un mio amico, anche se Iwo Jima fu invasa nel 1945 e senza paracadutisti).
La storia economica della Grande Depressione è ancora aperta, tant’è che l’ultimo paper rilevante di cui sono a conoscenza è del 2009 [1]. A distanza di ottanta anni dall’inizio della crisi, e di settanta dalla sua conclusione, quindi, non esiste ancora una versione certa di ciò che accadde, e una spiegazione definitiva delle cause e delle conseguenze della crisi. Ciononostante, esistono una serie di “fatti”, e tutta una serie di miti, di cui discutere.
I fatti (più alcune interpretazioni, che riempiono i buchi dove i fatti non sono evidenti) si trovano più o meno tutti su “A monetary history of the United States” di Friedman e Schwartz.
La Fed fu fondata nel 1913 e si impegnò subito a finanziare la Prima Guerra Mondiale, creando un’inflazione notevole (i prezzi salirono del 150%). La fine della guerra coincise con una rapida ma profonda crisi, iniziata nel 1920, e in un anno e mezzo la produzione calò di un terzo (per poi risalire subito dopo) e i prezzi scesero del 40% (per poi rimanere costanti). In pratica, la crisi del 1920 rimosse quasi tutte le distorsioni monetarie ed economiche provocate dalla guerra mondiale, e durò molto poco, anche se fu profonda. Fossero tutte così, la teoria delle crisi economiche non sarebbe poi così importante.
Nei successivi dieci anni non parve succedere nulla di interessante. I prezzi erano stabili e la produzione saliva rapidamente, anche grazie all’innovazione tecnologica (radio, automobili…). Gli economisti – come Irving Fisher – che ritenevano che la stabilità dei prezzi avesse qualcosa a che fare con la stabilità economica pensavano che tutto andasse per il meglio. I Roaring ’20s però avevano due problemi, di cui il primo oggettivamente verificabile: il sistema bancario divenne più fragile, e l’economia iniziò processi di produzione insostenibili. La Fed, salvando le banche dalle conseguenze della loro sovra-espansione, stimolò una riduzione delle riserve monetarie che aumentò la fragilità del sistema bancario agli shock (come notato da Friedman e Schwartz), inoltre (come sostengono gli austriaci) ogni boom generato dalla creazione di credito è destinato a collassare perché il credito è considerato una forma di risparmi reali, ma i risparmi reali si ottengono solo riducendo i consumi (cosa che nel boom non accade). Ora, l’instabilità non è un fatto ma una ricostruzione: la calma degli anni ‘20, comunque, si rivelò completamente infondata.
Negli anni ‘20 la Fed intervenne ripetutamente per impedire le recessioni: nel 1921, nel 1924, nel 1927 tagliò i tassi e aumentò il credito per aiutare l’economia a superare crisi momentanee, e ogni volta l’economia riprese rapidamente a crescere. Soltanto nel 1927 si venne a creare una doppia bolla, azionaria e immobiliare, che indicava che il credito elargito dalla Fed (per gli austriaci) e il moral hazard creato dalla garanzia del suo intervento (che era un sussidio per le banche a comportarsi scriteriatamente) andava a finire sempre di più verso attività fondamentalmente tossiche e prive di utilità economica.
Qualsiasi riferimento al lungo periodo di calma che viene chiamato “Great Moderation”, dal 1987 (inizio era Greenspan) al 2007 è puramente voluto. La simmetria delle due situazioni è perfetta, e la crisi del 1920 è da considerarsi una disinflazione tanto quanto la cura Volcker, mentre le crisi e gli interventi successivi seguono la stessa logica degli interventi di Greenspan, e la stabilità dei prezzi è stata in entrambe i casi considerata la prova della stabilità del sistema economico.
Nel 1929, come nel 2007, il sistema economico aveva già diverse criticità: il boom insostenibile durava da anni, le bolle speculative erano già enormi, e l’unica cosa che pareva andare bene era l’innovazione tecnologica, che aiutava a tenere i prezzi bassi, e i macroeconomisti tranquilli (non gli austriaci, però).
Le due storie divergono però a partire dall’inizio della crisi. E qui quindi ci fermiamo (per oggi), prima di capire cosa successe dopo il 1929 negli USA: per capire, cioè, le straordinarie responsabilità di due incompetenti patentati come Hoover e Roosevelt, i due responsabili della durata e della gravità della Grande Depressione, senza i quali non sarebbe successo nulla di rilevante sul piano economico negli anni ’30.
Finora abbiamo un parallelo pressoché perfetto: inflazione, disinflazione, calma piatta, interventi anticiclici ripetitivi, e collasso finale. Manca il collasso finale, però, che si ebbe nel 1929 (e anni seguenti) e non (ancora, perlomeno) al giorno d’oggi. Alla prossima.
[1] Ohanian, Lee E., 2009. “What – or who – started the great depression?,” Journal of Economic Theory, Elsevier, vol. 144(6), pages 2310-2335, November
PS Se vi ho fatto venire l’ansia, vi do uno spoiler: è improbabile che ci sarà una Grande Depressione. State tranquilli, è più probabile giapponesizzarsi.
"JavaScript, Android 2.2 le suona a iOS4
Analyst: Nokia's modem move hints at Intel-Infineon done deal
Viaggio negli anni ’90: l’epopea Grunge
Era l’inizio degli anni Novanta, gli anni dell’epopea della “Generazione X”, della noia come stato d’animo permanente.
Era il periodo in cui, mentre una parte dell’America stava per immergersi negli “happy times” clintoniani contraddistinti da un certo livello di ricchezza, un’altra, quella dei giovani colti da un’improvvisa epidemia di malessere comincia a mostrare i risvolti negativi dell’opulenza di una società che rischia di farli rimanere indietro nella marcia collettiva verso la felicità e il progresso.
Sono in pochi quelli che si accorgono che qualcosa di importante, invece, sta per accadere nel nord-ovest degli Stati Uniti tra i giovani musicisti cosiddetti “grunge” per via dell’aspetto estetico trasandato, e della loro scarsa ricercatezza tecnica interessati come sono all’immediatezza della propria musica e alla forza delle proprie parole.
In un suo articolo Everett True – il primo giornalista ad adoperare il termine “Grunge” che sta per sporco o persona repellente – durante una trasferta a Seattle nel periodo in cui stanno per sbocciare diverse band, così descrive la scena musicale: “La più eccitante prodotta da una singola città come non accadeva da dieci anni”; per trovarne una bisogna risalire alla Londra Punk.
Un libro di Greg Prato (un critico musicale che scrive per il sito Allmusic.com) uscito in America, “Grunge is dead”, una “storia orale” del grunge, o un epitaffio, pesante e solenne “come una pietra tombale” prova a descrivere ciò che realmente il grunge ha rappresentato.
Nelle sue 500 pagine, è composto da brevi passaggi, ordinati per argomenti, di interviste fatte alle persone che “c’erano”.con testimonianze di natura sociologica, che partono da chi era “troppo giovane per essere un hippie ma troppo vecchio per essere punk” e aneddoti più coloriti sui gusti musicali dei frequentatori della scena a inizio anni Ottanta. Descrivendo una “scena” autentica, una comunione sotterranea di musicisti che suonavano (letteralmente) nei garage, tra fumo e sporcizia.
Tra le band che spuntano nella città statunitense vi sono i Pearl Jam, i Nirvana, i Soundgarden, gli Alice in Chains, i Mudhoney e gli Screaming Trees solo per citarne alcune.
Clicca qui per vedere il video incorporato.
I media e le società di marketing fiutano l’affare: in modo irriguardoso e imprudente cercano di rendere il fenomeno del Grunge “show business”, sfruttando l’epidemia di malessere spacciandola come variazione dell’eroismo giovanile, naturalmente dopo aver sepolto una volta per tutte lo yuppismo degli anni Ottanta.
Segue una pletora di libri e pellicole sulla nuova condizione dei giovani disgraziati che cercano indipendenza e discrezione ma si ritrovano coi riflettori sparati addosso e con il fiato sul collo di manager squali e donne viscide molto easy.
“Grunge è fruscio di denaro fresco, è il suono dell’underground che finalmente fa i soldi”, dichiara Bruce Pavitt fondatore e proprietario della Sub Pop l’etichetta indipendente che tiene sotto contratto le migliori formazioni della città.
E’ grazie alla Sub Pop se si riesce a vendere e a rendere “prodotto” la giovane “spazzatura bianca” che improvvisamente diventa “cool”.
Una volta per tutte quella “X” che è servita da scudo per un’intera generazione viene finalmente spazzata via.
Kurt Cobain, leader dei Nirvana, nel momento in cui imbocca la strada per la gloria grazie all’album “Nevermind”, coacervo del Seattle sound, risolve la questione infilandosi un fucile in bocca come a dire: “Grazie e scusate ma non ce la faccio. Non ci siete riusciti a illudermi”, suscitando enorme dolore in milioni di fan che però riescono quasi subito a farsi una ragione di quella morte prematura: “Il perdente alla fine perde, per sua stessa volontà”, firmato Kurt il puro.
Ragazzotto viziato e accecato dal mito della rockstar debosciata o uomo che sotto la dorata scorza di virile dio del rock presenta una eccessiva sensibilità d’animo?
E’ questo il quesito più ricorrente all’epoca; oggi la risposta appare quanto mai ovvia.
Senza Cobain, probabilmente il Grunge non avrebbe ottenuto l’immensa popolarità conquistata tra gli anni 1992 e il 1995, sicuramente i Soundgarden e gli Alice in Chains sarebbero diventati star ugualmente, ma non esponenti di uno stile assurto a nuova filosofia di vita.
Alla morte di Kurt è Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, il nuovo portavoce di un’intera generazione di ragazzi che qualche rivista identifica con le camicie di flanella a quadrettoni, quelle indossate dai boscaioli per intenderci.
Coerente e fedele alla linea, Vedder è riuscito a rendere i Pearl Jam una delle più grandi band del rock statunitense, senza mai addentrarsi nei pericolosi meandri dello star system, continuando a suonare spinto dall’amore per la musica.
Coerenza che i Pearl Jam hanno dimostrato sin dagli esordi, quando si dissociarono dalla Epic (etichetta della Sony) che imponeva loro video, tempi e stile di lavorazione; quando dichiararono guerra alla Ticketmaster, la compagnia che si occupa della prevendita dei biglietti dei concerti. Da sempre hanno limitato all’essenziale la promozione dei loro dischi, tenendo un comportamento sempre schivo e scettico nei confronti della stampa e televisioni.
Nel settembre scorso hanno dato alla luce il loro nono album intitolato “Backspacer”: dopo un lungo periodo trascorso ad affrontare la rabbia di trovarsi in un paese che non riconoscevano più, e a trasferire i sentimenti in musica, hanno scelto di cambiare strada, anche perché nel frattempo gli Stati Uniti sono cambiati, non c’è più George W. Bush e c’è Barack Obama.
Gli Alice in Chains nel panorama musicale di Seattle sono quelli più metal; dal genere Punk a differenza di altre band non hanno tratto nulla.
Nel periodo in cui il Grunge sta per raggiungere l’apice della notorietà, loro sognano di diventare celebrità nel panorama rock, riuscendovi.
Non che all’improvviso il sole abbia reso meno plumbeo l’insopportabile cielo sulle loro teste, ma vendere dischi è servito a dimenticare il peso delle catene della vita cui sono legati, prima di imporne altre.
I problemi esistenziali, uniti alla dipendenza da eroina infatti, logorano lentamente fino ad ucciderlo, Layne Stanley il leader degli AIC che si spegne il 5 aprile del 2002, esattamente otto anni dopo Kurt.
Il 29 settembre scorso però gli Alice In Chains sono usciti con nuovo album, “Black gives way to blue” ricevendo ottime critiche e esordendo nella classifica Billboard 200 al 5° posto: la band non entrava in top ten dal 1996. Layne è stato sostituito con William DuVall, ex leader di una band sconosciuta ai più (i Comes with the Fall, ndr) deludendo gli storici supporters del gruppo. Ma almeno loro sono stati chiari sin dall’inizio: vogliamo la gloria e la celebrità.
Del resto, han bisogno di campare anche loro…
Cosa pensare allora di Chris Cornell ex leader dei Soundgarden? Dopo lo scioglimento della band diventata famosa grazie a brani come “Black Hole Sun” e “Rusty Cage”, ha intrapreso dapprima una carriera da solista, poi ha messo su un’altra formazione (Audioslave, ndr) per poi lasciarla e darsi al genere pop in compagnia del noto produttore Timbaland?
Si pensava fosse incappato in qualche investimento sbagliato – dopo lo scandalo dei Subprime che ha messo in ginocchio l’America era probabile – invece lui candidamente nelle molte interviste rilasciate ha affermato che è il sound di “Scream” (l’ultimo album, ndr) quello che predilige e che gli anni del Seattle sound li ricorda con tristezza…
La conferma che il Grunge non è stato altro che uno specchietto per le allodole.
“Keep on rockin’ in a free world” direbbe Neil Young (padre putativo di molte delle giovani band di Seattle) scansando ogni etichettatura e ideologia, perché lo slancio per la trascuratezza è sempre venuto più naturale rispetto al desiderio di raggiungere una statura più elevata.
in collaborazione con Marco D’Andrea
"Climagate, scagionati gli scienziati "Nessuna manipolazione dei dati"
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A stabilirlo un'indagine indipendente dell'ex funzionario pubblico Sir Muir Russel. Lo scandalo del Climategate è esploso nel 2009, quando i climatologi dell'universitá dell'East Anglia sono stati accusati di aver manipolato i dati per accentuare l'allarme sui cambiamenti climatici
(19:44 07/07/2010)
La scossa di Fini muove il centro terzo polo al ventidue per cento
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Le rilevazioni di Ipr Marketing per Repubblica.it. Dal presidente della Camera a Rutelli, passando per Lombardo, la nuova formazione leverebbe voti a centrodestra e centrosinistra
di MATTEO TONELLI
(04:25 07/07/2010)
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mercoledì 7 luglio 2010
Firefox 4, una beta di novita'
iPhone 4, l'aggiornamento serve a poco
Foundations of Computer Science
martedì 6 luglio 2010
Ipsi Dixint...
(Marx e Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, 27 luglio 1852)
Lo facciamo leggere a qualche politico nostrano, che ne dite?
lunedì 5 luglio 2010
Lo presentiamo a Silvio?
Consigliere comunale e organizzatore di orge di gruppo a pagamento. Sebbene la prostituzione in Svizzera non sia un reato e il sesso a pagamento sia assolutamente legale, nel paese elvetico ha provocato grande scalpore la storia di Fabien Richard, personaggio pubblico di Yverdon-les Bains, comune di 25.000 abitanti sul lago di Neuchâtel. Il politico dell'Udc (Unione Democatica di Centro) avrebbe ammesso di essere un grande appassionato di gang bang, gioco sessuale di cui la principale protagonista è di solito una donna che ha rapporti intimi con una moltitudine di partner. Secondo quanto narra il domenicale elvetico Matin Dimanche, Richard avrebbe organizzato l'ultima orgia domenica pomeriggio, dalle 14 alle 20, in una sauna privata di Recherswil, un comune nel cantone Soletta.
PASSIONE SINGOLARE - A differenza di quanto ci si possa aspettare, Richard non nasconderebbe la sua singolare passione. Anzi. Per trovare i partecipanti per quest’ultima orgia il politico ha messo un annuncio su Internet, con il suo vero nome e il numero telefonico che usa quotidianamente per l'attività politica. Vanessa, la ragazza che ha accettato di partecipare domenica pomeriggio al gioco erotico riceverà 1000 franchi (circa 750 euro), mentre gli otto uomini che hanno risposto all’annuncio dovranno sborsare circa 300 franchi (225 euro). Il politico ha raccontato al domenicale svizzero che questa non è la sua prima gang bang: «Già ne ho organizzate sette in un loft a Yverdon» racconta Richard. Inoltre confessa che Vanessa, la protagonista femminile dell'orgia, sarebbe una sua intima amica: «Non è una professionista. E' d'accordo a partecipare e lo fa per arrotondare i suoi guadagni».
http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_04/politico-udc-svizzera-organizzatore-gang-bang-fabien-richard_fbf59534-8772-11df-95fd-00144f02aabe.shtml
domenica 4 luglio 2010
Firmware-Specific Bug #5: Heap Fragmentation
All data structures created via C’s malloc() standard library routine or C++’s
new keyword live on the heap. The heap is a specific area in RAM of a pre-determined maximum size. Initially, each allocation from the heap reduces the amount of remaining “free” space by the same number of bytes. For example, the heap in a particular system might span 10 KB starting from address 0x20200000. An allocation of a pair of 4-KB data structures would leave 2 KB of free space.The storage for data structures that are no longer needed can be returned to the heap by a call to free() or use of the
delete keyword. In theory this makes that storage space available for reuse during subsequent allocations. But the order of allocations and deletions is generally at least pseudo-random—leading the heap to become a mess of smaller fragments.To see how fragmentation can be a problem, consider what would happen if the first of the above 4 KB data structures is free. Now the heap consists of one 4-KB free chunk and another 2-KB free chunk; they are not adjacent and cannot be combined. So our heap is already fragmented. Despite 6 KB of total free space, allocations of more than 4 KB will fail.
Fragmentation is similar to entropy: both increase over time. In a long running system (i.e., most every embedded system ever created), fragmentation may eventually cause some allocation requests to fail. And what then? How should your firmware handle the case of a failed heap allocation request?
Best Practice: Avoiding all use of the heap may is a sure way of preventing this bug. But if dynamic memory allocation is either necessary or convenient in your system, there is an alternative way of structuring the heap that will prevent fragmentation. The key observation is that the problem is caused by variable sized requests.
If all of the requests were of the same size, then any free block is as good as any other—even if it happens not to be adjacent to any of the other free blocks. Thus it is possible to use multiple “heaps”—each for allocation requests of a specific size—can using a “memory pool” data structure.
If you like you can write your own fixed-sized memory pool API. You’ll just need three functions:
- handle = pool_create(block_size, num_blocks) - to create a new pool (of size M chunks by N bytes);
- p_block = pool_alloc(handle) - to allocate one chunk (from a specified pool); and
- pool_free(handle, p_block).
But note that many real-time operating systems (RTOSes) feature a fixed-size memory pool API. If you have access to one of those, use it instead of the compiler's malloc() and free() or your own implementation.
Firmware-Specific Bug #4
Firmware-Specific Bug #6 (coming soon)"
Family values
A occhio, fossi Pier Paolo Zaccai, appena finito il down mi dedicherei a togliere dal sito le foto in cui si propone agli elettori come sposo devoto, modello familiare e cattolico osservante.
Poi magari rivedrei anche alcune recenti dichiarazioni contro la prostituzione.
"Reading a register for its side effects in C and C++
Anyway, enough preamble, on to the topic at hand.
Once in awhile one finds oneself having to read a device register, but without needing nor caring what the value of the register is. A typical scenario is as follows. You have written some sort of asynchronous communications driver. The driver is set up to generate an interrupt upon receipt of a character. In the ISR, the code first of all examines a status register to see if the character has been received correctly (e.g. no framing, parity or overrun errors). If an error has occurred, what should the code do? Well, in just about every system we have worked on, it is necessary to read the register that contains the received character -- even though the character is useless. If you don't perform the read, then you will almost certainly get an overrun error on the next character. Thus you find yourself in the position of having to read a register even though its value is useless. The question then becomes, how does one do this in C? In the following examples, assume that SBUF is the register holding the data to be discarded and that SBUF is understood to be volatile. The exact semantics of the declaration of SBUF vary from compiler to compiler.
If you are programming in C and if your compiler correctly supports the volatile qualifier, then this simple code suffices:
void cload_reg1 (void)
{
SBUF;
}
This certainly looks a little strange, but it is completely legal C and should generate the requisite read, and nothing more. For example, at the -Os optimization level, the MSP430 port of GCC gives this code:
cload_reg1:
mov &SBUF, r15
ret
Unfortunately, there are two practical problems with this C code. First, quite a few C compilers incorrectly translate this code, although the C standard gives it an unambiguous meaning. We tested the code on a variety of general-purpose and embedded compilers, and present the results below. These results are a little depressing.
The second problem is even scarier. The problem is that the C++ standard is not 100% clear about what the code above means. On one hand, the standard says this:
In general, the semantics of volatile are intended to be the same in C++ as they are in C.
A number of C++ compilers, including GCC and LLVM, generate the same code for cload_reg1() when compiling in C++ mode as they do in C mode. On the other hand, several high-quality C++ compilers, such as those from ARM, Intel, and IAR, turn the function cload_reg1() into object code that does nothing. We discussed this issue with people from the compiler groups at Intel and IAR, and both gave essentially the same response. Here we quote (with permission) from the Intel folks:
The operation that turns into a load instruction in the executable code is what the C++ standard calls the lvalue-to-rvalue conversion; it converts an lvalue (which identifies an object, which resides in memory and has an address) into an rvalue (or just value; something whose address can't be taken and can be in a register). The C++ standard is very clear and explicit about where the lvalue-to-rvalue conversion happens. Basically, it happens for most operands of most operators - but of course not for the left operand of assignment, or the operand of unary ampersand, for example. The top-level expression of an expression statement, which is of course not the operand of any operator, is not a context where the lvalue-to-rvalue conversion happens.
In the C standard, the situation is somewhat different. The C standard has a list of the contexts where the lvalue-to-rvalue conversion doesn't happen, and that list doesn't include appearing as the expression in an expression-statement.
So we're doing exactly what the various standards say to do. It's not a matter of the C++ standard allowing the volatile reference to be optimized away; in C++, the standard requires that it not happen in the first place.
We think the last sentence sums it up beautifully. How many readers were aware that the semantics for the volatile qualifier are significantly different between C and C++? The additional implication is that as shown below, GCC, the Microsoft compiler, and Open64, when compiling C++ code, are in error.
We asked about this on the GCC mailing list and received only one response which was basically 'Why should we change the semantics, since this will break working code?' This is a fair point. Frankly speaking, the semantics of volatile in C are a bit of mess and C++ makes the situation much worse by permitting reasonable people to interpret it in two totally different ways.
Experimental Results
To test C and C++ compilers, we compiled the following two functions to object code at a reasonably high level of optimization:
extern volatile unsigned char foo;
void cload_reg1 (void)
{
foo;
}
void cload_reg2 (void)
{
volatile unsigned char sink;
sink = foo;
}
For embedded compilers that have built-in support for accessing hardware registers, we tested two additional functions where as above, SBUF is understood to be a hardware register defined by the semantics of the compiler under test:
void cload_reg3 (void)
{
SBUF;
}
void cload_reg4 (void)
{
volatile unsigned char sink;
sink = SBUF;
}
The results were as follows.
GCC
We tested version 4.4.1, hosted on x86 Linux and also targeting x86 Linux, using optimization level -Os. The C compiler loads from foo in both cload_reg1() and cload_reg2() . No warnings are generated. The C++ compiler shows the same behavior as the C compiler.
Intel Compiler
We tested icc version 11.1, hosted on x86 Linux and also targeting x86 Linux, using optimization level -Os. The C compiler emits code loading from foo for both cload_reg1() and cload_reg2(), without giving any warnings. The C++ compiler emits a warning 'expression has no effect' for cload_reg1() and this function does not load from foo. cload_reg2() does load from foo and gives no warnings.
Sun Compiler
We tested suncc version 5.10, hosted on x86 Linux and also targeting x86 Linux, using optimization level -O. The C compiler does not load from foo in cload_reg1(), nor does it emit any warning. It does load from foo in cload_reg2(). The C++ compiler has the same behavior as the C compiler.
x86-Open64
We tested opencc version 4.2.3, hosted on x86 Linux and also targeting x86 Linux, using optimization level -Os. The C compiler does not load from foo in cload_reg1(), nor does it emit any warning. It does load from foo in cload_reg2(). The C++ compiler has the same behavior as the C compiler.
LLVM / Clang
We tested subversion rev 98508, which is between versions 2.6 and 2.7, hosted on x86 Linux and also targeting x86 Linux, using optimization level -Os. The C compiler loads from foo in both cload_reg1() and cload_reg2() .
A warning about unused value is generated for cload_reg1(). The C++ compiler shows the same behavior as the C compiler.
CrossWorks for MSP430
We tested version 2.0.8.2009062500.4974, hosted on x86 Linux, using optimization level -O. This compiler supports only C. foo was not loaded in cload_reg1(), but it was loaded in cload_reg2().
IAR for AVR
We tested version 5.30.6.50191, hosted on Windows XP, using maximum speed optimization. The C compiler performed the load in all four cases. The C++ compiler did not perform the load for cload_reg1() or cload_reg3(),
but did for cload_reg2() and cload_reg4().
Keil 8051
We tested version 8.01, hosted on Windows XP, using optimization level 8, configured to favor speed. The Keil compiler failed to generate the required load in cload_reg1() (but did give at least give a warning), yet did perform the load in all other cases including cload_reg3() suggesting that for the Keil compiler, its IO register (SFR) semantics are treated differently to volatile variable semantics.
HI-TECH for PIC16
We tested version 9.70, hosted on Windows XP, using Global optimization level 9, configured to favor speed. This was very interesting in that the results were almost a mirror image to the Keil compiler. In this case the load was performed in all cases except cload_reg3(). Thus the HI-TECH semantics for IO registers and volatile variables also appears to be different - just the opposite to Keil! No warnings was generated by the Hi-TECH compiler when it failed to generate code.
Microchip Compiler for PIC18
We tested version 3.35, hosted on Windows XP, using full optimization level. This rounded out the group of embedded compilers quite nicely in that it didn't perform the load in either cload_reg1() or cload_reg3() - but did in the rest. It also failed to warn about the statements having no effect. This was the worst performing of all the compilers we tested.
Summary
The level of non-conformance with the C compilers, together with the genuine uncertainty as to what the C++ compilers should do provides a real quandary. If you need the most efficient code possible, then you have no option other than to investigate what your compiler does. If you are looking for a generally reliable and portable solution, then the methodology in cload_reg2() is probably your best bet. However it would be just that: a bet. Naturally, we (and the other readers of this blog) would be very interested to hear what your compiler does. So if you have a few minutes, please run the sample code through your compiler and let us know the results.
Acknowledgments
We'd like to thank Hans Boehm at HP, Arch Robison at Intel, and the compiler groups at both Intel and IAR for their valuable feedback that helped us construct this post. Any mistakes are, of course, ours.
Home"
Ffwebmagazine - Lo sconforto contagioso del "berlusconiano deluso"
A piccoli passi verso la green economy
Modificare l’art. 41 Cost.: An, cur, quid e quomodo
È davvero necessario riformare la Costituzione per alleggerire il peso burocratico che soffoca le imprese?
Prima di analizzare l’attuale proposta del governo, è opportuno capire cosa la Costituzione dice ora a proposito della iniziativa economica privata. Va premesso che la Costituzione economica è, tra tutte le parti costituzionali, quella che più ha subito lo Zeitgeist che aleggiava e aleggia ancora in Italia.
Più che essere la Costituzione fonte della cultura economica italiana, è stata quest’ultima che ha forgiato un modello economico costituzionale secondo una teoria fino ad oggi prevalentemente interventista, giocando sulle clausole aperte delle disposizioni costituzionali e sul fatto che i costituenti non avevano in mente un preciso modello. Non può nascondersi una fiducia del costituente per le capacità dello Stato di sanare i cd. fallimenti del mercato tramite i suoi interventi in economia. Resta però il dato che, a ben vedere, tali interventi non erano congegnati come obbligatori, ma ad essi si sarebbe dovuti ricorrere solo in funzione del raggiungimento della piena promozione umana.
D’altra parte, ciò era coerente con il modello di Stato sociale che i costituenti avevano in mente. Neppure i liberali si opposero a questo modello, comprendendo che in quel momento storico non sarebbe stata possibile la realizzazione dei principi di laissez faire, e accontentandosi di aver portato a casa nel 1946 la liberalizzazione del commercio estero e del credito e l’ammissione dell’Italia alle istituzioni di Bretton Woods, come se “per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si [fossero volute opporre] ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa” (Calamandrei).
E così la possibilità per lo Stato di intervenire si è tradotta in un fortissimo condizionamento del mercato, non solo attraverso gli interventi indiretti, ma soprattutto attraverso la gestione di interi settori economici e dunque la creazione di monopoli legali.
In particolare, il diritto di iniziativa economica, cuore della Costituzione economica insieme al diritto di proprietà, è stato uno di quelli che più hanno ricevuto un’interpretazione in senso favorevole al diretto intervento statale, fino a leggervi la possibilità di un’economia socialista (Lavagna).
Le condizioni politiche del momento non consentivano un’interpretazione dell’art. 41 più liberista.
Ma oggi, una lettura scevra da quei condizionamenti renderebbe chiaro che la preferenza del costituente non è né per l’iniziativa economica pubblica né per quella privata, quanto piuttosto per quell’iniziativa, pubblica o privata che sia, che concorra alla ricchezza materiale e spirituale del Paese, e che dunque non sia esercitata secondo modalità tali da compromettere né l’una né l’altra.
Certo, l’articolo riconosce la libertà di iniziativa economica privata (senza escludere quella pubblica), con ampi e pervasivi limiti (utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità umana). È questo uno dei passaggi che più di altri hanno giustificato l’intervento dello Stato in economia, esasperando la presunzione di contraddizione tra la funzione di accumulazione del capitale tipica dell’imprenditore privato e l’utilità sociale, quando invece il parametro per valutare l’utilità sociale del servizio o bene prodotto dovrebbe e potrebbe essere quello della convenienza, ovvero dell’efficacia e dell’efficienza del processo compiuto.
Tuttavia, resta possibile leggere nelle pieghe dell’articolo alcuni dei principi ritenuti fondamentali per un’economia più libera. Il diritto di proprietà e la libertà contrattuale, innanzitutto, senza i quali l’iniziativa economica non potrebbe essere esercitata, e implicitamente anche la libertà di concorrenza, visto che l’articolo presuppone la compresenza di imprenditori che liberamente svolgono la loro attività.
Veniamo ora alla proposta di modifica, che interessa l’art. 41 e l’art. 118 Cost, e poniamo tre domande.
1. Domanda è “esistenziale”: È davvero necessaria una riforma costituzionale? Potrebbe essere sufficiente una diversa interpretazione del testo vigente per raggiungere gli stessi effetti di “liberazione” delle imprese?
Talora l’opzione zero (non intervenire normativamente) è preferibile. Lo ha insegnato Bruno Leoni (Freedom and the Law, trad. it. La libertà e la legge), prima ancora che l’OCSE e le sue raccomandazioni sull’analisi di impatto della regolazione. Prima di decidere come intervenire bisogna decidere quindi se intervenire. Alla domanda “esistenziale”, si potrebbe rispondere che ora non è necessario un intervento di modifica, essendoci tanto ancora da fare a livello legislativo e interpretativo. L’articolo si presta legittimamente a letture, interpretazioni e applicazioni molto più liberiste di quanto fatto finora. Ne discende che lo stesso risultato potrebbe conseguirsi non attraverso la modifica della Legge fondamentale, ma seguendo semplicemente l’alveo della legislazione ordinaria (quando non anche regolamentare), più facile da approvare. Ne è prova che esso abbia già retto all’introduzione dei principi di libero mercato e libera concorrenza imposti dal Trattato istitutivo della Comunità europea.
C’è, in altre parole, un margine di interpretazione costituzionale a favore della libertà di impresa ancora inesplorato, su cui si potrebbe insistere a livello legislativo e interpretativo prima di optare per l’emendamento costituzionale, che è procedura piuttosto complessa e spesso destinata al naufragio.
2. Domanda “metodologica”: ammesso che sia necessario intervenire, come bisogna intervenire?
La relazione di accompagnamento alla proposta di modifica insiste sulla necessità di semplificare, snellire e ridurre (anche in termini di lunghezza) le norme, per ridurre i carichi alle imprese. Eppure, paradossalmente, la novella introduce all’art. 118 tre lunghi commi che, a leggerli, si direbbero di tenore quantomeno legislativo ordinario.
Se le Costituzioni debbono dettare sinteticamente i principi fondamentali che reggono la società, cosa c’entrano le regolette sull’obbligo per regioni, Stato e enti locali di riconoscimento dell’istituto della segnalazione dell’inizio attività e di autocertificazione?
La mostruosa riforma del Titolo V, mostruosa fin dalla sua estensione, avrebbe già dovuto insegnarci la lezione secondo cui in diritto più si dice, più si complica. Se Giustiniano, come ricorda Dante, ebbe il merito di trarre dalle leggi il troppo e il vano, i nostri legislatori sembrano invece aggiungere il troppo e il vano alla Costituzione, immergendo i cittadini nella più totale confusione anche metodologica, per cui la Legge fondamentale dello Stato diventa un rotolo di regole che ne indeboliscono il valore costitutivo, e sembrano fornire ulteriore pasto all’insaziabile bestia dantesca che “dopo ‘l pasto ha più fame che pria”.
3.. Domanda “sostanziale”: pur ammesso l’inserimento di nuove regole che si aggiungono alle precedenti senza sottrarle, la formula costituzionale che ne risulta è migliore dell’attuale?
È una domanda di merito, in cui si possono esprimere solo opinioni soggettive.
Innanzitutto, non è migliore perché, tornando al metodo, l’intervento aggiunge regole a quelle esistenti, e quindi non fuga i fantasmi dell’interventismo (economico o burocratico) che finora la lettura dell’art. 41 ha consentito. Eventualmente, dunque, sarebbe opportuno novellare non solo per aggiungere, ma anche per togliere (togliere ad esempio la programmazione statale, ridurre i limiti all’iniziativa economica privata, impedire allo Stato la creazione dei monopoli legali tramite le riserve originarie e l’espropriazione).
In secondo luogo, non è migliore perché, se si voleva aggiungere qualcosa, si sarebbe potuto esplicitare il principio della libertà di concorrenza, che è forse la lacuna più sospetta dell’articolo.
Già in Assemblea costituente, il liberale on. Cortese propose un emendamento che avrebbe avvicinato la prospettiva costituzionale ai principi di libero mercato, recitando che “la legge regola l’esercizio dell’attività economica al fine di difendere gli interessi e la libertà del consumatore”. Alla tutela del consumatore è infatti considerata funzionale la libertà di concorrenza. Tuttavia l’emendamento fu ritirato, e all’inizio degli anni Ottanta una più incisiva proposta dell’on. Miglio, che introduceva nell’art. 41 l’autonomia contrattuale e il principio di concorrenza, purtroppo cadde.
Togliere nell’art. 41 l’enfasi sulla presenza dello Stato e aggiungere la libertà di concorrenza (restando sul piano dei principi senza scendere su quello delle regole, poiché solo i primi sono oggetto di una Costituzione) sarebbe stato sufficiente a garantire i due obiettivi della attuale proposta: la responsabilità personale e il controllo ex post dell’amministrazione sulle attività economiche e sociali.
Quanto all’art. 118, si fa davvero fatica a capire cosa c’entrino all’interno di una Costituzione i tre commi recanti regole sull’autocertificazione, sull’inizio di attività, sui limiti urbanistici, sui registri delle eccezioni alla libertà di impresa, etc. Si fa così fatica che un’analisi sul merito resta davvero secondaria.
Sia consentita però un’osservazione finale: nel lodevole intento di sfoltire, snellire, semplificare e ridurre le tortuosità burocratico-amministrative introdotte con leggi e regolamenti, si finisce per appesantire e intricare la massima legge dello Stato, che dovrebbe essere strutturata solo su principi generali. Altro che opera di dimagrimento della burocrazia, questa è un’operazione di ingrassamento della Costituzione!
"Quel buco nero del quale non si parla
La conclusione è questa: quando un imprenditore che ha subìto fin dall'inizio della sua carriera un condizionamento e una soggezione mafiosa durata almeno vent'anni, conquista il potere, il suo obiettivo non può essere altroché quello di blindarlo, affievolendo tutti i contropoteri di garanzia e di libera informazione, asservendo il Parlamento attraverso una legge elettorale vergognosa, smontando l'indipendenza della magistratura, intimidendo la Corte Costituzionale, infine degradando la pubblica accusa retrocedendola dal ruolo giurisdizionale a quello di un'avvocatura che opera su commissione.
Questo è il quadro. La sentenza di condanna di Marcello Dell'Utri ne illustra le premesse e ne spiega la logica evoluzione. Per fortuna c'è ancora qualche giudice, c'è ancora un'opposizione, c'è ancora qualche giornale ad impedire che la democrazia si spenga sotto una cappa di piombo. E c'è un presidente della Repubblica che fa fino in fondo quello che deve fare.
Gli elementi per combattere una buona battaglia ci sono dunque tutti.
Analysis: Micron rides high but for how long?
sabato 3 luglio 2010
La servitù volontaria
C’è anche la servitù volontaria. Ed è la più insidiosa. A molti giornalisti, alla gran parte dei cosiddetti giornalisti italiani il bavaglio non serve. Nessuna legge li renderà meno liberi di quel che già sono. Tra questi, sia chiaro, non ci sono soltanto i dipendenti del partito azienda. I quali pure non si risparmiano in questa nobile gara. Guardate l’editoriale del direttore di “Studio Aperto”. Il regime mediatico è visibile nella sua ultima fase: la disperata negazione dell’evidenza. Con buona pace di quegli oppositori di panna montata che non hanno mai considerato lo strapotere mediatico dell’avversario - al pari dei problemi di mafia, corruzione ed eversione del suo gruppo di potere - un problema prioritario per l’agibilità democratica di questo paese.
Saviano, un uomo libero
Con la crisi meno spazzatura L'Italia impara l'arte del riciclo
Con la crisi meno spazzatura L'Italia impara l'arte del riciclo
Risultati record per la raccolta della carta, secondo l'ultimo rapporto nazionale sul recupero degli imballaggi. Sardegna e Campania le regioni più virtuose. Male la Sicilia, in fase di stallo Roma di MONICA RUBINO
(14:15 03/07/2010)
I hate RTOSes
Unfortunately, I find it impossible to talk about truly important issues without stepping on somebody's toes, which means picking a fight. So, in this installment I decided to come out of the closet and say it openly: I hate RTOSes.
The main reason I say so is because a conventional RTOS implies a certain programming paradigm, which leads to particularly brittle designs. I'm talking about blocking. Blocking occurs any time you wait explicitly in-line for something to happen. All RTOSes provide an assortment of blocking mechanisms, such as various semaphores, event-flags, mailboxes, message queues, and so on. Every RTOS task, structured as an endless loop, must use at least one such blocking mechanism, or else it will take all the CPU cycles. Typically, however, tasks block in many places scattered throughout various functions called from the task routine (the endless loop). For example, a task can block and wait for a semaphore that indicates end of an ADC conversion. In other part of the code, the same task might wait for a timeout event flag, and so on.
Blocking is evil, because it appears to work initially, but quickly degenerates into a unmanageable mess. The problem is that while a task is blocked, the task is not doing any other work and is not responsive to other events. Such task cannot be easily extended to handle other events, not just because the system is unresponsive, but also due to the fact the the whole structure of the code past the blocking call is designed to handle only the event that it was explicitly waiting for.
You might think that difficulty of adding new features (events and behaviors) to such designs is only important later, when the original software is maintained or reused for the next similar project. I disagree. Flexibility is vital from day one. Any application of nontrivial complexity is developed over time by gradually adding new events and behaviors. The inflexibility prevents an application to grow that way, so the design degenerates in the process known as architectural decay. This in turn makes it often impossible to even finish the original application, let alone maintain it.
The mechanisms of architectural decay of RTOS-based applications are manifold, but perhaps the worst is unnecessary proliferation of tasks. Designers, unable to add new events to unresponsive tasks are forced to create new tasks, regardless of coupling and cohesion. Often the new feature uses the same data as other feature in another tasks (we call such features cohesive). But placing the new feature in a different task requires very careful sharing of the common data. So mutexes and other such mechanisms must be applied. The designer ends up spending most of the time not on the feature at hand, but on managing subtle, hairy, unintended side-effects.
For decades embedded engineers were taught to believe that the only two alternatives for structuring embedded software are a 'superloop' (main+ISRs) or an RTOS. But this is of course not true. Other alternatives exist, specifically event-driven programming with modern state machines is a much better way. It is not a silver bullet, of course, but after having used this method extensively for over a decade I will never go back to a raw RTOS. I plan to write more about this better way, why it is better and where it is still weak. Stay tuned."
... sui mondiali ...
http://www.youtube.com/watch?v=w2JEpEj10a8
http://www.youtube.com/watch?v=_A9I8swWVKE
Class action contro iPhone 4
Liberare la Nutella dagli eurocrati, e liberare tutti noi dal paternalismo
Nella reazione di protesta che si è levata contro l’ipotesi che la Nutella possa subire ben precise limitazioni alla sua etichettatura c’è qualcosa che induce a riflettere.
Il nuovo regolamento approvato dall’Europarlamento riordina e aggiorna le diverse disposizioni europee riguardanti l’etichettatura alimentare e impone che sulla facciata principale ogni prodotto indichi le quantità di grassi, grassi saturi, glucidi, sale ed energia (calorie) contenute. A lato di tutto ciò dovrà essere collocata una tabella con le linee guida sulle quantità giornaliere che dovrebbero essere assunte da un adulto per ognuno di questi nutrienti, indicate per 100 grammi o 100 millilitri di prodotto.
In sostanza, si apre nei riguardi dei grassi un fronte analogo a quello che – negli scorsi anni – ha portato a quei nuovi (orrendi) pacchetti di sigarette che riportano frasi inquietanti e iettatorie, ricordando in ogni momento che il fumo uccide, fa male alla salute, causa impotenza e via dicendo. In definitiva, l’idea del legislatore europeo è che ogni produttore debba necessariamente seguire i medesimi criteri di trasparenza e informazione, essenzialmente improntati a igienismo alimentare.
Sia chiaro: essere informati è una bella cosa. Ma allora perché tante reazioni negative di fronte alla scelta del Parlamento europeo, che comunque dovrà passare al vaglio del Consiglio?
Il motivo è che questo regolamento non solo danneggia il prodotto della Ferrero e tutti i prodotti analoghi, ma al tempo stesso infastidisce i fan della crema prodotta dalla Ferrero. I consumatori sanno bene che nel barattolo trovano cacao, nocciole, zucchero e così via, ma anche simboli e suggestioni. Imporre alla Nutella di riportare in grande evidenza quei dati significa in qualche modo distruggere uno dei (non numerosissimi) piaceri della vita.
Mi piace anche pensare che nei molti gruppi che su Facebook si stanno organizzando a difesa di questo prodotto vi sia pure la consapevolezza che il paternalismo è un atteggiamento irrispettoso della libertà altrui. Il cliente ha diritto a essere informato: se lo vuole. Ma se non vuole che continuamente gli si ricordi quanto male fanno le sigarette e quanto fanno ingrassare i glucidi, ha il diritto di essere lasciato in pace. Nemmeno ai condannati a morte è mai stata negata una boccata di fumo in tranquillità…
Va aggiunto come ogni sistema di regolamentazione rappresenti una limitazione alla proprietà. La Ue pretende di dire ai produttori di beni alimentari come devono lavorare e pretende di limitare il raggio delle scelte dei consumatori. La conseguenza, però, è che non soltanto si lede la libertà di iniziativa e la libertà di scelta, ma al tempo stesso si opera una deresponsabilizzazione dei soggetti.
Nei gruppi dei social network dedicati alla Nutella (che qualche volta superano il milione di persone!) giungono molti commenti che enfatizzano come effettivamente i veri problemi siano altri. Con molto buon senso, da più parti si invitano i parlamentari a occuparsi di questioni più rilevanti, smettendo d’infastidire chi è intento a spalmarsi un po’ di crema sul pane. La considerazione è sensata, però forse non coglie come il legislatore sia persuaso di operare in vista di un bene tutt’altro che marginale (la nostra salute), convinto che fare questo sia suo preciso diritto e dovere. Alla fine, però, ci si rende conto che perfino la salute del nostro corpo non è più del tutto nostra, dato che altri se ne occupano, e questo fino al punto di entrare in simili minuzie.
Dietro la questione della Nutella, allora, non ci sono solo piccoli piaceri messi a rischio da politici impiccioni. Alla base della controversia c’è il contrasto tra una società basata su libertà e responsabilità, e sulla convinzione che gli uomini possono diventare migliori amministratori di loro stessi (anche sotto il profilo alimentare) se vengono lasciati in pace, e una società tendenzialmente sempre più amministrata, in cui un Grande Fratello anonimo pretende di salire in cattedra e disporre della nostra giornata.
Può darsi che limitare il consumo della Nutella faccia bene, ma è egualmente salutare anche fare un’oretta di corsa leggera tutte le mattine. A quando l’introduzione di esercizi ginnici obbligatori?
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Roberto Saviano è un pagliaccio. Inventa di sana pianta una notizia sull'infiltrazione della 'Ndrangheta in Trentino
Roberto Saviano è un pagliaccio. Inventa di sana pianta una notizia sull'infiltrazione della 'Ndrangheta in Trentino: "Lo scorso 6 giugno Roberto Saviano ha partecipato al Festival dell'economia di Trento. Lo scrittore campano ha sollevato un vespaio quando ha detto che la 'Ndrangheta, con l'aiuto di alcuni mediatori trentini, ha tentato di introdursi nel settore della distribuzione delle mele:
'«La ’ndrangheta dell’Aspromonte aveva messo gli occhi sulle mele trentine». Un annuncio più choc Roberto Saviano non poteva farlo. Davanti a quasi mille persone che gremivano l’auditorium Santa Chiara lo scrittore anticamorra ha dato un esempio della pervasività delle mafie. Citando atti di un’i nchiesta calabrese ha rivelato che il prodotto più tipico del Trentino stava per finire sotto il controllo del crimine organizzato.
Davanti al pubblico rimasto a bocca aperta, l’autore di Gomorra ha continuato: «Esponenti della’Ndrangheta con la complicità di mediatori trentini si sono dati da fare per gestire la distribuzione delle vostre mele». Un esempio per dire che la mafia, le mafie, non sono solo morti ammazzati, droga o racket. Le mafie fanno affari.' [dal sito del quotidiano Trentino]
Le parole pronunciate da Saviano al Festival dell'economia:
'Le mele a Trento, ho sentito. Come le mele a Trento? Pure le mele a Trento? Le mele a Trento! C'è stata un'inchiesta, che potete studiare, partita dalla Calabria dove hanno tentato attraverso mediatori trentini di poter entrare, le organizzazioni aspromontine, nella gestione e distribuzione della mela trentina'.
All'indomani dell'intervento dello scrittore, Luigi Ortolina, rappresentante del Gruppo degli agenti ortofrutticoli della Provincia di Trento, ha dichiarato di essere completamente all'oscuro di questa manovra della 'Ndrangheta:
'(...) Ma abbiamo capito bene? Voleva forse dire che tra noi (mediatori ortofrutticoli) si annidano (o potrebbero annidarsi) coloro che hanno “mediato” o “tentato di mediare” (per fortuna senza successo se non abbiamo compreso male) la calata della mafia calabrese in Trentino? Questo è il passaggio che più ha scosso il sottoscritto quanto i miei colleghi. Orbene. Se quanto ha detto corrisponde al vero, cosa che allo stato non posso avvallare e nemmeno confutare, sono con questa mia a domandarle: la prego, ci faccia sapere chi sono costoro, affinché anche noi possiamo fare la nostra parte espellendoli dalle organizzazioni di imprenditori a cui appartengono, se vi appartengono' [dal sito del quotidiano Trentino]
Il procuratore capo Stefano Dragone ha preso nota delle dichiarazioni di Saviano: 'Mi riservo di verificare quanto è stato detto ed eventualmente potrei chiamare lo scrittore per un approfondimento'.
Così è stato. A distanza di tre settimane ha incaricato i carabinieri di contattare telefonicamente Saviano per ottenere dei chiarimenti.
Lo scrittore si è rimangiato tutto quello che aveva detto al Festival:
'Tali affermazioni volevano avere un effetto di sensibilizzazione e allarme rispetto al significato prettamente documentale e giornalistico offerto l'indomani dalla stampa locale che, tra l'altro, titolava 'I mafiosi sono pure qui tra le mele del Trentino!'' [dal sito del quotidiano L'Adige]
Trovo che questo episodio sia di una gravità inaudita e incrini in maniera irreparabile la credibilità dello scrittore. In teoria Saviano dovrebbe essere messo in croce (metaforicamente: la scorta non permetterebbe una vera crocifissione) dai quotidiani. Vedremo se Repubblica e Il Fatto Quotidiano pubblicheranno almeno un trafiletto.
A dire il vero c'è qualcosa di peggio (dal mio punto di vista)...
I miei punti di riferimento, per quello che riguarda il modo di intendere la società e la politica, sono William Golding e Stanley Kubrick. Golding diceva che gli uomini producono il male come le api producono il miele. Io dico che gli uomini sono delle bestie che danno il peggio di loro quando si riuniscono in branchi... e cos'è lo Stato se non il branco più numeroso?
Per questo motivo la gente che predica di combattere la mafia e vede nello Stato la grande salvezza mi lascia gelido. Fra mafia e Stato c'è solo una differenza di forma: cafoni arricchiti da una parte e politici e giuristi dall'altra, ma sempre bestie sono.
Non ho mai sopportato Saviano e ancor meno lo ho sopportato quando ha parlato al Festival dell'economia, perché quel discorso sul tentativo di infiltrazione nel mercato delle mele da parte della 'Ndrangheta apriva le porte all'argomento a contrario: se la mafia è il male da combattere e se in Trentino non si è infiltrata, allora in Trentino, dove trionfa la legalità, tutto va a gonfie vele.
Ecco, per me sottintendere una cosa del genere è un abominio, sia per la mia visione d'insieme (Kubrick e Golding) sia perché i politici locali stanno facendo un sacco di nefandezze che non ho voglia di elencare.
Farsi pagare dalla Provincia Autonoma di Trento (il Festival dell'economia è finanziato dalla PAT) per assegnare alla politica locale una patente di buona condotta morale significa non avere capito nulla di come funziona il Trentino. Mi ricorda la gente che nella Sicilia degli anni '60 diceva 'Mafia? Quale mafia? Dicono che c'è la mafia ma io non la vedo.'
venerdì 2 luglio 2010
giovedì 1 luglio 2010
Giovine, il professionista delle liste civetta che fa tremare Cota
Oggi il Tar avrebbe dovuto decidere sull’ammissibilità dei ricorsi per l’annullamento delle elezioni regionali. Per questioni procedurali tutto è stato rinviato al 15 luglio. Quel giorno, salvo uteriori sorprese si saprà se i Piemontesi dovranno tornare a vota o no. Ad annusare l’aria, la possibilità che si torni alle urne è tutt’altro che campata per aria. Se il neo presidente Roberto Cota è sull’orlo di una crisi di nervi, lo deve principalmente al suo spregiudicato alleato – nonché specialista nella creazione di liste civetta e gruppi consiliari unicellulari – Michele Giovine, leader del movimento “Pensionati per Cota” che a marzo ha ottenuto ben 32 mila voti, più del triplo dello scarto con cui Cota ha distanziato Mercedes Bresso.
Peccato che la lista “Pensionati per Cota” sia una lista farlocca, che non avrebbe potuto presentarsi alle elezioni, per il semplice fatto che tra i 19 candidati alla carica di consigliere (compresa la prozia di Giovine, signora Clementina Torello, classe 1919) ci sia chi non ha mai firmato la dichiarazione di accettazione della candidatura, chi lo ha fatto in luogo diverso da quello indicato dalla legge, chi risiede fuori dal Piemonte, chi addirittura è stato candidato a sua insaputa eccetera eccetera.
Per tutte queste amenità Giovine e il padre e il padre Carlo saranno processati con giudizio immediato (quello che il Gip concede quando la prova del reato è talmente evidente da rendere superflua l’udienza preliminare) il 15 dicembre. Ed è difficile pensare i giudici del Tar non tengano conto del materiale raccolto dalla Procura di Torino. È infatti sufficiente che uno solo dei quattro ricorsi presentati da Mercedes Bresso, Federazione dei Verdi, Radicali e Pensionati e Invalidi (oltre alla lista Giovine, si contestano irregolarità varie nella presentazione di altre tre formazioni a sostegno di Cota) venga accolto perché le elezioni siano azzerate.
La lettura della relazione del perito grafologico Luigi La Sala (poliziotto di lunga carriera, più volte Questore in giro per l’Italia) è uno spasso: “11 firme palesemente false o apocrife”, “lettere tremanti e incerte della firma incriminata”, “firma certamente falsa realizzata in modo abbastanza approssimativo”, “firma completamente falsa”, “prodotto di nessuna ipotetica credibilità”, “falsi che ricordano solo vagamente l’originale”, “il prodotto del falsario è di pessima fattura”. In pratica Carlo e Michele Giovine (o chi per loro) hanno bellamente falsificato almeno 11 delle 19 firme di accettazione delle candidatura copiando malamente da modelli originali. Per di più, secondo la legge, avrebbero dovuto farlo nei comuni di Gurro (Vb) e Miasino (No), dove ricoprono la carica di consiglieri comunali e sono quindi, in qualità di pubblici ufficiali, autorizzati all’autenticazione delle firme. Ma l’esame dei tabulati telefonici evidenzia che il 25 febbraio 2010 (data in cui i due hanno certificato l’accettazione delle candidature) emergano localizzazioni “del tutto estranee ai comuni dove i due avrebbero dovuto trovarsi”. E anche la fidanzata di Giovine, che ha dichiarato di aver accompagnato lei stessa quel giorno Michele a Gurro, risulta non essersi mai mossa da Torino.
Ma il divertimento non finisce qui; tra i candidati figurano parenti (“Lo abbiamo fatto per fare un favore a Michele, io e mia moglie non ci intendiamo di politica, sa… Giovine Carlo è cugino primo di mia moglie…), ex fidanzate milanesi ignare di tutto (“Non è la mia firma, non so nemmeno dove sia Gurro”), amici di famiglia (“Michele Giovine è un amico di mia nipote Sara, l’ho fatto perché me lo ha chiesto”) oltre alla povera prozia classe 1919, che da anni non esce più dalla sua abitazione (“Ho firmato quello che mi chiedeva Michele, ma non sapevo cosa fosse. Gurro? E dov’è?”). Tutti i candidati vengono ascoltati in Procura e talvolta chi entra da persona informata dei fatti ne esce con una contestazione di false comunicazioni al pubblico ministero. C’è persino una signora che, di fronte a un ispettore di polizia, grida al telefono nei corridoi del palazzo di Giustizia “Carlo, cosa devo fare?”, ma anche un’amica “di vecchia data” di Michele Giovine che dichiara di non aver mai firmato nulla e di aver ricevuto pressioni per raccontare “di aver fatto una gita a Gurro e di aver firmato”.
L’audace colpo della famiglia Giovine, insomma, rischia di cancellare (momentaneamente) il trionfo leghista in Piemonte. E pensare che bastava un’occhiata ai precedenti per evitarsi fastidiosi mal di pancia (Giovine si era offerto anche a Bresso, che lo ha gentilmente mandato a stendere): nel 2005 il buon Michele era finito sotto processo per gli stessi motivi, ma ne uscì con una modesta oblazione grazie a una generosa legge “ad castam” che depenalizzava il falso commesso in competizione elettorale, legge poi, ovviamente, dichiarata incostituzionale nel 2006.
Guarda il video della manifestazione della Lega, il 29 giugno a Torino (di Chiara Avesani)
"E anche il PDL ha i suoi trans-corsi
Repubblica: Consigliere provinciale del Pdl in ospedale dopo festino a base di sesso, trans e droga
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Il consigliere si sarebbe affacciato in uno stato confusionale dal balcone della casa nella quale si stava svolgendo il festino - sembra di proprietà della transessuale e in zona San Giovanni - urlando frasi sconnesse e improvvisando un comizio. I sanitari che lo tengono in osservazione fanno sapere che verrà sottoposto ai test tossicologici di rito.
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Appena la notizia ha cominciato a diffondersi nei corridoi di Palazzo Valentini, tutti i gruppi politici si sono mobilitati per cercare di capire chi fosse il consigliere protagonista del festino a base di droga. Preoccupati, soprattutto nel Pd, che si potesse ripetere un nuovo caso Marrazzo. I volti sono diventati terrei, al contrario, nel momento in cui gli esponenti del Pdl hanno scoperto che si trattava di uno di loro. "Ora chi glielo dice ad Alemanno", ha sussurrato uno di loro.