domenica 21 marzo 2010
Capo della Chiesa tedesca "Abusi pedofili dei preti nascosti per molti anni"
Monsignor Zollitsch, guida dei vescovi tedeschi, ammette in un'intervista a Focus : "Per anni le violenze dei minori sono state nascoste. Ma ora seguiamo un corso opposto". E accusa: "Segreti nell'intera società". Der Spiegel : "Ratzinger sapeva"
Minzolini a Berlusconi: "Sempre pronto"
Gli atti su Berlusconi potrebbero arrivare presto a Roma. Oggi la procura di Trani valuterà la propria competenza territoriale e funzionale. Se sussistono i presupposti per trasferire la posizione del premier al tribunale dei ministri, il suo fascicolo sarà stralciato e, quindi, trasmesso nella Capitale. Restano incardinate a Trani, invece, le posizioni del commissario Agcom, Giancarlo Innocenzi, indagato per favoreggiamento, e del direttore del Tg1 Augusto Minzolini, indagato invece per rivelazione del segreto istruttorio. E proprio per il reato minore, quello della rivelazione del segreto istruttorio, che Minzolini avrebbe commesso nella cittadina barese, subito dopo l'interrogatorio reso al pm Michele Ruggiero. Era il dicembre dello scorso anno. Minzolini fu interrogato in merito all'inchiesta che il pm tranese stava conducendo sui tassi usurari di alcune carte di credito. Alcuni indagati avevano millantato al telefono di poter intevenire sul Tg1, attraverso Minzolini, per bloccare la trasmissione di un servizio giornalistico.
Il pm chiese conto della vicenda a Minzolini, il quale, del contenuto dell'interrogatorio, parlò al telefono anche con il portavoce di Berlusconi, il deputato Paolo Bonaiuti. "Volevo sapere come è andato il tuo viaggio", dice Bonaiuti a Minzolini il 18 dicembre, e il riferimento sembra proprio all'interrogatorio, visto che Minzolini risponde: "Tutto bene. È una cosa abbastanza ridicola. Su una follia, una aquestione che riguarda l’American Express...hai presente queste carte di credito revolving … secondo un giudice hanno fatto degli interessi molto alti quindi ipotizzano l'usura. Poi qualcuno ha millantato che poteva intervenire sia su Mediaset, sia sulla Rai, per evitare che questa cosa danneggiasse l'American Express … e quindi sono stati chiamati gente di Mediaset, io e Fabrizio Del Noce, che fa la fiction e quindi non c'entra niente...Ma la cosa divertente è che sono andato a verificare, che quella notizia, tra i giornali, sono l'unico che l'ha data, sono io, l'ho data di notte ma ci ho fatto un servizio. Gli altri giornali, compreso il Tg3, non avevano fatto nessuna … e non sono riuscito a dirglielo perché non lo sapevo...". "Quindi una stronzata", replica Bonaiuti. "Sì", conclude Minzolini, "ma ti fa capire che siamo in un paese di folli...".
Minzolini non trova alcuna traccia di "follia", invece, quando Berlusconi, a Bonn, dopo le vicissitudini del lodo Alfano e le decisioni della Consulta, dichiara che "la sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici" e conclude: "Comunque gli italiani sono con me, perché si dicono: dove lo troviamo uno con le palle come Berlusconi". Tant'è vero che quel giorno, rintracciato al telefono da Berlusconi, che lo chiama "direttorissimo", commenta: "Non fa una piega quello che hai detto, qui sta succedendo un finimondo...". "Sono tutte cose vere", risponde Berlusconi. "Diciamo i rituali istituzionali rischiano di non fare arrivare alla sostanza", dice Minzolini. E Berlusconi: "Appunto, d'altronde siccome tutti lo sanno, io a dire cosa succede, io ho dato la spiegazione...". Poi Berlusconi parla di "mediazione mediatica" e Minzolini aggiunge: "Dimmi tu, tu lo sai sempre qui, pronto, basta che...". E Berlusconi sembra dare l'impulso al tenore del servizio del Tg1 sull'argomento: "Tu vai benissimo in questa cosa qui, dalla in tondo". "Noi andiamo in tondo", conclude Minzolini.
Quel giorno il Tg1, titolò così: "Berlusconi: i magistrati si sono sostituiti al Parlamento". Queste e altre intercettazioni hanno quindi destato l'attenzione degli investigatori nell'indagine che vede indagato Berlusconi. E da ieri, nella procura di Trani, è stato aperto un nuovo fascicolo: il cronista Giuliano Foschini, interrogato dal procuratore capo Nicola Capristo, è indagato per fuga di notizie.
Da il Fatto Quotidiano del 19 marzo"
spinoza nuovo capitolo
Gli elettori di centrodestra radunati nel centro di Roma. Un gesto concreto per la riqualificazione della periferia.
Lo slogan: “Berlusconi è come Giulio Cesare”. Ma la testa è di Cassio.
“L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”. E nei quarti trova la vincente di accidia-gola.
Preparato un tricolore di 500 metri. Bossi si è raccomandato il doppio velo.
Berlusconi agli aquilani: “Vi voglio in piazza”. Come da un anno a questa parte.
C’è chi insinua che dei disoccupati siano stati pagati per manifestare. Ma è impossibile: non ci sono disoccupati.
Cento euro per andare in piazza con Berlusconi. Mille per chi si ferma anche la notte.
(Paga persino i manifestanti. Possibile che nessuno sia disposto a frequentarlo gratis?)
Gli organizzatori: “Siamo più di un milione”. L’unità di misura è Brunetta.
La questura stavolta non sbaglierà il conteggio. Ha già le foto di quasi tutti i partecipanti.
Tra escort e appalti, il ciclone Tarantini sull'uomo di D'Alema
Arrestato l’ex vicepresidente della regione Puglia, Sandro Frisullo
di Enrico Fierro e Antonio Massari
"Voglio fare quel business a Lecce". Giampaolo Tarantini, non è solo il fornitore ufficiale di escort per Palazzo Grazioli e dintorni. Non si occupa solo di organizzare feste in Sardegna e di rallegrare le serate di Berlusconi a Villa Certosa. A Bari e in tutta la Puglia ha costruito un vero e proprio "sistema" a base di relazioni, mazzette e "prostitute". Un piccolo paradiso di regalie e favori, donne favolose, feste, coca party e danari, per i politici pugliesi. Un bengodi che ieri ha portato alla dannazione degli arresti in carcere uno degli uomini di punta di Massimo D'Alema, Sandro Frisullo. "Gli unici due politici ai quali ho corrisposto tangenti sono l'onorevole Frisullo e...".
Quando Gianpi Tarantini, ufficialmente imprenditore della sanità, di fatto lenone d'alto bordo e tessitore di trame affaristiche, decide di vuotare il sacco fa il nome di Frisullo e di un altro politico per il momento coperto da omissis. "Me lo presentò De Santis (Roberto De Santis, imprenditore molto vicino a Massimo D'Alema, ndr). Frisullo sapeva della frequentazione che avevo, delle ragazze che frequentavo...pensai di sfruttare l'opportunità rappresentata dal fatto che lui era assessore alle Infrastrutture e vicepresidente della Giunta regionale chiedendogli alcuni favori in cambio di denaro. Cosa che effettivamente avvenne".
Non solo Pdl, non solo amicizie eccellenti, quella col ministro Raffaele Fitto nella cui lista alle scorse elezioni comunali trovò un posto Patrizia D'Addario, e quella con Tato Greco, rampollo della dinastia dei Matarrese, ma anche Pd. Al centro dell'affaire che ha portato Frisullo in galera, diversi appalti della Asl di Lecce per la fornitura di materiale ospedaliero e per un progetto di archiviazione delle cartelle cliniche. Tarantini sponsorizzava un suo amico imprenditore, Domenico Mazzotta, anche lui indagato ma a piede libero.
Il "business leccese" era grosso, 1 milione di euro per materiale sanitario e 4 per "la gestione dinamica delle cartelle cliniche". Frisullo fornì il suo appoggio in cambio di soldi, uno stipendio di 12mila euro per 11 mesi, più una tranche conclusiva di 150mila. Danaro che veniva consegnato "o nella sua stanza alla Regione – verbalizza Tarantini – o nella sua macchina, a volte messo in una busta. Nessuno sapeva di queste tangenti, spesso ci incontravamo in un distributore. Lui arrivava con la sua macchina, faceva scendere l'autista della Regione, e io entravo e gli davo i soldi".
Tarantini ammette anche che, almeno in una occasione, trattenne per sé una parte della tangente, circa 10mila euro. Forse per le notevoli "spese di rappresentanza", che anche per Frisullo erano costituite da escort.
Una in particolare, Terry De Nicolò – il suo nome era già venuto fuori durante lo scandalo D'Addario e le allegre frequentazioni a Palazzo Grazioli – il 21 maggio 2009 parla dei suoi rapporti col numero due della giunta pugliese. "Su richiesta di Tarantini ho frequentato una abitazione a Bari dove incontravo in più occasioni una persona che in seguito ho appreso essere Frisullo. Abbiamo avuto due incontri per i quali ho ricevuto 500 euro a prestazione". Nei verbali della procura di Bari ci sono altri "summit" di Frisullo con escort della scuderia Tarantini a Milano. Ma il giro di favori e regali non si limitava al sesso.
Frisullo, secondo i lunghi racconti di Tarantini, pretendeva regali, capi di lusso, scarpe rigorosamente "Churchs" e cappotti di cachemire. "Lui ordinava e io pagavo", detta Gianpi. A luglio del 2009, quando lo scandalo escort è già scoppiato, Sandro Frisullo è costretto a dimettersi dalla giunta Vendola, ma non perde il potere politico. Lo racconta un’intercettazione allegata all'ordine d'arresto del gip Sergio di Paola. "Io non sono in vetrina, ma sono ancora nel negozio, cerco di dare una mano", dice al telefono.
Frisullo parla con un imprenditore amico. "Cerco di mettere ordine negli scaffali", evidentemente quelli del Pd pugliese scossa dai cicloni Emiliano e Vendola. "Adesso sto al fianco di Boccia (Francesco, ndr) e D'Alema ha messo la faccia per fermare Michele Emiliano che pensava di essere il padrone del partito. Ci mette la faccia per fermare l'altro sodale di Emiliano, Vendola".
Raffinate strategie politiche che la storia degli ultimi mesi si è incaricata addirittura di ridicolizzare. Associazione per delinquere finalizzata a commettere una serie infinita di reati contro la pubblica amministrazione e turbativa d'asta, sono queste le accuse contro l'esponente del Pd e sette funzionari pubblici. Accuse che non piacciono al dalemiano Nicola La Torre: "Certo, la tempistica dell'arresto che cade a una settimana dalle elezioni potrebbe destare qualche sospetto. Comunque è bene che si accertino eventuali responsabilità".
Massimo D'Alema, ieri in Umbria per la campagna elettorale, ha invece tagliato corto con i giornalisti: "Non commento mai cose giudiziarie". Mostra serenità Nichi Vendola, candidato alla carica di governatore della Puglia. "Penso che la politica debba sempre assumere un atteggiamento di assoluto rispetto nei confronti di chi ha il compito delicato di accertare e perseguire reati. Bisogna sempre rispettare il lavoro della magistratura, a Bari come a Trani. Il mestiere della politica non è quello di inseguire i giudici, ma quello di compiere scelte forti e chiare a presidio della legalità". Vendola ricorda l'esplosione dello scandalo escort e le prime ombre sulla sua giunta. "Allora non gridai al complotto e non misi la testa sotto la sabbia".
Dail Fatto Quotidiano del 19 marzo
Sandro Frisullo
Opera: il ballot screen e' un toccasana
HTC: mai morso la Mela
Ritorsione Rai
Invece che sanzionare Minzolini e Masi, sospendono Loris Mazzetti per gli articoli sul "Fatto"
Sorvegliare e punire. Ma non come chiedono alcuni politici (tra cui Antonio Di Pietro) e i sindacati dei giornalisti – chi è indagato per rivelazione di atti coperti da segreto, come Augusto Minzolini. Né chi appare a disposizione del presidente del Consiglio nonostante il suo ruolo di direttore generale della televisione pubblica, cioè Mauro Masi, che nelle intercettazioni dice delle pressioni del premier che "così neanche nello Zimbabwe". La Rai interviene invece per sospendere il giornalista Loris Mazzetti, storico braccio destro di Enzo Biagi, per 10 giorni. La colpa? Aver scritto sul Fatto Quotidiano articoli sulla Rai giudicati dalla direzione del personale “dannosi” per l’immagine dell’azienda.
Mazzetti – capostruttura di RaiTre a Milano e responsabile di alcuni dei programmi più importanti della rete per ascolti e introiti pubblicitari, come Che tempo che fa – commenta: "Da quando è uscito il Fatto mi sono arrivati prima ammonimenti, poi minacce di procedimenti disciplinari e ora addirittura una sospensione di dieci giorni dal mio stipendio e soprattutto dalle mie funzioni”. Una punizione motivata dall’obbligo di fedeltà previsto dal contratto che tutti i dipendenti Rai devono firmare. Ma proprio su questo punto Mazzetti protesta e annuncia che porterà l’azienda in tribunale perché "sia un giudice a stabilire se sono io che danneggio la Rai oppure se è Masi. Ai piani alti di viale Mazzini ho sempre raccontato tutto prima di scriverlo sul Fatto. Ma le mie proteste sono rimaste inascoltate, quindi ho ritenuto giusto denunciarle pubblicamente, perché sono un cittadino e perché esiste l’articolo 21 della Costituzione: ritengo con questo comportamento di fare un favore al servizio pubblico, non un danno”. E’ poi giurisprudenza consolidata nella Cassazione che i dipendenti possano criticare la Rai, nei limiti della verità e della non aggressività. Di “abusi palesi” parla Di Pietro, dell’Italia dei Valori: “Questa Rai punisce chi pone l’etica al centro della propria azione e premia coloro che abusano del ruolo assegnatogli”. E’ perplesso anche il vicepresidente della commissione Vigilanza Rai, Giorgio Merlo del Partito democratico, che pure in passato è stato molto critico con trasmissioni come Annozero: “Forse sarebbe utile che le regole venissero sempre applicate, altrimenti si rischia un’azienda dove tutto è possibile perché tutto è opinabile. O si recupera credibilità e trasparenza, oppure il servizio pubblico è condannato al crepuscolo”.
Di un’operazione intimidatoria e censoria parla anche la Federazione nazionale della stampa, denunciando anche un altro episodio: “Il consigliere di amministrazione Angelo Maria Petroni ha intenzione di chiedere al Cda, proprio in base al Codice etico dell’azienda, una punizione per il direttore di RaiTre Antonio Di Bella, colpevole – si legge nella nota – di aver diffuso l’altroieri una dichiarazione mettendo a confronto gli ascolti infinitesimali delle tribune elettorali di martedì sera con lo share solitamente conseguito da Ballarò”. Di Bella ha infatti parlato di “grave danno per la rete e per l’azienda”. C’è chi dà però una lettura più preoccupante di questo atteggiamento punitivo dell’azienda. Mazzetti si domanda: “Che cosa accadrà a tutti coloro che il 25 marzo saliranno con Michele Santoro sul palco del Paladozza a Bologna per lo speciale Rai per una notte?". Lo stop a Mazzetti potrebbe dunque costituire un precedente per poi punire chi manifesterà, di fatto, contro le decisioni dell’azienda il 25 marzo. Adriano Celentano ha già rinunciato a partecipare all’evento. Reagisce in via preventiva il presidente Fnsi Roberto Natale, che al Fatto dice: "Che ci provino! Quello che è successo è una vergogna, l’iniziativa del prossimo giovedì è per la libertà di stampa". E aggiunge: "Non si azzardi la Rai ad applicare anche lì la sua smania censoria trincerandosi dietro il codice etico".
Da il Fatto Quotidiano del 20 marzo
Charlie Miller e le venti aperture di OSX
Un sindaco del trevigiano vieta il burqa in pubblico: "Spaventa i più piccoli"
Il sindaco di Codognè ha firmato un'ordinanza che vieta il burqa in tutti i luoghi pubblici, scuole comprese, dove il velo potrebbe spaventare i bambini. L'opposizione protesta
Per un voto onesto servirebbe l’ONU
di Roberto Saviano
“LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo”. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un’affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un’esagerazione, sappia che l’Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?
Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c’è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L’ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l’orgoglio. Ma come è potuto accadere?
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.
Il senso del “è tutto inutile” toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio arrendermi a un’Italia così, a un’Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all’Osce, all’Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.
Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov’è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l’imputata Sandra Lonardo Mastella che dall’esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all’ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell’Udc. Così sui manifesti c’è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell’ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d’arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della ‘ndrangheta, com’è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l’accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di ‘ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell’inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell’inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell’ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista “Socialisti Uniti” della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo “Lettera Morta” contro il clan Costa ed in quelle per l’uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il – o vengono prima del – diritto, valutazioni in merito all’opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all’opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l’antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un’abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda.
È un tradimento che quasi si perdona con un’alzata di spalle come quello d’un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un’altra donna.
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.
Dov’è finito l’orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov’è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze – certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l’obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l’avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso – meno crudele, certo, ma meno forte e solido – solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un’alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un’alternativa.
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.
Del resto, quello che più d’ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L’Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell’offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all’economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all’Onu, all’Unione Europea, all’Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.
Questo è un articolo pubblicato su Nazione Indiana in:
Per un voto onesto servirebbe l’ONU
Lazio, il Consiglio di Stato boccia la lista del Pdl E il vice di Marrazzo dice no al rinvio del voto
Il massimo organo della giustizia amministrativa boccia anche l'ultimo ricorso. E Montino rifiuta la richiesta di posticipare le urne. La Polverini: "Nessuna nuova, buone nouve". Il Pdl: "Decisione singolare". Sgarbi: "Hanno deciso di perdere le elezioni". Bersani: "Vinciamo lo stesso"
sabato 20 marzo 2010
I voti delle cosche e le minacce di La Russa
La ‘ndrangheta e l’appoggio ai candidati Pdl: consensi in cambio di appalti
di Gianni Barbacetto e Davide Milosa
"Una non-notizia, una vergognosa strumentalizzazione". Così Ignazio La Russa ha reagito all’articolo pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano sui voti della ’ndrangheta a candidati del Pdl. "Tu devi votare Ignazio e Fidanza...quello sarà il nostro futuro!": così diceva al telefono (intercettato) Michele Iannuzzi, consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio e procacciatore d’affari per la Kreiamo spa, una società ritenuta il braccio finanziario delle cosche calabresi impiantate nell’hinterland milanese. Iannuzzi è stato poi arrestato nel corso dell’inchiesta "Parco sud", come gli altri uomini della Kreiamo, il presidente Alfredo Iorio e il vicepresidente Andrea Madaffari. Nella primavera del 2009, il loro gruppo aveva deciso di convogliare i voti per le europee su tre candidati: il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il consigliere comunale di Milano Carlo Fidanza e Licia Ronzulli, imposta in lista da Silvio Berlusconi in persona. "Io sto facendo votare La Russa, Ronzulli, Fidanza", dice al telefono Iorio, l’immobiliarista della Kreiamo. Il progetto del gruppo era quello di far pesare, dopo le elezioni, il sostegno concesso ai tre candidati, chiedendo qualcosa in cambio sul terreno degli affari. Iannuzzi lo dice esplicitamente: "Prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui".
"Lui" è Marco Osnato, consigliere Pdl al Comune di Milano, cognato di La Russa e uomo Aler, l’azienda delle case popolari su cui il gruppo puntava per ottenere appalti. Le intercettazioni, contenute nei rapporti della Dia, la Direzione investigativa antimafia di Milano, dimostrano che il gruppo della Kreiamo si è dato da fare elettoralmente per sostenere alcuni politici. Non provano, naturalmente, che questi politici fossero d’accordo con quel gruppo. La Russa ieri ha convocato una conferenza stampa in cui si è scagliato contro il Fatto. "Credevo che un certo giornalismo avesse già toccato il fondo, ma mi sono dovuto ricredere, perché al peggio non c’è mai fine", ha dichiarato il ministro. "È una vergognosa strumentalizzazione, perché dopo il titolo manca la notizia. Per questo, penso di sporgere querela proprio sul titolo, perché si lancia il sasso, ma si nasconde la mano".
Il titolo in prima pagina era: "'Ndrangheta: votate Pdl". E poi: "Inchiesta della Dia: nel 2009 uomini legati alle cosche puntavano a Milano su La Russa, Fidanza e Ronzulli", che è esattamente quello che emerge dalle relazioni della Dia. A pagina 3, il titolo era: "La Russa è il nostro futuro", cioè le parole pronunciate al telefono da Iannuzzi, uno degli arrestati nel corso dell’inchiesta "Parco Sud".
La Russa in conferenza stampa ha detto di non conoscere neppure di vista il consigliere comunale di Forza Italia Michele Iannuzzi. Ma ha ammesso di conoscere abbastanza bene l’altro suo supporter a Trezzano, l’ex consigliere di An Andrea Pasini. Era proprio Pasini ad avere rapporti stretti con il giovane boss calabrese Domenico Papalia, latitante, a cui Pasini inviava sms. Il ministro ha poi rivelato di aver ricevuto minacce dalla mafia: "Tre mesi fa sono stato costretto ad aumentare il livello di protezione personale, per minacce di morte riferite da un pentito, che mi ha indicato come uno dei più intransigenti avversari della mafia. Mi sono guardato bene dal farmi pubblicità, ma ora lo dico. Io non ho mai denunciato un giornalista in vita mia, ma ora sono fortemente tentato dal farlo. L’unica spiegazione che mi posso dare è che la scorsa settimana avevo chiamato quel quotidiano il Ratto e forse di questo si sono offesi. Ma immaginare che si possano poi scrivere cose del genere su di me è fuori dal mondo. Non ho mai avuto e non mai avrò rapporti con persone che possano chiedere cose al di fuori della legalità, né tanto meno con esponenti della criminalità organizzata".
La Russa era già stato sfiorato da una vicenda con protagonisti mafiosi. Con il suo fedelissimo Massimo Corsaro, oggi deputato Pdl, era infatti socio di un’azienda proprietaria di alcuni locali, tra cui il Gibson bar di via Castel Morrone, a Milano. In cattiva compagnia: il Gibson bar era infatti controllato da Sergio Conti, un imprenditore condannato per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, per aver fatto fare recupero crediti al gruppo mafioso di Giuseppe Onorato, padrino della 'ndrangheta di Reggio Calabria.
Da il Fatto Quotidiano del 20 marzo
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giovedì 18 marzo 2010
"Un'arma puntata alla tempia del governo" il j'accuse di Saviano contro Cosentino
"Tutta la vicenda Cosentino è interna all'emergenza rifiuti. Infatti l'emergenza ha portato valanghe di denaro in Campania, i consorzi sono diventati strumenti di prebende, di gestione economica e occupazione del territorio. I clan e la politica si incontravano nei consorzi. Ci si chiede come mai un politico con queste pesanti accuse sia così tanto ascoltato da un primo ministro. Un politico che per tutti sarebbe pesante da tenere vicino. Ma la lettura che io faccio della vicenda è molto chiara. Nicola Cosentino ha un'arma che punta alla tempia del governo: i rifiuti. Cosentino ha il potere di far saltare l'equilibrio che ha permesso al governo di eliminare i rifiuti dalla Campania".
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mercoledì 17 marzo 2010
Orrore: l’odio su Facebook – 2
Dopo l’emblematico caso dell’onorevole Scandroglio (vedi sotto), ecco un’altra lampante dimostrazione che su Facebook si scatenano gli istinti peggiori: il candidato dell’Udeur in Campania Enzo Varchetta mostra sulla sua pagina tutto il suo odio verso la regoletta per cui non sarebbe consentito il voto di scambio.
(Grazie per la segnalazione a Claudio Pappaianni)
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