lunedì 22 febbraio 2010

Fusione nucleare: vinceranno le «palline» o le «ciambelle»? - A proposito di energia del futuro

Fusione nucleare: vinceranno le «palline» o le «ciambelle»?

Uno, nessuno, Caravaggio

Uno, nessuno, Caravaggio: "La lunga stagione calda del IV centenario della morte del Merisi (Milano 1571 - Porto Ercole 1610) è entrata nel vivo con l’apertura dell’attesa mostra alle Scuderie del Quirinale. Alcune riflessioni sul grande evento.
di Mariasole Garacci
Di origine ebrea, sopravvissuto alle drammatiche esperienze della seconda guerra mondiale da poco conclusa, l’ultraottantenne Bernard Berenson scriveva nel suo [...]"

domenica 21 febbraio 2010

No Bugs: Delivering Error-Free Code in C and C++

No Bugs: Delivering Error-Free Code in C and C++: "This book presents techniques to stop many kinds of bugs from being included in a program. It also discusses how to test programs to find bugs."

De Luca-Bassolino, nasce l'alleanza tra imputati

http://www.ilgiornale.it/interni/de_luca-bassolino_nasce_lalleanza_imputati/21-02-2010/articolo-id=423741-page=0-comments=1

Travaglio, il "pasdaran" dell’insulto in pochi giorni getta fango su tutti

Travaglio, il "pasdaran" dell’insulto in pochi giorni getta fango su tutti: "

Una volta sparava solo su Berlusconi, ora ce l'ha perfino con Di Pietro e con il "Corriere della Sera". Relazioni pericolose , quella conoscenza scomoda che lo manda in bestia

"Canzone razzista, si dimetta" E Salvini lascia il Parlamento

... ne parlavamo recentemente ...

"Canzone razzista, si dimetta" E Salvini lascia il Parlamento: "Contestata la performance canora contro i napoletani
dell'europarlamentare della Lega Nord: 'Deplorevole e vergognoso'
'Canzone razzista, si dimetta' E Salvini lascia il Parlamento
La Russa: 'Chieda scusa'. Bossi: 'L'unico problema è che canta male'
La Mussolini va con il disinfettante fino ai banchi della Lega

Protezione Civile una lista con viaggi e regali...

Protezione Civile una lista con viaggi e regali...: "Le vacanze a Cortina, le prostitute a Venezia, l'auto in dotazione a Roma. E gli orologi di pregio, le assunzioni degli amici, fino a sconosciute 'cortesie' benché reiterate nel tempo e che ancora le indagini non sono riuscite a specificare, a favore di una funzionaria pubblica e dei suoi figli. E soldi, tanti. È lunga, e non si esaurisce qui, la lista delle 'dazioni' intercorse fra gli indagati dell'inchiesta sugli appalti per i grandi eventi che il Ros sente l'esigenza di stilare a un certo punto delle indagini. Annotarle, per gli investigatori, è un modo per mettere ordine. È così che dalle carte dell'inchiesta, in mezzo a decine e decine di intercettazioni, spunta un elenco di regali e relativi beneficiari, un 'vaso di Pandora' che riassume favori e utilità scambiati tra imprenditori e funzionari del 'sistema gelatinoso' degli appalti pubblici.

Gli inquirenti danno peso a questo elenco perché è perno di un'eventuale accusa. Denaro, regali e altri vantaggi sono già oggi inquadrati nella visione degli ambienti investigativi come elementi della presunta corruzione, cioè possibili prove da poter spendere, in prospettiva, nelle varie fasi processuali dell'inchiesta. Il Ros comincia con i 100.000 euro che il 'faccendiere' Francesco Piscicelli prende in prestito a tasso d'usura da soggetti di Giugliano (Napoli) per dirottarli ad alcuni funzionari ministeriali degli uffici romani di via della Ferratella. Siamo nei giorni del Natale 2007. Lo stesso Piscicelli nel 2008 paga materiali edili per la ristrutturazione di una villetta all'Argentario di Fabio De Santis (tra i quattro arrestati dell'inchiesta), immobile sequestrato in una delle inchieste della procura di Grosseto per abusivismo edilizio. Piscicelli, su richiesta di Angelo Balducci e del costruttore Diego Anemone, paga due soggiorni (maggio e giugno 2008) all' hotel Pellicano di Porto Santo Stefano al segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri, professor Carlo Malinconico. Ancora soldi: il Ros trova che l'imprenditore veronese Alessandro Mazzi paga 50.000 euro a De Santis, Anemone e l'ingegner Mauro Della Giovampaola, tra i quattro arrestati. Il costruttore Anemone è molto 'generosò verso Balducci nella cui villa di Montepulciano (Siena) lavorano due romeni e una colf stipendiati da aziende a lui riconducibili.

Ma anche altri imprenditori si fanno avanti verso i 'gelatinosì. Gaetano Ciotola mette a disposizione di De Santis e della moglie una vettura Smart e paga loro una vacanza all'Hotel Cristallo di Cortina. Vantaggi anche per i parenti: al figlio di Balducci, Filippo, Anemone paga mobili, lavori di ristrutturazione dell'appartamento a Roma e un'auto Bmw da 71.000 euro. E trova un impiego, a lui e alla fidanzata, presso la ditta di un altro imprenditore che in cambio riceve incarichi presso aziende dello stesso Anemone. Su richiesta di Angelo Balducci Anemone 'colloca' anche tale Anthony Smit, segnalato dal direttore generale della Rai Mauro Masi. Un intreccio calcolato al dettaglio dove nessuno sembra rimanere 'a bocca asciutta' cioè senza ottenere niente. Perfino le presunti corruzioni legate al pagamento di prestazioni di prostitute trovano dettagliato spazio nei rapporti del Ros: ne beneficiano in episodi diversi a Venezia e Roma De Santis (tre volte) e Della Giovampaola; pagano i costruttori. Annotata anche la controversa frequentazione di Bertolaso al Salaria Sport Village, con i 'massaggi' di Francesca.

Sempre secondo il Ros, Diego Anemone paga il mobilio per la casa di De Santis, viaggi su velivoli privati di Balducci a Olbia, a Capri, Tunisi, fa intestare beni a San Marino a favore della madre del commissario delegato per i lavori dei Mondiali di nuoto a Roma, Claudio Rinaldi, che sostituisce Balducci. A proposito di questi lavori Piscicelli consegna 5.000 euro al responsabile della sicurezza del cantiere della piscina San Paolo per ottenerne un atteggiamento di favore. Piscicelli è 'appassionato' di orologi; con il costruttore Riccardo Fusi ne compra per 10.000 euro per De Santis e la funzionaria Maria Pia Forleo (2008); da solo sceglie prestigiosi Rolex e Jaeger Le Coultre per Balducci (2006 e 2007). In tutto sono oltre 30 episodi appuntati dai carabinieri, soprattutto fra 2008 e 2009, ma è una lista 'in progress': fuori elenco il Ros incappa anche in 600.000 euro promessi, forse non pagati, dal costruttore Riccardo Fusi al faccendiere Francesco Piscicelli quale compenso per l'intermediazione procurata presso gli uffici ministeriali."

Che cosa c'entra Allah se un uomo uccide sua figlia?

Che cosa c'entra Allah se un uomo uccide sua figlia?: "La Corte di Cassazione ha detto basta a un'ipocrisia colossale che copre fatti infami. Nel motivare ...."

Berlusconi protagonista al carnevale di Dusseldorf

Berlusconi protagonista al carnevale di Dusseldorf: "di Grazia Annen
In molte località tedesche il lunedì grasso è riservato ai tradizionali cortei carnevaleschi che ogni anno attirano millioni di spettatori. Anche a Dusseldorf, capoluogo del land Nord Reno-Westfalia, il 15 febbraio sono sfilati i tradizionali carri con le loro enormi caricature. La satira non risparmia niente e nessuno e tanto meno la casta [...]"

Le onde del Pacifico sono sempre più alte

Le onde del Pacifico sono sempre più alte: "
Nel nord-est del Pacifico i cavalloni si innalzano di un centimetro e mezzo all'anno, per la gioia dei surfisti.
Ma c'è poco da stare allegri: dietro ai flutti da record potrebbe nascondersi...
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Delitti a fin di bene

Delitti a fin di bene: "

Da Il Fatto Quotidiano del 9 febbraio 2010

Nel “processo breve” a se stesso celebrato da Enzo De Luca al congresso Idv, mancavano la pubblica accusa e un’informazione decente che conoscesse le carte. C’era solo l’imputato, che infatti si è assolto fra gli applausi, raccontando al popolo dipietrista quel che aveva già fatto credere al suo partito, il Pd. E cioè che è stato rinviato a giudizio due volte per truffa allo Stato, associazione a delinquere, concussione e falso per un’opera buona: aver consentito agli ex lavoratori dell’Ideal Standard di continuare a godere della cassintegrazione. Naturalmente è una superballa. Quei lavoratori sono disoccupati.
Che cosa è successo davvero? Non si tratta delle accuse di un pm impazzito (Gabriella Nuzzi, cacciata da Salerno dopo aver osato indagare su De Luca e sulla fogna politico-giudiziaria di Catanzaro, vedi caso De Magistris). Si tratta delle ordinanze di rinvio a giudizio firmate da due gup, due giudici terzi. Lo stabilimento altamente produttivo dell’Ideal Standard di Salerno fu chiuso, i dipendenti finirono in mobilità, i suoli industriali che valevano miliardi vennero ceduti a prezzi irrisori a un gruppo di speculatori-immobiliaristi dell’Emilia Romagna (terra cara all’allora ministro dell’Industria, Pier Luigi Bersani).  Questi scesero a Salerno, finanziati da banche emiliane e venete e da una finanziaria di San Marino, per realizzare un’operazione irrealizzabile, fittizia – il parco marino Sea Park – e così strappare indebitamente la cassintegrazione e incamerare sontuosi finanziamenti pubblici.

Uno dei beneficiari dell’operazione – come han ricostruito i giudici – fu il costruttore Vincenzo Grieco, amico di De Luca e proprietario dei terreni sulla litoranea orientale, destinata al Sea Park da un’apposita variante urbanistica illegittima che trasformò i suoli da agricoli in turistici.
I modenesi della Sea Park avrebbero versato a Grieco fondi neri per 29 miliardi di lire e promesso al comune di Salerno di versarne altri 22 di oneri concessori non dovuti, con garanzia fideiussoria. I 29 miliardi sarebbero finiti sui conti della famiglia di Grieco e da questo prelevati in contanti per distribuirli un po’ in giro. Il gruppo Sea Park fu poi costretto a sputare altri 6 miliardi extra-bilancio, con assegni bancari girati per l’incasso a un collaboratore di Grieco, che li parcheggiò su un conto Unicredit per essere poi prelevati in contanti o girati su conti della famiglia Grieco. Nonostante il salasso, la Sea Park non riuscì a ottenere la proprietà dei terreni di Grieco, che, oltre a tutti i soldi incamerati, seguita pure a lucrare sull’aumento della rendita fondiaria dei terreni, gentile omaggio della giunta De Luca. Intanto il gruppo emiliano, spolpato dai salernitani, è ridotto sul lastrico. 
Gli subentra un consorzio di società immobiliari e del ramo rifiuti capitanato da un faccendiere bresciano pregiudicato, Angelo Tiefenthaler. De Luca appoggia anche lui per un fantomatico programma di “riconversione industriale”, utilissimo per ottenere indebitamente le indennità di mobilità e cassa straordinaria per gli ex lavoratori Ideal Standard.
Al posto del parco marino, si dice, nascerà un centro turistico-commerciale e, al posto dell’Ideal Standard, un bell’inceneritore. Invece spunta una centrale termoelettrica, opera della multinazionale svizzera Egl e gemella di quella di Sparanise (raccontata dal Fatto a proposito delle liaisons fra finanza rossa emiliana e clan Cosentino).

Per queste vicende la pm Nuzzi aveva chiesto al gip l’arresto di De Luca e al Parlamento l’autorizzazione a usare certe sue intercettazioni indirette. Richieste respinte. Il gip distrusse addirittura le bobine gettandole nell’inceneritore, anziché attendere la decisione della Consulta (che di lì a poco ne decretò la piena utilizzabilità); subito dopo il fratello del gip, Luca Sgroia, diventò segretario dei Ds di Eboli e aprì la campagna elettorale per De Luca sindaco di Salerno. E ora chi ha stomaco forte lo elegga pure governatore della Campania.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di Conte Mascettì - utente certificato - lasciato il 9/2/2010 alle 10:7 nel post La magistratura sotto ricatto
In Italia i tempi di reazione sono più o meno di 15-20 anni. Sappiamo ora i motivi che hanno portato agli eventi che all'epoca risultarono misteriosi. Anche le porcate hanno una data di scadenza.
Facendo un po' di calcoli di alta matematica, vediamo un po', 2010-15 quanto fa?

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sabato 20 febbraio 2010

Goldman Sachs, la Grecia e la storia

Goldman Sachs, la Grecia e la storia: "

Giornalisticamente è stato uno scoop e non si discute, quello del New York Times. Quando il 14 febbraio Louise Story, Landon Thomas e Nelson Schwarz hanno rivelato che fino a poche settimane prima che la Grecia divenisse l’epicentro dell’eurodramma il presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, e un team dei suoi migliori liabilities arrangers trafficavano incessantemente con il Tesoro di Atene per mascherare decine di miliardi di euro di debito pubblico, in poche ore tutti i media mondiali rimbalzavano la storia in ogni schermo e pagina. Una storia che ci dice insieme delle vecchi ma persistenti strategie di Goldman e delle residue grandi banche d’affari anglosassoni, ma anche dei vizi dei governi. Perché, da quel punto di vista, i governi purtroppo sono più o meno sempre eguali, da secoli e millenni. Tendono a mascherare i deficit e debiti pubblici, e a ricercare il compiacente appoggio dei banchieri per riuscire nell’intento.

Solo che, per restare nella modernità e non affondare nella notte dei tempi, il rapporto tra governi e banchieri, in questo, col tempo si è del tutto ribaltato. In almeno tre fasi. Agli albori del mercato e della modernità, nei secoli tra il Duecento e il Seicento, era il sovrano a tenere le briglie, e il banchiere a rischiare testa o portafoglio. La testa, come capitò ai Templari che rifiutavano nei primi anni del Trecento il proprio tesoro a Filippo il Bello, sull’orlo dell’insolvenza. O comunque la faccia, come capitò alle compagnie fiorentine dei Bardi e dei Peruzzi, andate rovinosamente fallite tra il 1345 e il 1347 quando Edoardo III d’Inghilterra ripudiò selettivamente il suo debito ai prestatori esteri, rifiutando la concessione di servizi commerciali e beni patrimoniali che erano a garanzia del prestito (che “valea il reame”, scrisse Giovanni Villani nelle sue Cronache Fiorentine).

Ma il mercato è fatto apposta per trarre lezione dagli errori. E i banchieri si fecero furbi. Dai Fugger tedeschi alle Libere compagnie mercantili di navigazione olandesi e scandinave – ben distinte da quelle “reali” come in Francia – fino all’apogeo dei Rothschild in tutto l’Ottocento, il banchiere prestatore ai governi imparò a diversificare il proprio portafoglio, e a esigere garanzie la cui negazione avrebbe comportato, per il re d’Inghilterra o di Prussia, un vero tracollo internazionale in un mondo che si era fatto mercantilista. Le coalizioni antinapoleoniche vinsero alla fine per l’oro preminente che le garantiva. Dal Congresso di Vienna fino al primo conflitto mondiale, i debiti pubblici dell’intera Europa si ressero per due terzi su garanzie di banchieri privati della piazza londinese, e per un terzo di quella francese. L’Italia Unita senza Roma nacque così, più per quel che i Savoia dovevano finanziariamente a Parigi che per la minaccia degli zuavi. La Triplice scoprì a sue spese, nella prima come nella seconda guerra mondiale, che credere di sostituire il proprio acciaio all’oro anglofrancese e poi angloamericano era un’illusione.

E siamo al terzo tempo. Quello della globalizzazione in cui il denaro costa poco o nulla, visto che nel quindicennio precrisi attuale il mondo anglosassone credeva di aver vinto l’inflazione e il debito pubblico, crescendo a debito grazie a tassi bassissimi e ad acquisti massicci di titoli da parte dei cinesi. In questi anni, swap come quelli proposti da Goldman Sachs alla Grecia non sono affatto uno scoop. Per dirne solo una, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, in un intervento del suo capoeconomista all’appuntamento agostano 2007 di tutti i banchieri centrali a Jackson Hole, calcolava che gli swap realizzati dalle prime cinque banche d’affari al mondo ai 32 governi dei Paesi Ocse negli anni tra il 2001 e il 2005 fossero ammontati ad almeno 325 miliari di dollari! Erano gli anni nei quali i governi si proteggevano dal rischio che improvvisamente, dopo la crisi dell’11 settembre, Greenspan potesse mutare i tassi d’interesse tornando ad alzarli, dall’1 e poco più per cento dove li aveva abbassati per evitare la recessione. Non accadde – purtroppo! – ma l’occasione rese l’uomo di governo ladro, e il banchiere ancor più furbo. Pieni di miliardi a basso costo e con revenues e utili stragonfiati dalla finanza sintetica, le big five hanno preso sempre più a ingraziarsi i governi proponendo “finti” swap di copertura valutaria. Non più per proteggersi dai tassi futuri esteri, bensì solo per operazioni di window dressing contabile. Un deficit sanitario e previdenziale veniva anticipato dalla banca d’affari e trasformato in una scommessa sui cambi a tot anni, et voilà, il debito apparentemente diminuiva, sostituito da denaro fresco, e l’onere sarebbe ricaduto sui governi e le generazioni successive. In cambio, alle banche prestatrici si aprivano i canali della riconoscenza dei governi, per consorzi di collocamento di titoli pubblici, privatizzazioni, fusioni o privatizzazioni di banche e società pubbliche: hai voglia, quanti incontri a raffica sono avvenuti in tutta Europa come quello famigerato che ancora fa scandalo nelle cronache italiane, sul Britannia, quando si trattò di avviare le grandi privatizzazioni italiane 16 anni fa.

Sono le banche d’affari, colpevoli? No. Neanche nel caso greco. Finché le regole resteranno queste, fanno il loro mestiere: tutto l’utile che si può, dove si può e con chi si può. Sono i governi, che dovrebbero stabilire di limitare gli swap al solo campo esclusivo delle partite patrimoniali i cui valori reali possono mutare al mutare del cambio. Un conto è swappare cespiti che si detengono fuori dall’euroarea, o obbligazioni verso e da terzi in dollari o yuan. Altro conto, e dovrebbe essere vietato tassativamente da Eurostat, swappare partite correnti di deficit pubblico domestico di qualunque natura, sanitaria, previdenziale o infrastrutturale. Tanto per cambiare, a Goldman se la ridono. E’ l’Europa, a far piangere.


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Il Simpatico... Sul nucleare...

Inoltro sul blog un contributo del caro Mauro ...

L’aspirina - Dal blog di Porro

L’aspirina: "

Molti mi hanno scritto della serata di ieri ad Anno Zero e ho pubblicato in altri post. La serata è stata lunga ma tutti si sono soffermati sul mio dibattito acceso con Travaglio. Non sono pentito. Non ho esagerato. Ho semplicemente detto un’ovvietà e cioè che chiunque può incorrere in frequentazioni dubbie, anche i campioni del moralismo. Qualcuno dice che la cosa è più grave per Bertolaso perchè trattatasi di pubblico ufficiale. Quel qualcuno si dimentica che i medesimi moralisti, nella medesima puntata, se la sono presa per certe frequentazione mafiose che hanno sfiorato inconsapevoli imprenditori, che pubblici ufficiali non sono. Insomma qua nessuno difende il malaffare, ma pretende di ricordare al moralista col ditino alzato, che tutti siamo esseri umani e dunque possiamo sbagliare, non robot della correttezza morale. Travaglio se l’è presa. E per questo io sono diventato un fascista, un poveraccio e un liberale del cavolo.

Travaglio tocca che si prenda un’aspirina, gli ho detto, tanto per sdrammatizzare le sue nevrosi. Ma i molti che mi stanno riempiendo di insulti (il più gettonato è servo di Berlusconi) mi fanno ridere. Il cuoco ingrediendi così sciapi non li prende in considerazione. Mentre sente il calore dei commmensali, che riscaldano i fornelli,

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La seconda aspirina - Dal blog di Porro

La seconda aspirina: "

Ritenevo che i fan di Travaglio fossero peggio del loro modello. Mi sbagliavo: non tutti. Oltre a centinaia di insulti, ci sono infatti molti lettori affezionati di Travaglio che sono persone ragionevoli. Semplicemente sono stufi marci di un paese che non cambia nei suoi vizi diffusi. Molti dei miei critici infatti dicono una cosa semplice: quello che emerge dalle carte dell’inchiesta è una schifezza. Lo credo anche io con loro. Se avessero avuto la pazienza di togliersi i paraocchi lo avrebbero visto e sentito anche in trasmissione. A differenza loro ritengo però che da questa inchiesta, per il momento, manchi la ciccia, il corpo del reato, la pistola fumante. Quella per la quale si va in galera, per intenderci. E che comunque fino a prova contraria Bertolaso è innocente. E non sono le intercettazioni telefoniche tra due persone che possono inguaiare un terzo. Banale no? ma ripeto anche su questo, per carità, si discuta, come molti miei critici hanno fatto. E come Gomez e Santoro peraltro hanno fatto nella trasmissione.

Ma arriviamo a Travaglio. Oggi sul Fatto Quotidiano scrive un pezzo molto volgare. Dimostra come la fama ad un certo punto faccia perdere davvero la testa. O diciamo essere vittime del proprio ruolo costringe a gettare la palla sempre più in alto. Se Travaglio ritrovasse un po’ di calma (soprattutto interiore, fantastica l’interprestazione junghiana che ha dato un simpatico commensale sull’ombra) non scomoderebbe “Ricucci, i froci, la merda, la paghetta, il servilismo”, per dire in sessanta righe che non condivide la mia posizione.

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Gli effetti perversi dell’Art.67 della Costituzione. Di Mario Unnia

Gli effetti perversi dell’Art.67 della Costituzione. Di Mario Unnia: "

Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.


Quando ci lamentiano dello strapotere e dell’irresponsabilità della partitocrazia dovremmo ricordare che questo strapotere è ‘sancito’ in Costituzione. Sembra un paradosso, ma è così. C’è infatti l’articolo 67 Cost., un testo breve di sedici parole, che detta ‘Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato’. E’ proprio il caso di dire che il diavolo si nasconde in un particolare di un testo di ben 139 articoli, più 18 disposizioni transitorie e finali.


L’idealismo dei nostri costituenti ha stabilito, nella prima parte dell’articolo citato, che i deputati e i senatori non rappresentano coloro che li hanno eletti nei singoli collegi, ma un’astratta entità, la Nazione (sempre più evanescente in tempi di globalizzazione e multiculturalismo), e nella seconda parte ha statuito il divieto di mandato imperativo per gli eletti. Questo vuol dire che per i cinque anni della legislatura gli eletti sono svincolati dalla volontà e dagli interessi dei deleganti, sono liberi di votare anche in contrasto con quanto promesso nei comizi, e di migrare da un gruppo parlamentare all’altro senza rendere conto a nessuno. Si dirà che gli elettori potranno ‘punirli’ non rinnovando il mandato: sì, ma dovranno aspettare cinque anni, e nessuno si fiderebbe di un gestore dei suoi interessi che presenta il rendiconto solo al termine del quinquenio. Sa dunque di fatuo moralismo condannare i voltagabbana, i ribaltonisti, i doppiofornisti quando la Costituzione li assolve, e li legittima nel rappresentare tutti e non rendere conto a nessuno in corso d’opera. Alla base della sfiducia motivata nei partiti e negli uomini politici sta proprio questa impossibilità codificata di controllo popolare sulla ‘casta’, fatto salvo il fare affari più o meno puliti con singoli deputati e senatori.


Il nostro sistema costituzionale nella Parte Seconda – Ordinamento della Repubblica non ha previsto i vincoli di constituency del modello anglosassone. Constituency è il collegio elettorale, e gli elettori un corpo di constituents che non si accontentano di dare un mandato in bianco per cinque anni, ma vogliono esercitare i diritti politici anche tra un’elezione e l’altra, e su issues determinanti; e lo vogliono fare in quanto cittadini, senza passare attraverso il filtro di un partito politico. Questi elettori non si limitano a segnalare, protestare o esprimere desideri, esercitando il classico right of petition (previsto anche nel nostro Art. 50 Cost.), ma tematizzano gli issues di loro interesse ed elaborano ipotesi di soluzione.


Perchè funzioni un rapporto di corretta rappresentanza tra l’eletto e gli elettori occorre che l’eletto non sia il delegato di un apparato partitico, che abbia invece una biografia accreditata presso gli elettori del collegio in cui si presenta, che risieda nel collegio durante tutto il periodo di mandato e sia a servizio dei cittadini, raggiungibile tramite indirizzo, telefono, email; ancora, che prima dell’elezione formalizzi un programma e lo sottoponga agli elettori, che in corso di legislatura mantenga un rapporto costante con il suo elettorato, che argomenti prima, e giustifichi dopo, eventuali sue decisioni in contrasto con il mandato, e a metà della legislatura sottoponga a verifica il modo in cui lo sta esercitando. Va da sè che occorre un sistema elettorale maggioritario: il contentino del voto di preferenza nel sistema proporzionale non costituisce un potere reale dell’elettore, dal momento che le liste le compilano i partiti e le sue scelte sono spesso annullate dalle dimissioni imposte dalle centrali.


Quanto detto va oltre il collegio elettorale, e riguarda any body of constituents, gruppi di cittadini che si sentono attori di una democrazia degli interessi, le cui armi sono una dialettica politica permanente con gli organi di rappresentanza e di governo, al di fuori dei partiti, che hanno dato cattiva prova nell’interpretare e tutelare i diritti di cittadinanza.


L’Art 67 Cost. al di là degli effetti perversi riflette un modello di democrazia rappresentativa di cui conosciamo il cattivo funzionamento e la corruzione. Proporre la soppressione, o la modifica, dell’articolo implica la revisione del modello: operazione complessa, ma vista la situazione, perchè non provare?


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Il derivato bipartisan e la madre di tutti i falsi contabili

Il derivato bipartisan e la madre di tutti i falsi contabili: "

di Superbonus



Immaginate di avere un mutuo di 100 mila euro a 20 anni sulla vostra casa e pagate il 4% di tasso. Si presenta da voi un banchiere internazionale e vi propone di darvi 20 mila euro subito, che potete spendere come vi pare. In cambio alzerà il tasso del vostro mutuo al 5%. Mentre tutti i vostri vicini continueranno a pagare il 4% e magari, se i tassi sono bassi, potranno passare dal tasso fisso al tasso variabile voi continuerete a pagare il 5% ed i 20 mila euro li avrete già spesi. È questo, grosso modo, che ha fatto la Grecia con la banca d’affari Goldman Sachs ed è questo che sembra avere fatto l’Italia con JP Morgan.



Il New York Times che ha riportato la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti non ha trovato né conferma né smentita dal nostro governo. In realtà sul Fatto Quotidiano del 19 dicembre 2009 avevamo segnalato la stranezza del fenomeno che si osservava intorno al debito pubblico italiano: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Ci eravamo chiesti se tale anomalia non fosse data dall’uso della "finanza creativa" per far rientrare il nostro paese nei parametri europei, taroccando di fatto i conti con l’aiuto di qualche banchiere compiacente e ben pagato. La questione non è di poco conto per due motivi. Il primo è di ordine politico: il derivato che il New York Times sostiene essere stato stipulato nel 1996 con JP Morgan è un derivato bipartisan, perché da Carlo Azeglio Ciampi in poi, tutti i ministri delle Finanze successivi devono esserne venuti a conoscenza.



Il trucco contabile, se davvero ci fosse, non sarebbe mai stato denunciato e quindi il dibattito sui conti pubblici italiani si sarebbe sviluppato per anni intorno ad una bugia contabile ben custodita dentro il ministero di via XX Settembre, dal direttore della Finanza della Cassa depositi e prestiti Matteo Del Fante, all’epoca dei fatti banchiere di Goldman (secondo la ricostruzione del Nyt).



Il secondo motivo riguarda la moralità e trasparenza delle istituzioni poste a guardia della correttezza dei conti e della trasparenza verso gli investitori internazionali. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs negli anni in cui la Grecia ha realizzato lo swap con la banca d’affari. La stessa banca si è affrettata a smentire che Draghi abbia avuto un qualsiasi ruolo nella vicenda. Esiste tuttavia una singolare coincidenza: Draghi era anche direttore generale del Tesoro nel 1996 e se avesse realmente realizzato l’operazione di maquillage contabile spostando al futuro il debito, sarebbe anche lecito pensare che tale expertise possa essere stata messa al servizio di altri paesi europei una volta passato nelle file di Goldman Sachs. Ma i condizionali e i periodi ipotetici, ovviamente, sono obbligatori in attesa di riscontri concreti.



Goldman Sachs in Italia ha poi potuto vantare come consulenti nomi del calibro di Romano Prodi, Gianni Letta, Mario Monti e addirittura un Goldman boy, Massimo Tononi, era stato nominato sottosegretario al Tesoro nel 2006. Che fine a fatto Tononi? È tornato a lavorare per Goldman Sachs che lo ha riassunto con un lauto stipendio proprio mentre infuriava la bufera finanziaria e venivano licenziati centinaia di bancari a New York e Londra. Bastano questi esempio per capire perché ci sia l’impressione diffusa che nei luoghi deputati al controllo della trasparenza e della correttezza delle operazioni finanziarie dello Stato siano state installate porte girevoli che permettono agli uomini delle banche d’affari americane di entrare e uscire quanto vogliono. Se esista o meno questo gigantesco swap che ha gravato, o ancora grava sui nostri conti pubblici non è più una questione economica finanziaria, ma diventa una questione di credibilità della nostra classe dirigente.



L’inchiesta giornalistica del New York Times ha messo in allarme la city londinese. Ora anche il Financial Times e il Wall Street Journal sono a caccia dello scoop, sognando di smascherare il più grande falso contabile della storia. Forse sarebbe opportuno che, per la prima volta nella storia, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti si presentasse in Parlamento e svelasse esattamente lo stato delle finanze italiane scoprendo quello che sembra essere il segreto meglio custodito della storia recente: la posizione complessiva in derivati del Tesoro e le relative controparti. Meglio sapere subito se dobbiamo stringere la cinta a causa di una classe dirigente scriteriata che ha ipotecato il nostro futuro piuttosto che scoprirlo a mercati aperti con conseguenze disastrose per i nostri titoli di Stato e i nostri risparmi.



Se i derivati ci sono e alterano i nostri conti possiamo ancora correre ai ripari. Ma per favore ci si risparmi la tiritera che sono stati stipulati in condizioni di emergenza, è una scusa che non regge per le vicende di Bertolaso figuriamoci se vale per chi entra ed esce da una banca d’affari.



Da il Fatto Quotidiano del 20 febbraio


 

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Il Simpatico... Tigre Boschi

Inoltro sul blog un contributo del caro Francesco:

"Provo a immaginarmi un noto leader che si scusa in tv con la moglie e giura ai fan che non la tradirà mai più. Sicuro che prima della fine gli scapperebbe una barzelletta sulle albanesi e dovrebbe ricominciare il suo discorso daccapo. All'infinito."
Gramellini
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41

http://www.spinoza.it/2010/sciacqui

Ennesimo editoriale di Minzolini. Stavolta a difesa della naturale regolarità intestinale.

Diktat bulgaro per Internet

Diktat bulgaro per Internet: "

Silvio Berlusconi, dal giorno dell’editto bulgaro, 18 aprile 2002, che determinò la chiusura del Fatto di Enzo Biagi, di Sciuscià di Michele Santoro e la fine della carriera in Rai di Daniele Luttazzi, come gli ha suggerito l’amico Previti, non ha più fatto prigionieri, soprattutto quando qualcuno tenta di inserirsi tra le sue aziende e le risorse pubblicitarie e quando c’è chi si oppone al "pensiero unico": cioè il suo. Ne sa qualcosa Sky (prima l’aumento dell’Iva dal 10 al 20%, poi la nascita di una seconda piattaforma satellitare), così come le oltre 50 testate che con il taglio del 20% del fondo per l’editoria, previsto in Finanziaria, rischiano di chiudere. Per Winston Churchill: "La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato", per Berlusconi, invece, la democrazia esiste quando uno dei due non può parlare. A subìre il prossimo editto, vestito ufficialmente da decreto, quello del sottosegretario con delega alle Comunicazioni Paolo Romani, è il mondo del Web.



Il governo in risposta ad una direttiva del Parlamento europeo sui media audiovisivi, mette mano a quello che oggi è il settore mediatico che gode di maggiore libertà. A lanciare l’allarme è stata la stessa Commissione europea che nutre serie perplessità sulle nuove responsabilità che il decreto Romani pone agli Internet service provider come Fastweb e Telecom Italia, in quanto la direttiva europea vieta obblighi preventivi sul commercio elettronico come, invece, obbligherebbe il decreto del governo, se approvato definitivamente. In sostanza Romani vorrebbe sottoporre la trasmissione delle immagini sui siti (dalle Web tv a YouTube), alle regole audiovisive tipiche della tv e a una preventiva autorizzazione ministeriale, ciò cambierebbe totalmente l’attuale funzionamento della Rete.



Il sottosegretario Romani alle accuse risponde che si tratterebbe soltanto di una "comunicazione di inizio attività per i siti con prevalenza di trasmissione di immagini in movimento".



La realtà invece è quella che ha sottolineato il presidente dell’Autorità per le Comunicazioni, Corrado Calabrò: "Un filtro generalizzato su Internet da una parte è restrittivo, dall’altra è inefficace perché è un filtro burocratico a priori". Il problema su Internet esiste", ha poi aggiunto Calabrò, "però non è un caso che nessun paese occidentale abbia adottato la soluzione Romani". L’Italia come la Cina. A questo punto una domanda sorge legittima: "Perché il Web fa tanta paura a questo governo?".La Rete è il luogo della comunicazione, tutto passa, nulla può essere nascosto. Durante la guerra del Kosovo, le informazioni da Belgrado arrivavano, nonostante la censura dei serbi di Milosevic, da Radio B92 che trasmetteva clandestinamente via Internet; grazie alla Rete, il regime di Teheran ha subìto un grosso colpo, i blog iraniani hanno informato il mondo, le televisioni straniere hanno fatto grande uso delle immagini prese dai siti aggirando così la censura. Le immagini della morte di Neda, sempre grazie al Web, hanno fatto il giro del mondo e sono diventate il simbolo della protesta al regime di Ahmadinejad. Se in Abruzzo non ci fossero stati i blogger con le loro telecamere digitali dai giorni successivi al terremoto, dall’informazione televisiva non avremmo mai saputo che il miracolo del duo Berlusconi-Bertolaso, oltre a tante altre cose non fatte, non ha mai contemplato la rimozione delle macerie dalle zone più colpite, ormai integrate nel territorio e ricoperte d’erba nel frattempo cresciuta abbondantemente.



Credo che sia legittima una seconda domanda: "Obama sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti senza Internet?". Aldo Grasso scrive sul Corriere della Sera che "dopo anni in cui è prevalsa l’ideologia dell’informazione free (sul Web no copyright) si è scoperto che a beneficiare di ingenti guadagni non sono i giornali, ma altri soggetti", aggiungendo poi, "con la crisi della pubblicità l’informazione non può più essere gratuita". Se ciò accadesse la Rete rischierebbe di fare la fine della televisione, dove un imprenditore è padrone di tre reti e altre tre le controlla perché è anche presidente del Consiglio. Questo è il motivo per cui la Rete deve rimanere libera e chi lavora nell’informazione non deve temere la sua libertà, anzi, la deve garantire. Per questo il governo vuole imbavagliare il Web: lì ogni opinione ha un valore a prescindere dalla firma, e tutti possono ancora esprimere liberamente il proprio pensiero senza condizionamenti.



Da il Fatto Quotidiano del 19 febbraio

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