domenica 25 luglio 2010

L’Italia “riti e miti” non ha il passo di Marchionne

L’Italia “riti e miti” non ha il passo di Marchionne: "

L’Italia stenta a reggere il passo di Sergio Marchionne. E non ne ha ancora capito davvero e fino i fondo intendimenti strategici, decisione tattica, modalità di lavoro e tempi serrati: le quattro categorie fondamentali che compongono il diamante del successo del manager che dal quasi fallimento ha portato Fiat in cinque anni prima al ritorno all’utile e poi, nella crisi mondiale del settore, ad agganciare il treno americano con Chrysler per candidarsi insieme ad un ruolo di primo piano del consolidamento mondiale. E’ questo persistente non aver preso le misure con gli scenari che pure Marchionne descrive apertamente, a spiegare le reazioni che ieri si sono prodotte alla decisione annunciata dal manager ad Auburn Hills, contestualmente alla scissione tra Auto e Fiat industriale decisa ieri da John Elkann e dagli azionisti di controllo.


E’ un misto di incredulità e spaesamento, ad aver fatto dire a Roberto Calderoli  della Lega che “Fiat in Serbia non fa ridere”, a proposito della decisione di collocare a Kragijevac la produzione di due nuovi modelli di Lancia Musa e Fiat Idea sulla piattaforma della Punto Evo, nonché il nuovo monovolume Zero, o “LO” come era sin qui individuato il progetto. Immediate le reazioni più aspre della Fiom e della Cgil, ma anche del sindaco di Torino Chiamparino e della giunta regionale piemontese di centrodestra, perché è da Mirafiori che quelle produzioni migreranno. Ma anche il governo con Maurizio Sacconi è subito intervenuto chiedendo l’apertura di un tavolo immediato. La stessa richiesta del leader del Pd, Bersani.


Cerchiamo di inquadrare la strategia di Marchionne, prima di giudicarla. Lanciata la scissione e concentrati gli eredi Agnelli nella creazione di valore che essa determinerà nei settori separati delle macchine agricole, veicoli industriali e movimento terra, per l’Auto inizia il cammino che porterà entro due anni alla fusione con Chrysler, dove il 20% torinese acquisterà molto valore, visto che già la casa americana produce cassa, ma dovrà puntare all’ingresso o quanto meno ad una strategia alleanza con un nuovo partner, per evitare di subire il peso dell’azionariato pubblico e sindacale americano. Solo così, del resto, dai circa 4 milioni di veicoli ai quali si può pensare arrivi nel medio termine la somma di Fiat e Chrysler, potrà davvero giungere ai 6 sempre indicati da Marchionne: il che significa risolvere strategicamente il problema della presenza che ancora manca al gruppo, quella sul mercato cinese.


Per ragiungere questi obiettivi, Marchionne ha sempre detto che il problema più grave e irrisolto degli stabilimenti italiani era a Somigliano, dove Fiat infatti ha posto ai sindacati la sfida di una produttvità “alla polacca” per investire 700 milioni, e dove due lavoratori su tre anno risposto sì. Ma Marchionne è sempre stato sincero: ha sempre detto che il problema della produttività, e della certezza de ritmi produttivi al variare rapidissimo della domanda estera, riguarda tutti gli impianti italiani. Fiat non può permettersi di sbagliare mosse, e di sprecare le sue non eccessive munizioni finanziarie. Per questo Marchionne affronta anche il nodo di Mirafiori. Nella speranza che sindacati e politica, almeno a maggioranza, capiscano che la sfida mondiale si vince solo se si sa correre a passo di carica. Gli strumenti per questo obiettivo sono due. Ottenere il pieno delle condizioni più favorevoli i tutti  Paesi in cui Fiat è già insediata: per questo oggi si sceglie di rafforzare la produzione in Serbia, il Paese europeo più lontano dal reddito medio continentali tra quelli a Obiettivo uno delle politiche di coesione, dove la Bei e gli incentivi possono dunque assommare quasi 600 degli 800 milioni di euro necessari all’investimento. Il secondo obiettivo riguarda l’Italia: una nuova società dell’Auto non solo a fini di separazione finanziaria e di controllo rispetto alla vecchia holding, ma una vera newco al cui interno riassumere tutti i dipendenti che accettino le nuove condizioni di produttività, con un nuovo contratto.


Quest’ultimo punto, rispetto al rito e al mito del contratto unico dei metalmeccanici come riferimento obbligato dell’intero panorama delle relazioni industriali italiane, è tanto potenzialmente irritale, nuovo e ricco d’incognite da determinare il no immediato, a qualunque costo, di chi difende per storia e pregiudizio le vecchie modalità contrattuali come le uniche possibili. Ma desta anche estese e sin qui inconfessate preoccupazioni anche nell’intero spettro politico, a destra come  sinistra, nonché in tutto il panorama sindacale, anche in quelle organizzazioni, come Cisl e Uil, che a Somigliano si sono battute con energia e coraggio per il sì, mettendoci la faccia dei loro leader.


Sbaglierebbe la politica, se per condizionare Marchionne pensasse di addebitargli gli aiuti di Stato e gli incentivi pubblici che la “sua” Fiat attuale non prende più. Ed è un bene, dopo un secolo di protezionismo. Ma bisogna anche capire la politica e il sindacato meno ideologizzati, che sin qui hanno seguito Marchionne condividendone obiettivi e nuovi metodi ma che pure, di fronte ai nuovi sviluppi tanto inconsueti e di rottura per le abitudini italiane, chiedono di essere rassicurati che la nuova Fiat Auto non sia pronta ad alzare le tende e a lasciare sul serio l’Italia. Perché, in quel caso, sarebbero la Fiom e la sinistra ideologica che sin qui hanno detto sempre no, ad apparire vittoriose nel loro punto fermo di opporsi alle strategie di crescita internazionale delle imprese private, perché comunque significano meno lavoro in Italia.


Sarà questa, la mediazione che Marchionne e soprattutto John Elkann dovranno svolgere nelle prossime settimane. Perché la nuova Fiat, per quanto in gara per obiettivi impensabili in passato, ha troppo ancora bisogno del mercato italiano, per poterselo mettere contro. E’ anche pe questo che il Corriere della sera ha, di fatto, con il suo durissimo editoriale di Massimo Mucchetti, svolto la funzione che un tempo era dell’Unità: chiamare la politica a erigere un muro di contenimento contro la Fiat. Io sto con Marchionne, io che per decenni la Fiat la criticavao, quando tutti le leccavano le scarpe e anche le suole.

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