sabato 11 dicembre 2010
Gli affari dei finiani a Gomorra: ecco la rete di amici e parenti
Nel triangolo Napoli-Caserta-Casal di Principe Italo Bocchino, braccio destro del leader Fli, può contare su una fitta rete di parentela e amicizie con imprenditori. Da qui nascono spericolate operazioni politiche e arrivano i finanziamenti. I futuristi odiano le critiche e querelano chi le fa di Massimo de' Manzoni
Ponte sullo Stretto, il no del "terzo Polo" e l'ex commissario insiste: pericoloso
Nel convegno dei "no ponte" a Messina l'atto d'accusa di uno degli esperti: "Nessuno fa più un'opera così lunga". L'Udc: "Impedite le inchieste sulla lievitazione dei costi, forse perché troppo imbarazzanti"
domenica 5 dicembre 2010
E la monnezza va a Bucarest
Solo 7 /8, bye bye IPv4
Continuiamo a seguire le tappe che porteranno all’esaurimento degli indirizzi IPv4.
Ieri l’ICANN ha assegnato 4 blocchi /8 di indirizzi IPv4: 23/8 e 100/8 all’ARIN, 5/8 e 37/8 al RIPE. Ora ne restano a disposizione solo 7 e per accordi precedenti fra tutti i registri continentali quando se ne avanzeranno solo 5 verrà assegnato un blocco ad ogni continente. Quindi ancora due blocchi e poi l’ICANN non avrà più indirizzi IPv4 da assegnare.
Entro la primavera tutti i blocchi saranno sicuramente assegnati e le richieste degli utenti nei confronti dei registri determineranno l’esaurimento dello spazio IPv4 a livello continentale, probabilmente già entro la fine del 2011. Se volete tenere traccia del tempo che rimane per aggiornare la vostra infrastruttura di rete ad IPv6 potete trovare molti gadget ed applicazioni su He.net.
Via | Slashdot
Solo 7 /8, bye bye IPv4 é stato pubblicato su ossblog alle 13:59 di mercoledì 01 dicembre 2010.
sabato 4 dicembre 2010
Internet come diritto costituzionale
“Basta con i blog, sono solo pieni d’insulti” titolava, in prima pagina “il Giornale” del 4 gennaio 2009 al quale, il 15 dicembre del 2009, facevano eco le parole del presidente del Senato Renato Schifani, secondo il quale “Facebook è più pericoloso dei gruppuscoli degli anni Settanta” [le annotazioni sono di Alessandro Gilioli e Arturo di Corinto ne 'I nemici della Rete', ndr].
Nelle stesse ore, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, sconfessando e sbugiardando gli annunci e le promesse fatte sino a qualche istante prima dal ministro Brunetta e dall’allora vice-ministro alle comunicazioni Paolo Romani, annunciava – con l’aria dello statista che guarda lontano e frena l’entusiasmo dei miopi – che il programmato (forse, ndr) investimento di 800 milioni di euro per la diffusione della banda larga nel nostro Paese sarebbe stato preso in considerazione solo dopo l’uscita del Paese dalla crisi (chissà come e chissà quando, ndr) perché al momento vi erano altre priorità.
Nei giorni scorsi il ministro Paolo Romani, che ha frattanto fatto carriera, ha comunicato, quasi si attendesse un’ovazione, che l’Italia “farà la Bulgaria digitale“: ottima notizia, se l’impegno fosse a condizioni di reciprocità e la Bulgaria si fosse, contestualmente, impegnata a fare l’Italia digitale.
Sin qui, per stare agli annunci ed ai proclami.
Lo scenario non cambia e, anzi, peggiora se si prova a porre mente alla pioggia di iniziative legislative attraverso le quali per ignoranza, tecnofobia o volontà di supportare l’oligopolio dei vecchi media del pensiero unico, negli ultimi anni, si è tentato e rischiato, a più riprese, di limitare, burocratizzare o impedire l’accesso alla Rete ed il suo utilizzo da parte dei cittadini, senza mai preoccuparsi di promuoverlo.
L’emendamento D’Alia attraverso il quale si sarebbe voluto riconoscere al ministro dell’Interno il potere di ordinare l’oscuramento di interi siti internet, il ddl intercettazioni con il quale si è, tra l’altro, minacciato di imporre all’intera blogosfera l’obbligo di rettifica, che avrebbe probabilmente comportato la chiusura di decine di migliaia di voci libere dell’informazione diffusa italiana o, piuttosto, il ddl Pecorella con il quale il senatore ed ex avvocato del premier, suggerisce addirittura di estendere a tutti i gestori di siti internet gli obblighi previsti dalla vecchia legge sulla stampa, ivi inclusi quelli relativi agli adempimenti burocratici ed allo speciale regime di responsabilità, costituiscono solo qualche esempio dell’approccio, almeno disincentivante, della politica italiana all’accesso alla Rete.
Questo elenco potrebbe proseguire ancora per bit e bit ma, per chiuderlo, basterà ricordare l’ormai famigerato decreto Pisanu, del quale, nonostante gli annunci propagandistici del ministro Maroni, non riusciamo ancora a liberarci, e attraverso il quale, in nome di fantomatiche esigenze antiterroristiche – non dimostrate né dimostrabili – si è limitato e ristretto per anni il diritto dei cittadini italiani di accedere a Internet in modalità wifi.
È in questo contesto storico e politico, che non può e non deve essere dimenticato, che si colloca la recente proposta di Stefano Rodotà di inserire nella nostra Carta Costituzionale un articolo 21-bis ai sensi del quale “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.
Internet diritto costituzionale per tutti i cittadini italiani non è come qualcuno ha voluto affrettatamente concludere uno spot o un’operazione promozionale ma, piuttosto, un’aspirazione, un’ambizione, un obiettivo concreto per un Paese nel quale la Rete potrebbe rappresentare la prima grande opportunità di liberare i cittadini dal giogo del tele-comando e, invece – o forse proprio per questo – continua ad essere trattata da Cenerentola, brutto anatroccolo del sistema mediatico ed è tenuta nell’ombra, frenata nella sua diffusione e, ove possibile, bollata come nemico da combattere.
Il diritto di accesso a Internet – al di là di ogni sofismo – è una libertà fondamentale il cui esercizio è strumento per l’esercizio di altri diritti e libertà costituzionali: non solo la libertà di manifestazione del pensiero di cui all’art. 21 ma anche il diritto al “pieno sviluppo della persona umana” e “all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” di cui all’art. 3 della Costituzione, o piuttosto la libertà di impresa di cui all’art. 41.
Oggi, nel secolo della Rete, nella società dell’informazione o, se si preferisce, nell’era dell’accesso come la definisce Jeremy Rifkin, non avere accesso a Internet, significa vedersi precluso l’esercizio della più parte dei diritti di cittadinanza.
In molti, all’indomani dell’annuncio della proposta di Stefano Rodotà, hanno sollevato dubbi e perplessità sulla sua utilità e opportunità, rilevando come il diritto di accesso a Internet dovrebbe intendersi già presente nella nostra costituzione o, piuttosto, come Internet sia solo uno strumento “contigente” destinato ad essere superato dai tempi e dalla tecnologia e, per questo, non meritevole di essere inserito addirittura nella nostra Costituzione.
Sono dubbi legittimi e, forse, in una dimensione “accademica e speculativa”, persino condivisibili, ma si sgretolano o dovrebbero sgretolarsi, se solo si pone mente alle peculiarità della stagione socio-economica e politica che il nostro Paese sta attraversando. Le leggi non sono principi filosofici o teoremi astratti avulsi dallo spazio e dal tempo ma, rispondono – o dovrebbero rispondere – alle esigenze ed ai problemi della comunità che attraverso esse si intendono governare, garantendo ai cittadini i diritti e le libertà dei quali si avverte maggiore bisogno o che si ritengono più a rischio.
Se la nostra carta costituzionale, solo per fare un esempio, non fosse stata scritta nel 1948, in un Paese nel quale l’informazione su carta aveva subito e sofferto la censura fascista, probabilmente, la stampa avrebbe avuto nell’art. 21, assai minor rilievo o, magari, non l’avrebbe avuto affatto perché, in fondo, si trattava “solo” di uno strumento “contigente”, anch’essa destinata ad essere superata dai tempi e dalla tecnologia, proprio come oggi si dice di Internet.
L’Italia ha più bisogno di internet che la più parte dei Paesi occidentali perché in Italia l’informazione è meno libera è più dipendente da pochi grandi centri di potere economico-politico che altrove. L’accesso alla Rete, in Italia può rappresentare una straordinaria opportunità per restituire ai cittadini il governo del Paese. Internet, nel 2010, significa – o può significare – democrazia elettronica, promozione della cultura, del sapere e della creatività ma anche nuove opportunità di lavoro e di fare impresa per giovani e meno giovani.
Chiedere il riconoscimento del diritto di accesso a Internet come diritto costituzionale significa, quindi, chiedere, con formula sintetica, il riconoscimento di tutti i diritti e le libertà di cittadinanza digitale. La proposta di Stefano Rodotà rappresenta una grande occasione di aprire un dibattito ampio e diffuso sul tema della cittadinanza digitale nel XXI secolo e soprattutto per chiedere, finalmente, che lo Stato si faccia carico di guardare alla Rete in una logica di promozione dell’informazione, della cultura, della creatività, della concorrenza e del diritto di tutti i cittadini a vedere, finalmente, attuate tutte le proprie libertà fondamentali.
"Tornare alla lira? Una follia
Ma cosa combina Pannella?
Belpietro: “Siamo stati i primi a dare notizia delle vicende di Castelli”
Alla presentazione di Metastasi, il libro sulla presenza mafiosa al Nord di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (edizioni Chiare Lettere) al Circolo della Stampa di Milano, c’era anche Maurizio Belpietro, direttore di Libero, il giornale per il quale i due autori lavorano. Lo stesso quotidiano che il giorno dopo le parole di Saviano su ‘ndrangheta e Lega aveva attaccato frontalmente lo scrittore. Peccato però che gli stessi cronisti indichino nel Carroccio il movimento politico su cui i padrini avrebbero scommesso. Belpietro minimizza: “sembra un romanzo”. Ma poi gli sfugge che i primi a dare la notizia “delle vicende di Roberto Castelli (il probabile gamma citato nel libro, quello che avrebbe ricevuto l’investitura politica dal boss Franco Coco Trovato, ndr) siamo stati noi”.
Direttore, all’indomani di Vieni via con me, quando l’autore di Gomorra disse che la ‘ndrangheta al Nord interloquiva con la Lega, Libero titolava “Saviano ha rotto i Maroni”. Dopo la pubblicazione di Metastasi, ci saremmo aspettati una prima pagina con scritto “Nuzzi, ma che Castelli ti fai?”.
Per la verità siamo stati i primi a raccontare le vicende di Castelli, o meglio di Nuzzi. Siamo sulla notizia. Ma ricondurre l’esplosione della Lega, come sostiene il pentito Antonio Di Bella, alla relazione con un esponente della criminalità organizzata è molto riduttivo. La ‘ndrangheta c’è e non lo scopriamo oggi. Non lo ha scoperto Saviano e neppure il libro di Nuzzi e Antonelli. Lo hanno rivelato i magistrati a partire dagli anni 70. Si sapeva delle cosche e soprattutto si sapeva delle relazioni economiche e anche dei contatti con la politica.
Il libro però descrive chiaramente l’incontro fra il boss Franco Coco Trovato e il fantomatico gamma.
Il libro non dimostra che la ‘ndrangheta interloquisce con il Carroccio, ma che i boss mafiosi hanno rapporti con tutti. Con la politica e anche col sindacato. Leggendo queste pagine si apprende che le cosche erano in contatto addirittura con qualche partigiano e addirittura con degli esponenti delle Brigate rosse. Raccontare solo un piccolo pezzo di questa storia è fuorviante. E’ come far credere che l’esplosione del partito di Bossi sia dovuto a un certo tipo di frequentazioni.
Eppure tutto porta a pensare che il gamma di cui si fa riferimento nel libro sia Roberto Castelli
Innanzitutto non ci sono accuse nei confronti di questo fantomatico gamma. E non so se si tratti davvero del viceministro. Questo lo verificherà la magistratura e così capiremo anche se ci sono dei risvolti di natura penale. Il pentito al centro del libro si limita a dire che circa vent’anni fa ci fu un contatto con questo signore. Un personaggio che a Lecco era considerato un imprenditore di successo e un cittadino benemerito che addirittura aveva ricevuto delle onorificenze. Può benissimo essere che abbia avuto rapporti anche con qualche politico.
Secondo le testimonianze raccolte nel libro i contatti fra il boss e gamma risalgono ai primi anni ’90. C’era ancora la prima repubblica e la bufera di Tangentopoli non si era ancora scatenata. In quelle elezioni regionali l’allora Lega lombarda fece un notevole balzo in avanti conquistando, solo in Lombardia, quasi il 19%
Io ai tempi lavoravo all’Europeo e a differenza dei grandi giornali e delle televisioni, che hanno scoperto il movimento del Senatùr solo negli anni ’90, seguivamo da tempo il fenomeno: una crescente irritazione, soprattutto nelle realtà di provincia, nei confronti del potere romano che il Carroccio riuscì a tradurre in consenso. Ricordo perfettamente le elezioni di cui parla lei. Tutti negavano di votare per Bossi e dicevano di che avrebbero votato partito repubblicano. Ma quando si aprirono le urne si scoprì che il Pri aveva preso gli stessi voti di sempre mentre la Lega era esplosa.
Durante la conferenza stampa ha detto che il libro del suo inviato sembra un romanzo
In quelle pagine sono riportate notizie che sono autentici colpi di scena. E così come sono raccontati sembrano quasi i brani di un film o di un romanzo.
Non sarà perché Nuzzi dà ragione a Saviano?
Se Saviano avesse detto: “La ‘ndrangheta c’è ed è presente anche al Nord. E come tutte le organizzazioni criminali ha rapporti con la politica e il potere”, noi saremmo stati tutti d’accordo. Ma il fatto di raccontare solo la Lega puzza di pregiudizio. E poi significa non capire cosa la Lega abbia rappresentato in questi anni. E’ folle pensare che tutti i voti siano arrivati grazie con dei contatti di questo tipo.
"Finlandia, tempi lunghi per il nuclearedi terza generazione
I primi kilowatt avrebbero dovuto essere prodotti più di un anno fa. Bisognerà invece aspettare almeno l’estate del 2013 per utilizzare l’energia fornita dal primo reattore nucleare di terza generazione Epr (European Pressurized Reactor), in costruzione ormai da oltre cinque anni a Olkiluoto, Finlandia. Ad annunciare l’ennesimo rinvio nel cantiere gestito dal consorzio franco-tedesco Areva-Siemens, è stato lo stesso committente dell’impianto, il gruppo elettrico finlandese TVO, confermando che “la maggior parte dei lavori di costruzione sarà conclusa entro il 2012, il reattore entrerà in servizio entro aprile 2013, per raggiungere la piena operatività solo nella seconda metà dello stesso anno”.
Quattro anni di ritardo per un cantiere infinito, che, da simbolo del rilancio dell’industria nucleare nel mondo si è trasformato negli anni, fra imprevisti tecnici, aumenti di budget e polemiche, in un incubo per chi ha investito nel progetto. Dalla cattiva qualità del calcestruzzo utilizzato nelle fondamenta della centrale, che nel 2006 costò un anno di ritardo al cantiere, fino al richiamo da parte dell’autorità di sicurezza per i difetti di concezione degli apparati di controllo e sicurezza, mese dopo mese, Olkiluoto3 ha anche ingigantito i suoi costi, lievitati di quasi il 50%, con un importo totale per la costruzione stimato oggi a 5,9 miliardi di euro, contro i 3,2 inizialmente calcolati. Talmente un “affare” che nel 2009 Siemens annunciò addirittura di voler abbandonare il progetto. Sull’opera è ormai scontro aperto, con una procedura di arbitrato davanti alla Camera internazionale di commercio di Parigi e richieste miliardarie di risarcimento danni, fra il colosso del nucleare francese Areva che ha progettato l’impianto, e il committente finlandese TVO. “Per quanto ci riguarda, non ci sono ritardi rispetto all’ultima previsione di 86 mesi per la costruzione” ha dichiarato venerdì sera la portavoce del gruppo Areva, che attribuisce all’iter burocratico finlandese la responsabilità della lentezza del cantiere.
Ma non è solo in Finlandia che la costruzione del nuovo reattore incontra problemi. A Flamanville, cittadina della Normandia dove nascerà il primo Epr francese lo spettro di Olkiluoto minaccia il cantiere gestito da Edf: iniziata nel 2007, la costruzione del reattore conta oggi già due anni di ritardo, con una fattura che ha già raggiunto quota 5 miliardi contro i 3,3 inizialmente previsti. E anche in questa centrale, a cui Enel partecipa con il 12.5%, non sono mancati intoppi, dal circuito di raffreddamento alle fondamenta del reattore, passando per le componenti del pressurizzatore o le polemiche sulla sicurezza in caso di incidenti.
Se, con una potenza di 1.650 MW, un consumo di combustibile ridotto del 17% e un calo del 30% rispetto ai vecchi reattori delle emissioni chimiche e radioattive per kwh prodotto, la presunta eccellenza tecnologica dell’Epr è bastata a convincere il governo italiano a puntare su questo tipo di centrali per aprire la strada al ritorno dell’atomo in Italia, le cattive notizie in arrivo dalla Finlandia non sembrano destare alcuna preoccupazione fra i responsabili del settore. “Il nostro progetto – dichiara Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel – è totalmente diverso. Non ha quel tipo di struttura organizzativa. Inoltre assume le esperienze fatte, anche negative, per strutturarle in modo tale da evitare errori e per avere un filone di attività chiare e di responsabilità ben assegnate”.
Intanto è arrivata questa mattina l’ultima scossa che fa traballare le ambizioni nucleari del governo, con la seconda e definitiva bocciatura, da parte delle Commissioni Attività produttive e Ambiente della Camera, alla nomina di Michele Corradino, capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente, a commissario dell’Agenzia nucleare. – “La mancata nomina del quinto membro non inficia il lavoro dell’Agenzia per la sicurezza nucleare né il programma di rilancio dell’atomo del Governo” ha commentato Stefano Saglia, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico.
"Wikileaks, c'è pure Saviano
Bossi, un mare di bugie
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Italia, il bello delle frequenze
Micron recruits Spansion exec amid reorg
Following the acquisition of NOR flash vendor Numonyx BV earlier this year, Micron Technology Inc. has reorganized its memory operations, forming four separate units within the company.
Update: PCM found in handset
Engineering consultancy UBM TechInsights has announced it has found a phase-change memory die inside a multi-chip package inside a mobile handset.
giovedì 2 dicembre 2010
Esobiologia dietro casa...
Alieni sulla terra. La Nasa ha annunciato "una scoperta in astrobiologia" che potrebbe dimostrare l'esistenza di un'altra forma di vita, anche sulla Terra. La scoperta potrebbe provare la teoria che esistono creature-ombra in parallelo agli esseri umani e in ambienti finora ritenuti inabitabili, vale a dire che esiste una forma di "vita come non la conosciamo".
L'annuncio ufficiale è atteso tra poche ore, e riguarderà - dice la Nasa - "una scoperta dell'astrobiologia che avrà conseguenze sulla ricerca di prove della vita extraterrestre". E la scoperta dovrebbe riguardare un microbo che riesce a vivere in un ambiente finora ritenuto letale per qualsiasi forma di vita. Il batterio è stato trovato in fondo al Mono Lake, nel Parco Nazionale di Yosemite, in California, una lago ricco di arsenico. La creatura usa l'arsenico per sopravvivere e questa capacità, secondo l'agenzia spaziale americana, aumenta la prospettiva che una forma di vita simile possa esistere su altri pianeti che non hanno la nostra atmosfera: "Se questi organismi utilizzano l'arsenico nel loro metabolismo, ciò dimostra che ci sono altre forme di vita rispetto a quelle che conosciamo.
Sono alieni, ma alieni che condividono lo stesso nostro ambiente".
mercoledì 1 dicembre 2010
Vendolismo E Qualunquismo
La sinistra, dopo anni di epica ricerca, ha forse trovato il suo grande condottiero. Poiché essa vive di parole la scelta non poteva che ricadere sul re delle iperboli verbali, sul sovrano degli aggettivi, sul presidente degli avverbi, sul gran maestro delle circonlocuzioni, sul signore delle metafore, sul monarca delle perifrasi, sul principe degli eufemismi nonché sull’acerrimo nemico dell’epitome, dell’ellissi e della concisione. Non che quest’ultime proprietà siano sempre positive, dipende dai temi e dal contesto, ma trattandosi di questa politica stracciona è come accendere una candela col lanciafiamme. Ma “Lui” intanto non conosce moderazione né limitazione. Il suo trono è la retorica, il suo scettro la demagogia, il suo abito regale la prolissità. Costui, in realtà, non parla ma decanta, non dichiara ma narra, non descrive ma favoleggia, il suo genere è epopeico, la sua mistica è letteraria, la sua fede è mitologica. Per chi non lo avesse ancora capito stiamo parlando del Governatore della Puglia Nicola Vendola, detto “Nichi” dagli amici vezzeggiatori ma anche dagli avversari diffamatori e sessualmente corretti. La descrizione più aderente del probabile candidato Premier del PD, nella prossima era che si annuncia post-berlusconiana, l’ha fornita Vittorio Macioce su Il Giornale ed è forse il caso di riprenderne qui alcuni tratti salienti. Come sostiene il citato giornalista il Vendolismo, aggiungo io malattia patetica del leaderismo, è “… questo mix di retorica, nostalgia, fede, popolo della Fiom, cattolicesimo, comunismo, ecologismo, glocalismo no global, zapaterismo molto più intelligente, berlusconismo antiberlusconiano, meridionalismo cinematografico, monachesimo laico, Sud Sound System, tammurriata nera, una spruzzata di obamismo e il vecchio caro hard core marxista e la fede atavica sulla fine del capitalismo…Vendola è un romanzo, un’autobiografia, una parabola…un predicatore, un venditore di vangeli”. Ma il vendolismo, attenti a non confondere piani e proiezioni, è più propriamente una sublimazione del berlusconismo e non la sua antitesi irriducibile. Vendola è un Berlusconi in salsa rosa, un arcorese di Terlizzi, un brianzolo del tavoliere, un pubblicitario senza doppiopetto, un venditore porta a porta di utopie, un mercante levantino senza capitali in Svizzera. Uno che passa da Marx alla Madonna con la stessa nonchalance con la quale il suo precursore vivente salta da una escort ad una subrettina. A ciascuno il suo modo di procurasi piacere. L’unica vera differenza tra i due sta nel fatto che il primo parla al cuore ed il secondo alla pancia. Questione di platee e di appartenenze. Ed è qui che Vendola si distanzia da Berlusconi più per necessità che per volontà. Le Platee di destra preferiscono ascoltare i rumori ventrali, quelle della sinistra i palpiti cardiaci. Sia in un caso che nell’altro il cervello non prende posizione e si rintana nel sonno della ragione. Questo è solo l’ennesimo salto dequalificante che farà la politica nostrana nel prossimo futuro mentre intorno tutto continuerà ad andare inesorabilmente a rotoli. Sicuramente domani sarà anche peggio di oggi sia perchè il pugliese si metterà alla testa di forze di governo ancor più reazionarie ed antinazionali di quelle attuali, sia perché quando gli imbonitori occupano interamente la scena sociale significa che la ciccia è già finita e non restano che le ossa da spolpare. Soprattutto quelle dei poveri cristi e dei creduloni i quali sono sempre i primi a cadere nella trappola dei sogni predisposta dai dritti che parlano all’anima e alla coscienza per fottere loro le poche briciole rimaste. Il vendolismo, degenerazione intellettualoide del berlusconismo, sarà l’ultima parabola discendente di uno Stato in panne e politicamente a terra.
martedì 30 novembre 2010
Il linguaggio normale di Saviano
(questo articolo è uscito anche su Libero)
È finito Vieni via con me e vorrei difendere Roberto Saviano ancora una volta, se non dispiace. Perché l’errore di noi tutti – la prendo alla larga – resta il cretinismo bipolare, la tentazione cioè di arruolare nell’esercito nemico (esercito e nemico: già queste sono espressioni da cretini) chiunque abbia delle opinioni variegate e non sia una caricatura servile della nostra parte politica o culturale.
In parecchi, quando Saviano commise l’errore di citare solo la Lega associata alla ‘ndrangheta, sentirono probabilmente un qualche sollievo: finalmente era inciampato a dovere, finalmente aveva creato un clamoroso precedente così da poterlo incasellare definitivamente «a sinistra» in compagnia dei vari professionisti anti-sistema e anti-Berlusconi. Saviano? Capitolo chiuso, catalogato: è uno di quelli lì, è smascherato, è un sinistro, magari lo vedremo a qualche Vaffa-day con Beppe Grillo e compagnia sghignazzante, magari lo candiderà il Pd, queste cose.E invece no, la cretinata sta proprio qui: e caderci è facile, anche perché restiamo una nazione di tifosi. Criticare Saviano per i suoi errori non deve impedire di accorgersi che resta di un’altra pasta: come dimostra l’antipatia malcelata che ormai lo circonda proprio tra gli idoli della sinistra forcaiola, quella che non ammette sfumature e dirime ogni questione senza incertezze. L’ha notato giustamente anche il Riformista: già uno come Beppe Grillo – il Wikileaks di Sant’Ilario – durante uno spettacolo ha detto che Saviano è sostanzialmente colluso perché «non fa nomi e il suo spettacolo lo produce Endemol», ergo «Berlusconi gode come un riccio». E Santoro? Resta su chi vive, però la settimana scorsa si è divertito come un matto mentre il suo Vauro sparava una vignetta contro gli «Interminabili monologhi di Saviano» e citava una sua «Logomorrea». E Travaglio? Forse è il caso più emblematico: non attacca frontalmente Saviano – non può permetterselo – ma non gli ha risparmiato stizzite pagelline settimanali e soprattutto il rimprovero di non affondare i denti sui temi che contano, a suo dire: cioè le inchieste del suo amico Antonio Ingroia, i casi Dell’Utri, Berlusconi, le trattative che non esistono, mica Falcone, mica la n’drangheta o Piergiorgio Welby. È giunto a scrivere, Travaglio, che certi resoconti «saprebbe farli qualunque cronista»: come a non spiegarsi il perché Saviano faccia tuttavia ascolti stratosferici.
Forse è vero, forse c’è di mezzo anche qualche gelosia tra primedonne dell’anti-berlusconismo, robetta, guerricciole di parolame mediatico, attriti tra collaudate fasce di mercato editorial-politico-antipolitico. Ma non può essere tutto qui. Gomorra non è soltanto un’inchiesta coi controfiocchi che ha rivelato al mondo delle cose che neanche tanti giornalisti sapevano, in opposizione a inchieste su trattative e mafie immaginifiche che non sono neppure mai esistite. E Saviano non ne è semplicemente il profeta, colpevole di parlar male della Campania e di non essere ancora stato ammazzato come ha detto quel poveraccio di Pino Daniele.Il punto è che Saviano ha venduto milioni di copie e ha avuto milioni di spettatori proprio non raccogliendo i dettati di chi a sinistra, avendo gioco facile con una destra imbelle, ha cercato di fagocitarlo culturalmente. Saviano segue la sua strada e per il resto se ne fotte: pubblica con Mondadori perché ha creduto in lui e perché è la miglior casa editrice italiana, fa programmi su Raitre e con Fabio Fazio – ottenendo, comunque la si veda, un successo strepitoso – perché alla fine non si capisce con chi altri avrebbe potuto farli: e il centrodestra guardi e impari, visto che in alternativa non propone mai nulla di serio. Saviano sarà anche tendenzialmente di sinistra, ma non abbastanza perché la destra lo liquidi e la sinistra lo assimili e i cretini lo possano intruppare. E quelli come lui, in questo Paese, o sono dei paraculi sterili o sono degli indipendenti dalla vita durissima: perché parlano un linguaggio tutto sommato normale, non gettano croci addosso a qualcuno ogni tre secondi, spesso raccontano verità scomode e ambivalenti: e sono tacciati, proprio per questo, anche per questo, di collaborazionismo col nemico."
Symbian Foundation presto offline
CTO confirms IBM's PCM expectations
Addio Fai Da Te ..
ART. 1
1. Ai sensi del presente decreto si intendono per:
a) apparecchiature terminali:
1) le apparecchiature allacciate direttamente o indirettamente all’interfaccia di una rete pubblica di telecomunicazioni per trasmettere, trattare o ricevere informazioni; in entrambi i casi di allacciamento, diretto o indiretto, esso può essere realizzato via cavo, fibra ottica o via elettromagnetica; un allacciamento è indiretto se l’apparecchiatura è interposta fra il terminale e l’interfaccia della rete pubblica;
2) le apparecchiature delle stazioni terrestri per i collegamenti via satellite;
b) apparecchiature delle stazioni terrestri per i collegamenti via satellite: le apparecchiature che possono essere usate soltanto per trasmettere o per trasmettere e ricevere, ‘ricetrasmittenti’, o unicamente per ricevere, ‘riceventi’, segnali di radiocomunicazioni via satelliti o altri sistemi nello spazio;
c) imprese: gli enti pubblici o privati ai quali lo Stato concede diritti speciali o esclusivi di importazione, di commercializzazione, di allacciamento, di installazione o di manutenzione di apparecchiature terminali di telecomunicazione.
…
ART. 2
(Allacciamento dei terminali di telecomunicazione alle interfacce della rete pubblica)
1. Gli utenti delle reti di comunicazione elettronica sono tenuti ad affidare i lavori di installazione, di allacciamento, di collaudo e di manutenzione delle apparecchiature terminali di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), numero 1), che realizzano l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica, ad imprese abilitate secondo le modalità e ai sensi del comma 2.
2. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo, il Ministro dello sviluppo economico, adotta, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, un decreto volto a disciplinare:
a) la definizione dei requisiti di qualificazione tecnico-professionali che devono possedere le imprese per l’inserimento nell’elenco delle imprese abilitate all'esercizio delle attività di cui al comma 1;
b) le modalità procedurali per il rilascio dell’abilitazione per l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica;
c) le modalità di accertamento e di valutazione dei requisiti di qualificazione tecnico-professionali di cui alla lettera a);
d) le modalità di costituzione, di pubblicazione e di aggiornamento dell’elenco delle imprese abilitate ai sensi della lettera a);
e) le caratteristiche e i contenuti dell’attestazione che l’impresa abilitata rilascia al committente al termine dei lavori;
f) i casi in cui, in ragione della semplicità costruttiva e funzionale delle apparecchiature terminali e dei relativi impianti di connessione, gli utenti possono provvedere autonomamente alle attività di cui al comma 1.
3. Chiunque, nei casi individuati dal decreto di cui al comma 2, effettua lavori di installazione, di allacciamento, di collaudo e di manutenzione delle apparecchiature terminali di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a), numero 1), realizzando l’allacciamento dei terminali di telecomunicazione all’interfaccia della rete pubblica, in assenza del titolo abilitativo di cui al presente articolo, è assoggettato alla sanzione amministrativa pecuniaria da 15.000 euro a 150.000 euro, da stabilirsi in equo rapporto alla gravità del fatto.
http://www.governo.it/Governo/Provvedimenti/dettaglio.asp?d=60477&pg=1%2C2123%2C4684%2C7132%2C8109&pg_c=2
lunedì 29 novembre 2010
Chi ha paura di Internet in Parlamento?
mercoledì 24 novembre 2010
Turing, da Christie's i conti non tornano
martedì 23 novembre 2010
L’auto europea drogata e Fiat
Sono arrivati i dati dell’andamento del mercato auto in Europa e sono tragici. I sussidi dei vari Governi europei dati nel 2009 hanno drogato il mercato, con la sola conseguenza di anticipare la domanda e di provocare una caduta nel 2010. Le vendite nel mese di ottobre sono scese a poco più di un milione di vetture in tutta l’Unione Europea, con una contrazione di oltre il 16 per cento rispetto allo stesso mese del 2009. Il livello è più basso anche di quello registrato nel 2008, mese di crisi globale, dopo la caduta di Lehman Brothers. Sussidiare il mercato dell’auto con gli incentivi si è rivelata non solo una politica inefficace, ma soprattutto dannosa. Nel settore auto motive servono interventi strutturali, non le solite politiche di breve termine. La dimostrazione arriva non solo dall’Italia, dove la caduta nel mese di ottobre è stata del 28,8 per cento, con una forte crisi di Fiat, ma soprattutto dalla Germania guidata dalla Cancelliera Angela Merkel.
Nel corso del 2009, anno nel quale si sono svolte le elezioni (27 di settembre), la Germania ha attuato una politica d’incentivi all’acquisto molto aggressiva. I sussidi sono terminati appena concluse le elezioni e la conseguenza è stata quella di una caduta del mercato. Dall’inizio del 2010 le vendite sono calate del 26,8 per cento.La crisi post-incentivi o da “mercato drogato” colpisce maggiormente quelle aziende che avevano beneficiato dei sussidi.
Le case automobilistiche concentrate sul segmento delle “piccole-medie” erano state quelle che più avevano incrementato le vendite perché proprio su questo segmento erano andati i maggiori incentivi. Fiat era una di queste.L’azienda torinese, infatti, ha perso il 33 per cento a livello europeo nel mese di ottobre e la caduta delle immatricolazioni è stata di quasi il 17 per cento da inizio anno, a fronte della caduta del 5,5 per cento del mercato.
Se la Germania va male nel settore vendite, lo stesso non accade a livello produttivo, dove continua a correre la produzione. Come è possibile?Nel paese teutonico sono state prodotte quasi il doppio delle auto che sono state vendute lo scorso anno. Il vantaggio tedesco non deriva certo da un costo del lavoro basso, quanto dalla specializzazione e da un sistema che invoglia gli investimenti.
Un tasso di burocrazia molto meno elevato rispetto all’Italia, una flessibilità nei contratti di lavoro che permette maggiore efficienza e una tassazione effettiva per le imprese meno bassa (Dati World Bank 2010) aiutano lo sviluppo di impianti di produzione in Germania.Un altro fattore chiave è il mercato. Le aziende producono molto spesso laddove vi è un mercato importante.
Perché le aziende tedesche sono andate a produrre in Cina? Per abbassare il costo del lavoro? La motivazione principale della produzione di Volkswagen in Cina è dipendente dall’importanza del mercato cinese. La casa automobilistica tedesca vende ormai in Cina il 75 per cento del numero di veicoli venduti in tutta Europa e quasi il doppio di quando ne venda in Germania.Cosa puó imparare l’Italia e la sua classe governante?
In primo luogo che gli incentivi drogano un mercato, ma non servono a nulla nel medio-lungo periodo. Anzi aggravano la crisi.In secondo luogo che i Governi, invece di puntare sulla solita politica dei sussidi, dovrebbe concentrarsi sui problemi reali dell’Italia.
Nessun governante non ha mai visto che l’unico produttore in Italia si chiama Fiat e che nessuna casa automobilistica estera viene nel nostro Paese?Affrontare i problemi di un costo del lavoro elevato a causa di una tassazione esagerata, di un’eccessiva burocratizzazione, di contratti troppo poco flessibili farebbero cambiare l’Italia.
Sergio Marchionne sta combattendo sull’ultimo punto contro la Fiom, ma sugli altri punti solo il Governo può agire."lunedì 22 novembre 2010
Germania nel terrore: chiuso il Reichstag Allarme bomba a Jena
Una telefonata anonima ha minacciato la presenza di una bomba in una scuola di Jena. Le autorità tedesche hanno chiuso la cupola del Reichstag che sarebbe nel mirino del gruppo terroristico Al Qaida"
domenica 21 novembre 2010
I magazzini nucleari della NATO
In Italia si stima ci siano tra le 70 e le 90 testate nucleari americane, tutte nelle basi di Aviano e Ghedi Torre: bombe B-61 con una potenza che va da 45 a 170 kiloton (ossia fino a 13 volte la bomba di Hiroshima), utilizzabili dai caccia F-16 statunitensi, belgi e olandesi e dai Tornado italiani e tedeschi, e rientranti nella nuclear sharing, la “condivisione nucleare” che coinvolge i Paesi membri nella pianificazione per l’uso di armi nucleari da parte della NATO (che prevede il dislocamento statunitense di armi nucleari tattiche in Europa). Ma ha senso tutto ciò? Ha ancora senso la presenza in Europa dell’Alleanza atlantica, a più di sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a oltre venti dal crollo del blocco sovietico?
L’Europa continua ad essere letteralmente invasa dalle “forze NATO”, le quali, in realtà, sono forze militari americane che occupano in modo più o meno lecito il suolo di altri Paesi sovrani. Tra i quali, ovviamente, l’Italia. Oltre a chiedersi il motivo di una tale presenza sul suolo di Paesi che dovrebbero essere alleati dell’unica “super-potenza” rimasta, viene da chiedersi cosa farebbero gli americani se ci fosse sul loro territorio anche una sola base militare straniera, o una sola testata nucleare non di loro proprietà. Di sicuro, come affermò Beppe Grillo in una delle sue “pillole rosse”, non si arrabbierebbero nemmeno; diventerebbero pazzi!
Quindi perché ci si dovrebbe stupire se migliaia di vicentini, ad esempio, sono contro l’allargamento di quella che dovrebbe diventare la più grande base americana in Europa (la Dal Molin)? O se già diversi Paesi europei ribadiranno oggi e domani a Lisbona il loro desiderio di disfarsi delle bombe americane presenti sul proprio territorio? E perché ci dovremmo mettere ancor più in una posizione problematica sia a livello di possibili attacchi da parte del presunto terrorismo internazionale che di tensioni interne al continente europeo (ad esempio con la Russia)? Per denaro? Non proprio, se si osservano i calcoli riportati sul sito nodalmolin.it, che dimostrano come la quasi totalità dei costi sia a carico dei Paesi ospitanti le basi USA/NATO.
Ma anche se queste basi, al di là della loro utilità o meno, dovessero portare soldi, o “business” come pensano in molti, basterebbe ciò a legittimarne la presenza e soprattutto la possibilità di fare partire ed atterrare aerei che, in barba al Trattato di Non Proliferazione Nucleare sottoscritto e ratificato anche dall’Italia, trasportano testate nucleari? E per scopi ovviamente tutt’altro che pacifici, in barba anche al fatto che l’Italia, stando all’articolo 11 della nostra Costituzione, “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Di questo (si spera) discuteranno oggi e domani i capi di Stato e di governo dei Paesi aderenti alla NATO che si incontrano a Lisbona. Del fatto che già durante la riunione dei Ministri degli esteri della NATO dell’aprile 2010, Germania, Belgio e Olanda (e in ottobre anche Norvegia e Lussemburgo) avevano sollevato obiezioni sulla permanenza di armi atomiche USA in Europa. Ci sono però due nazioni che non hanno mai manifestato il desiderio di disfarsi dell’arsenale nucleare americano presente sul proprio territorio: Italia e Turchia.
Non sembrerebbe quindi una coincidenza il fatto che ora siano proprio queste due le candidate a ricevere le testate nucleari rimosse dal resto d’Europa. Sì, perché nel rapporto “U.S. non-strategic nuclear weapons in Europe: a fundamental NATO debate”, presentato a fine ottobre 2010 da un comitato dell’Assemblea parlamentare della NATO, si parla dell’intenzione dell’Alleanza atlantica di «raggruppare le armi nucleari in meno località geografiche». Le località in questione, cioè quelle interessate a tale ricollocazione, secondo alcuni esperti sarebbero appunto le basi controllate dagli USA di Aviano in Italia e Incirlik in Turchia.
A questo proposito gli attivisti di Avaaz.org hanno lanciato una petizione online per chiedere al Presidente Berlusconi e ai Ministri Frattini e La Russa di opporsi al piano della NATO di trasferire le armi nucleari americane attualmente in Europa in Italia, e di intraprendere i passi necessari al graduale smantellamento degli armamenti nucleari nei siti di Aviano e di Ghedi Torre (le due basi nelle quali si troverebbero già dalle 70 alle 90 testate nucleari americane). Una petizione che, nel caso si dovessero raccogliere almeno 25 mila firme, li porterà a consegnarle direttamente al Presidente e ai Ministri presenti al vertice di Lisbona.
Qui non c’è niente di ideologico, né tanto meno una qualche forma di disprezzo nei confronti di un popolo, quello statunitense, che sotto certi aspetti è in condizioni peggiori delle nostre, e si ritrova a dover mandare migliaia dei suoi ragazzi in giro per il mondo, spesso controvoglia, evidentemente in mancanza di alternative professionali a casa loro. Si parla di dati, di cifre, di legittime preoccupazioni di Paesi sovrani che si ritrovano in casa armi micidiali altrui, e del fatto che la presenza americana sul suolo del nostro continente è uno dei più grandi limiti alla nascita di una vera “sovranità europea”, di un governo ed un’economia comunitari indipendenti da ogni influenza di Washington. E, come ricorda Greenpeace: «Quando l’Europa non verrà più considerata come un teatro di possibili guerre nucleari, un deposito o una portaerei degli Stati Uniti, la Guerra Fredda sarà finalmente conclusa»."
Il Popolo delle Oscenità
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Loro vogliono i crocefissi nelle aule, e chi rivendica la laicità dello stato dovrà passare sul loro cadavere. Loro rispettano la vita ed esaltano la mortificazione della carne di chi non ha speranza alcuna di ritornare cosciente. Loro mettono in guardia dagli attacchi alla cristianità e portano a spasso il maiale nei terreni dove altri fedeli, figli di un Dio minore, vorrebbero costruire una moschea. Loro difendono i valori della famiglia e il loro diritto a tradirla con decine di escort lasciate in overdose a marcire sul pavimento di una bettola di lusso. Loro parlano di rispetto per la sacralità delle nostre radici millenarie e in nome di questi principi saldi e inamovibili condannano gay e lesbiche a stare insieme per 30 anni senza neppure la possibilità di assistere il loro caro se è in fin di vita. Loro sono il popolo che ama, tutti gli altri sono comunisti.
In questo video, potete vedere Fabrizio Angelo Dalcerri, capogruppo Lega Nord, e Antonio Stefano Buono, capogruppo Pdl al Comune di Opera, una ridente località a sud di Milano nella quale mi onoro di essere cresciuto. Stanno visitando una cattedrale a Monaco di Baviera. Si leggono sguardi carichi di rispetto ed emozione, si sentono voci sopraffatte dall’impatto con la storia e contrite per l’imminente remissione dei loro peccati, si vedono volti scolpiti dalla devozione mentre enunciano come un mantra i loro incrollabili valori, ribadendo i capisaldi di una fede che li sorregge in questi tempi bui preda del relativismo e del crollo delle tradizioni, che loro si fregiano di proteggere ergendosi a baluardo della cristianità.
In verità… in verità vi dico: é più cristiano un comunista bolscevico di questi mercanti della democrazia in villeggiatura."
Europeana, 14 milioni di bit di sapere
sabato 20 novembre 2010
Debito, Irlanda e quattro lezioni
Ho vinto una scommessa che avrei voluto perdere. Su Panorama la settimana scorsa ho lanciato un appello alla politica italiana, perché nella crisi non si faccia prendere la mano dall’irresponsabilità e tenga bene a mente il debito pubblico italiano (non casualmente, visto il contatore del terrore cioè del debito pubblico che qui pubblichiamo). Apposta, però, su Panorama ho moltiplicato per dieci la cifra, nella convinzione che, abituati come siamo a considerare il debito come una percentuale del Pil, nessuno faccia caso davvero al suo vero ammontare. Come purtroppo temevo, nessuno se n’è accorto. I casi sono due. O nessuno mi legge, e allora il direttore fa bene ad additarmi la porta. Oppure vuol dire che davvero siamo in pochissimi, ad avere idea che il debito pubblico italiano ammonta – ora che sono le 12,30 di mercoledì 17 novembre 2010 – a oltre 1.857 miliardi di euro. E che ogni secondo aumenta di oltre 2300 euro, 150 mila al minuto, quasi 9 milioni di euro l’ora, oltre 200 milioni di euro ogni giorno che Dio manda in terra.
Sarà bene che la politica italiana e soprattutto le opposizioni vecchie, nuove e nuovissime la ricordino bene, questa cifra. Che la aggiornino costantemente. Nelle prossime settimane e mesi di instabilità ogni fesseria sulla finanza pubblica italiana può trascinarci dritti dritti nella crisi dell’eurodebito. Dove grazie alla tanto criticata lesina del governo siamo riusciti ad evitare di trovarci in compagnia di Grecia ieri, Irlanda e Portogallo oggi. Anche se poi la lesina e basta non ha compiuto alcuna scelta tra quelle prioritarie, che servivano al’Italia per crescere, scelta che avrebbe implicato scontentare alcuni tagliando enegicamente spesa loro riservata, per concentrarsi su altro.
E’ il caso che i ferventi architetti di maggioranze e governi nuovi, e i teorici magari di sante alleanze tra opposti da Vendola a Fini, alzino lo sguardo dalle alchimie e dalle legittime ambizioni di ciascuno, per ricordare quattro semplici cose. La prima è che la Germania non fa sconti: sbaglia chi crede che la Merkel abbia parlato per incompetenza, quando ha chiesto che dal 2013 i Paesi dell’eurozona ad alto debito espongano chi ha comprato i loro titoli a rimetterci interessi e capitale. La Germania spinge così i mercati a credere che ci saranno due gironi nell’euro. Chi è rigoroso nei conti pubblici e produttivo nell’economia reale sta nel primo, chi no sta nel secondo e pagherà interessi altissimi. Se finiamo nel secondo girone siamo fritti. Ci bruciamo tutto il vantaggio dell’euro cioè pagare annualmente solo 4 punti di Pil di interessi sul debito, invece che 7, 8 o 9 come un tempo.
Secondo. L’Irlanda non è per niente pazza come in molti la dipingono, a respingere gli aiuti “coatti” europei. Lo fa perché non tollera l’idea che Bruxelles imponga di alzare le tasse. Fossi irlandese la penserei anch’io così. Perché il futuro, come il passato, è di chi ha basse tasse e spesa pubblica. Anche se ha dovuto fare deficit pazzeschi per salvare le banche, non bisogna dimenticare che così sarà.
Terzo. Nella guerra tra dollaro e yuan, è l’euro a fare il vaso di coccio, ed è l’Europa a contare poco, tranne il ristretto girone tedesco, per altro alleato alla Cina. E’ lì che dobbiamo stare: non certo con le tasse patrimoniali che la sinistra ha in serbo se vince.
Quarto. L’intero mondo avanzato compie oggi un enorme travaso di risorse verso chi oggi rappresenta il futuro, cioè l’Asia sinocentrica. Le masse gestite dai fondi di investimento europei dirette a quei Paesi emergenti ammontavano a 168 miliardi di € nel 2008, a 440 miliardi quest’anno. Il Financial Times ha stimato che toccheranno i 769 miliardi nel 2014. Più è alto il rischio di finire nel girone dantesco europeo se facciamo fesserie, più risorse perderemo per la crescita italiana. Dall’interno, perché scapperanno all’estero. E dall’estero, perché andranno altrove.
"Amazon sta per sbarcare in Italia. Un volano per l'e-commerce
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"Solo il nucleare ci salverà dai semianalfabeti verdi"
Franco Battaglia, lo scienziato politicamente scorretto: "L’energia solare è dannosa perché toglie risorse agli interventi contro il dissesto idrogeologico"
mercoledì 17 novembre 2010
La Russa, l'Università italiana e la Serie A
In un Paese serio nessun ministro si sognerebbe di fare in pubblico una battuta come questa. Ma il vero problema è che, in questo caso, non si tratta soltanto di una battuta: non solo il ministro La Russa, ma anche il premier Berlusconi la pensa esattamente così.
http://www.pietroichino.it/?p=11163&preview=true
domenica 14 novembre 2010
Scalfari lo smemorato fa l'avvoltoio con Feltri Costretto al silenzio: "Censurata voce libera"
Il decano di Repubblica voleva la radiazione del nostro direttore. Ma dimentica che lui l’avrebbe meritata più di altri Per il manifesto su Calabresi "torturatore", per le false accuse scagliate contro Leone e per quel sodalizio con Sindona... Feltri costretto al silenzio: "Censurata una voce libera". La solidarietà dei nostri lettori
D’Alema vuole il dossier con i suoi segreti
Il presidente del Copasir ha chiesto al sottosegretario Letta i documenti riservati dell’inchiesta dei servizi sul caso Telecom-Pirelli e sul misterioso fondo "«Oak fund". Ma in quella vicenda erano coinvolti proprio Baffino e i Ds. La risposta: "Richiesta non coerente"
E Santoro appoggia chi viola la legge
Mediaset cala in Borsa. Per il Financial Times è il “Berlusconi discount”
“La crisi italiana colpisce le azioni dell’impero berlusconiano”. Titola così oggi un pezzo di Rachel Sanderson e Guy Dinmore nella sezione internazionale del Financial Times, il quotidiano finanziario della City londinese. A causa di una crisi politica che aumenta ogni giorno di intensità – scrive Ft – gli investitori starebbero scappando dalle imprese del premier quotate alla borsa di Milano. Anche perché la situazione sta precipitando: “Un assistente di Gianfranco Fini ha dichiarato al nostro giornale che il presidente della Camera annuncerà l’uscita dal governo nel weekend, dopo che Berlusconi sarà tornato dal G20 di Seoul”, precisano Sanderson e Dinmore. “Il partito Futuro e Libertà di Fini ha un ministro e tre vice-ministri nella coalizione di governo”.
Negli ultimi due giorni le azioni di Mediaset sono scese di circa il 10% a Piazza Affari, perdendo 600 milioni di euro di valore. “La preoccupazione degli investitori per il legame di Berlusconi con Mediaset è sempre stata una delle principali cause per la volatilità del titolo in borsa”, continua Ft. Tanto che gli addetti ai lavori hanno trovato anche un termine tecnico per descrivere l’anomalia delle azioni Mediaset: “Berlusconi discount”. In sostanza, chi investe in Mediaset, sa ormai da anni che deve fare i conti con un titolo azionario che può variare sensibilmente il suo valore (verso l’alto e verso il basso) rispetto alla media dei mercati di riferimento. Un titolo “ballerino”, sensibile alle vicende, alle dichiarazioni e alle decisioni del premier.
“Se Fini farà un altro passo avanti e promuoverà un voto di sfiducia nei confronti del governo usando i suoi 37 deputati alla Camera, Berlusconi sarà costretto a dimettersi, chiedendo le elezioni anticipate al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano”, continua Ft. Il premier lo sa bene e a Seoul, per la prima volta, parlando con il primo ministro del Vietnam, ha ammesso di non avere più la situazione sotto controllo. “Ho qualche difficoltà nel mio Paese in questo momento”, ha confidato Berlusconi. “Alcuni senatori del Popolo della libertà sono indecisi, titubanti e potrebbero essere tentati di trasferire il proprio supporto a un nuovo primo ministro. Giulio Tremonti, l’attuale ministro delle finanze, è visto come il candidato al momento più papabile”, conclude il Financial Times.
Intanto, anche nella mattinata di oggi, continuano le vendite sui titoli Mediaset, che attualmente perdono intorno al 2%, nonostante i conti dei primi tre trimestri dell’anno si siano chiusi con un utile netto in crescita del 4,6% e la società abbia dato segnali incoraggianti sulla raccolta pubblicitaria di fine anno. Ma mai come in questi in questi giorni sui titoli Mediaset prevale la maledizione del “Berlusconi discount”. Gli analisti sono convinti che la crisi di governo possa avere un impatto negativo sui conti futuri dell’azienda e invitano i grandi investitori ad uscire prima che sia troppo tardi. I primi a suonare il campanello d’allarme sono stati gli analisti della banca giapponese Nomura che, mercoledì, hanno ribadito la raccomandazione di vendere Mediaset, abbassando il target di prezzo a 5,3 euro. La festa del biscione in borsa si sta per concludere. Conviene raccattare gli ultimi pasticcini e dirigersi verso l’uscita."
sabato 13 novembre 2010
L’Espresso: Brunetta, la escort e i fondi neri
“Sesso, politica e tangenti”. Sull’Espresso in edicola domani gli stralci della testimonianza di Perla Genovesi ai pm di Palermo e Milano. Perla ne esce come personaggio interno alle vicende del potere berlusconiano: dal S. Raffaele di Milano, agli uffici lombardi del Pdl, da “Il Giornale” di Paolo Berlusconi agli incontri con alcuni dei personaggi più importanti del governo. Come Ferruccio Fazio, il futuro ministro della Sanità, Sandro Bondi, dal comitato elettorale di Letizia Moratti, sino ad agganciare Renato Brunetta, di cui dice: “l’amministratore dei soldi sporchi di Forza Italia”. E’ questo ciò che emerge dai racconti dell’ ex collaboratrice del senatore di Forza Italia, Enrico Pianetta e trafficante di droga. Ora pentita, la ragazza di Parma, rempie i verbali di rivelazioni, al vaglio delle procure di Palermo e Milano.
Con Ferruccio Fazio, ai tempi primario di medicina nucleare e radioterapista all’istituto scientifico universitario fondato del S.Raffaele, Perla ebbe un incontro. Protetta del senatore Pianetta, la 32enni di Parma ottiene un incarico per occuparsi di “metabolismo regionale di glucosio in oncologia”. Fazio conferma l’incontro, ma dice che tutto avvenne in buona fede: “Mi sembrava adatta per un lavoro di due mesi per ricerche bibliografiche e di segreteria”. Ma la Genovesi ai pm dice di non sapere alcunché di oncologia, e di non essere nemmeno in grado di lavorare con la lingua inglese.
Il secondo episodio rivelato da l’Espresso riguarda l’conoscenza di Perla con il Ministro Sandro Bondi. Nel 2006 “a decidere le candidature era pure la massoneria, rivela la ragazza – Erano i massoni a gestire i politici”. La ragazza, secondo quanto racconta, avrebbe trovato riscontro a queste affermazioni parlando con un suo amico massone che lavorava per Sandro Bondi. Un rapporto nato nel 2005, si legge nei verbali, durante la ricerca di un lavoro a Sky.
E la giovane racconta anche una breve parentesi professionale a “il Giornale” di Paolo Berlusconi per la vendita di spot pubblicitari su Internet prima di cominciare a parlare di Renato Brunetta. “Per lui ho sempre avuto un’alta considerazione, nonostante sapessi che era quello che aveva amministrato i fondi neri di Forza Italia”. I pm si stupiscono per l’affermazione, ma la Genovesi non si scandalizza, come sottolinea lei stessa: si tratta di “cose che sanno tutti”. È sempre lei a presentare l’amica Nadia Macrì, che al tempo si prostituiva, a Brunetta per sostenerla in un momento di bisogno: “Brunetta – dice – invece di aiutarla ha approfittato della situazione”.
E’ la stessa Nadia a parlare del giro di escort milanese, di Silvio Berlusconi e del modo in cui nella capitale lombarda imprenditori ricevono giovani prostitute: “Lavoravo con uno che era un immobiliarista e forniva ragazze immagine a locali di Milano pagate con cento euro a sera e 500 per un’eventuale marchetta”. Ci sarebbe anche un’agenzia di modelle, il cui proprietario è uno sloveno, “che ha tante ragazze che ufficialmente fanno le hostess, ma in realtà è una copertura per la prostituzione”.
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I dati d’ascolto hanno già fatto giustizia delle censure preventive tentate dai Tafazzi della Rai contro Vieni via con me. Sulla qualità del programma nessuno ha avuto nulla da ridire: sarebbe curioso il contrario, in una tv farcita di politicanti, servi, mignotte di regime e silicone. Solo in un Paese ridotto a lazzaretto uno scrittore del calibro di Saviano attenderebbe quattro anni dal trionfo di Gomorra prima di avere in tv uno spazio tutto suo. Ciò premesso, Roberto potrebbe convenire con noi che molti, da uno come lui, si aspettavano qualcosa in più.
Non c’era bisogno di scomodare lui per dire che Falcone era un uomo giusto e per questo fu vilipeso in vita e beatificato post mortem: tutte cose ampiamente risapute. Da Saviano ci si attende che parli dei vivi, non dei morti già santificati: cioè di quei personaggi (magistrati, ma non solo) che oggi rappresentano una pietra d’inciampo per il regime e proprio per questo, come Falcone, vengono boicottati, screditati e infangati appena osano sfiorare certi santuari. Elencarli è superfluo, li conosciamo bene. E conosciamo gli argomenti tabù di cui in tv conviene non parlare, perché chiunque ci abbia provato s’è ritrovato in mezzo a una strada o in un dossier di Pio Pompa e i suoi fratelli.
L’impressione è che, nel programma di Fazio e Saviano, si sia deciso di rinviare ad altra data i temi più scottanti (mafia e Stato, trattative sulle stragi, monnezza e politica camorrista, casi Dell’Utri, Cuffaro, Schifani), lasciando al magnifico Benigni il ruolo del rompighiaccio. Speriamo che vengano recuperati nelle prossime puntate. La critica, dunque, investe non tanto Saviano, quanto i suoi autori, che hanno allestito il perfetto presepe della sinistra politicamente corretta, con tutti i santini, gli angioletti, i pastori, le pecorelle e le altre statuine leccate e laccate, pettinate e patinate. La versione televisiva delle figurine Panini veltroniane. Da quel presepe, in cui è appena entrata la statuina di un Vendola sempre più imparruccato, devono sparire le figure controverse, scapigliate, borderline.
E allora, per una malintesa par condicio, ecco l’assurdo parallelo tra la “fabbrica del fango” dei corvi anti-Falcone e chi, magari sbagliando ma mettendoci la faccia, criticò il giudice poi morto ammazzato. Chi scrive pensa che il grande Sciascia, mal consigliato, prese un’epica cantonata accomunando Borsellino ai “professionisti dell’antimafia”, infatti ne fece pubblica ammenda in un incontro con Borsellino. Ma tutt’altro discorso meritano i rilievi che molti suoi amici mossero a Falcone quando andò a lavorare per il ministro Martelli nel governo Andreotti. Saviano ha mostrato l’avvocato Alfredo Galasso mentre, sul palco di Costanzo, invitava l’amico Giovanni a “uscire dal palazzo” maleodorante di cui entrambi conoscevano i padroni di casa e i rapporti con la mafia già immortalati – Leoluca Orlando lo ricordò quella sera, nella staffetta Santoro-Costanzo – nelle relazioni dell’Antimafia. Chi l’ha detto che avesse torto Galasso e ragione Falcone?
Il fatto che Falcone sia un martire cristallino della lotta alla mafia non significa che non abbia mai sbagliato in vita sua. Il suo primo progetto di Superprocura (assoggettata al governo) disegnato con Martelli suscitò la rivolta di centinaia di magistrati, Borsellino compreso. E in ogni caso Galasso le critiche a Falcone le mosse vis à vis, senza nascondere la faccia o la mano in dossier o lettere anonime. Che c’entra allora Galasso con la fabbrica del fango? Non a torto, Aldo Grasso ha definito gli eccessi di retorica di Vieni via con me come un antipasto del governo di unità nazionale. Lunedì sera il conformismo “de sinistra” che pettina tutti allo stesso modo ha sbaragliato il conformismo berlusconiano del Grande Fratello. Ma c’è da dubitare che sia quello l’antidoto al berlusconismo. Questo sarà pure al tramonto, ma almeno è durato trent’anni. Il presepe del perfetto progressista rischia di stufare molto prima.
da Il Fatto Quotidiano del 11 novembre 2010
"giovedì 11 novembre 2010
Il Ministero Smentisce....
Da http://www.wittgenstein.it/2010/11/11/tesoro-non-e-come-credi/
martedì 9 novembre 2010
Benigni a "Vieni Via Con Me"
domenica 7 novembre 2010
Il Nord? Da solo funzionava molto meglio
Nel nuovo libro di Romano Bracalini i dati e le cifre che dimostrano quanto l’unità del Paese penalizzò le aree più ricche, senza peraltro premiare il Sud. A dispetto delle tesi «meridionaliste»
Pasolini, una storia sbagliata
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Si definiva un intellettuale. Lo scrisse anche nel 1974, quando il suo celebre “Io so” sul Corriere, divenne il j’accuse italiano, avendo messo a nudo i segreti di una stagione nera della storia d’Italia.
È probabilmente questo uno dei maggiori meriti di Pier Paolo Pasolini: la capacità di schierarsi, individualmente. Un giudizio netto, questo Pasolini desiderava dagli italiani e si doleva che non riuscissero a esprimerlo. Lui ne era capace e chi lo leggeva ne apprezzava la coerenza intellettuale, il coraggio di affermare le sue idee anche se diverse dal sentimento comune.
Forse è ora di chiedersi se su quel giornale, su cui Pasolini scriveva, ci siano ancora intellettuali degni di questo nome, o, almeno, se c’è qualcuno (oltre le lodevoli eccezioni che conosciamo) disposto a schierarsi, se c’è qualcuno che con la penna colpisce davvero e non si limita ad accarezzare, ora a destra, ora a sinistra. Non si pretende che gli editorialisti del Corriere siano come Pasolini, ma essere costretti ad osservare che ogni lunedi un cultore dell’ovvio come Francesco Alberoni (“Sono convinto che l’Italia si riprenderà…”) possa esibire delle banalità spacciate per illuminanti spaccati di sociologia o dover leggere degli editoriali (Pigi Battista per fare un nome, non me ne vogliano gli altri non citati) che hanno la sola peculiarità di essere equilibrati per non scontentare nessuno è, passatemi il termine, deprimente.
A trentacinque anni dalla sua morte, si sente eccome la mancanza di Pasolini. Oggi, che il fascismo come normalità di cui parlava nel ’62 è forte più che mai, oggi, che l’elenco morale dei reati commessi da coloro che ci hanno governato si è allungato, fino a non permetterci di ricordarne alcuni, presi come siamo dalle nuove voci che si susseguono nella lista interminabile, oggi, che alzare la propria puerile voce ha forse ancor meno senso di quando Pasolini scriveva e pensava. Oggi, Pasolini starebbe dalla parte dei vinti, perderebbe ancora, in eterna opposizione con il potere. Lo diceva lui stesso: “Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”.
P.S. Un grazie a Francesco Lucianò per il video.
"La Voce.info su Terzigno e l'emergenza rifiuti
L'emergenza continua dei rifiuti campani (intervento del Presidente dell'ASIA)
Monnezza, Consenso e Credibilità
Vale la pena ricordare alcuni dati: ogni giorno in Campania si producono circa 7.500 tonnellate di rifiuti: di queste circa 4.400 tonnellate al giorno sono prodotte in provincia di Napoli, e di queste circa 1.450 nella città di Napoli. Il 53 per cento dei cittadini della Campania vive sull’8,2 per cento del territorio, in provincia di Napoli. La Campania è l’unica Regione in cui è stata introdotta per legge regionale la “provincializzazione” del rifiuto: gli Rsu prodotti in una provincia devono essere smaltiti nei suoi confini.
...
Certamente, se la Rd avesse raggiunto in tutta la Regione la misura prevista dalla legge, e cioè il 25 per cento di raccolta differenziata entro dicembre 2009 e il 35 per cento entro dicembre 2010, la crisi sarebbe stata ritardata di qualche mese, ma sarebbe ugualmente scoppiata.
Occorre però anche qui dare qualche dato. La media nazionale della raccolta differenziata è al 30,6 per cento. Le grandi città italiane che superano il 30 per cento di raccolta differenziata (Milano 35,6 per cento, Torino 42 per cento, Bologna 33,3 per cento) hanno aziende municipali operative da decenni con una tradizione ormai consolidata di lavoro, che ha loro consentito di raggiungere obiettivi rilevanti. Tuttavia anche in queste città i progressi nella Rd si misurano in uno o due punti percentuali all'anno. Delle altre grandi città, Roma è al 19,5 per cento, Genova al 21 per cento, ma né il Lazio, né la Liguria hanno sofferto crisi.
In Campania, Salerno (intorno al 60 per cento), Avellino (62,6 per cento), Caserta (47,3 per cento ), hanno raggiunto ottimi risultati, facilitati anche dalla conformazione delle città; la provincia di Napoli è invece al 15 per cento, mentre il capoluogo, prima della crisi, era al 19 per cento circa.
Occorre però dire che Salerno ha 140mila abitanti, Avellino 57mila, Caserta circa 90mila, contro il milione di abitanti di Napoli. Per chiarire poi cosa si intende per “conformazione della città” si dà un solo dato: a Salerno vivono 330 abitanti per km quadrato, a Napoli 8.500. L’area metropolitana di Napoli è il territorio più antropizzato in Europa, in termini di numero di abitanti per unità di superficie. È chiaro quindi che ipotizzare un miglioramento della raccolta differenziata di dieci punti all’anno è molto difficile ovunque, ma in un territorio così intensamente abitato è impensabile.
sabato 6 novembre 2010
Pio XII e lo sterminio degli ebrei
Palermo, il boss parla dal blog "Il 41 bis, un regime odioso"
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NCOPP’ A NU MUNTONE ‘E MUNNEZZA
Sta ccà sotto nu povero canillo
ch’ era figlio ‘e nu cane ‘e canteniere:
s’ ‘o vennette ‘o patrone ‘a piccerillo,
pe doie lire, a nu giovene ‘e barbiere.
‘A chiste passaie mmano a nu signore
ca vuleva fa’ razza e c’ ‘o assaie,
pecché partette ‘e pressa, a ‘o servitore,
n’ ommo barbaro e nfamo quanto maie.
Nun ‘o deva a mangià; spisso ‘o vatteva,
e tanto ll’ abbelette e ‘o custringette
ca, na matina ch’ isso nun ce steva,
‘o canillo sferraie: piglie e fuiette.
Nu guaglione ‘o truvaie, nfuso e affamato,
na sera ‘e vierno ca chiuveva. ‘O cane
sott’ a na banca s’ era arreparato,
e ll’ alleccaie, tremmano ‘e friddo, ‘e mmane…
— Bonasera e salute, cacciuttié!..
Tu muzzecasse?… — dicette ‘o guaglione. —
Nun muzzeche?… Teccà!… Statte cu mme…
Mo ce cuccammo. Viene ccà a ‘o patrone!… —
Mangiamo nzieme: n’ uosso ‘e na custata,
na scorza ‘e caso e doie tozzole ‘e pane.
S’ addurmettero nzieme: e ‘int’ ‘a nuttata
‘o guagliuncello s’ abbracciaie c’ ‘o cane.
E campanno accussì, mo ‘a ccà mo ‘a llà,
pe duie tre mise fecero stu stesso:
‘o guaglione cercanne ‘a carità,
e ‘o canillo feréle appriesso appriesso!…
Che succedette? Ca na notta scura
‘o cane se sperdette. ‘O guagliunciello
ll’afferraie 1’ambulanza d’ ‘a Quistura
e ‘o tenette tre ghiuorne ‘int’ ‘o canciello.
Doppo tre ‘ghiuorne, na bella matina,
pe nun avé cchiù incomode e penziere,
‘o purtaino ‘int’ ‘o spizzio ‘e Donnalbina
e ‘o dettero a ruchessa ‘e Ravaschiere.
E ‘o canillo? Addio zumpe ‘e cuntentezza!…
Ll’ aspettaie, puveriello! Aspetta, aspetta…
Che buo’ venì?… Mo sta sott’ ‘a munnezza,
scamazzato ‘a nu trammo d’ ‘a Turretta…
(S. Di Giacomo)
Aldilà di tutto, anche la morte è degna di essere vissuta
Una riflessione scomoda sull’ultimo dei tabù (di cui ormai ci vergogniamo più che del sesso)
WiFi aereo, pericolo costante?
Il Tg1 cala negli ascolti, sale il tg5 Ed è boom per Mentana
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Mac, antivirus gratis
venerdì 5 novembre 2010
[Ironico] Come gli smartphone user si vedono tra loro
La rivalità tra gli utenti di iPhone, Android e BlackBerry è cosa nota: molta satira è stata fatta a proposito e, per fortuna, molta altra se ne continuerà a fare.
Oggi è la volta di C-SectionComics che ha pubblicato una vignetta molto simpatica sulle tre tipologie di user.(Continua...)
Leggi il resto di [Ironico] Come gli smartphone user si vedono tra loro (66 words)
© peppeuz for AndroidWorld.it, 2010.
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mercoledì 3 novembre 2010
Brunetta intervistato da Augias nel 2008
"L'economia americana sta crescendo tra il 2 e il 4%; non è in recessione. I problemi sono nell'economia di carta non nell'economia reale; l'economia europea sta crescendo tra l'1 e l'1 e ½%, l'Italia non va bene sta crescendo a 0, cioè non cresce; ma crescere a 0 vuol dire che si sta crescendo come l'anno scorso che è stato un anno buono, con crescita all'1,8%".
L'originale sul sito dela ministero:http://www.innovazionepa.gov.it/comunicazione/multimedia/audiovisivi/2008/ottobre/audiovisivo-del-01102008-2.aspx
Il voto va e poi ritorna...
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