venerdì 30 aprile 2010

Lascio ogni commento ai lettori...

Doctors and Engineers are two of the most respected occupations in our society. While both are highly educated and highly intelligent, in my opinion there are far more differences between the two careers than similarities. For example, an engineer may be expected to start with a blank sheet of paper and design a complicated system, but a doctor starts with an incredibly complicated system (the human body) and tries to figure out why its not working right.
http://embeddedgurus.com/area-0x51/2010/04/butcher-baker-candlestick-maker/

lunedì 26 aprile 2010

Ecco i costi di mantenimento della combriccola "SIAE"...

http://canali.kataweb.it/kataweb-consumi/copie-private-ecco-quanto-ci-costeranno/

http://www.siae.it/edicola.asp?view=4&open_menu=yes&id_news=8910

Ecco alcuni esempi:

Cd-R Dati 0,15 (per 700 mega)
Cd-Rw Audio 0.22
[Nota da ignorante : Esistono CD esplicitamente per solo Audio???]
Cd-Rw 0,15 (per 700 mega)
Computer con masterizzatore 2,4 (fisso)
Computer senza masterizzatore 1,9 (fisso)

Memoria o Hard Disk integrato in apparecchio portatile
fino a un gb 3.22
da 5 a 10 gb 6.44
[E' una forma di incentivo alla Sony ed alla Apple quella di fare un costo non proporzionale alla capacita'?]

Hard Disk esterno per registrazione oltre 250 gb 28.98
Hard disk integrati in altri dispositivi da 250 a 400 gb 14.49
Hard disk integrati in altri dispositivi oltre 400 gb 16,10
[Oltre 400 Gb? Praticamente tutti o quasi quelli in commercio.. Alla SIAE sono un poco indietro, evidentemente!!!]

A proposito di 25 Aprile...

Prima Vennero

Versione I
Prima vennero per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico

Poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.

Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.
(Friedrich Gustav Emil Martin Niemhöller)




Versione II
Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari
e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi
e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertolt Brecht)




Versione III
Quando Hitler andò al potere, i primi che andò a prendere furono sindacalisti, comunisti e socialisti. Ma io non ero né sindacalista, né comunista, né socialista e quindi dissi: “Che me ne frega?”.

Poi mandò a prendere i cristiani, protestanti e cattolici e io non ero né protestante né cattolico e dissi: “Che me ne frega?”.

Quando andarono a prendere gli ebrei dissi: “Ma io non sono mica ebreo e quindi perché mai mi dovrebbero detestare?”.

Il risultato fu che quando vennero a prendere me non c’era più nessuno che potesse protestare per la mia cattura.
(Heirich Boll)

domenica 25 aprile 2010

25 Aprile, ora e sempre Resistenza

25 Aprile, ora e sempre Resistenza: "Il 25 Aprile non può, nemmeno a 65 anni di distanza, essere considerata una tra le tante date celebrative: oggi più che mai quella data vibra di passione civile, e non soltanto di memoria storica. In fondo, è un quindicennio che la vittoria sul nazifascismo è ritornato ad essere un momento essenziale della battaglia politica, [...]"

La guerra civile di Baltazar

La guerra civile di Baltazar: "

In Spagna c’è un giudice; si chiama Baltazar Garzón. Credo sia una persona eccezionale: ha condotto indagini che in nessuna parte del mondo ci si è nemmeno sognati di iniziare. Da ultimo ha chiesto l’arresto di Pinochet e il sequestro dei suoi beni; ma prima di ciò si era occupato dei terroristi dell’Eta, di corruzione politica ad altissimo livello e di Telecinco, la tv privata spagnola. Insomma uno che fa sognare i cittadini e sta sull’anima al potere. Adesso ha pensato bene di andare a sgattare nella storia sanguinosa del suo Paese, al tempo dellaguerra civile. E ha constatato quello che già tutti sapevano: che ci sono stati un sacco di morti ammazzati e soprattutto circa 120.000 desaparecidos; e le famiglie di questa gente gli hanno chiesto giustizia. Lui ci ha provato. Siccome 120.000 persone scomparse non sono poche, Garzón ha pensato bene di qualificare giuridicamente il fatto come crimine contro l’umanità, lo stesso tipo di reato , per intenderci, che è stato contestato a Milosevic e agli altri criminali di guerra jugoslavi, per giudicare i quali è stato addirittura istituito un tribunale apposito, quello dell’Aja. Insomma: qualificazione giuridica e scelte processuali adeguate, restava da verificarne proceduralmente la fondatezza e, naturalmente, la sussistenza.



E magari i tribunali spagnoli avrebbero potuto dire che Garzón si era sbagliato e che nessuno era mai stato ammazzato o che non era vero che c’erano stati 120.000 desaparecidos; il che per la verità era poco probabile. Così alcune associazioni di estrema destra hanno pensato bene di denunciare Garzón per un reato di cui non ho trovato l’equivalente nel nostro codice, prevaricación: hanno detto che la qualificazione giuridica operata da Garzón – crimini contro l’umanità – era errata, che si trattava di normali omicidi e violenze commesse durante la guerra civile e che il tutto era coperto da un’amnistia emanata nel 1977. E soprattutto hanno detto che Garzón questo lo sapeva benissimo e che quindi aveva adottato un trucco, una qualificazione giuridica consapevolmente sbagliata, allo scopo di aggirare l’amnistia.



Questo perché nessuna amnistia può coprire i crimini contro l’umanità; mentre i "normali" omicidi e atrocità varie restano un fatto interno del Paese che può decidere di amnistiare i peggiori criminali del mondo: se lo fa, sono fatti suoi. Hanno trovato un giudice, tale Varela, che ci ha creduto; e adesso Garzón è sotto processo. Insomma, fanno un processo al processo iniziato da Garzón.



Per capire quanto stupida sia questa cosa, basta chiedersi cosa ci stanno a fare i gip, i Tribunali, le Corti d’Appello e le Corti di Cassazione. In effetti, quando il potere politico era meno arrogante e prevaricatore, tutti erano convinti del fatto che il sistema giudiziario era costruito per verificare la fondatezza delle accuse. Per dire: un pm accusava Benedetto Dal Popolo di aver commesso falsi in bilancio, corruzione, frode fiscale e falsa testimonianza? Benedetto si pagava 2 o 3 avvocati che facevano anche i parlamentari, faceva approvare leggi che abrogavano alcuni reati e facevano prescrivere gli altri e, alla fine, se ne usciva fischiettando dall’aula del Tribunale. Non era proprio una bella cosa ma il sistema era salvo. L’accusa era stata valutata dai giudici che avevano applicato la legge: sei innocente, finivano con il dirgli. Ed era tutto legale; certo che, se non ti chiamavi Benedetto Dal Popolo avrebbero detto: sei colpevole e vai in galera, ma così è la vita.



Siccome questo sistema certe volte è un po’ rischioso, magari anche solo le indagini danno fastidio, la gente comincia a sentire un po’ di cose, comincia a dire: ma allora..., ecco che le associazioni franchiste hanno adottato il sistema detto sopra. "Caro giudice, il processo non lo devi proprio iniziare; io ti denuncio dicendo che tu lo fai non per scopi di giustizia ma per altri di natura politica e ideologica; e qualcuno che ti condanni lo troverò".



Per la verità, le associazioni franchiste questa brillante idea non credo l’abbiano elaborata autonomamente; qualcuno deve avergli raccontato di quello che è successo in Italia a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani (i pm di Salerno) dopo. Vi ricordate? Quelli che indagavano su una Tangentopoli calabrese che chissà dove andava a finire. A De Magistris dissero che il suo decreto di perquisizione conteneva parti di motivazione non necessarie e che lui ce le aveva inserite per denigrare le persone interessate. E ai pm di Salerno che il loro decreto di perquisizione era troppo motivato e che lo avevano scritto così allo scopo di permettere legalmente alla stampa di pubblicare le informazioni che vi erano contenute.



Per fortuna noi non abbiamo il reato di prevaricación; però De Magistris l’hanno trasferito, Apicella l’hanno mandato a casa, e Nuzzi e Verasani li hanno censurati, trasferiti e gli hanno vietato di fare in futuro i pm. Soprattutto, gli hanno levato i processi, che era quello che contava. Inutile è stato far notare che la valutazione della validità processuale degli atti dei pm è riservata per legge a gip, Tribunali della libertà, Tribunali, Corti d’Appello e Corti di Cassazione; e che ammettere il processo al processo significa la distruzione delle garanzie costituzionali. La risposta (una per tutte) è stata quella data da certa professoressa Vacca, componente del Csm e della Commissione che doveva giudicare De Magistris la quale, prima del giudizio, ha esternato alla stampa nazionale che De Magistris era un cattivo giudice e che sarebbe stato duramente colpito.



Poi in effetti lo ha colpito e affondato. Questa cosa tecnicamente si chiama anticipazione di giudizio e, se venisse commessa da qualsiasi giudice, lo obbligherebbe all’astensione e lo esporrebbe (meritatamente) a un procedimento disciplinare. Naturalmente la professoressa Vacca non si è astenuta e non ha subìto alcuna conseguenza...Tornando a Garzón, come ho detto, è probabile che i fascisti spagnoli abbiano trovato ispirazione dalle nostre parti. È proprio vero che basta una mela marcia...Adesso non solo l’Italia ha scoperto il modo di "normalizzare" la giustizia.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile

L'unità del Paese è soltanto un ricordo - L'editoriale di Scalfari da La Repubblica ...

L'unità del Paese è soltanto un ricordo

I numeri di Fini - Una indagine del Prof. Diamanti - Il partito di Fini vale almeno il 6% Ma un altro 38% potrebbe votarlo - da La Repubblica

Il partito di Fini vale almeno il 6% Ma un altro 38% potrebbe votarlo

sabato 24 aprile 2010

"Non avevo ancora capito
cosa fosse la Lega"

"Non avevo ancora capito<br>cosa fosse la Lega": "

Il giornalista di Annozero dopo la diretta dal comune bresciano: quanta amarezza nelle aggressioni verso quelle donne



"Conoscevo la Lega romana, ma non avevo mai capito cosa fosse veramente la Lega nel suo territorio". Il giorno dopo la diretta per Annozero da Adro, il paese del bresciano che ha lasciato fuori dalla mensa scolastica i bambini le cui famiglie non pagavano la retta, Sandro Ruotolo è ancora scosso. E’ stata una diretta difficile la sua, dalla mensa incriminata, piena di mamme italiane livide di rabbia nei confronti delle mamme immigrate, che cercavano di difendersi, e col sindaco di Adro, Oscar Lancini, che rivendicava l’operato leghista della sua amministrazione con atteggiamenti intimidatori e repressivi.



"Il clima era tesissimo – spiega Ruotolo – le donne italiane non volevano che le immigrate portassero alcune amiche. Nei fuorionda il sindaco era arrabbiato per come stava andando il dibattito in studio. Io gli ho detto: 'Guardi che siete tre contro tre (in studio c’erano il ministro Carfagna e l’onorevole Della Vedova per il Pdl, Civati, Renzi e Serracchiani per il Pd, ndr). Lui mi ha risposto: 'Sono cinque contro uno, noi cosa c’entriamo col Pdl?' Ho capito l’uscita di Bossi di oggi (ieri, ndr)".



"Nei due giorni precedenti alla trasmissione – prosegue Ruotolo – ho incontrato il segretario bresciano della Cgil e i volontari di una onlus che mi hanno raccontato cose pazzesche di quello che succede da queste parti. Si va dal bonus bebè riservato ai figli di italiani, alle case popolari negate agli immigrati, alle variazioni sull’iscrizione anagrafica. Tutti provvedimenti contro i quali il sindacato ha presentato ricorsi". E’ molto stanco, Ruotolo, l’adrenalina accumulata nella serata di giovedì gli ha fatto passare una notte difficile: "Ho verificato di persona cos’è l’allarme per la coesione sociale. Valori come la solidarietà, il rispetto per gli altri, rischiano di venir meno a causa dell’acuirsi della crisi economica". Eppure sacche di razzismo nel nord-est ci sono sempre state. Ora, però, c’è qualcuno che cavalca e strumentalizza quei malumori, che fino a vent’anni fa si potevano esprimere solo al bar della piazza. "Abbiamo fatto vedere quanta ricchezza portano gli immigrati al nostro Paese – prosegue l’inviato di Annozero – quanti anziani possono godere della pensione grazie al lavoro di quelle persone. Ma è una guerra tra poveri, dove c'è chi è povero e chi lo è di più. C’è sempre un sud del sud. Nel programma della Lega si legge: prima ai nostri, e poi anche agli altri. Le donne immigrate sono invece venute a ribadire, con estrema dignità, che il diritto è uguale per tutti".



Ruotolo è rimasto molto colpito dall’attacco compiuto dalle mamme alla signora Graziella, la responsabile (volontaria) della mensa di Adro: "Non me lo aspettavo, mi ha ferito molto. In 22 anni di lavoro con Santoro non mi sono mai permesso di esprimere una mia opinione durante i collegamenti, e giovedì sera mi sono dovuto trattenere. Nessuno ha aggredito me, ma sono rimasto sconvolto dalle aggressioni cui ho assistito. Ho cercato di rimanere freddo, ma credo si sia notato anche da casa che ero in difficoltà". L’ha notato anche Santoro, che gli ha chiesto di essere più fermo nel concedere il microfono.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile



Il video della diretta di Sandro Ruotolo (Annozero, 22/04/10)

E ora, per favore, chiedete scusa

E ora, per favore, chiedete scusa: "
fifo

da Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2010


Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”.

Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’avviso di conclusione delle indagini appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De 
Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).

Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini)? Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.

E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione
giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare? 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Il complotto per fermare De Magistris
di Antonio Massari da antefatto.it - Il testo del provvedimento della Procura di Salerno

AD PERSONAM
Marco Travaglio presenta 'Ad Personam' (edizioni Chiarelettere). Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Chieti, 21 aprile, ore 17.30
C/o Auditorium 'Cianfarani' del museo La Civitella, Via Pianell.
Giulianova (TE), 21 aprile, ore 21
C/o Teatro Kursaal, lungomare Zara.





I consigli elettorali del clan Di Lauro

I consigli elettorali del clan Di Lauro: "

Uomini del clan Di Lauro di Secondigliano avrebbero stretto un patto con esponenti del Pdl napoletano per sostenere un candidato pidiellino alle ultime elezioni regionali. É l’ipotesi investigativa contenuta nelle quattro pagine del decreto, firmato dal pm Henry John Woodcock, che meno di una settimana prima dell’apertura delle urne ha disposto la perquisizione di un comitato elettorale Pdl di Secondigliano e dell’abitazione del responsabile del comitato, un consigliere di municipalità. L’inchiesta è alle prime battute e ha preso il via in seguito a quanto riferito alla Digos da una "gola profonda" del Pdl, un consigliere comunale di Napoli. Il politico azzurro ha segnalato ai poliziotti che nel degradato quartiere dell’area Nord di Napoli, teatro negli ultimi mesi del 2004 di una sanguinaria faida camorristica, il suo collega di partito stava esercitando pressioni affinché i residenti di Secondigliano consegnassero nelle sue mani una copia del certificato elettorale per fornire una prova di aver votato la persona sponsorizzata nella sede del comitato.



Il meccanismo sarebbe quello noto: i camorristi, attraverso la ricezione della fotocopia della tessera e la contestuale consegna del facsimile del candidato da votare, sono in grado di controllare sezione per sezione se le loro indicazioni sono state rispettate. Secondo quanto riportato nelle annotazioni di servizio della Digos, il consigliere di municipalità agiva con l’appoggio della criminalità organizzata di Secondigliano ed è parente di un affiliato di spicco dei Di Lauro. L’inchiesta arriva al termine di una campagna elettorale attraversata dai dossier della Federazione della Sinistra e dai reportage dei quotidiani locali, sul moltiplicarsi dei presunti episodi di compravendita di preferenze e delle pressioni dei clan sul voto.



Da il Fatto Quotidiano del 23 aprile

Il veleno di Gomorra

Il veleno di Gomorra: "

Un serpente di canali d'acqua che copre 1000 chilometri quadrati: tra depuratori fantasma, consorzi milionari e malapolitica. La magistratura dichiara il "disastro ambientale" in Campania



Il serpente d’acqua è lungo 56 chilometri. Striscia intorno a 104 comuni, per 1.095 chilometri quadrati e tocca l’intera provincia di Caserta, una parte del napoletano e dell’area di Benevento. Il serpente è talmente velenoso che ha causato un disastro ambientale. Puoi trovarci carcasse di vacche che galleggiano, fendono l’acqua grigia e schiumosa, tamponano altre carcasse, quelle di decine d’automobili arrugginite e coperte, a loro volta, da sacchi di plastica d’ogni dimensione e colore. In quest’inferno, persino i depuratori inquinano. I comuni: riversano le fogne direttamente nell’acqua che affluisce al mare. Siamo nel "canalone" dei Regi Lagni: un reticolo di canali che convogliano acqua piovana verso il mare. Stivaloni ai piedi e mascherina al volto, Elpidio Pota e Pietro Papapicco, hanno setacciato i canali metro per metro. Per quattro lunghi anni. Parliamo di un luogotenente e di un maresciallo della Guardia di Finanza di Caserta. È stato il Nucleo Tributario, guidato dal tenente colonnello Michele Iadarola, a svolgere le indagini condotte dai pm Donato Ceglie e Paolo Albano e dal procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Raffaella Capasso. Risultato: 16 aprile, ventidue arresti, quattro depuratori e venticinque aziende sequestrate.



Colera e fondi pubblici



La magistratura ha messo nero su bianco il reato di "disastro ambientale". Seguono, negli atti, svariate accuse per truffa aggravata, gestione illecita dei rifiuti, danneggiamento di acque ed edifici pubblici, distruzione e deturpamento, falsi in atto pubblico. La procura parla di "mosaico criminale". Un mosaico che per anni, in tanti, hanno visto evolvere: tassello dopo tassello. Senza fiatare. Anzi. C’era chi affermava - su carte intestate della Regione Campania - che la depurazione funzionava. Strano. Perché s’immagina che l’acqua di fogna, immessa in un depuratore, ne debba uscire più pulita. A Orta di Atella accade il contrario: è più pulita quando entra. All’uscita è più inquinata. E pensare che la regione Campania, per questi depuratori, spende circa 250 milioni di euro l’anno. Le procure di Santa Maria Capua Vetere e Nola ne hanno sequestrati quattro su cinque. Per il quinto - quello di Caivano Acerra - la competenza spetta alla Procura di Napoli: gli atti sono stati spediti sin dalla fine del 2009. Eppure - nonostante, come vedremo, versi in condizioni pessime - il depuratore non è stato ancora sequestrato. Ma torniamo al serpente velenoso. Su quest’acqua, che scorre verso la foce di Baia Domizia, ci puoi leggere la storia antica e recente della Campania. Lo vollero i Borbone nel 1600: i Regi Lagni rappresentarono la bonifica, furono un atto di civiltà. Quattro secoli dopo vedi pale meccaniche che si alzano sui bordi del canale. Scaricano tonnellate di feci animali. Tonnellate che scorrono verso la foce. Altri le scaricano - sempre a tonnellate - nelle campagne. Le feci delle vacche sono rifiuti speciali. Inquinano le falde acquifere. Le stesse falde che, poi, restituiscono l’acqua usata per abbeverare le vacche, irrigare i campi, e realizzare il fiore all’occhiello della zona: la mozzarella di bufala.



A riversare nel canale (e nella terra) valanghe di feci sono stati gli stessi allevatori. Una follia. Gli stessi allevatori che hanno usato il canale come cimitero galleggiante delle loro vacche. Del colera che devasto l’area nel 1973, qui, forse non si ricorda più nessuno. Dei finanziamenti pubblici, forse, sì. Arrivano nel 1987: lo Stato decide che i Regi Lagni vanno risistemati. Costarono ben 520 miliardi di lire. Furono completati, in ritardo, nel 1997. Ma soprattutto: furono un grande affare per il clan dei Casalesi. Una delle principali forme d’accumulazione di quel capitale, ormai sterminato, che oggi consente loro di infiltrarsi ovunque nell’economia legale. Con i Regi Lagni misero a regime il loro “sistema”: non imposero soltanto le estorsioni. Riuscirono a far lavorare le loro stesse imprese. I miliardi incassati con i Regi Lagni continuano, ancora oggi, ad avvelenare l’economia pulita. Eppure questa volta Gomorra c’entra poco. Anzi. Intorno a questi canali, i soldi, per centinaia di milioni di euro, girano ancora. Ma la responsabilità ora ricade sui "colletti bianchi": i burocrati che avrebbero dovuto controllare. E che invece - secondo le accuse - hanno dato il proprio contributo a questo disastro.



Impianti inutilizzati



Un esempio. La popolazione servita dal depuratore di Acerra - in termini tecnici si parla di popolazione equivalente - è pari a 250 mila persone. In molti comuni della zona - sono decine - gli abitanti pagano una tassa perché sono convinti che la rete fognaria sia collegata al depuratore. E invece leggiamo cosa scrive l’Enea: "I reflui, seppure giungano a pochi passi dal cancello del depuratore, non entrano nell’impianto di trattamento. Si versano nel canale principale dei Regi Lagni, poche centinaia di metri più a valle dell’area del depuratore, senza subire alcun trattamento. La stazione pertanto è a tutt’oggi pressoché inutilizzata. L’impianto di fornitura per autoproduzione di energia elettrica, mediante recupero del biogas, è fuori servizio da tempo. Il nuovo impianto d’essiccamento dei fanghi non è mai entrato in funzione". E quindi: "L’impianto di Acerra non riesce a offrire garanzie sui valori d’abbattimento degli inquinanti previsti dalla normativa vigente”. Passiamo al depuratore di Villa Literno: l’Arpac, il 15 aprile, ha verificato che le acque, cariche di fanghi tossici, aggirano l’impianto e finiscono dritte nei Regi Lagni.



E i controlli? Ovviamente aggirati anche quelli. La Hydrogest gestiva i depuratori di Orta di Atella e Villa Li-terno. Un consorzio gestiva invece il depuratore dell’area no-lana. L’amministratore e il presidente del cda di Hydrogest, Gaetano De Bari e Domenico Giustino, ora sono indagati per aver “sversato illegalmente reflui urbani e industriali, inquinanti e maleodoranti, contenenti valori chimici e batteriologici di gran lunga superiori ai limiti massimi imposti dalla legge, cagionando un danno gravissimo anche alle acque del mare di larga parte del litorale Domitio". Hanno inquinato: ma non dovevano gestire la depurazione? "Trascorsi 31 mesi dall’affidamento in concessione degli impianti - scrive sempre l’accusa - non sono neppure iniziati gli interventi di ri-funzionalizzazione e adeguamento delle strutture [...] previste dal crono-programma". La Regione, però, i soldi li sborsava ugualmente. Scrive l’accusa: "Sugli otto megadepuratori gestiti dalla Regione Campania (cinque dei quali scaricano nei Regi Lagni), l’Amministrazione pubblica sopporta un costo annuo di circa 100 milioni di euro: 76 per canoni di gestione, 14 per la manutenzione straordinaria, 10 per l’energia elettrica". Poi si sottolinea: "Il servizio di depurazione è considerato alla pari della fornitura di energia elettrica o del gas. Il cittadino deve pagare solo se il servizio è fornito".



I buchi della rete



Bene. Il comune di Santa Maria Vico, nel 2009, scopre che l’impianto fognario non è collegato al depuratore: tutto affluisce direttamente nel "controfosso" dei Regi Lagni. Eppure gli abitanti pagavano il servizio. Idem per Casal di Principe, San Cipriano, Casapesenna e per decine di altri paesi: centinaia di migliaia di persone. Negli atti si parla di “avvelenamento” delle acque dovuto "alla criminale inefficienza del sistema di depurazione pubblico". E infatti: la pubblica amministrazione, anche nell’era Bassolino, non ha battuto ciglio. Dal 1999 esiste un "organo di controllo pubblico dei depuratori". Conta ben 25 persone: 6 dirigenti, 3 collaboratori tecnici, 9 esperti (professionisti esterni), 7 segretari degli esperti. La procura stima costi, oltre gli stipendi, per "4 milioni di euro" in otto anni.



La Guardia di Finanza aggiunge: "Mentre per i cittadini, le acque di scarico dei depuratori, è fonte di malattie, per questi fortunati dipendenti pubblici, la stessa acqua, è come l’oro". E infatti molti, tra gli indagati, sono membri della Commissione di controllo. Se ne contano 15 e, tra loro, anche un professore universitario: Manlio Ingrosso. Ecco come si giunge al disastro ambientale: "Bastava redigere una relazione tecnica mensile, pressoché a ciclostile, nella quale nulla si dice circa il disastroso stato del depuratore. Si avalla acriticamente ogni attività del gestore e si porta all’approvazione della Commissione di esperti". E gli esperti approvano. "Di approvazioni, da parte della Commissione di controllo, ce ne sono a centinaia".



Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile










(dal canale Youtube di PupiaTv)

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A me di Gianfranco Fini non me ne frega niente, ma sto con lui. Ho già scritto che si può essere «finiani senza Fini» e guardare con simpatia al sommovimento che ha creato: anche se non si ha nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace. Ciò che m’interessa, anzitutto, è che assieme a Fini se ne va a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere? Io no, io non sono sicuro. Anzi, sono abbastanza certo del contrario.


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Salvi per decreto

Gli abusi edilizi in Campania?<br>Salvi per decreto: "Patto rispettato: la Carfagna lo aveva promesso in campagna elettorale



Ischia, i carabinieri all’alba sequestrano immobili per 4.500 metri quadrati e 11 milioni di euro, denunciando 51 persone per abusivismo edilizio. Roma, poche ore dopo: il Consiglio dei ministri approva un decreto legge che congela, in tutta la Campania, le demolizioni delle strutture abusive. Ruspe bloccate fino al 30 giugno 2011. Un decreto di pochi articoli e via: sentenze e processi, durati decenni, diventano improvvisamente carta straccia. "È il buongiorno di Stefano Caldoro", commenta l’europarlamentare dell’Idv Luigi de Magistris. "Il presidente della Regione, con il consenso del Governo, ha dato il via libera al sacco edilizio della camorra. Uno schiaffo alla giustizia: con un gesto hanno cancellato le sentenze che consentivano le demolizioni". E sono tantissime. Nei prossimi giorni, per esempio, a Camaldoli rischia di saltare la demolizione di una beauty farm del potente clan Polverino. Per salvarla, utilizzando il decreto, sarà sufficiente uno stratagemma: infilarci qualcuno che dichiara di non avere altra casa in cui abitare. Trentamila demolizioni previste, dalla Procura Generale, nel solo distretto di Napoli. Circa sessantamila in tutta la Campania. Quando il decreto sarà pubblicato, si potranno demolire soltanto le strutture abusive posteriori al 2003, molte delle quali, però, non sono ancora giunte all’ultimo grado di giudizio.



L’ultima demolizione risale ad appena nove giorni fa. È il 15 aprile. Sant’Antonio Abate, hotel La Sonrisa: demolita una mansarda di 400 metri quadri realizzata dalla società Ipol e poi affittata all’albergo. A difendere la Ipol, in una valanga di ricorsi e contro-ricorsi, un avvocato napoletano: Carlo Sanno. Parliamo dello stesso Sanno, parlamentare del Pdl, che ha firmato il disegno di legge, approvato ieri dal Governo, con il quale si bloccano le ruspe e si autorizza, di fatto, una nuova sanatoria. Curioso. E fu proprio in un comizio a Sant’Antonio Abate – il luogo delle ultime 5 demolizioni effettuate – che Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, promise che le ruspe, in Campania, sarebbero state fermate: a patto che Stefano Caldoro vincesse le elezioni regionali. "Studieremo una legge regionale, d’intesa con il governo, per fermare le demolizioni". Caldoro ha vinto. E le ruspe ora rischiano la paralisi. Potremmo chiamarlo l’editto di Sant’Antonio Abate. Un’opera buona e caritatevole, ha spiegato ieri il ministro Carfagna: "Il Governo non poteva assistere impassibile al fatto che, con gli abbattimenti, molte donne con bambini, anziani, addirittura disabili, tutti senza un'altra abitazione, venissero lasciati in mezzo a una strada".



Donne, anziani, bambini e disabili senza abitazione. Vediamo un po’: il 10 dicembre, a Sant’Antimo, è stata abbattuta una villa da 800 metri quadri. Non era una stamberga per diseredati. Se non bastasse, era priva di cemento armato poiché – spuntata veloce come un fungo – era costruita con acqua sabbia e polvere. Ma il ministro ragiona così: "Questo decreto è necessario per fare chiarezza e avviare un percorso virtuoso che riporti la legalità anche nell'edilizia campana". Il decreto – che riguarda gli "immobili stabilmente occupati" da soggetti che "non hanno altra abitazione" e "costruiti entro il 31 marzo 2003" – presenta una sola eccezione: si demolirà, comunque, se esistono "pericoli per la pubblica o privata incolumità".



Riguardo i "vincoli paesaggistici", invece, il provvedimento apre il cancello alle interpretazioni: dispone una “ricognizione” sui "vincoli di tutela paesaggistica". "Ricognizione". Le strutture che violano il paesaggio, nel frattempo, “rischiano” di restare in piedi. È questo il "percorso virtuoso" che porterà "la legalità nell’edilizia campana". E infatti: Legambiente impugnerà il decreto, perché qui, le demolizioni, rappresentano la vera sfida alla camorra e alla speculazione selvaggia. Nel 2000, quando fu demolito il Villaggio Coppola – otto torri da 12 piani, con porticciolo e chiesa annessa – il presidente della commissione d' inchiesta sui rifiuti, Massimo Scalia, dichiarò: "Il clima è cambiato: il ripristino della legalità è la condizione per uno sviluppo senza collusione con la criminalità organizzata".



Dieci anni dopo, il clima cambia per decreto, si bloccano le ruspe nella regione dove soltanto a Salerno – secondo l’Agenzia del Territorio – esistono 93mila fabbricati (o ampliamenti) non dichiarati in catasto. Non si tratta necessariamente di fabbricati abusivi, precisa l’Agenzia, ma un fatto è certo: esistono 93mila strutture “fantasma”. Soltanto a Salerno.



Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile

Piazza Fontana: 'Quell'arsenale
ripulito dai Carabinieri'

Piazza Fontana: 'Quell'arsenale<br>ripulito dai Carabinieri': "

Gian Adelio Maletti, allora numero due del Sid, ricostruisce gli anni delle stragi in una lunga intervista diventata ora un libro



Tre giovani giornalisti (27, 28 e 30 anni) prendono a loro spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare italiano. I tre sono Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. Il generale è Gian Adelio Maletti, numero due del Sid negli anni della bomba di piazza Fontana (1969), del tentato golpe Borghese (1970), della strage di Brescia (1974), della strategia della tensione. Per tre giorni interrogano l’agente segreto, l’ufficiale rimasto (finora) il più alto in grado a sopportare tutto il peso dei depistaggi di Stato sulle stragi. Maletti risponde. Racconta. Non ricorda. Spiega. Nega. Rivela. In maniera obliqua e parziale, ma a suo modo illuminante, ricostruisce la trama della guerra segreta combattuta in Italia in quegli anni. Protagonisti, gli esecutori neofascisti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, i loro protettori dentro gli apparati di Stato italiani, le ombre atlantiche. Il lungo colloquio diventa ora un libro, "Piazza Fontana, noi sapevamo", prefazione di Paolo Biondani, edito da Aliberti. Qui ne presentiamo un brano (pubblichiamo anche i video di quattro momenti dell'intervista al generale Maletti, parzialmente inediti, in esclusiva per il lettori dell'Antefatto). In esso, il generale Maletti parla di un informatore del Sid infiltrato nel gruppo veneto di Ordine nuovo, Gianni Casalini, fonte “Turco”. Spiega come il Sid gli impedì di rivelare alla magistratura quello che aveva visto sugli attentati del 1969. E (fatto inedito) di come i carabinieri "ripulirono" il deposito da cui proveniva l’esplosivo americano usato in piazza Fontana a Milano e probabilmente in piazza della Loggia a Brescia. Proprio domani, Maletti sarà interrogato, in videoconferenza, al processo in corso sulla strage di piazza della Loggia, l’ultima occasione giudiziaria per tentare di far quadrare i conti tra verità storica (ormai largamente acquisita) e verità processuale.



Da "Piazza Fontana, noi sapevamo" (Aliberti editore)



Sei anni dopo piazza Fontana, accadde un piccolo episodio che la vide protagonista. Era il 5 giugno 1975. Lei prese un foglio, e scrisse questo breve appunto: «Colloquio con il signor caposervizio. Caso Padova: Casalini si vuol scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni nel 1969 e ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. Sid. Trattazione futura, chiudere entro giugno. Colloquio con M.D. prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D’Ambrosio. Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Se ne ricorda?



Se dovessi ricordarmi di tutte le annotazioni che ho fatto, allora sarei un’enciclopedia vivente. Comunque sì, ricordo qualcosa. L’appunto si riferisce a un colloquio con il capo del Sid, che ai tempi era l’ammiraglio Mario Casardi. Lo scrissi piuttosto frettolosamente, come si può notare. Probabilmente, ero nel mio studio, a Forte Braschi, e c’era la macchina che mi aspettava fuori.



Il documento fu scoperto nel 1980, durante una perquisizione a casa sua. Di Gianni Casalini abbiamo già parlato: era un militante del gruppo padovano. Lavorò per il Sid, con il nome in codice “Turco”, dal 1972 al 1975: fino a quando, cioè, lei dispose la chiusura della fonte. Poco fa, lei ci ha detto una cosa importantissima: Casalini, durante la sua collaborazione, vi rivelò un grande segreto. Parlò dell’esplosivo di piazza Fontana, disse che le bombe venivano dalla Germania, che erano di provenienza americana, e che erano state consegnate ai neofascisti veneti. Tutte informazioni che rimasero misteriosamente riservate, almeno per la magistratura. Poi, nel 1975, come se non bastasse, lei prese questa decisione: chiudere la fonte. Perché?



Guardate, la decisione non fu presa da me. Fu presa dell’ammiraglio Casardi, che all’epoca era direttore del Sid. (...) Non solo non l’ha denunciato: ha cercato di evitare che dicesse altre cose. Cose piuttosto scottanti.



Sul suo appunto c’è scritto: «Casalini si vuol scaricare la coscienza».



La riunione del gruppo neofascista



Comunque, cari ragazzi, questo non è più un colloquio amichevole: questo è un tribunale, e io sono l’imputato. E invece non sono imputato.



Ma no, generale, noi non le imputiamo nulla.



No, mi piace mettere le cose a posto. Non voglio che mi si perseguiti con domande alle quali chiaramente io non posso rispondere: non per cattiva volontà, ma per mancanza di agganci mnemonici.



Non si preoccupi. Quand’è così, cercheremo di fornirle qualche nuovo appiglio. Casalini, nel 2008, ha detto molte altre cose. Il 18 aprile 1969, si svolse a Padova una misteriosa riunione: vi parteciparono i massimi esponenti del gruppo neofascista. C’era Franco Freda, Giovanni Ventura, Pozzan, Toniolo e Balzarini. E c’erano due altri personaggi, arrivati da Roma, la cui identità non è mai stata svelata. Fu stabilita ogni cosa: le bombe, gli attentati. Casalini riferì tutto al Sid. E il Sid? Che cosa fece il Sid?



Guardate, non ne ho idea. Sono passati quattro decenni.(...)



Lo scantinato di Venezia



Continuiamo a leggere. Più avanti, sempre nell’appunto, viene citato il nome di Manlio Del Gaudio, capitano dei carabinieri: «Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Del Gaudio era il comandante del gruppo carabinieri di Padova.(...) Era amico del padre di Casalini, Mario. Secondo il giudice Salvini, avrebbe dovuto intercedere presso la famiglia del militante neofascista per convincerlo a starsene buono . Cioè a non parlare.



Anche questa direttiva fu impartita da Casardi. Comunque sia: io non sapevo nulla di questa amicizia. Se fosse vero, ciò spiegherebbe molte cose.



Scusi, generale, in che senso? Che cosa spiegherebbe?



Spiegherebbe, tra l’altro, che al padre di Casalini fu ordinato di ripulire alla svelta uno scantinato, un sottoscala.



Quale scantinato?



Lo scantinato di Venezia, no? Lo stesso del quale parlo nel mio appunto...



La strage di Piazza della Loggia



Generale, ci spieghi tutto con calma.


Ok, ragazzi. One should never say never, mai dire mai. Procediamo con ordine: vi spiegherò ogni cosa, una volta per tutte. Io, come dicevo, telefonai al centro di Padova, ordinando che la fonte venisse chiusa. Ordinai, inoltre, che venisse informato il comando dei carabinieri di Padova, per le incombenze del caso. (...) C’era da occuparsi, per esempio, del celebre deposito di esplosivo. (...) Chi abbia materialmente svuotato l’arsenale ha ben poca importanza. Costoro, a mio giudizio, non ebbero alcun timore di essere sorpresi sul fatto.



È un episodio gravissimo, generale. Le forze dell’ordine coprirono l’operazione, e i neofascisti riuscirono a farla franca. Ma cosa c’era, in quell’arsenale? (...) I tir carichi di esplosivo, quelli che giunsero dalla Germania, fecero tappa a Mestre, alle porte di Venezia. A bordo c’erano varie casse di tritolo, provenienti da un deposito americano in Germania: ce lo ha detto lei. È possibile, dunque, che quelle casse fossero conservate nel deposito del quale abbiamo appena parlato?



Certo, direi di sì. È un’ipotesi attendibile.



Nell’arsenale di Venezia, insomma, c’era l’esplosivo di piazza Fontana, l’esplosivo americano. Era stato Casalini, del resto, a indicarne la provenienza: è logico che ne conoscesse anche la destinazione. Questo spiegherebbe tutto: quelle bombe non dovevano essere rinvenute: l’intera strategia statunitense fu sul punto di essere smascherata. È una rivelazione pesantissima...



Io, però, non posseggo alcuna prova.



Certo, generale. Ma c’è un’altra cosa, a questo punto, che vorremmo chiederle. Il deposito restò in funzione per almeno sei anni: dal 1969 al 1975. Nel 1974, ci fu la strage di piazza della Loggia, a Brescia. Secondo le tesi dei giudici, l’eccidio sarebbe stato organizzato dallo stesso gruppo che agì a piazza Fontana: gli ordinovisti veneti. È possibile, a suo parere, che anche l’esplosivo di piazza della Loggia provenisse da quell’arsenale?



Non mi sembra un’ipotesi peregrina. Ma, ripeto, restiamo nel campo delle supposizioni. Non esistono prove.Del Gaudio e i vertici del Sid



Quello che lei non sta smentendo è uno scenario inedito, e decisamente inquietante. Ma ci dica: Del Gaudio agì di sua spontanea volontà? Sappiamo che era un membro della P2, così come i vertici della divisione Pastrengo, che fecero scomparire i rapporti su Casalini. I registi dell’operazione, molto probabilmente, si trovavano in alto: molto più in alto...



Non lo so, non lo so. So solo questo: l’ordine di svuotare l’arsenale non partì dai vertici del Sid. Non sono in grado di dire altro.



Leggi la prefazione al libro, a cura di Paolo Biondani










Da il Fatto Quotidiano del 22 aprile

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